13 luglio 2011

Strage di emigrati sardi cent’anni fa a Itri!

Spesso, rievocando alcuni grandi eccidi o disgrazie che ebbero come protagonisti loro malgrado operai italiani emigrati in America o in Europa, si parla di «razzismo» nei loro confronti. Non solo, molti emigrati italiani ritengono ancora oggi che nel Paese d’immigrazione ci sia tuttora molto razzismo, specialmente nei confronti di alcune nazionalità d’immigrati. Raramente si pensa che anche gli italiani, in Italia, sono affetti talvolta dalla stessa malattia, che discrimina e tende ad annientare l’altro, il diverso, lo straniero. Nessuno parla più delle violenze subite dagli immigrati irregolari e regolari a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, un anno e mezzo fa. E chi ricorda le innumerevoli discriminazioni che hanno subito milioni di meridionali, «terroni», emigrati nel nord d’Italia in cerca di lavoro negli anni del «boom economico» (anni ’50 e ’60 del secolo scorso)?
Spesso, per evitare questa parola grossa, perché il «razzismo» è un reato punito ormai da tutte le legislazioni civili, si preferisce parlare di «guerra tra poveri» quando ad affrontarsi sono lavoratori di nazionalità diversa. In effetti, i casi più clamorosi che hanno riguardato emigrati italiani, come vittime, hanno avuto come aggressori altri lavoratori, soprattutto indigeni, i quali ben poco sapevano di ideologie razziste o xenofobe. Credevano che gli stranieri venissero a portar via a loro, i padroni di casa, il lavoro, un salario onesto, l’abitazione e persino le loro donne. Ritenevano pertanto di essere nel giusto quando reagivano anche violentemente contro questi stranieri invasori e usurpatori. Le vere responsabilità di questa «guerra tra poveri» non vengono alla luce quasi mai.
In questo clima nefasto, attraversato da una vena di razzismo e connotato da astio, intolleranza e spirito di vendetta, gli emigrati italiani dovettero subire spesso e ovunque atti di violenza di gruppo. Alcuni episodi sono emblematici. Limitandoci all’area europea, si possono ricordare, in particolare, quello della dura repressione degli scioperi durante la costruzione della galleria del San Gottardo (1875), l’eccidio alle Aigues-Mortes in Francia (1893), i tumulti di Berna e Losanna (1893), la furia distruttrice e la «caccia all’italiano» di Zurigo (1896).

Responsabilità diffuse
Leggendo i giornali e le cronache giudiziarie dell’epoca si ha spesso l’impressione che nella ricerca delle responsabilità i primi indiziati fossero proprio le vittime, ossia gli italiani. Spesso essi avevano contro buona parte dell’opinione pubblica per cui riusciva difficile ai tribunali individuare i veri colpevoli e punirli giustamente. Del resto non è un mistero, almeno tra gli studiosi, che molto spesso in quell’epoca gli emigrati italiani fossero ovunque malvisti per i loro comportamenti ritenuti «primitivi», violenti e irrispettosi degli altri, ma anche per la loro (presunta) facilità ad accettare salari più bassi di quelli usuali e condizioni di lavoro pesanti, danneggiando così l’intera classe operaia. L’ingordigia di molti padroni, la debolezza dei sindacati, l’assenza di una vera solidarietà operaia e una diffusa ignoranza contribuivano a indicare negli italiani immigrati una costante minaccia per il lavoro e la vita tranquilla degli indigeni e farne facilmente il capro espiatorio in momenti particolari di crisi.
Questa situazione, purtroppo, ha riguardato non solo moltissimi italiani emigrati nel resto del mondo, ma anche italiani emigrati internamente in Italia. Proprio in questi giorni viene rievocato uno degli episodi più tristi della migrazione interna italiana, capitato esattamente cent’anni fa. Mi sembra utile rievocarlo in queste colonne perché dimostra quanto i problemi di razzismo, d’intolleranza e di violenza tra etnie diverse fossero simili, in quell’epoca, in ambienti di lavoro analoghi, anche in luoghi molto distanti tra loro come possono essere il Mezzogiorno d’Italia, la Provenza e la Svizzera.
La caccia all’italiano che si verificò alle Aigues-Mortes e durante i tumulti di Berna e Zurigo sul finire dell’Ottocento si ripeté con modalità analoghe proprio nel Mezzogiorno d’Italia, da cui partivano per l’estero moltissimi emigrati, meno di due decenni più tardi, con la differenza che la parte delle vittime toccò in questo caso ad emigrati sardi. L’episodio successe a Itri, un comune tra Gaeta e Formia, oggi in provincia di Latina (allora in provincia di Caserta), esattamente cent’anni fa il 12 e 13 luglio 1911.

«Morte ai Sardegnoli»!
In quegli anni si stava costruendo la Direttissima Roma-Napoli, alla cui realizzazione lavoravano anche molti emigrati sardi, reclutati tra gli esperti minatori del Sulcis-Iglesiente e forse attratti dalla prospettiva di migliori salari, ma incuranti dei pregiudizi che accompagnavano i sardi un po’ ovunque, anche nel resto d’Italia, ormai unita da una cinquantina d’anni. Spesso erano considerati alla stregua dei «selvaggi», grossolani, violenti e prepotenti, insomma gentaglia da cui stare alla larga.

Nel 1911, circa cinquecento di essi erano acquartierati a Itri e sembra che anche lì, stando ai racconti tramandati, tra loro e la popolazione locale non corresse buon sangue. Sul lavoro, invece, erano ritenuti bravi e nessuno osava criticarli. Ciononostante gli emigrati sardi, chiamati «sardegnoli», percepivano salari più bassi rispetto agli altri lavoratori e, forse proprio per questo, così è stato detto, si rifiutavano di pagare il «pizzo» preteso dalla camorra (a quanto sembra fin d’allora presente in questo genere di appalti!) coalizzandosi tra loro in una specie di lega operaia di autodifesa.
In questo clima di forti contrapposizioni, il 12 e 13 luglio 1911 contro i sardi vennero organizzate (probabilmente dalla camorra) due imboscate successive a cui parteciparono centinaia di itrani compresi molti notabili, inizialmente nell’indifferenza delle forze dell’ordine. Le aggressioni, durate due giorni al grido di «morte ai Sardegnoli», furono così violente che fecero non meno di 8 morti e 60 feriti, tutti sardi.

