06 ottobre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 55. I numeri raccontano (5)

Molte narrazioni sugli immigrati degli anni Sessanta-Ottanta, nel rilevare il disagio vissuto da molti di essi per le condizioni di precarietà, sfruttamento, emarginazione e quasi abbandono in cui vivevano, sottolineano gli sforzi di alcune organizzazioni di immigrati nel tentativo di risolvere i vari problemi, ignorando il contributo determinante fornito in questa ricerca anche da moltissimi svizzeri, spinti non solo da considerazioni interessate, ma anche da sentimenti di solidarietà e generosità. Senza tale contributo non si spiegherebbe perché l’immigrazione, anche italiana, è continuata anche dopo il 1970. Esso merita pertanto un approfondimento, che seguirà nel prossimo articolo, con qualche anticipazione in questo.

Perché dopo il 1970 l’immigrazione non si è interrotta?

Manifesto dei contrari all'iniziativa  
Schwarzenbach (1970). Nel periodo in esame 
tutte le iniziative xenofobe sono state respinte.

Sono state evocate negli articoli precedenti la paura e le conseguenze talvolta drammatiche che aveva provocato, sia pure indirettamente, la votazione del 1970 sull'iniziativa antistranieri promossa da Schwarzenbach. Del resto è facile immaginare il disagio provato soprattutto dagli italiani nel sentirsi in qualche modo sottostimati, malvisti, respinti da quasi metà della popolazione adulta svizzera (anche se votarono allora solo gli uomini, perché le donne non avevano ancora ottenuto il diritto di voto). La voglia di lasciare la Svizzera era enorme.

In effetti, tra il 1974 e il 1978 lasciarono questo Paese 460.485 persone (di cui 240.821 attive). Il fatto che i residenti stranieri (annuali e domiciliati) risultassero alla fine del 1978 diminuiti solo di circa 167.000 unità rispetto al 1974 si spiega ricordando che, nonostante il disagio, la precarietà e i problemi menzionati prima, in quegli anni molti stranieri cambiarono nazionalità (oltre 11.000 naturalizzazioni l’anno) e che erano sempre numerosi gli stranieri che arrivavano in Svizzera come nuovi immigrati o per ricongiungersi ai familiari. Ne giunsero ben 260.729 (di cui 143.079 attivi, comprese le trasformazioni di permessi stagionali in annuali), ma sarebbero stati molti di più se non ci fossero state le restrizioni federali.

Gli italiani residenti, scioccati dapprima dall'iniziativa Schwarzenbach e colpiti duramente dalla crisi economica poi, sono stati i più numerosi (203.769) a rientrare in Italia in quegli anni, ma anche i più numerosi a immigrare in Svizzera. Tra il 1974 e il 1978 ne sono infatti arrivati ben 145.331. Evidentemente il clima generale dava segni di miglioramento, la paura diminuiva, le tensioni tra svizzeri e stranieri sembravano attenuarsi e, soprattutto nelle grandi città, alcune iniziative cercavano di favorire il dialogo e la comprensione reciproca.

Verrebbe da pensare che la votazione del 1970 abbia prodotto uno shock non solo sugli stranieri, ma anche su molti svizzeri. Sta di fatto che un numero crescente di essi cominciò a rendersi conto che senza gli stranieri l’economia svizzera non sarebbe progredita come fino ad allora, che molte ragioni dei movimenti xenofobi erano pretestuose e ingiuste e che la convivenza pacifica tra svizzeri e stranieri era possibile e proficua per entrambe le parti.

Ridimensionamento dei movimenti xenofobi

Alcuni dati confermano questa tendenza. Se nel 1970 il 46% dei votanti, 6 Cantoni e 2 Semicantoni avevano approvato l’iniziativa che chiedeva una drastica riduzione degli stranieri, nella successiva votazione (ottobre 1974) su una analoga iniziativa la percentuale dei «sì» scese al 34,2% e nessun Cantone e Semicantone l’aveva condivisa. Un’altra iniziativa antistranieri venne respinta nel 1977 in tutti i Cantoni e dal 70,5% dei votanti (29,5% di «sì»).

Benché si sapesse che i movimenti xenofobi non si sarebbero fermati, ormai nell'opinione pubblica non facevano più paura. Tutte le altre iniziative antistranieri messe in votazione nel periodo in esame furono respinte con ampie maggioranze. Quella «per una limitazione del numero annuale delle naturalizzazioni» fu respinta nel 1977 dal 66,2% dei votanti (33,8% di «sì») e in tutti i Cantoni. Anche l’iniziativa popolare «per la limitazione delle immigrazioni» fu respinta nel 1988 dal 65,7% dei votanti e in tutti i Cantoni (34,3% di sì). Un’altra iniziativa contro l'inforestierimento «per la limitazione delle immigrazioni», lanciata nel 1985, non giunse al voto popolare perché non raggiunse il numero di firme necessario.

Evidentemente il popolo svizzero non era più disposto a seguire le ideologie xenofobe (e questo fu certamente un contributo importante alla distensione dei rapporti tra svizzeri e stranieri), anche se ciò non significa, come si vedrà nel prossimo articolo, che fosse pronto a un cambiamento radicale di mentalità nei confronti degli stranieri. Il cammino verso la loro piena accettazione come una componente strutturale della società svizzera e il riconoscimento totale dei loro diritti civili e, in certa misura anche di quelli politici, sarà ancora lungo, ma non c’è dubbio che molti segnali del cambiamento erano già presenti negli anni Settanta. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 6 ottobre 2021

29 settembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 54. I numeri raccontano (4)

Nel periodo in esame (1970-1990) il mondo dell’immigrazione italiana in Svizzera cambiò radicalmente a causa di molteplici fattori, quali la nuova politica federale orientata alla stabilizzazione della manodopera estera, la diminuzione di nuovi immigrati dall'Italia, l’aumento dei ricongiungimenti familiari, l’avanzata della seconda generazione, i primi risultati dell’integrazione scolastica e professionale, ecc. Nelle narrazioni di questi cambiamenti si tende spesso a trascurare l’influsso della congiuntura economica degli anni Settanta e il fondamentale apporto della popolazione svizzera al superamento della difficile situazione che si era venuta a creare nei rapporti con gli stranieri. L’importanza di questi fattori è rilevabile dai numeri riguardanti gli effetti della crisi economica degli anni 1973-76 e dall'indebolimento dei movimenti xenofobi.

La crisi economica e la conversione di molti svizzeri e stranieri

Negli anni ’70 molti italiani lasciarono la  Svizzera
 in seguito alla crisi economica; pochi ritornarono.
Molte narrazioni, anche recenti, della situazione dell’immigrazione italiana in Svizzera negli anni Settanta sembrano limitarsi ad alcuni effetti dell’iniziativa Schwarzenbach del 1969-70 e trascurano il prima, il dopo e soprattutto il contesto. Per una comprensione dei cambiamenti di quel decennio, come si è già accennato nei precedenti articoli, è invece fondamentale cercare di capire quanto vi abbiano contribuito le dinamiche economiche di un periodo più ampio, l’atteggiamento più maturo della popolazione svizzera verso gli stranieri (una sorta di conversione non solo emotiva ma anche motivata) e il realismo dimostrato dalla maggioranza degli stranieri sempre più «domiciliati».

In questo articolo si parlerà soprattutto della crisi economica degli anni Settanta, nei successivi articoli degli altri contributi. Occorre tuttavia tener sempre presente che i grandi cambiamenti, compreso quello che interessò l’immigrazione italiana in Svizzera, avvengono sotto la spinta di molteplici fattori. Uno dei più importanti è stato sicuramente la crisi economica di quel decennio. Per capirne l’impatto bisogna ricordare sia pur brevemente le dinamiche economiche del dopoguerra.

Infatti, lo sviluppo economico svizzero degli anni Cinquanta e Sessanta spingeva già decisamente, soprattutto a causa della concorrenza internazionale, verso un cambiamento dei paradigmi industriali e dell’economia in generale, che esigeva ampie ristrutturazioni e trasformazioni e allo stesso tempo interventi incisivi nella politica immigratoria. Sviluppo economico e immigrazione hanno legami profondi, che è impossibile ignorare. Schwarzenbach e il suo movimento sono stati espressioni importanti di quelle esigenze, ma i cambiamenti sarebbero intervenuti comunque.