L’opinione pubblica
E’ interessante notare che insieme a numerosi aggressori vennero arrestati anche alcuni operai sardi perché rissosi. In sede processuale in Corte d’Assise di Napoli, gran parte degli imputati furono assolti dai giudici popolari e solo nove condannati in contumacia a trent’anni di carcere. L’opinione pubblica aveva fatto propria la tesi della difesa dei presunti aggressori ritenendo che la rivolta della popolazione era una sorta di «legittima difesa» contro i sardi accusati di commettere «violazioni e prepotenze […] soprusi d’ogni genere». E’ probabile invece che i sardi fossero mal sopportati anche perché associati psicologicamente ai conquistatori piemontesi (entrambi appartenenti al Regno di Sardegna), che nel 1861 si erano annessi il Regno delle due Sicilie (a cui allora apparteneva Itri) e da allora si erano praticamente disinteressati del Meridione.
Sta di fatto che a lungo, nell’opinione pubblica i sardi vennero ritenuti i veri provocatori. Persino in Svizzera giunse l’eco di quei fatti e la notizia venne data in questi termini: «A Itri, provincia di Caserta, avendo un centinaio di operai sardi commesso violenze contro gli abitanti, un certo numero di questi ultimi, armati di fucili, li inseguirono [dando luogo] a scontri terribili, in cui tre operai vennero uccisi e molti furono feriti» (Journal de Genève del 16.7.1911). In realtà, come detto, i morti furono almeno otto e i feriti, alcuni gravi, almeno una sessantina.
Una certa retorica ha voluto e continua a vedere nell’ingiustizia subita dai sardi anche una vittoria morale di quei «selvaggi» ma onesti, che non abbassarono il capo, come gli itrani, alla prepotenza della camorra rifiutando di pagare qualsiasi pizzo. Quei sardi, considerati talvolta «martiri antesignani della lotta sindacale […] pagarono caro il prezzo della loro provenienza e cultura, ma la camorra, da quei fieri sardi, non vide neppure un soldo».

Un insegnamento? Intolleranza zero!
Probabilmente le vere ragioni dello scontro erano più complesse e non addossabili a una sola parte. Tanto è vero che durante il processo anche il Procuratore Generale non esitò a ripartire le responsabilità affermando anzitutto che secondo lui «i più prepotenti e arroganti erano i sardi e tra loro riuniti, per quello spirito di solidarietà che saldamente fuori la patria di origine avvince gli isolani, si davano all’orgia, disturbando la quiete pubblica e trascorrendo talora a private contese ed a reati contro la quiete pubblica». Quanto agli itrani egli affermò che «c’era da restarne offeso il sentimento d’italianità» (cit. da Pino Pecchia nel libro rievocativo «I Sardi a Itri»). In realtà anche le istituzioni dell’epoca (amministrazione, sindacati, forze dell’ordine) non furono all’altezza delle loro responsabilità e soprattutto non seppero né prevenire né intervenire in tempo.
Ben presto, tuttavia l’episodio venne completamente dimenticato e solo di recente riesaminato e ricondotto a quel clima di intolleranza e di razzismo, spesso mascherato ma altrettanto vero, che caratterizzava la società dell’epoca e in cui le vittime predestinate erano soprattutto gli immigrati, in Italia come nei grandi Paesi d’immigrazione.
Se si volesse trarre un insegnamento, visto che gli immigrati ci sono ancora, potrebbe essere quello della «intolleranza zero», nel senso che la violenza, soprattutto di gruppo, non può avere giustificazione alcuna nemmeno di fronte ai cosiddetti clandestini, extracomunitari, illegali, e a maggior ragione di fronte ai comunitari e ai regolari.

Giovanni Longu
Berna 13.07.2011

05 luglio 2011

Ma quale “Svizzera italiana”?*

Il prof. Angelo Rossi, nel suo intervento su «Il Caffè» di qualche settimana fa intitolato «Come rilanciare la Svizzera italiana», sembra dare per scontata una nozione univoca di «Svizzera italiana». In realtà, proprio le due pubblicazioni di «Coscienza Svizzera» a cui fa riferimento («Esiste la Svizzera italiana? E oltre?» e «Come può il Ticino contare di più a Berna?») escludono tale univocità.

Criteri definitori insufficienti

Finora il criterio utilizzato per definire la «Svizzera italiana» è stato quasi esclusivamente quello geografico-territoriale (sostanzialmente Ticino e Grigioni italiani). Da alcuni decenni, tuttavia, questo criterio è messo in discussione. Nel tentativo di superare questi limiti geografici si è inserito autorevolmente il prof. Renato Martinoni di San Gallo, soprattutto (nella sintesi che ne fa il prof. Rossi) «per togliere la Svizzera italiana dalla sua provincialità». Egli vorrebbe estendere il concetto di Svizzera italiana a «tutta la popolazione italofona della Svizzera».
Questa proposta, per altro non nuova, intende superare le difficoltà di una nozione troppo regionalistica o addirittura cantonalistica, ma non mi pare la risposta più adeguata per risolvere il problema di fondo. Essa ha tuttavia il merito di ricordare un dato accertato ma spesso dimenticato, ossia che gli italofoni sono ben più
numerosi dei ticinesi e per circa la metà risiedono fuori del Ticino.
La visione di Martinoni va superata, a mio parere, perché l’italofonia è un elemento fluido e da alcuni decenni in forte crisi nella Svizzera tedesca e francese. Del resto, proprio nell’ambito della discussione «La Svizzera italiana esiste? E oltre?», lo storico Marco Marcacci ha sollevato la questione se «la lingua è davvero il principale, se non unico, criterio per stabilire che cos’è o che cosa deve essere la Svizzera italiana? Altrimenti detto, tenuto conto della storia, dei costumi e della cultura politica elvetica, è realistico pensare alla Svizzera italiana come pura comunità dei parlanti o degli “italici”?». In realtà la domanda conteneva già la risposta.
Ma, se vanno superati i criteri geografico-territoriale e linguistico, come definire la «Svizzera italiana»? Credo che questa espressione, fin quando non se ne troverà una migliore, vada oggi reinterpretata, come lasciava intendere Marcacci, alla luce «della storia, dei costumi e della cultura politica elvetica» e soprattutto, aggiungo io, di quella realtà nazionale storico-culturale che si è venuta a formare nella seconda metà del secolo scorso.

La "Svizzera italiana" come espressione dell'italianità della Svizzera
Alla formazione di questa realtà hanno contribuito indubbiamente i ticinesi e i grigionesi con il loro ruolo guida e la loro presenza nelle istituzioni, ma anche i milioni di italiani di prima, seconda e successive generazioni. Né vanno sottovalutate la disponibilità e l’apertura all’innovazione e alla trasformazione che nei fatti ha sempre dimostrato la maggioranza degli svizzeri tedeschi e francesi. Insieme, ticinesi e italiani, svizzeri e stranieri, hanno creato in decenni di convivenza e di collaborazione un patrimonio culturale che fa parte dell’identità nazionale e contribuisce a fare della Svizzera un unicum nella storia europea. Questa componente è profondamente intrisa di «italianità» o «italicità», come alcuni studiosi propongono.
La «Svizzera italiana» dovrebbe esprimere l’essenzialità e la ricchezza di questa componente identitaria della Svizzera moderna. In questa direzione si è mosso, sembra, anche il Consiglio federale, quando ha indicato come percentuale di riferimento per gli italofoni dell’amministrazione federale un 7% che non corrisponde né ai ticinesi e grigionesi italiani né agli italofoni censiti come tali. Lo stesso orientamento si può notare nella chiave di ripartizione delle risorse della Radiotelevisione svizzera. Perché solo certi intellettuali e certi politici non riescono ad andare oltre i confini geografici e linguistici?
Diverso, in parte, è il discorso del secondo convegno e della seconda pubblicazione menzionata: «Come può il Ticino contare di più a Berna?». Legittimo interrogativo sul quale non ho risposte né proposte. Se tuttavia il Ticino chiede a Berna di rappresentare la «Svizzera italiana» intendendo il Ticino non mi sorprenderei se qualche svizzero tedesco o anche romando osservasse che in base a una logica proporzionale il Ticino ha già più di quel che corrisponderebbe alla sua forza numerica. Il Ticino potrà invece davvero contare di più se aggiungerà alle sue legittime rivendicazioni cantonali una vera rappresentanza dell’intera «Svizzera italiana» a respiro nazionale, superando non solo la dicotomia ticinese/italiano residente, ma anche ticinese/italiano di seconda e terza generazione. Trovo sempre sorprendente che per alcuni politici ticinesi appaia «esagerato» e «inaccettabile» (?) che a rappresentare l’«italianità della Svizzera» (ad esempio nell’amministrazione federale e soprattutto negli organismi elettivi) possano essere anche giovani italo-svizzeri nati e cresciuti nella Svizzera tedesca e francese.
Il tentativo di Ignazio Cassis di proporsi candidato per il Consiglio federale in rappresentanza dell’intera «Svizzera italiana» avrebbe potuto avere altro esito se in questa espressione fosse stata recepita (dagli svizzeri tedeschi e francesi ma anche dai ticinesi) l’esigenza di veder rappresentate ai massimi livelli tutte le espressioni più significative della nazione, anche quella «italiana» o «italica» che dir si voglia.

Giovanni Longu
Berna, 30.6.2011

* Testo pubblicato su: La Regione Ticino del 2.7.2011, Corriere del Ticino del 5.7.2011 (col titolo «Come definire la "Svizzera italiana"?»), Giornale del Popolo del 6.7.2011.

29 giugno 2011

Intervista all’on. Oskar Freysinger (UDC)

Con questa intervista all’on. Oskar Freysinger termina il primo ciclo d’interviste a personalità politiche svizzere. Anche questa, come le altre già pubblicate, vuol essere un contributo alla presentazione delle varie opinioni esistenti nel panorama politico svizzero su temi d’attualità e specialmente su problematiche che riguardano la politica migratoria svizzera e l’italianità nella Confederazione.
L’on. Freysinger, consigliere nazionale vallesano dell’Unione democratica di centro (UDC), durante una pausa tra una seduta e l’altra del Consiglio nazionale ha accettato volentieri di rispondere ad alcune domande.


L’on. Oskar Freysinger, 51 anni, vallesano, figlio di un immigrato austriaco degli anni ’50 (dunque appartenente alla cosiddetta «seconda generazione») è sicuramente uno dei politici più brillanti e combattivi non solo del suo Cantone (Vallese) e del suo partito (Unione democratica di centro UDC), ma anche dell’intera classe politica nazionale.
Le sue posizioni, molto contrastate, gli attirano forse in ugual misura amore e odio. Fa politica con passione e determinazione, battendosi specialmente per alcuni valori che ritiene irrinunciabili per la Svizzera quali il federalismo, l’identità nazionale, la democrazia diretta, i valori «cristiani» tradizionali. Per lui è quindi naturale difendere a spada tratta l’identità svizzera dagli assalti dell’islamismo radicale, dai pericoli degli stranieri criminali e dallo straripamento della libera circolazione europea.
Sposato con tre figli, poliglotta, insegnante liceale, scrittore e poeta ma soprattutto politico. Nel tempo libero ama la natura e la convivialità, scrive e recita canzoni, canta e suona la chitarra. In famiglia non si parla di politica.

Lei è uno dei politici non ticinesi più presente nei media di lingua italiana. Come mai parla così bene l’italiano?
Trent’anni fa, subito dopo il viaggio di nozze di tre settimane in Sardegna, che abbiamo girato in bicicletta, sono andato a Roma per un mese. Mezza giornata andavo a scuola per imparare l’italiano e il pomeriggio andavo in giro per conoscere la città. In seguito ho letto molti libri in italiano, soprattutto i classici, Verga, Calvino, Eco e altri. La lingua italiana mi piace molto.

Eppure nella discussione della legge sulle lingue nazionali, adottata nel 2009, Lei era spesso in minoranza, specialmente per questioni di costi. Secondo Lei il plurilinguismo non merita un adeguato intervento finanziario della Confederazione?
Vede, io sono favorevolissimo al plurilinguismo, tanto è vero che io stesso parlo cinque lingue e insegno tedesco in un liceo, ma il problema della conoscenza delle lingue nazionali non è di competenza della Confederazione ma dei Cantoni. Dunque non si può chiedere alla Confederazione di farsi carico di questo problema, se non nell’ambito dell’amministrazione federale, dove si deve garantire un’equa rappresentanza di tutte le componenti linguistiche. Nell’insegnamento delle lingue per essere efficace andrebbero sviluppati soprattutto gli scambi tra regioni linguistiche, ma questi sono di competenza dei Cantoni e delle singole scuole. La Confederazione può solo intervenire in forma sussidiaria.

Lei milita in un partito, l’UDC, che si distingue soprattutto per le sue posizioni restrittive in materia di politica degli stranieri. Lei stesso è stato uno dei protagonisti delle iniziative anti-minareti e per il rinvio degli stranieri criminali. Non le sembra che sia venuto il tempo di parlare degli stranieri in termini più positivi?
Sono d’accordo, gli stranieri sono una ricchezza e me ne rendo ben conto anche per la mia personale esperienza di figlio di padre straniero immigrato in Svizzera dall’Austria negli anni Cinquanta. Si tratta di una ricchezza evidentemente non solo culturale ma anche economica. Su questo punto tutti i partiti sono, a parole, d’accordo, ma nessuno salvo il mio ha il coraggio di dire che non ci sono solo stranieri buoni, ma anche stranieri criminali. Perché negarlo? Il mio partito, l’UDC, non ce l’ha con gli stranieri, ma con i criminali stranieri. Noi non vogliamo rimandare a casa gli immigrati entrati legittimamente, ma i criminali, perché non è normale che nelle nostre carceri il 70% dei detenuti siano stranieri.

Non le dà fastidio essere spesso definito «anti-stranieri», «anti-musulmani», «intollerante»?
No, perché la xenofobia non c’entra, come non c’entra l’anti-islam. Non sono né contro i musulmani né contro l’islam, ma contro il radicalismo islamico, la «sharìa», questo dogma intollerante, che fa le prime vittime proprio tra i musulmani che intendono integrarsi e soprattutto tra le donne, i bambini, gli omosessuali, ecc. Non possiamo permettere che i musulmani che rispettano le nostre leggi e vogliono integrarsi diventino ostaggio della minoranza radicale, che preferisce creare dei ghetti culturali, monoculturali, dove la legge dello Stato ha persino difficoltà ad imporsi, come avviene in altri paesi anche a noi vicini. Del resto, la stessa Corte dei diritti umani di Strasburgo ha detto che la «sharia» non è compatibile con lo Stato di diritto. Non possiamo essere «tolleranti» nei confronti della sharia. Noi abbiamo il diritto di difenderci. È normale che ogni società cerchi di proteggersi, di proteggere non solo i propri beni ma anche la propria identità.
La frontiera sotto questo punto di vista è una necessità. Quando si parla di «intolleranza» non ci si rende conto che è proprio la frontiera che rende possibile la tolleranza, perché presuppone una diversità. Anche tra me e Lei c’è una frontiera invisibile perché siamo diversi. Senza frontiere saremmo tutti uguali, mentre la frontiera garantisce la diversità, la ricchezza della diversità culturale, il multiculturalismo.