Posti di lavoro persi e diminuzione degli stranieri

Uno degli impulsi più incisivi al cambiamento è stata la crisi economica di metà anni Settanta a seguito del rincaro massiccio dei prezzi del petrolio e dei suoi derivati nel 1973-74. La Svizzera non ne fu risparmiata e una drammatica crisi si abbatté sull'economia con chiusure di aziende, licenziamenti, aumento dei disoccupati, partenza dalla Svizzera di parecchie migliaia di immigrati, pressione sui salari, incertezza per il futuro, ecc.

Secondo fonti sindacali e ufficiali sarebbero stati persi dai 300 ai 350 mila posti di lavoro, occupati in maggioranza da lavoratori stranieri. In seguito a licenziamenti, difficoltà di trovare un nuovo impiego e ad altre considerazioni, decine di migliaia di immigrati decisero di rientrare con le loro famiglie al loro Paese. I posti di lavoro persi e le numerose partenze di stranieri (attivi e non attivi) rappresentarono per molte imprese un’opportunità che venne sfruttata per realizzare profonde razionalizzazioni e ristrutturazioni soprattutto nel settore industriale, dov’erano maggiormente presenti gli stranieri.

E’ emblematico che anche durante la crisi il prodotto interno lordo (PIL) abbia continuato a crescere, molte imprese (grazie alle ristrutturazioni, alla pressione sulla produttività, alla diminuzione dei salari e ai licenziamenti) abbiano addirittura aumentato la produzione, multinazionali e grandi banche abbiano ripreso a distribuire dividendi. Prima della fine del decennio, quando la crisi era ormai alle spalle, la Svizzera era tornata ad essere il Paese più ricco del mondo, persino più del Kuwait. Anche l’immigrazione aveva ripreso vigore dopo la batosta ricevuta durante la crisi, ma non era più quella del dopoguerra.

Come accennato, gli immigrati, soprattutto gli italiani, furono particolarmente colpiti dalle chiusure di fabbriche, dalle ristrutturazioni e dai licenziamenti. Gran parte dei posti di lavoro persi erano infatti occupati da stranieri. Molti di essi lasciarono la Svizzera, che per anni cessò di essere un Paese amico ambito dagli emigranti, soprattutto dagli italiani. Se fino al 1973 la popolazione straniera superava di poco il milione (1.052.505) e costituiva il 16,6 per cento della popolazione residente totale, nel 1979 scese in cifre assolute e percentuali rispettivamente a 883.837 persone e al 14,0 per cento (la stessa del 1964).

Nello stesso periodo il calo della collettività italiana è stato più accentuato (da 640.579 a 418.589) nonostante l’arrivo di nuovi immigrati e di numerosi minorenni per il ricongiungimento familiare.

Esportazione della disoccupazione?

In seguito alle numerose chiusure di aziende e ai posti di lavoro persi soprattutto dagli stranieri, si parlò a livello giornalistico e sindacale di «esportazione della disoccupazione». In effetti, gli stranieri disoccupati rientrati al loro Paese non figuravano più nella statistica svizzera della disoccupazione. Ne nacque una polemica che durò a lungo, perché la discussione non teneva sufficientemente conto dei numeri (come spesso accade quando le posizioni sono soprattutto ideologiche e trascurano le statistiche).

La CFS contestò ripetutamente l'espressione (e il senso)
dell'espressione «esportazione della disoccupazione»
La statistica della disoccupazione era dunque falsata? Si può leggere come risposta quanto scrive il Dizionario Storico della Svizzera (DSS) alla voce Disoccupazione: «Fra il 1973 e il 1976 quasi l'11% dei posti di lavoro andò perso, ma il numero dei disoccupati non aumentò in maniera proporzionale; infatti, la mancanza di un'assicurazione di disoccupazione obbligatoria spinse gli stranieri licenziati a rientrare nei loro Paesi di origine (esportazione della disoccupazione) e gli indigeni non protetti (soprattutto donne, giovani e anziani) a ritirarsi dal mercato del lavoro».

In realtà, anche questa risposta non dice molto sui numeri degli stranieri disoccupati che hanno dovuto lasciare la Svizzera per la semplice ragione che in proposito non esistono dati certi. Non si sa nemmeno quanti stranieri negli anni della crisi persero il lavoro e se vi siano stati davvero disoccupati costretti (per via amministrativa) a lasciare la Svizzera. E’ comunque certo che tra gli stranieri ci furono molti disoccupati e tantissimi rientrarono in quel periodo al loro Paese. Di seguito si cercherà di fornire qualche numero.

Quanti stranieri e italiani furono toccati dalla crisi?

Va subito precisato che i 300-350 mila posti di lavoro persi non erano occupati solo da stranieri, ma anche da svizzeri. Inoltre, come detto, a lasciare la Svizzera non furono solo lavoratori (persone attive occupate o disoccupate), ma spesso anche i loro famigliari. Va anche ricordato che la diminuzione degli stranieri residenti non fu dovuta esclusivamente alla crisi economica, anche se certamente vi ha influito pesantemente, ma anche ad altri fattori (naturalizzazioni, minori trasformazioni dei permessi stagionali in annuali, maggiori opportunità di lavoro offerti dall'Italia che stava diventando sempre più un Paese d’immigrazione, ecc.). Nel caso degli italiani si deve anche tener presente che i nuovi arrivi dall'Italia erano già in diminuzione fin dalla metà degli anni Sessanta.

La domanda è comunque legittima: quanti sono stati gli stranieri (e gli italiani) colpiti dalla crisi che rientrarono al loro Paese? Purtroppo una risposta certa è impossibile, ma si può ritenere che tra il 1974 e il 1978 la popolazione straniera residente è diminuita di circa 167.000 persone tra annuali e domiciliati. La diminuzione, in realtà, ha riguardato solo gli annuali (-190.000) perché i domiciliati erano addirittura in aumento (+23.000). La forte diminuzione degli annuali si spiega anche col fatto che gli stranieri partiti raramente venivano rimpiazzati, probabilmente perché i loro posti di lavoro erano stati soppressi. Inoltre, non va dimenticato che in quegli anni sono state registrate 90-95 mila naturalizzazioni (di cui 40-45 mila riguardanti stranieri attivi).

La ragione principale delle partenze va tuttavia vista nella pressione psicologica esercitata nell'ambiente lavorativo (riduzione dei salari, pressione sulla produttività, minacce di licenziamento, introduzione di nuove tecnologie, nuovi processi di lavorazione, esigenze di adattamento, ecc.), nella società (incertezza del futuro, inserimento scolastico dei figli, collocamento dei risparmi, ecc.) e nelle stesse famiglie (talvolta forti contrasti tra chi voleva restare e chi voleva rientrare, preoccupazioni per la formazione scolastica e professionale dei figli, ecc.).

Già da queste considerazioni si può ben capire che la popolazione straniera rimasta in Svizzera e quella che comunque continuava ad arrivare stavano trasformando profondamente la realtà migratoria formatasi nei primi decenni del dopoguerra. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 29.9.2021 

22 settembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 53. I numeri raccontano (3)

Nell'articolo precedente, i numeri riportati si riferivano principalmente alle problematiche migratorie degli anni Sessanta e Settanta legate al rapido aumento degli stranieri, alle paure che esso suscitava nella popolazione indigena e alle reazioni sia degli ambienti politici e sindacali svizzeri che degli stessi immigrati. Nel campo italiano meritano di essere ricordate, oltre alle conseguenze dirette sui nuovi arrivi dall'Italia (in diminuzione) e sulle partenze dalla Svizzera (in aumento), anche le reazioni degli ambienti politici e sindacali italiani alle condizioni generali degli immigrati, chiedendosi se abbiano contribuito o meno al loro miglioramento.

Reazioni politiche italiane

Tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70
la pressione sugli stranieri era così forte che
che migliaia di italiani lasciarono la Svizzera.
Almeno fino alla metà degli anni Settanta, l’emigrazione è stata considerata dalla politica italiana un male necessario e tutti i grandi partiti, di governo e di opposizione, come tale l’accettavano, anche quando molti emigrati denunciavano ingiustizie, discriminazioni, privazioni di diritti fondamentali. Negli anni Sessanta e all'inizio degli anni Settanta le voci più critiche che giungevano a Roma provenivano probabilmente dalla Svizzera e se ne facevano carico soprattutto i partiti d’opposizione, quello comunista in particolare.