Sulla scia della vecchia destra nazionalista dell’inizio del secolo scorso e poi dell’Azione Nazionale di J. Schwarzenbach degli anni ’70, il suo partito intende lanciare una nuova iniziativa popolare volta a limitare l’afflusso di lavoratori dall’estero e rinegoziare l’accordo sulla libera circolazione. Perché è contrario alla libera circolazione? Non le dà fastidio di essere considerato «antieuropeo»?
Non mi dà alcun fastidio, perché quel che è giusto va detto e fatto anche se si incorre nelle critiche della stampa e delle opposizioni. Gli elettori del mio partito, ad esempio, non ci avrebbero mai perdonato se nel 1992 l’UDC e specialmente il signor Blocher non avessero impedito alla Svizzera di aderire allo Spazio economico europeo (SEE) e di aver impedito con ciò di diventare membro dell’UE. Senza il signor Blocher saremmo ora membri dell’UE e sarebbe per noi una catastrofe come per quei Paesi che si lamentano ora dei problemi che incontrano. Noi vogliamo mantenere la sovranità del nostro Paese, la sua indipendenza e la sua neutralità. Poiché su questo punto i nostri avversari non possono screditarci allora si servono della nostra politica un po’ più prudente in materia di stranieri per dire che noi siamo un partito xenofobo, razzista, antieuropeo. Ma non ci discreditano affatto, perché questo non è vero.
Il fatto che in Europa con l’apertura delle frontiere, lo Spazio Schengen e la libera circolazione delle persone si possa entrare e uscire praticamente senza controlli crea non pochi problemi al mercato del lavoro e sta provocando la distruzione della classe media e una insopportabile pressione sui salari che fa perdere il potere d’acquisto (basti pensare alla pressione esercitata in Ticino). Se trent’anni fa in una famiglia un salario bastava, ora ce ne vogliono due e talvolta non bastano nemmeno. In città come Ginevra o Losanna, una famiglia con un solo salario anche elevato si può considerare povera e questa non è un’evoluzione positiva, dovuta a una combinazione malsana tra socialismo e grande capitalismo neoliberale. Per evitare che la situazione peggiori, per mantenere un mercato sano, conservare il potere d’acquisto dei salari e salvaguardare la classe media ritengo, da conservatore, che le frontiere servano, anche da questo punto di vista, perché rappresentano piuttosto una protezione non un ostacolo agli scambi e alla circolazione.

Lei proviene da un Cantone, il Vallese, diventato prospero grazie anche all’immigrazione italiana degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del secolo scorso. Gli italiani nel Vallese ora sono molto integrati e praticamente non si distinguono dalla popolazione autoctona. Perché Lei e il suo partito non vi battete affinché il processo di integrazione sia intensificato ovunque in Svizzera?
L’esempio del Vallese è emblematico. Quando uno si vuole integrare lo può fare senza problemi; la Svizzera è in questo senso una società veramente aperta. Siamo rinomati per avere in Svizzera molti cittadini stranieri (21% della popolazione), senza contare tutti quelli che sono stati naturalizzati nei decenni passati. Se contiamo anche questi, oltre il 30% della popolazione svizzera ha origini migratorie. Il che significa che la maggior parte degli stranieri riesce a integrarsi benissimo. Del resto proprio gli italiani immigrati nel Vallese negli anni ’70 e ’80 lo dimostrano. Sono tutti integrati e specialmente la seconda generazione è assolutamente integrata. Sono sicuramente più svizzeri di molti svizzeri nativi. Io stesso che sono figlio di un austriaco venuto in Svizzera negli anni ‘50 sono, come si vede, perfettamente integrato. E’ soprattutto una questione d’interesse e di volontà individuale, ricordando che l’integrazione avviene principalmente nei club di sport, nella scuola, nelle associazioni ecc. Anche in questo campo lo Stato può fare ben poco, deve solo garantire un quadro generale entro cui i rapporti possano svolgersi liberamente.

La consigliera nazionale Ada Marra ha depositato a suo tempo un’iniziativa parlamentare per agevolare la naturalizzazione della terza generazione di stranieri. L’iniziativa è al momento bloccata in commissione a causa soprattutto dell’UDC. Non Le sembra che almeno la terza generazione debba poter essere naturalizzata fin dalla nascita? In fondo questi «stranieri sulla carta» non hanno altra patria che la Svizzera. Perché insistere a volerli considerare ciononostante ancora «non-svizzeri»?
Da tempo la sinistra sostiene l’idea che si debba concedere molto facilmente il passaporto svizzero agli stranieri della terza generazione, come vorrebbe anche Ada Marra. Sono d’accordo, ma solo dopo averne fatto la domanda, non automaticamente. Mi sembra normale fare la domanda per esprimere l’interesse a diventare svizzeri. Non si può infatti costringere uno straniero a diventare svizzero, anche se di terza generazione. La naturalizzazione va vista come l’ultimo passo di un’integrazione riuscita e non come il primo passo. Non ha senso dire «adesso diventi svizzero e poi eventualmente ti integrerai». Bisogna prima avere la certezza che uno sia integrato e poi è normale che diventi svizzero. Per la verità, tuttavia, già oggi l’accesso alla cittadinanza svizzera è estremamente facilitato per la terza generazione. Per coloro che hanno meno di dodici anni e ne hanno trascorso sei in Svizzera è molto facile avere il passaporto svizzero.

In Svizzera ci sono molti italofoni e la cultura italiana è la terza più importante. Perché non si riesce ad eleggere un consigliere federale italofono? E’ un problema di persone o, come dice l’on. Cassis, di mancanza di rispetto della terza Svizzera perché la parola «italianità» talvolta disturba svizzeri tedeschi e francesi? Lei è favorevole all’allargamento del Consiglio federale a 9 in modo che sia riservato almeno un posto alla Svizzera italiana?
Non credo che si tratti di mancanza di rispetto. E’ piuttosto un problema di numeri e di persone. Con 7 Consiglieri federali è difficile riservare un seggio a un italofono. Se però si trova una personalità ticinese di grande valore, la sua elezione non potrebbe essere esclusa. Certo sarebbe più facile con un allargamento del governo a 9 membri, ma Lei sa bene quanto sia difficile in Svizzera cambiare le istituzioni e poi si ha molta fiducia nella concentrazione del potere. Per questo si preferisce continuare a rimanere in 7.

La maggior parte degli stranieri presenti in Svizzera è costituita da domiciliati da molti anni. In alcuni Cantoni e Comuni, soprattutto della Svizzera romanda, hanno il diritto di voto. Non sarebbe auspicabile che il diritto di voto e di eleggibilità degli stranieri fosse generalizzato in tutta la Svizzera?
E’ vero, soprattutto nella Svizzera romanda in alcuni Comuni gli stranieri domiciliati possono votare; questo dipende dai singoli Cantoni. Ma se uno si sente così interessato alle questioni comunali tanto varrebbe che si naturalizzasse. In tal modo potrebbe votare anche a livello cantonale e federale.

Grazie, onorevole Freysinger e buon proseguimento di seduta.

L’on. Oscar Freysinger (d) intervistato da Giovanni Longu (foto gl)


22 giugno 2011

Governo e opposizioni a un bivio

Dopo il voto referendario del 12 e 13 giugno scorso, molti hanno cantato vittoria, mentre gli sconfitti hanno cercato di far buon viso a cattiva sorte («non c’è alternativa alla nostra maggioranza»). In realtà, per il Presidente del Consiglio Berlusconi e per la sua maggioranza la situazione è diventata esplosiva. Al prossimo passo falso, dopo due sonore ammonizioni, l’espulsione sarà inevitabile. La stessa Lega Nord, col raduno di Pontida di domenica scorsa, ha inviato un chiaro avvertimento al governo, in aggiunta all’ultimatum già lanciato dai sindacati: o il governo fa le riforme o è bene che se ne vada!

Concludere dalle difficoltà che sta incontrando il governo da alcuni mesi a questa parte che, al contrario, stia andando magnificamente bene alle opposizioni ce ne corre. Basti pensare ai continui battibecchi tra il leader del Partito democratico Bersani e il leader di Sinistra, ecologia e libertà Vendola o alle ambiguità del Terzo Polo, aspirante a diventare l’ago della bilancia della politica italiana, per non parlare delle ambizioni del capo dell’Italia dei Valori Di Pietro. La realtà è che il «cantiere dell’alternativa» non è stato ancora nemmeno aperto.
Fatte queste premesse, credo che il contesto della politica italiana di questi ultimi mesi e le due ultime consultazioni popolari offrano chiavi di letture diverse da quelle un po’ superficiali di chi ha vinto e chi ha perso e ancor più di destra e di sinistra, di maggioranza e opposizione. Mi sembra infatti che la voce sonora del popolo italiano abbia voluto segnalare soprattutto e inequivocabilmente la gravità dell’attuale situazione sia al governo che alle opposizioni e la necessità urgente di un cambiamento della politica nazionale.

Riforme improrogabili
Il governo si trova ora di fronte a un’unica alternativa: o accelera sulla strada delle riforme, quelle vere capaci di incidere sull’economia e sulla vita delle famiglie, al limite dell’impopolarità, o rassegna le dimissioni. La scelta di avanzare con le riforme, praticamente obbligata, è però di estrema difficoltà perché non si possono fare riforme senza risorse e, si sa, in questo momento le casse dello Stato sono vuote. Qualunque incentivo allo sviluppo o riduzione delle tasse richiederà inesorabilmente tagli alla spesa pubblica, senza farsi troppe illusioni sul recupero dell’evasione fiscale. Paradossalmente la riuscita dell’operazione dipenderà non solo dal governo ma anche dalle opposizioni. Difficilmente potranno sottrarsi all’invito recente del Capo dello Stato a collaborare e all’obbligo morale di impedire che l’Italia si avvicini troppo al precipizio.
Come si vede, anche le opposizioni si trovano a un bivio. Finora sono risultate unite solo nella professione di antiberlusconismo, ma non sono mai state in grado di esprimere coesione attorno ad un’idea o una proposta, tantomeno un’alternativa di governo. Ora ne hanno la possibilità, pena l’aggravamento della situazione generale italiana e il ritardo nel proporre al Paese una valida alternanza di governo. Anche le recenti elezioni amministrative e soprattutto i referendum hanno dimostrato che il collante dell’antiberlusconismo non è sufficiente.

Apporto indispensabile delle opposizioni
Il risultato dei quattro referendum sui quali si è espressa una proporzione insolita di votanti è particolarmente sintomatico. Istituzionalmente il referendum, in Italia, mira ad abrogare (parola per altro rarissima nel vocabolario degli italiani) una legge o altro testo normativo ed ha solo indirettamente un carattere politico. In questa occasione, invece, tutti e quattro i referendum hanno finito per assumere un significato prevalentemente politico e antiberlusconiano. Se i votanti avessero espresso il loro sì o no in base alla comprensibilità dei testi che avevano sottomano e ad una conoscenza anche solo sommaria della materia, l’esito sarebbe stato ben altro. La valanga dei sì si è potuta formare quasi esclusivamente sulle indicazioni di voto antigovernative dei promotori dei referendum e dei partiti e movimenti d’opposizione, senza alcun approfondimento dei singoli oggetti in votazione. Ma non si è votato sì solo perché Silvio capisse! Devono capire anche le opposizioni, perché non è immaginabile che il popolo dei sì intenda restare indifferente al fatto che l’acquedotto pugliese continui a perdere per strada il 50% dell’acqua e che molti servizi pubblici siano una sorta di ufficio di collocamento per gli amici degli amici. Dai generici no a Berlusconi bisogna passare alle proposte concrete e realizzabili, non demagogiche.
Spero che almeno il Capo dello Stato non demorda e continui a ricordare ai partiti che «non bisogna temere di ritrovarsi uniti insieme attorno ai grandi principi ed ai grandi obiettivi e a dire che sono comuni per tutti». Personalmente ho molti dubbi che vi riescano, soprattutto in questo momento, in cui ogni partito cerca di profilarsi per essere «determinante» in qualunque alleanza. Trovo che sia un errore, perché prioritario dovrebbe essere sempre il bene dell’Italia.

Giovanni Longu
Berna 22.06.2011





Rapporti Svizzera-Italia: c’è ancora tensione e impazienza

Incontrando alcuni giorni fa alcuni politici e giornalisti ticinesi era palpabile il disagio nell’affrontare il tema dei rapporti con l’Italia. A quanto sembra, essi non danno ancora segni di miglioramento. Avevano suscitato una ventata d’ottimismo l’incontro tra la presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey e il capo del governo italiano Silvio Berlusconi il 1° giugno a Roma e l’approvazione a grande maggioranza alla Camera dei deputati italiana qualche giorno più tardi di una raffica di mozioni che sollecitavano la ripresa del dialogo tra l’Italia e la Svizzera per risolvere i problemi sul tappeto in materia fiscale.

A distanza di pochi giorni, tutto è ancora fermo, salvo il sentimento di frustrazione e di pessimismo che invece avanza. Da Roma non giunge alcun segnale incoraggiante e a Berna l’Ambasciatore Deodato si sforza invano di raccomandare pazienza e ottimismo durante un recente incontro conviviale con la Deputazione ticinese alle Camere federali. L’ostacolo sembra rappresentato dal «guerrigliero» ministro dell’economia Tremonti, che mostra di non voler recedere dalle sue posizioni di chiusura nei confronti della Svizzera (considerata ancora una sorta di paradiso fiscale) e non pare disposto neppure ad aprire una trattativa.
I rischi a questo punto sono seri e non andrebbero sottovalutati dal governo italiano. Intanto sono già riapparsi in Ticino i toni piuttosto decisi di politici e opinionisti, che a gran voce invitano sia il governo ticinese a trattenere il versamento dovuto all’Italia come ristorno fiscale sui frontalieri, sia la Confederazione ad «alzare il tono con Roma», a «passare dalle parole ai fatti» e a richiedere la revisione dell’accordo del 1974 sui frontalieri.