Le reazioni dei governi democristiani del dopoguerra erano infatti solitamente tiepide sia perché le critiche mancavano spesso di consistenza e di riferimenti precisi e sia perché il governo non intendeva lasciarsi imporre le risposte dall'opposizione comunista, convinto di fare nei confronti degli emigrati in Svizzera tutto ciò che consentiva l’accordo italo-svizzero di emigrazione del 1964. Va anche aggiunto che soprattutto l’Ambasciata d’Italia a Berna, dotata di un Ufficio emigrazione competente e attento, era molto vigile e interveniva puntualmente presso le autorità svizzere ogniqualvolta venivano denunciati fatti gravi.

Ciò nonostante, per risolvere nel reciproco interesse e in maniera generale i principali problemi che lamentavano gli italiani, ma anche «per ragioni politiche», nella primavera del 1970 il governo italiano chiese la convocazione della Commissione mista, prevista dall'accordo italo-svizzero del 1964. Avrebbe dovuto trattare gli aspetti più problematici della vita degli italiani nella Confederazione: conseguenze della xenofobia, politica di «assimilazione», statuto dello stagionale, condizioni d’abitazione, ricongiungimento familiare, formazione scolastica e professionale dei figli degli immigrati, ecc.

La richiesta della convocazione della Commissione da parte del governo italiano era dovuta sicuramente al deterioramento della convivenza tra svizzeri e stranieri (italiani) negli ultimi anni, non da ultimo a causa della xenofobia dilagante, ma anche a ragioni di politica interna che il Sottosegretario agli esteri Alberto Bemporad non aveva nascosto al Consigliere federale Ernst Brugger nel corso di un incontro a Milano: il governo italiano voleva dimostrare agli emigrati di fare tutto il necessario per difendere i loro interessi ed evitare che i comunisti detenessero il monopolio della difesa degli interessi degli operai italiani.

Fallimento della Commissione mista

La Commissione si riunì per pochi giorni dapprima a Roma (settembre 1970) e poi a Berna (dicembre 1970), ma senza produrre alcuno dei risultati sperati. A detta del sottosegretario Bemporad, «non riuscì nemmeno ad avviare un dialogo costruttivo». Per la delegazione italiana il fallimento del negoziato era dovuto unicamente alla intransigenza della delegazione svizzera che, benché disposta a discutere su alcuni punti marginali, si era mostrata inflessibile sulle rivendicazioni principali. L’«Unità» (l’organo del PCI) scrisse allora che la Svizzera trattava gli operai immigrati come la Rhodesia ed il Sudafrica gli indigeni di colore.

Per la delegazione svizzera, invece, il fallimento era dipeso dalle richieste eccessive degli italiani (abolizione dello statuto dello stagionale, piena parità di trattamento con i lavoratori nazionali, libera circolazione delle persone, ecc.) e dal modo con cui le «esigevano». Poiché tali richieste non rientravano nelle competenze della delegazione e sembravano in contrasto con la nuova politica immigratoria del governo federale che mirava principalmente alla stabilizzazione della manodopera straniera, sarebbe stato inutile continuare le trattative.

Il governo italiano, che era preoccupato di mantenere buone relazioni con la Confederazione, dove risiedeva stabilmente oltre mezzo milione di cittadini italiani, dei quali quasi 400.000 attivi occupati, addossò la responsabilità del fallimento soprattutto alle organizzazioni degli immigrati che lo avrebbero spinto a sostenere una linea dura con la Svizzera senza possibilità di compromessi.

In realtà, il governo italiano cercava di mascherare in quel modo la propria debolezza, di cui per altro gli svizzeri erano consapevoli. Il quotidiano zurighese Tages Anzeiger non aveva dubbi: «il governo italiano, incapace di procurare lavoro ai suoi cittadini nel proprio Paese, era politicamente costretto a trovare capri espiatori».

Sulle responsabilità di quel fallimento negoziale si discute ancora oggi, ma raramente si evocano due circostanze fondamentali. La prima: la Svizzera non aveva nessun contenzioso con l’Italia, perché evidentemente era soddisfatta della manodopera italiana e riteneva la nuova politica immigratoria della Confederazione (stabilizzazione e integrazione degli stranieri) praticabile e utile ad entrambe le parti. La seconda: qualora l’Italia avesse opposto grosse difficoltà all'implementazione della nuova politica federale, la Svizzera era pronta ad aprire le porte dell’immigrazione alla Spagna, al Portogallo ed eventualmente anche ad altri Paesi, che premevano perché ciò avvenisse. E’ significativo che quasi in contemporanea con la riunione della Commissione mista italo-svizzera si fosse riunita anche la Commissione mista Svizzera-Spagna.

Reazioni sindacali italiane

I più critici riguardo al fallimento del negoziato erano i rappresentanti delle tre confederazioni sindacali CGIL, CISL e UIL che avevano partecipato agli incontri, sebbene ne fossero probabilmente i principali responsabili. Infatti, sostenendo incondizionatamente le rivendicazioni delle associazioni degli immigrati, non si rendevano conto di rendere ancor più difficile il negoziato. Di più, secondo il Journal de Genève, si resero responsabili di un «gioco pericoloso» perché, non accontentandosi di far pressione sui dirigenti politici italiani, si ritennero in diritto di «fare rimostranze al Consiglio federale» addirittura «accompagnandole con minacce».

Effettivamente, dopo la rottura delle trattative, le organizzazioni sindacali e le grandi associazioni degli emigrati italiani in Svizzera avevano chiesto al governo italiano il riesame globale dei rapporti fra l'Italia e la Confederazione, ma nella richiesta, per far pressione sul governo federale, sollecitavano fra l'altro che l'Italia si opponesse ad ogni iniziativa mirante ad associare la Confederazione Svizzera alla Comunità Economica Europea (CEE). Tentativo maldestro perché una tale associazione (la Svizzera ne aveva fatto richiesta formale nel 1961), sarebbe stata utile anche all'Italia, tant'è che l’auspicava.

Ripresa del dialogo

Berna 1971: Aldo Moro (a s.) e Pierre Graber (GettyImages)
Purtroppo, almeno in quell'occasione, le organizzazioni sindacali italiane non furono di grande aiuto per la soluzione dei problemi degli emigrati in Svizzera e le principali associazioni italiane rappresentate nel CNI (soprattutto la Federazione delle Colonie Libere Italiane e le Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani) non brillarono né per realismo né per lungimiranza, come se non sapessero che gli interlocutori privilegiati per la soluzione di tanti problemi degli immigrati erano i sindacati svizzeri e che in Svizzera, piaccia o non piaccia, i risultati si raggiungono gradualmente e dopo trattative talvolta lunghe e pazienti.

Nel 1971, tuttavia, dopo un incontro amichevole a Ginevra tra il Ministro degli esteri italiano Aldo Moro e il Consigliere federale Pierre Graber si decise di riprendere il dialogo riconvocando la Commissione mista. L’Italia sottopose alla Svizzera un documento contenente undici richieste di miglioramenti per i lavoratori italiani, fra cui la riduzione da dieci a cinque anni il periodo di attesa per ottenere il permesso di domicilio, la libera circolazione dei lavoratori italiani all'interno della Confederazione, la trasformazione degli stagionali con 45 mesi di permanenza in Svizzera in annuali (circa 50 mila lavoratori), la riduzione dei 18 mesi di attesa per il ricongiungimento familiare, l’abolizione della visita medica alla frontiera, ecc.

La Commissione si riunì l’anno seguente a Roma e raggiunse alcuni buoni risultati: per i lavoratori annuali fu accordata una maggiore mobilità geografica e professionale (riduzione da tre a due anni il periodo di attesa dal 31.12.1973, e di un ulteriore anno dal 31.12.1975) e si stabilì la riduzione del periodo di attesa per il ricongiungimento familiare da 18 a 15 mesi. Per quanto riguardava lo statuto dello stagionale la Svizzera s’impegnò a limitarlo alle attività veramente stagionali. (Segue).