Non strumentalizzare i frontalieri!
Forse Tremonti, si dice e si scrive in Svizzera, non si rende conto che il problema dell’evasione fiscale è un problema interno all’Italia e la Svizzera non può essere accusata di favorirla. E’ in Italia che avviene l’evasione, a nord come al sud e al centro, e gli evasori non vanno ricercati tra i frontalieri o gli emigrati, ma tra i lavoratori autonomi-imprenditori e tra i proprietari d’immobili italiani. Per di più, in questo contenzioso con la Svizzera l’Italia è isolata rispetto ad altri Paesi come la Francia, la Germania, il Regno Unito, intenzionati a negoziare nuovi accordi. Non è un po’ troppo per un’Italia già in difficoltà sul piano internazionale per la sua fragilità strutturale e politica?
In Italia bisognerebbe anche rendersi conto che le tensioni col Ticino non giovano né agli oltre 50.000 frontalieri che vi lavorano né ai loro Comuni di domicilio in Italia. Se il negoziato non verrà riaperto in tempi brevi è possibile che il governo ticinese chieda misure di ritorsione (anche se il governo federale per il momento le ha scartate) e magari la denuncia dell’accordo del 1974 sui frontalieri. Proprio recentemente un deputato della Lega dei ticinesi, Lorenzo Quadri, ha chiesto espressamente al Consiglio federale che nelle trattative sul ristorno del prelievo fiscale all’Italia si faccia valere il fatto che, secondo lui, gran parte dei frontalieri non rientra più ogni giorno al proprio domicilio italiano, per cui sembrerebbe venuta meno una delle condizioni che avevano giustificato un ristorno ai Comuni italiani della fascia di confine di circa il 40% del prelievo fiscale sui frontalieri, abbassata successivamente al 38,8% perché non tutti i frontalieri rientravano ogni giorno in Italia. Secondo fonti sindacali italiane, tuttavia, la maggioranza dei frontalieri continua a rientrare ogni giorno al proprio domicilio per cui il ricorso svizzero a questo argomento sarebbe puramente strumentale.
Tant’è che a chiedere una revisione dell’accordo italo-svizzero sui frontalieri non è più solo la destra, ma tutti i partiti ticinesi in base a un ragionamento molto semplice: se Tremonti può fare orecchie da mercante alle richieste della Svizzera di aprire negoziati sul contenzioso fiscale (ma escludendo la richiesta di Tremonti di uno scambio di informazioni automatiche, perché significherebbe la fine del segreto bancario), non può far finta di non sentire la richiesta pressoché unanime dei deputati italiani e soprattutto di quelli della Lega Nord, che non intendono per nessuna ragione rinunciare al ristorno delle imposte a favore dei Comuni di frontiera italiani. Che aspetta Tremonti ad aprire il tavolo delle trattative con la Svizzera?

Per fortuna la maggioranza della Deputazione ticinese alle Camere federali cerca di abbassare i toni. Anzi, la presidente della Deputazione Marina Carobbio Guscetti ha espressamente affermato che la Deputazione non vuole misure di ritorsione ma il dialogo, agevolando incontri ad alto livello tra il Consiglio federale e il Governo italiano. «Solo in questo modo si giungerà alla soluzione del contenzioso, in particolare in materia fiscale». Ma fino a quando sarà possibile tener tesa la corda prima che si spezzi?

Giovanni Longu
Berna, 22.06.2011

15 giugno 2011

La lunga marcia delle donne svizzere verso l’uguaglianza

La Costituzione federale recita dal 1981: «Uomo e donna hanno uguali diritti. La legge ne assicura l’uguaglianza, di diritto e di fatto, in particolare per quanto concerne la famiglia, l’istruzione e il lavoro. Uomo e donna hanno diritto a un salario uguale per un lavoro di uguale valore» (articolo 8 capoverso 3).

La Svizzera, probabilmente la più vecchia democrazia del mondo, ha impiegato secoli prima che il principio della parità tra donne e uomini figurasse nella propria Costituzione. Questo risultato è stato ottenuto infatti solo negli ultimi decenni, ma il traguardo finale della piena uguaglianza reale e delle pari opportunità non è stato ancora raggiunto. Proprio per questo, nel corso dell’anno e specialmente in questo mese di giugno, mentre si celebrano con grande soddisfazione alcuni importanti anniversari, numerose iniziative organizzate dal movimento sindacale ma anche dal Consiglio federale mettono in evidenza quanto lavoro c’è ancora da fare per raggiungere la piena uguaglianza tra donne e uomini.

Le donne nel mito di Guglielmo Tell
Le donne nella storia svizzera sono presenti fin dalle origini, sebbene non in primo piano. Nel mito di Guglielmo Tell le donne, a cominciare dalla moglie Edwige, sono presenti soprattutto nel coro, dietro. Nella leggenda della liberazione degli svizzeri dall’oppressore Gessler, le donne non partecipano direttamente alla rivolta, ma pregano per la vita di Guglielmo fatto prigioniero e festeggiano poi insieme la liberazione dal tiranno. Così almeno racconta Gioacchino Rossini nell’opera Guglielmo Tell su libretto tratto dal dramma Wilhelm Tell di Friedrich Schiller. E’ interessante osservare che in quest’opera, mentre Guglielmo se ne sta in disparte, meditando come eliminare il tiranno, la moglie Edwige si occupa del lavoro dei campi. Le donne si attivano soprattutto quando l’eroe cade prigioniero e quando si tratta di salvare a tutti i costi la libertà della comunità.
Già in Schiller e poi in Rossini le donne svizzere appaiono soprattutto come donne laboriose e compagne affettuose degli uomini, i veri protagonisti della guerra (armati in casa anche in tempo di pace) e della politica. Uno schema di ripartizione dei compiti tra uomini e donne che è durato a lungo, anche se fin dal XIII secolo, ossia dalle origini della vecchia Confederazione ci sono state donne combattenti (ma solo a scopo di difesa), assistenti dei combattenti e dei feriti e protagoniste della vita civile, anche se non strettamente politica. Fino a qualche decennio fa la donna svizzera era conosciuta nel mondo come persona semplice e laboriosa, una «buona massaia» come si usava dire, a cui era deputata l’economia domestica. Al di là dei cliché, non va dimenticato che il ruolo della donna svizzera era molto importante per la tenuta della famiglia e dei beni familiari (si pensi alle attività agricole dominanti fino a pochi decenni orsono) in quanto l’uomo era spesso in servizio militare e lontano da casa.
In questa ottica, giusto per citare un esempio, il «Giornale di Trieste» del 31.5.1949 dedicava un articolo interessante alla massaia svizzera. La domanda posta nel titolo: «La massaia svizzera è la migliore del mondo?» consentiva all’Autore di rispondere affermativamente perché «amministratrice precisa del bilancio familiare. Più fortunata delle altre donne europee, il suo pensiero principale è: badare all’economia».

1971: diritto di voto e di eleggibilità
Evidentemente, col tempo, questa immagine e questo ruolo strettamente «privato» alle donne svizzere non bastava più e dalla seconda metà del secolo scorso ci si è posti in Svizzera il problema che andava ovunque risolvendosi in Europa del diritto di voto e di eleggibilità delle donne. Qui i pregiudizi erano tanto e molto radicati. Uno di essi dava quasi per scontato che se le donne avessero fatto politica avrebbero trascurato i figli e la casa. Inoltre si riteneva che le donne non fossero adatte alla politica, un’incombenza troppo dura!
Il 7 febbraio 1971, il 66% degli aventi diritto di voto (solo uomini) in Svizzera approvò finalmente (quando in quasi tutti i Paesi europei la decisione era già stata presa) l’introduzione del diritto di voto alle donne a livello federale. Il 6 giugno 1971 le cittadine svizzere hanno così potuto votare insieme ai loro concittadini su due atti legislativi. Passeranno tuttavia ancora vent’anni prima che il diritto di voto delle donne venisse generalizzato a tutti i Cantoni.

2010: Doris Leuthard, presidente della Confederazione,
al centro, fra Pascale Bruderer Wyss presidente del
Consiglio nazionale (a sinistra) e Erika Forster-Vannini
presidente del Consiglio degli Stati.
 Dal 1971 la presenza femminile negli organismi politici legislativi ed esecutivi è stata costante e generalmente crescente. L’anno scorso nel parlamento nazionale il 29 % dei seggi era occupato da donne (in Italia: 21,3%). Nel 1977 Elisabeth Blunschy è stata la prima donna ad essere eletta alla presidenza del Consiglio nazionale. Nel 1984 Elisabeth Kopp è la prima donna eletta in Consiglio federale,. Nel 1991 Josi Meier è diventata la prima donna presidente del Consiglio degli Stati. Nel 1999 la Svizzera ha avuto la sua prima presidente della Confederazione con Ruth Dreifuss. Il 2010 è stato per le donne una sorta di anno di grazia perché i tre organi sono stati presieduti contemporaneamente per la prima volta da donne: Doris Leuthard presidente della Confederazione, Pascale Bruderer Wyss presidente del Consiglio nazionale e Erika Forster-Vannini presidente del Consiglio degli Stati.
Anche quest’anno la presidenza della Confederazione spetta a una donna, Micheline Calmy-Rey. Non è sorprendente, visto che in Consiglio federale la maggioranza è rosa con quattro consigliere federali su sette e in più anche la Cancelliera della Confederazione è una donna, Corina Casanova. «Ciononostante - ricordava qualche giorno fa alla stampa la Cancelliera federale - le statistiche sulla quota femminile nei parlamenti cantonali e nell’Assemblea federale mostrano che il numero delle donne non aumenta costantemente, ma al contrario ristagna, quando addirittura non subisce una lieve flessione. In vista delle prossime elezioni al Consiglio nazionale e al Consiglio degli Stati il 23 ottobre 2011 sarebbe dunque auspicabile un maggior numero di donne attive nella politica e il sostegno a candidature femminili».

1981: uguaglianza legale tra donne e uomini
La raggiunta parità in politica, nonostante che la ripartizione non sia ancora ideale, è avvenuta gradualmente, sia pure in breve tempo. Ancor più tempo ha preso la legislazione sulla parità in ambito civile. Basti pensare che la parità tra uomini e donne è stata inserita nella Costituzione federale solo in seguito alla votazione popolare del 14 giugno 1981: uomo e donna hanno uguali diritti. Il principio stenterà tuttavia ad essere applicato in tutti i campi. Ad esempio, solo nel 1985, in votazione popolare, col voto determinante delle donne, verrà adottato un nuovo diritto matrimoniale e successorio che sancisce l'uguaglianza fra marito e moglie. Ma solo il 1° luglio 1996 entrerà in vigore la legge federale sulla parità dei sessi, che prevede un divieto generale di discriminazione professionale, nei campi dell’assunzione, della formazione, del perfezionamento, dell’attribuzione dei compiti, della promozione e del licenziamento.

1991: «sciopero delle donne»
Per sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica al problema delle persistenti discriminazioni delle donne soprattutto nel mondo del lavoro e delle retribuzioni, il 14 giugno 1991 le donne della Federazione dei lavoratori della metallurgia e dell’orologeria FLMO (ora UNIA) organizzarono non senza difficoltà (anche all’interno del sindacato) una «giornata d’azione», chiamata in seguito «sciopero delle donne», il cui ventesimo anniversario cade proprio in questi giorni. La protesta verteva soprattutto sulle condizioni generali di lavoro delle donne, sulle disparità di salario e di formazione, sulle discriminazioni nelle assicurazioni, sugli oltraggi alla dignità delle donne. «La rivendicazione era semplice – ha rievocato qualche giorno fa una delle iniziatrici, Christiane Brunner – si vuole la pura uguaglianza e non solo l’uguaglianza sancita dalla Costituzione».
Lo sciopero ebbe un grande successo e riuscì a mobilitare in tutta la Svizzera oltre mezzo milione di donne. Rappresentò anche una spinta ad andare oltre, passo dopo passo, fino al raggiungimento dell’uguaglianza.
Nel 2004 è stato raggiunto un altro traguardo, riconosciuto per legge (entrata in vigore nel 2005), ossia il diritto delle donne lavoratrici al congedo retribuito in caso di maternità, di per sé già previsto dalla Costituzione fin dal 1945, ma mai attuato.

Bilancio provvisorio
Mentre avanza solo lentamente l’avvicinamento tra donne e uomini nel campo retributivo, in altri settori si sono già raggiunti buoni traguardi. Si pensi alla presenza delle donne nel mondo del lavoro, ad un tasso tra i più alti d’Europa (mentre l’Italia occupa una delle ultime posizioni) o alla proporzione delle donne nelle formazioni di grado terziario (scuole universitarie), che era nel 2008 del 49,3%. La piena parità tra donne e uomini non è stata ancora raggiunta, ma a ben vedere negli ultimi quarant’anni il movimento per l’assoluta parità reale ha fatto passi da gigante. In base all’indice di misurazione delle pari opportunità (Gender Gap Index) pubblicato dal World Economic Forum (WEF), nel 2006 la Svizzera risultava al 25° posto fra i 115 paesi analizzati (l’Italia al 77°).
I traguardi più importanti che restano ancora da raggiungere sono soprattutto la parità retributiva per lavoro uguale, una maggiore presenza delle donne nella ricerca e nella scienza, ma soprattutto la possibilità di conciliare al pari degli uomini la vita professionale e familiare. Le donne devono poter decidere di fondare una famiglia al pari degli uomini e alle stesse condizioni. Credo però che la sfida maggiore che hanno di fronte oggi sia riuscire a convincere gli uomini che le rivendicazioni delle donne sono la vera sfida per l’intera società di oggi e soprattutto di domani.

Giovanni Longu
Berna 15.6.2011

09 giugno 2011

Voto amministrativo sull’onda dell’indignazione

In Italia si è spenta l’eco delle analisi a caldo delle recenti votazioni amministrative. I giochi son fatti. C’è chi si è esaltato per la vittoria (inattesa) e chi ha dovuto ammettere a denti stretti la sconfitta. Se è tuttavia facile indicare con nome e cognome i candidati risultati vincitori e perdenti, mi pare più difficile individuare l’appartenenza partitica e ideologica dei loro sostenitori. Gli esempi clamorosi di Milano e Napoli indicano chiaramente che le espressioni ormai da troppo tempo abusate di centrosinistra e centrodestra sono insufficienti e inadeguate per definire l’area di appartenenza degli elettori. Chi ha vinto e chi ha perso in realtà?