Giovanni Longu
Berna, 22.09.2021 

15 settembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 52. I numeri raccontano (2)

Dalla seconda metà degli anni Sessanta, il numero degli stranieri era percepito da molti svizzeri come eccessivo e pericoloso per la stabilità della Svizzera e l’identità nazionale. Da più parti s’invocava pertanto l’intervento dello Stato per ridurre gli arrivi (che però erano regolati in parte da accordi internazionali) e alcuni movimenti antistranieri tentarono addirittura, con iniziative popolari, di costringere il governo a prendere misure drastiche al riguardo. Per capire meglio la situazione e gli sviluppi è indispensabile riferire alcuni numeri.

Rapida crescita degli stranieri

Inizialmente a preoccupare molti svizzeri era la rapida crescita della popolazione straniera dovuta all'immigrazione di massa degli anni Cinquanta e Sessanta. Dal 1950 al 1970 gli stranieri residenti stabilmente in Svizzera erano passati da 285.446 a 1.080.076, portando la loro proporzione sulla popolazione residente complessiva dal 6,1 al 17,4. per cento. Nello stesso periodo gli italiani residenti erano cresciuti ancor più vistosamente, passando da 140.280 (49% della popolazione straniera) a 583.850 (54%).

Oltre i continui arrivi di nuovi immigrati, a preoccupare molti svizzeri era anche l’incremento naturale degli stranieri. Fino agli inizi degli anni Settanta, la percentuale delle nascite di stranieri si aggirava infatti attorno al 30 per cento del totale dei nati vivi (nel 1970, su 99.216 nascite ben 29.687 erano figli di stranieri, fra cui 18.452 italiani). Dalla metà degli anni Sessanta erano soprattutto le nascite a far lievitare il numero complessivo della popolazione straniera (immigrati e famiglie). Molti svizzeri ritenevano che prima o poi la popolazione indigena (che cresceva mediamente di circa 38.000 persone l’anno) sarebbe stata soverchiata dagli stranieri (che invece crescevano a un ritmo di quasi 50.000 persone l’anno). Alcuni temevano che se si fosse continuato a lungo con questo ritmo non si sarebbero più sentiti padroni nemmeno a casa loro.

Poiché si trattava di stranieri residenti stabilmente (esclusi pertanto stagionali e frontalieri), la loro presenza nelle aree urbane e specialmente in alcuni quartieri non poteva passare inosservata, tanto più che conducevano una vita caratterizzata nella maggior parte dei casi da una vistosa diversità di lingua, cultura, religione, formazione, gusti, vitto, modo di vestire, comportamenti, ecc. Questa prorompente varietà appariva a molti svizzeri, piuttosto tradizionalisti, destabilizzante e pericolosa. La reazione fece riemergere i sentimenti antistranieri già manifestatisi all'inizio del secolo scorso e mai completamente spenti. I movimenti xenofobi li fecero propri e li amplificarono a livello nazionale.

… e della xenofobia

L’insieme di paure, pregiudizi, contrapposizioni e contrasti portò alla famosa votazione popolare del 7 giugno 1970 sull’«iniziativa Schwarzenbach» che chiedeva una drastica riduzione del numero degli stranieri residenti per evitare l’«inforestierimento» della Svizzera. L’iniziativa fu respinta, ma i numeri rivelarono quanto poco benvisti erano gli stranieri: su 1.212.361 votanti (tutti maschi, perché le donne non avevano ancora il diritto di voto), poco meno della metà (557.517) aveva approvato la richiesta di Schwarzenbach.

Si disse anche che molti di coloro che avevano respinto l’iniziativa (654.844) avevano votato NO non per solidarietà o simpatia verso gli stranieri ma per paura delle probabili conseguenze economiche e occupazionali per loro stessi. Non sarebbe stata infatti senza conseguenze la riduzione in pochi anni di circa 300.000 persone, molte delle quali indispensabili per l’economia. Va infatti ricordato che nel 1970 gli stranieri maschi in età lavorativa, dai 15 ai 64 anni, erano quasi tutti occupati (gli italiani al 99,0%, gli svizzeri al 97,0%) e anche le donne straniere dai 15 ai 61 anni avevano un tasso di occupazione più alto di quello delle svizzere (italiane: 71,2%, svizzere: 47,9%).

Quella votazione incise profondamente sulla politica immigratoria svizzera e sul sentimento degli stranieri, specialmente degli italiani, che allora costituivano la principale componente straniera.

Conseguenze per la politica e l’immigrazione

Della situazione cominciarono a preoccuparsi non solo gli stranieri, gli italiani in particolare, ma anche molti svizzeri, le autorità, i principali partiti politici, gli ambienti economici e sindacali, le chiese, anche perché l’immagine della Svizzera in Europa rischiava di deteriorarsi e già si parlava di «discriminazione» degli immigrati.

Dopo il 1970 molti immigrati reagirono così!
Il Consiglio federale reagì immediatamente avviando una nuova politica immigratoria incentrata sulla riduzione (graduale ma decisa) e stabilizzazione della manodopera estera, migliorando gli strumenti di analisi e di consulenza riguardanti il fenomeno migratorio (attraverso la Commissione federale consultiva per i problemi degli stranieri) ed elaborando una strategia d’integrazione in particolare della seconda generazione.

Tra gli italiani la reazione iniziale fu di lotta (evidenziata in numerose prese di posizione delle organizzazioni più rappresentative e del Comitato nazionale d’intesa creato dalle associazioni italiane nel 1970) a cui seguì ben presto la rassegnazione di non poter intervenire efficacemente su una realtà dipendente prevalentemente dalla politica svizzera. Gli italiani erano anche consapevoli che non potevano contare su alcuna forza politica e sindacale che li rappresentasse pienamente e nemmeno sulle rappresentanze diplomatiche e consolari vincolate al principio di non ingerenza negli affari interni della Svizzera.

Oltre alla rassegnazione si diffuse anche, soprattutto tra gli italiani, il desiderio di porre fine quanto prima possibile all'esperienza migratoria. Il clima socio-politico non ispirava più fiducia nelle istituzioni, voglia d’integrarsi, aspirazione a una convivenza serena. Del resto si sapeva che persino alcune forze politiche e sindacali di sinistra auspicavano una riduzione degli stranieri, sia pure graduale, e che le associazioni padronali alla prima occasione si sarebbero sbarazzate senza troppi scrupoli della manodopera straniera in eccesso o inadeguata all'introduzione di nuove tecnologie produttive.

Saldo migratorio negativo per gli italiani

Di fatto, tra il 1970 e il 1980 il numero degli stranieri si ridusse da 1.080.076 a 944. 974 (gli italiani da 583.850 a 418.989) non solo per la diminuzione dei nuovi immigrati a seguito delle misure restrittive adottate dal Consiglio federale, ma anche per la minore attrattiva del mercato del lavoro svizzero e per le numerose partenze di quegli stranieri che non si trovavano più a loro agio in Svizzera. Tra il 1974 e il 1976, la crisi economica generata dallo shock petrolifero del 1973-74 contribuì in misura preponderante a far rientrare al loro Paese alcune centinaia di migliaia di stranieri che avevano perso il lavoro o rischiavano di perderlo (si è calcolato che in quella crisi sono stati persi oltre 300.000 posti di lavoro, in maggioranza già occupati da stranieri).

Questa situazione colpì particolarmente gli italiani, che dal 1972 segnarono un saldo migratorio negativo (differenza tra nuovi arrivati e partiti più naturalizzati). Per il calcolo la statistica svizzera prendeva in considerazione unicamente i cittadini con la sola nazionalità italiana, escludendo pertanto i naturalizzati. Tra il 1972 e il 1977 gli italiani che rientrarono in patria dalla Svizzera furono ben 275.370, i naturalizzati circa 133.000, mentre i nuovi arrivati dall'Italia solo 216.948. Il saldo migratorio, calcolato alla stessa maniera, risulterà per gli italiani negativo fino al 2006, anche se nel frattempo la collettività italiana era cresciuta per effetto delle leggi sulla doppia cittadinanza (i naturalizzati conservavano la cittadinanza originaria).

Anche il numero di nascite di stranieri andò progressivamente diminuendo. Se nel 1970 erano state ben 29.687 su 99.216 nati vivi, nel 1980 si erano ridotte a 11.993 (appena 5.430 le nascite di madre italiana) su 73.661 nati vivi. Sul finire degli anni Ottanta il numero di nascite riprenderà a crescere per toccare nel 1990 complessivamente 83.939 nati vivi, di cui 16.446 stranieri e 3531 italiani.

Altri numeri…

Le vicende migratorie degli anni Settanta e Ottanta sono ancora oggi oggetto di studi perché molti aspetti di quel periodo restano ancora problematici. Qualche ulteriore dato che sarà riportato nei prossimi articoli potrebbe aiutare a capire, per esempio, il ritardo con cui la Confederazione e i Cantoni hanno avviato una seria politica d’integrazione, perché anche da parte di molti immigrati ci furono scarsi tentativi d’integrazione e di collaborazione, perché tra gli svizzeri facevano più presa i pregiudizi e le paure piuttosto che le considerazioni sui benefici di un’immigrazione controllata e integrata o sui benefici dell’incremento naturale degli stranieri sull'equilibrio demografico della popolazione residente, ecc. (Segue)

Giovanni Longu
Berna 15.09.2021 

09 settembre 2021

Rinviato l’accordo istituzionale tra Svizzera e UE*

Il 27 maggio 2021, il Consiglio federale ha annunciato di aver posto fine al negoziato con l’Unione europea (UE) per la messa a punto di un accordo istituzionale finalizzato a inquadrare i principali accordi esistenti e garantirne gli sviluppi futuri. La sorpresa è stata grande tra i «non addetti ai lavori», ma non tra gli osservatori più attenti della politica federale. In questi infatti da tempo cresceva lo scetticismo a causa della lentezza del negoziato, della distanza delle posizioni delle due parti, dell’assenza di proposte alternative e soprattutto della percezione sempre più netta che né l’UE né la Svizzera volessero in questo momento un compromesso qualunque. Con un po’ di ottimismo si può tuttavia ritenere che l’accordo sia solo rinviato e che il negoziato verrà ripreso, perché i compromessi utili sono possibili e l’esigenza di un rafforzamento dei rapporti reciproci è primordiale.

Ragioni e critiche sull'interruzione del negoziato

Le cause della rottura del negoziato da parte della Svizzera sono state illustrate nel corso di una conferenza stampa (27.05.2021) dal Presidente della Confederazione Guy Parmelin e dal capo del Dipartimento degli affari esteri Ignazio Cassis. Sono state, hanno detto, essenzialmente due. La prima: la Svizzera non riusciva ad ottenere alcuna concessione sui tre punti maggiormente in discussione (direttiva UE sulla libera circolazione, protezione dei salari e aiuti di Stato). La seconda: il Consiglio federale riteneva che il popolo svizzero non avrebbe mai accettato un accordo senza le modifiche richieste.

Sulla decisione del governo le critiche  sono state ben più numerose dei consensi. Gli viene rimproverato soprattutto di non aver pensato a un piano B e di non aver avuto il coraggio di sottoporre il risultato del negoziato al popolo (molto critico in questo senso l’ex consigliere federale Pascal Couchepin). Gli viene inoltre rimproverato di non avere visioni precise sul futuro dei rapporti con l’UE e di non rendersi conto dei rischi dell’irrigidimento delle attuali posizioni. `La Svizzera, principale beneficiaria dell’accordo, avrebbe dovuto dar prova di maggiore flessibilità.

I rapporti Svizzera-UE continuano

Nonostante lo stop al negoziato, a detta di molti osservatori i rapporti fondamentali tra le due parti non subiranno nell'immediato alcun deterioramento, perché gli attuali Accordi bilaterali restano in vigore. Sul lungo periodo, invece, le relazioni bilaterali potrebbero peggiorare, soprattutto in alcuni settori (per es. ricerca, energia, trasporti). Già questa prospettiva dovrebbe suggerire specialmente alla Svizzera la ripresa del negoziato.

Fra l’altro, contrariamente a quanti ritengono che Svizzera e UE si trovino nelle materie negoziate «in totale disaccordo», altri osservatori considerano le attuali divergenze superabili. Basterebbe, per esempio, che entrambe le parti attenuassero, almeno transitoriamente, le loro pretese su alcuni principi considerati irrinunciabili sul lungo periodo, ma derogabili nel breve, come avvenuto spesso nei rapporti internazionali.

Se all'UE la Svizzera chiede di tener maggiormente conto delle caratteristiche di un popolo geloso delle sue libertà, della sua sovranità e della democrazia diretta, alla Svizzera è chiesto di tener presente che per l’UE alcune esigenze sono irrinunciabili in base ai Trattati, per esempio in materia di libera circolazione delle persone (e non solo dei lavoratori). Poiché, tuttavia, si tratta di accordi e non di dogmi, anche in questi campi i compromessi, le deroghe temporanee, gli aggiustamenti sono possibili. Del resto, non solo la storia della Svizzera dal Congresso di Vienna (1815) agli Accordi bilaterali (1999 e 2004), ma anche la storia dell’UE sono un continuo susseguirsi di compromessi.

  Nell'incontro del 23.04.2021, il presidente della Confederazione Guy Parmelin
e la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen non riescono
 a trovare un accordo soddisfacente e il negoziato viene interrotto.
In realtà, né alla Svizzera né all'UE sono richieste deroghe insostenibili, ma di considerare che un negoziato è accettabile se è destinato a portare benefici ad entrambe le parti sul lungo periodo. In questa ottica, tra l’UE e la Svizzera le premesse per un buon accordo ci sono tutte, tanto più che - si legge in un opuscolo della Confederazione - «l’Unione europea (UE) è un partner fondamentale per la Svizzera, che è situata non solo al centro dell’Europa, ma anche e soprattutto nel cuore dell’UE. Con quest’ultima, e con i suoi Stati membri, condivide valori culturali e storici. Tre delle quattro lingue nazionali svizzere sono parlate negli Stati membri dell’UE. Dal canto suo, la Svizzera è anch'essa un partner di primo piano per l’Unione europea».

Nuove basi negoziali

In questo quadro non è necessario che la Svizzera aderisca all'UE come Stato membro, ma è senz'altro auspicabile, nell'interesse comune, una più stretta collaborazione, una maggiore convergenza nella formulazione degli obiettivi comuni e nella maniera di perseguirli, una maggiore solidarietà. Solo collaborando si potrà raggiungere il consolidamento della coesione interna di cui ha tanto bisogno l’UE, il rafforzamento della libertà, della democrazia e della pace, la diffusione della prosperità.

L’interruzione del negoziato, che non pregiudica affatto una sua ripresa, dovrebbe favorire in entrambe le parti una riflessione approfondita su ciò che è più importante e prioritario in un’Europa che deve ritrovare la sua anima, rafforzare le sue capacità, sviluppare l’unione e far crescere la prosperità generale senza subire danni d’influenza delle grandi potenze.

Alla base del negoziato potrebbe esserci lo stesso motto inscritto sotto la cupola di Palazzo federale, «uno per tutti – tutti per uno», tanto più che l’UE aspira a una vera Unione di Stati, diversi ma uniti, retta da un diritto comunitario, ma anche dal contributo solidale dei suoi membri. La Svizzera, forse la più esperta in materia, potrebbe dare un contributo determinante, anche perché un altro principio che sta alla base del suo sviluppo e della sua prosperità è «che la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri» (Preambolo della Costituzione federale). Pertanto la solidarietà e la collaborazione tra gli Stati europei dovrebbero essere ritenute da tutti caratteristiche fondamentali di una moderna Unione europea.

Tre punti di partenza fermi

Nella prospettiva di una ripresa del negoziato e della volontà di raggiungere tra la Svizzera e l’UE la migliore intesa possibile, soprattutto sulla libera circolazione delle persone e sul diritto comunitario, non andrebbero dimenticati tre punti di partenza fondamentali derivanti dalla geografia, dalla storia e dalle circostanze internazionali.

Per Jean-Claude Juncker, ex pres. della Comm. UE,
«Svizzera e UE devono proseguire le discussioni…
raggiungere un’intesa è necessario».
La geografia, anzitutto, non deve far dimenticare che la base operativa principale dell’UE e della Svizzera è il continente europeo, dove affondano le loro radici storiche e culturali e dove si è sviluppato un importante mercato comune. L’Europa, tuttavia, è un piccolo continente che potrebbe subire facilmente influenze positive o nefaste da parte di potenze di altri continenti più grandi. Per una difesa efficace e tranquilla del proprio patrimonio umano, culturale, economico e di civiltà che vi è custodito, è indispensabile l’unione convinta di tutti i Popoli europei. Ogni Paese dovrebbe considerare l’Europa la «casa comune», ma ognuno dovrebbe anche partecipare equamente non solo alle spese condominiali, ma anche alle sue cure.

La storia dell’Europa, complessa, non lineare e in certi periodi anche sanguinosa, va tenuta presente perché insegna la convivenza, la tolleranza, la collaborazione, la solidarietà. Oggi, grazie all'UE, è anche facile capire che la prosperità si raggiunge e si sviluppa solo dove regna la pace, che favorisce gli scambi, la comunicazione e la conoscenza reciproca. La Svizzera, in Europa, è forse l’esempio più evidente dei benefici di queste condizioni.

I rapporti internazionali sono in evoluzione. Sta all'Europa partecipare alla competizione mondiale col suo apporto di conoscenze e competenze straordinarie. Non può accontentarsi di tenere le posizioni raggiunte e non può rinunciare al contributo che potrebbe dare ognuno dei suoi membri. In questa ottica, l’UE farebbe un grave errore se pensasse in futuro di poter fare a meno del contributo della Svizzera, ma altrettanto farebbe la Svizzera se pensasse di poter fare a meno delle sollecitazioni dell’UE. Fintanto che i rapporti tra Svizzera e UE manterranno vivi e intensi questi scambi e queste visioni, le probabilità di una ripresa del negoziato e del suo successo saranno elevate.

Giovanni Longu
* Questo articolo, scritto in agosto, è stato pubblicato sulla rivista Insieme della MCLI di Berna n. 9, settembre 2021.

01 settembre 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 51. I numeri raccontano (1)

Nelle narrazioni dell’immigrazione italiana in Svizzera si privilegiano solitamente i fatti, le persone, le condizioni di vita, le ideologie che spesso le determinano, e si trascurano sovente i numeri. Eppure, già gli antichi sapevano che Mundum numeri regunt (i numeri governano il mondo). La politica nei confronti dei lavoratori immigrati in Svizzera, soprattutto dal dopoguerra fino agli accordi bilaterali con l’Unione europea è stata fortemente condizionata dai numeri (quelli dell’economia, quelli assoluti e relativi degli stranieri, i numeri dei favorevoli e dei contrari alle iniziative xenofobe degli anni Settanta e Ottanta) e dalle loro interpretazioni. Vale dunque la pena ricordarne alcuni per il periodo in esame (1970-1990) in riferimento soprattutto agli italiani.

I numeri sono importanti

Fino alla seconda guerra mondiale e in parte fino agli anni Sessanta del secolo scorso il numero degli stranieri non era ritenuto determinante per la politica dell’immigrazione in Svizzera. Questa era improntata sostanzialmente a una concezione liberale, secondo il principio della libera circolazione, fatte salve alcune limitazioni dettate da esigenze di ordine p
ubblico e di sicurezza nazionale. Si reggeva inoltre su accordi internazionali miranti a facilitare gli scambi e a consentire lo stabilimento degli immigrati nel Paese d’immigrazione, senza alcuna limitazione ed esercitarvi l'attività lucrativa di loro scelta.

Terminata la seconda guerra mondiale, le esigenze dell’economia svizzera in rapida espansione hanno favorito inizialmente l’immigrazione in massa di lavoratori stranieri per sopperire alla penuria di manodopera svizzera. Negli anni Sessanta, però, il loro afflusso era diventato quasi ingestibile, tanto da provocare una svolta nella politica immigratoria, diventando sempre più restrittiva, fino a postulare misure di riduzione e di stabilizzazione. In questa direzione spingevano vasti settori della società civile e alcuni ambienti politici e sindacali. Da allora i numeri sono diventati determinanti per ogni scelta politica in questo campo.

I numeri sono divenuti indispensabili anche per capire l’evoluzione della popolazione straniera, che diveniva sempre più complessa, non solo per le note suddivisioni in diverse categorie a seconda del permesso di soggiorno (domiciliati, annuali, stagionali e frontalieri), ma anche perché una delle sue componenti, la seconda generazione, presentava problematiche nuove. Qualsiasi narrazione seria dell’immigrazione italiana in Svizzera dovrebbe tener presente non solo queste differenze, ma anche il diverso peso numerico delle varie categorie. Eppure la confusione è ancora molto diffusa, quando, per esempio, non si distinguono e quantificano le generazioni, gli immigrati venuti dall’Italia e gli italiani figli di immigrati nati in Svizzera o i domiciliati dagli annuali e dagli stagionali.

Gli stranieri nel 1970

Per il periodo in esame (1970-1990) certi numeri sono fondamentali per capire alcuni eventi che l’hanno caratterizzato (per esempio le iniziative xenofobe) e soprattutto la svolta che ha trasformato la popolazione straniera nel suo complesso e nelle sue componenti. Senza numeri, per esempio, è difficile rendersi conto della situazione iniziale nel 1970.

Al 31 dicembre 1970 gli stranieri residenti stabilmente in Svizzera (con permesso annuale o di domicilio) avevano da poco superato il milione (1.080.076 ). In un decennio erano aumentati di ben 495.337 unità. Gli italiani erano 583.850 (nel 1960 erano 346.223) e costituivano oltre la metà della popolazione straniera. Tenendo conto che gli stranieri rappresentavano il 17,4 per cento dell’intera popolazione residente (nel 1950 appena il 6,1%), è comprensibile che molti svizzeri cominciassero a preoccuparsi.

E’ invece meno comprensibile che troppi svizzeri si dimenticassero che quegli stranieri, soprattutto italiani ma anche spagnoli e di altre nazionalità, erano venuti qui per lavorare, chiamati dalle imprese svizzere, non certo per portare via il lavoro agli svizzeri. Del resto, dalla fine degli anni Sessanta molti di essi spontaneamente «emigravano» dal settore secondario verso attività del terziario ritenute più redditizie e gratificanti. Gli stranieri, semmai, occupavano ciò che gli svizzeri lasciavano libero.

Ciò nonostante, a molti svizzeri sembrava dispiacere che molti di quegli stranieri s’installassero in Svizzera, occupassero posti di lavoro, case, scuole, ospedali «svizzeri», senza mai chiedersi chi aveva costruito gran parte di tutti quei manufatti, anche se per il loro lavoro questi stranieri erano stati pagati. E poi, erano davvero troppi? (Segue)

Giovanni Longu
Berna 4 settembre 2021

18 agosto 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 50. Le donne immigrate (2a parte)

Nel periodo in esame (1970-1990) le condizioni generali dell’immigrazione italiana in Svizzera sono migliorate notevolmente. A beneficiarne sono stati soprattutto gli uomini, meno le donne. Mentre le donne svizzere, dopo l’ottenimento del diritto di voto e di eleggibilità (1971), hanno proseguito le lotte per la piena parità con gli uomini in tutti i campi, tra le donne immigrate italiane non ci sono state né lotte né rivendicazioni. Forse anche per questo i miglioramenti delle loro condizioni familiari, sociali, lavorative, finanziarie, formative sono giunti molto lentamente. Lo si può osservare prendendo in considerazione due indicatori: le professioni esercitate e la formazione (grado più elevato raggiunto).

Le donne e le professioni esercitate

Il grafico riporta le principali professioni esercitate dalle donne italiane nel 1970 secondo la maggiore frequenza risultante dal censimento della popolazione di quell'anno. E’ facile notare che gran parte di quelle attività è a basso contenuto di qualificazione. Rispetto alle stesse professioni esercitate nel 1990 per alcune di esse la differente frequenza è lampante.Nel 1990, per esempio, il numero delle sarte si riduce da 12.883 a 1655, quello delle collaboratrici domestiche da 7780 a 1582, quello delle operaie generiche dell’industria metalmeccanica addirittura da 6662 a 14. D’altra parte, non tutte le nuove professioni che nel 1990 risultano in aumento sono ad elevato contenuto di qualificazione.

Il grafico indica l’evoluzione delle principali professioni esercitate da immigrate italiane dal 1970 al 1990 e potrebbe indurre a concludere che ben poco sia stato il miglioramento soprattutto in termini di contenuto qualitativo delle professioni. In realtà il quadro risulterebbe ben più positivo se si osservassero le attività maggiormente esercitate nel 1990, la più ampia scelta delle professioni da parte delle donne italiane (prima concentrata in una ventina) e la maggiore qualificazione presente ormai nella maggior parte delle professioni. Resterebbe comunque la costatazione che per le donne immigrate l’evoluzione verso professioni qualificate, meglio retribuite e gratificanti è stata più lenta rispetto agli uomini.

Le donne e la formazione

L’evoluzione delle scelte professionali «femminili» rispecchia in buona parte quella della formazione. Tradizionalmente le donne immigrate erano meno formate degli uomini. Poiché il rapporto demografico tra questi e le donne era in quel periodo all’incirca di 58% a 42% lo scarto risultante è di 16 punti. A parità di formazione, uno scarto analogo lo si dovrebbe riscontrare ad ogni grado raggiunto, ma non è così.

Prendendo in considerazione la fascia d’età 25-34 anni, nel 1970, la proporzione tra uomini e donne che avevano frequentato al massimo una scuola di grado secondario inferiore (3a media) corrispondeva all'incirca a quella demografica: 57,8 a 42,2 (scarto: 15,6 punti). Nel 1990, invece, lo scarto si riduceva a 10,8 punti a sfavore delle donne (55,4/44,6).

Tra coloro che avevano conseguito una formazione di grado secondario superiore, nel 1970 la proporzione era ancora più svantaggiosa per le donne (75,8/24,2) perché lo scarto era di ben 51,6 punti. Una spiegazione possibile è che nel 1970 molti italiani avevano dichiarato al censimento una professione che corrispondeva a un regolare apprendistato (considerato formazione di grado secondario superiore). Nel 1990, tuttavia, lo scarto tra uomini e donne si riduceva a 30 punti (65,0/35,0.

Per quel che concerne il grado terziario (scuole universitarie) le posizioni tra uomini e donne erano ancora molto distanti con scarti notevoli (63 punti nel 1970 e 60,4 punti nel 1990) ma soprattutto per le donne si poteva scorgere una tendenza al miglioramento.

In conclusione, nel periodo in esame gli sforzi delle donne non hanno ancora prodotto grandi risultati a loro vantaggio, ma hanno creato le premesse per un generale miglioramento delle loro condizioni già negli anni Novanta. Probabilmente meritavano di più già nel periodo in esame, ma gli ostacoli da superare erano tanti e i sostegni esterni, anche da parte dei connazionali, pochi. (Fine).

Giovanni Longu
Berna, 18.08.2021

04 agosto 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 49. Le donne immigrate (1a parte)

La letteratura sull'immigrazione italiana in Svizzera, ormai vastissima, ha sempre preso in considerazione soprattutto l’evoluzione della componente maschile. Eppure, nel periodo in esame (1970-1990), la componente femminile ha svolto un ruolo fondamentale in tutti gli ambiti. Si cercherà, di seguito, di evidenziarne alcuni aspetti, spesso poco valorizzati, anche per dare qualche risposta agli interrogati lasciati in sospeso in un precedente articolo sulle «Donne svizzere in marcia» (cfr. https://disappuntidigiovannilongu.blogspot.com/2021/02/immigrazione-italiana-1970-1990-donne.html).

Lo stereotipo

Nel primo dopoguerra emigrarono più donne che uomini.
In molte narrazioni dell’immigrazione italiana in Svizzera, dirette a mettere in luce soprattutto la drammaticità delle condizioni degli immigrati e il loro carattere combattivo e rivendicativo, si dimentica spesso di sottolineare il notevole contributo, anche se talvolta poco appariscente, delle donne immigrate alla soluzione di molti problemi e all’integrazione.

Del resto, per molto tempo, dagli stessi immigrati il ruolo della donna era considerato secondario, del tipo tradizionale «tutta casa e famiglia», per cui risultava normale che incombesse sulle donne gran parte dei lavori domestici, dell’educazione dei figli e dei contatti essenziali con la società, e che non avessero bisogno di istruirsi, perfezionarsi, pensare alla carriera, disporre di un minimo di tempo libero da dedicare a sé stesse.

Di fatto, in pubblico, ai vertici delle associazioni, nei rapporti con le istituzioni, nella formazione delle delegazioni e soprattutto nella «lotta» per rivendicare maggiori diritti, solo uomini comparivano in primo piano, anche se le donne erano sempre richieste nella logistica (diramare inviti, stampare documenti, preparare sale, ecc.).

Raramente le donne riuscivano ad affermarsi nelle associazioni, negli organismi di rappresentanza e nei partiti politici. Anche nelle liste per qualche elezione significativa la loro presenza spesso costituiva più che una seria candidatura per l’elezione una specie di foglia di fico per coprire il maschilismo che stava a monte.

Questo era in estrema sintesi lo stereotipo della donna immigrata, diffuso soprattutto tra gli italiani.

La donna in famiglia

Eppure era evidente quanto fosse complesso, impegnativo, delicato e faticoso il ruolo della donna immigrata in famiglia, anche nel caso che non avesse avuto un lavoro fuori casa. Sarebbe bastato tentare di calcolare in valore monetario i lavori domestici (supponendo che venissero svolti da persone retribuite a ore) e la cura ed eventuale assistenza dei famigliari (marito o compagno compreso) per rendersi conto che l’apporto delle donne al bilancio familiare anche solo con questi lavori e queste cure non era indifferente. Purtroppo, però, il lavoro domestico delle donne (che supera spesso di oltre il 50% quello degli uomini) è ancora considerato «lavoro produttivo non pagato»!

Una delle donne che ha seguito con particolare sensibilità
l'evoluzione dell'immigrazione femminile del dopoguerra
è stata la scrittrice Luisa Moraschinelli (1930-2020)
Nella famiglia, anche in emigrazione, la donna non svolgeva però solo i ruoli tradizionali fondamentali, ma gestiva l’intera economia domestica con grande dedizione, per assicurare il benessere di tutti i componenti, e con grande generosità, per consentire loro di emergere attraverso il lavoro, l’associazionismo, lo studio, la carriera. Anche buona parte della riuscita e dell’integrazione dei figli (seconda generazione) è dovuta senza dubbio alle attenzioni delle madri, al loro sostegno, ai rapporti che hanno saputo tenere (talvolta nonostante grosse difficoltà linguistiche) con altri genitori (anche svizzeri) e con gli insegnanti.

La donna e il lavoro

La donna italiana immigrata ha sempre lavorato, normalmente più degli stessi uomini, perché oltre ai lavori casalinghi lavorava in fabbrica o nei servizi (vendita, alberghi, ristorazione, ospedali, pulizia, ecc.) contribuendo non solo al bilancio familiare ma anche allo sviluppo dell’economia del Paese.

Purtroppo, però, alle donne venivano riservati quasi sempre lavori di routine, poco qualificati e poco gratificanti, costringendole di fatto a subirne loro malgrado le conseguenze, ossia una remunerazione sistematicamente inferiore a quella dell’uomo, scarsi incentivi al perfezionamento e la probabilità di perdere il posto di lavoro per prime in caso di crisi. Solo negli anni Ottanta, come si vedrà nel prossimo articolo, la situazione ha cominciato a migliorare. (Segue

Giovanni Longu
Berna 4 agosto 2021

21 luglio 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 48. La formazione professionale garanzia d’integrazione (fine)

Negli articoli precedenti si è parlato della concretizzazione di un progetto d’integrazione degli stranieri adulti, innovativo ed efficace, fondato sulla formazione professionale. A idearlo e realizzarlo compiutamente è stato il CISAP (Centro italo-svizzero addestramento professionale) grazie alla collaborazione intelligente e proattiva di un gruppo di immigrati con le autorità italiane e svizzere, le organizzazioni professionali (sindacati e datori di lavoro) e l’associazionismo. I risultati di quest’impresa, che nel periodo in esame (1970-1990) hanno richiamato l’attenzione di istituzioni nazionali e internazionali, erano dovuti anche all'intesa creativa tra personale (amministrativo, insegnante e istruttore) e allievi.

Il personale docente

Il CISAP è stato una scuola esemplare anche perché ha saputo realizzare una sintesi feconda tra insegnanti e allievi in un contesto oggettivamente difficile. Soprattutto agli inizi, quando era difficile impiegare personale docente esperto e gli allievi presentavano lacune scolastiche vistose, il loro incontro è stato molto produttivo perché ha spinto i primi a modulare l’insegnamento in funzione delle capacità di apprendimento dei secondi e questi a intensificare gli sforzi di comprensione e assimilazione delle conoscenze apprese. Per entrambi, ciò che contava era raggiungere il miglior risultato possibile.

Aldilà dei meriti individuali, il corpo docente del CISAP è stato esemplare, perché ha messo a disposizione della scuola non solo conoscenze e competenze, ma anche entusiasmo e senso sociale. Col suo indispensabile contributo è stato possibile erigere quasi dal nulla un’impresa di grandi proporzioni, ma soprattutto mettere a punto un modello di collaborazione interna e internazionale che ancora potrebbe essere adottato nei Paesi d’immigrazione con caratteristiche simili a quelle della Svizzera dei primi decenni del secondo dopoguerra.

Insegnanti e istruttori, a prescindere dalle qualità personali di ciascuno, avevano in comune la consapevolezza di contribuire a un progetto di notevole impatto sociale: sapevano tutti, insegnanti della teoria e istruttori della pratica, che i loro allievi, grazie alla formazione che ricevevano, potevano elevarsi a un alto livello di autostima, di soddisfazione personale, di espressione delle proprie capacità e qualità nel mondo del lavoro e nella società.

Gli allievi

Gli allievi sono stati i veri protagonisti del CISAP. Le loro esigenze e soprattutto le loro aspirazioni hanno contribuito a rendere la scuola anzitutto un centro di accoglienza in grado di accogliere ogni anno centinaia di allievi, secondo il principio che ciascuno aveva il diritto di provare. Il personale incoraggiava tutti a guardare più al risultato finale che alle difficoltà iniziali e comunque a tentare l’impresa. Questa interazione ha consentito a molte persone di realizzare aspirazioni che difficilmente avrebbero potuto soddisfare in un ambiente diverso.

In effetti, gran parte degli allievi ha saputo superare le inevitabili difficoltà (la fatica dello studio dopo la fatica del lavoro, la rinuncia al tempo libero, ecc.) con una forza di volontà veramente straordinaria, con grande spirito di sacrificio e di perseveranza, ma soprattutto con la speranza che alla fine del lungo e impegnativo percorso il traguardo finale non sarebbe stato solo un diploma cartaceo, ma un attestato di riuscita personale e d’integrazione riuscita.

Non va minimizzato il desiderio di un maggiore guadagno, la possibilità di svolgere lavori più autonomi e responsabili e persino la possibilità di proseguire gli studi (in una scuola tecnica superiore) o anche di svolgere un’attività in proprio, ma la spinta a seguire un corso CISAP e a conseguire un attestato professionale era data soprattutto dalla volontà di affermare le proprie capacità e qualità, dall’orgoglio di poter scegliere, di poter essere di esempio ai propri figli per essere stato/a capace di dare una svolta decisiva alla propria vita.

Chi ha conosciuto da vicino il CISAP, il suo personale e i suoi allievi, anche in tempi lontani, non può fare a meno di chiedersi come tutto ciò sia stato possibile e la risposta potrebbe essere: è stato possibile perché in molti hanno creduto che ogni essere umano ha delle aspirazioni irrinunciabili (personali, famigliari, sociali) e che a ciascuno va data la possibilità di realizzarle. Il CISAP ne ha fornito una prova esemplare che merita di restare nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. (Fine).

Giovanni Longu
Berna, 21.07.2021

07 luglio 2021

Immigrazione italiana 1970-1990: 47. La formazione professionale garanzia d’integrazione (5a parte)

Negli articoli precedenti ho cercato di cogliere un aspetto emblematico e significativo del periodo in esame (1970-1990) nel tentativo di alcuni immigrati italiani di realizzare attraverso una formazione professionale idonea e orientata al futuro un metodo soddisfacente ed efficace d’integrazione nella società svizzera. Ritenevano infatti che un approccio qualificato al lavoro, comparabile a quello degli svizzeri, avrebbe garantito agli stranieri di affrontare la vita attiva e i rapporti sociali senza pregiudizi, complessi, distanze, e con la consapevolezza di possedere pari opportunità. Quel metodo ha garantito un grande successo a migliaia di immigrati soprattutto italiani (prima generazione) e poi, specialmente dalla metà degli anni Settanta, dei loro figli (seconda generazione). Il CISAP è stata l’istituzione che per prima ha elaborato e praticato quel metodo, costituendo per molto tempo un modello di riferimento.

Il sostegno dei datori di lavoro

Industriali di Neuchâtel in visita al Cisap di Berna (1989)

Il CISAP è importante nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera non tanto per aver individuato nella formazione professionale degli immigrati (fino agli anni Settanta scarsamente posseduta) la via maestra per la loro integrazione nel mondo del lavoro e nella società, quanto piuttosto per averla praticata con successo anche grazie al sostegno delle principali istanze interessate.

Di alcune di esse si è trattato negli articoli precedenti (autorità italiane e svizzere, sindacati), ma non si può dimenticare l’importante contributo dei datori di lavoro, che hanno sempre sostenuto le attività di formazione professionale degli stranieri organizzate dal CISAP.

Il loro contributo è stato non solo morale, ma anche pratico. Dopo aver contribuito all'allestimento delle prime officine del CISAP, nel periodo degli esami quasi tutti i datori di lavoro concedevano congedi pagati ai propri dipendenti allievi dei corsi CISAP e ai collaboratori che fungevano da esperti. Alcune grandi aziende mettevano gratuitamente a disposizione le loro officine per gli esami pratici. Gli allievi promossi venivano spesso gratificati con significativi aumenti salariali.

Se qualcuno obiettasse che questo atteggiamento benevolo e collaborativo delle aziende era più che giustificato, perché erano le principali beneficiarie della maggiore qualità lavorativa acquisita dai loro dipendenti, direbbe solo una parziale verità, perché a beneficiarne, come si vedrà meglio nel prossimo articolo, erano soprattutto i diretti interessati.

Non va infatti dimenticato che fino ai primi anni Settanta molte opportunità di promozione economica e sociale dipendevano anche dalla qualifica e dalla posizione professionale nell'ambito dell’attività svolta. Spesso erano i datori di lavoro a incoraggiare propri dipendenti stranieri a seguire i corsi organizzati dal CISAP. Del resto, che il risultato finale complessivo sia stato profittevole per l’economia, per i lavoratori interessati e in generale per la società non fa che confermare l’opera altamente meritoria del CISAP.

Lo standard dello sviluppo industriale

Per il CISAP, allora orientato soprattutto al lavoro industriale, il contatto con le aziende da cui proveniva la maggior parte degli allievi, insegnanti, istruttori ed esaminatori rappresentò un riferimento costante per individuare lo standard tecnologico a cui doveva mirare la formazione impartita. Del resto, i rappresentanti dell’industria fornivano preziosi consigli in tutte le revisioni dei programmi di studio, nella preparazione degli esami e nella valutazione delle prove. Il CISAP li teneva in grande considerazione, nella convinzione che solo una formazione professionale in linea con le tendenze dello sviluppo industriale poteva garantire un inserimento a testa alta dei propri allievi nel mondo del lavoro e nella società.

Per questi suoi importanti contributi, l’organizzazione dei datori di lavoro fu invitata negli anni Settanta a far parte del Consiglio di amministrazione del CISAP, ritenendo opportuno che un’attività così importante per l’integrazione professionale e sociale degli immigrati come la formazione e il perfezionamento professionale non si avvalesse anche degli impulsi, del sostegno e della collaborazione delle organizzazioni professionali locali. (Segue).

Giovanni Longu
Berna, 7 luglio 2021