Per rispondere a questa domanda occorre anzitutto ricordare che in un periodo di crisi, anche se in via di superamento, gli elettori «puniscono» generalmente il governo di non aver fatto abbastanza per evitare o superare velocemente la crisi. Questa reazione antigovernativa c’è stata praticamente in tutti i Paesi europei dove in questi ultimi anni e mesi si sono svolte elezioni parziali. Poteva fare eccezione l’Italia? Certamente no. Il segnale inviato dagli elettori al governo non poteva non esprimersi che «punendo» nelle varie realtà locali le componenti di quella che a livello nazionale è la coalizione parlamentare più omogenea che lo sostiene, senza per altro voler significare che «premiava» i partiti dell’opposizione, quanto mai eterogenea sul piano nazionale e senza una leadership comune. Gli elettori che hanno eletto sindaco di Milano Giuliano Pisapia al posto di Letizia Moratti, voterebbero alla stessa maniera anche nel caso di elezioni politiche nazionali? E i sostenitori del nuovo sindaco di Napoli Luigi De Magistris voterebbero in massa per il partito di Di Pietro? C’è da dubitarne, visto che Pisapia non è l’espressione del partito che guida l’opposizione e De Magistris ha vinto sia contro l’esponente del centro-destra che contro la coalizione di sinistra che aveva governato finora Napoli.
Liberazione da chi o da che cosa?
Le attuali opposizioni hanno voluto vedere nella sconfitta dei candidati espressi dalla maggioranza di governo una conferma del tramonto della coalizione Lega-PdL, a tal punto che quasi all’unanimità i principali leader delle opposizioni hanno chiesto le dimissioni del governo. Mi sembra una lettura esagerata dei risultati elettorali. Non c’è nessun nesso tra le sconfitte elettorali di Milano e Napoli e la legittimità di continuare a governare di Berlusconi. Un governo nazionale cade se non ha la maggioranza in Parlamento o alla scadenza del mandato, non perché il sindaco Pisapia ha dichiarato di aver «liberato» Milano (da chi o da che cosa, da quale dittatura?) e un De Magistris ex-magistrato forcaiolo ha dichiarato lo stesso a Napoli, prima ancora di aver risolto alcuno dei problemi di queste due grandi città.
Non c’è dubbio che anche il voto amministrativo ha una valenza politica nazionale, ma ritengo che la sconfitta elettorale dei partiti di governo sia un ammonimento, non una definitiva condanna. Ma l’ammonimento vale anche, almeno in una certa misura per le opposizioni, troppo eterogenee per poter governare. Tuttavia, più che voler leggere i risultati elettorali come un voto a favore o contro gli attuali schieramenti sul piano nazionale, mi pare che essi diano a tutte le forze politiche un forte segnale di condanna dell’attuale sistema di far politica, imperniato sulla contrapposizione e l’ostilità tra schieramenti che tentano di delegittimarsi a vicenda, e a favore di un modo nuovo di far politica più vicino ai problemi della gente, meno litigioso e più collaborativo. Bene han fatto, perciò, Fassino, Pisapia, De Magistris e altri, subito dopo l’euforia della vittoria, a dichiararsi sindaci dell’intera collettività amministrata, intenzionati a governare al di fuori della contrapposizione sterile degli schieramenti. Naturalmente non bastano le buone intenzioni, ma occorrono i fatti.
Gli «indignados» e la rivoluzione etica
Il voto delle amministrative italiane rassomiglia molto al voto delle amministrative spagnole, che ha penalizzato fortemente i socialisti del governo Zappatero dando un vantaggio persino insperato all’opposizione di centro-destra. Parlando recentemente in Spagna con alcuni esponenti degli «indignados» mi è parso tuttavia chiaro ch’essi non sono tanto interessati a una politica di centro-destra o di centro-sinistra ma a una politica che risolva i problemi della gente in materia di giustizia sociale, uguaglianza, progresso, solidarietà, diritto alla casa, al lavoro, alla cultura, alla salute, alla partecipazione politica, ecc. Confesso che nell’ascoltarli parlare con tanta passione ma anche con molta lucidità provavo la loro stessa indignazione, perché mi sembrano inaccettabili, nelle nostre società, livelli di disoccupazione giovanile superiori al 40%, sistemi di potere che accentuano le disuguaglianze sociali, l’accumulazione del denaro in mano di pochi e la crescita della povertà, la partitocrazia fine a sé stessa, la corruzione, ecc. ecc.
«Occorre una Rivoluzione Etica» vanno dicendo gli «indignados». Credo che anche in Italia, col loro voto, gli elettori di tutti gli schieramenti hanno inteso gridare la stessa indignazione e rivendicazione. Sta ora soprattutto ai politici, ma anche a tutti i cittadini, fare la loro parte perché questa rivoluzione, con meno parole e più fatti, si realizzi.
Giovanni Longu
Berna, 8.6.2011.

08 giugno 2011

Tra italianità e attualità italo-svizzera. Intervista al consigliere nazionale Ignazio Cassis

L’onorevole Ignazio Cassis, consigliere nazionale ticinese del Partito liberale radicale (PLR), è uno dei politici più attenti ai problemi dell’italiano e più in generale dell’italianità in Svizzera. Lo fa con passione e convinzione, anche se non si nasconde le difficoltà insite nella difesa delle minoranze, quella ticinese e quella dell’italianità della Svizzera, che intende rappresentare in ambito nazionale.
Già noto nel Ticino per essere stato medico cantonale dal 1996 al 2008, è assurto all’attenzione di tutti i media nazionali quando nel settembre del 2010 venne designato dal PLR come candidato all'elezione in Consiglio federale e dichiarò l’intenzione di voler rappresentare l’intera «italianità» della Svizzera (si veda al riguardo L’ECO del 15.09.2010)
Nei confronti dell’Italia non è sempre tenero, ma nella sua mira non ci sono tanto gli italiani quanto una parte della classe politica e soprattutto il «superministro» Tremonti per le note questioni di natura fiscale. E’ preoccupato che l’attuale crisi tra i due Paesi, che tocca particolarmente il Ticino, possa degenerare e, da buon mediatore, sollecita con insistenza il governo federale ad agire decisamente nei confronti dell’Italia per trovare urgentemente le giuste soluzioni ed evitare che il disagio ticinese possa essere cavalcato dall’estrema destra, in particolare dalla Lega dei Ticinesi, col rischio di provocare danni ancora maggiori.

Onorevole Cassis, prima di porle alcune domande desidero fare una premessa di carattere storico.
Cento anni fa si sviluppava in Ticino nei confronti della Berna federale una forte rivendicazione contro l’«intedeschimento» ma soprattutto in difesa dell’«italianità» di questo Cantone periferico. Negli anni seguenti un gruppo di donne e uomini prestigiosi, ticinesi e italiani (Teresa Bontempi, Rosetta Colombi, Giuseppe Prezzolini, Francesco Chiesa, Carlo Salvioni, Giuseppe Zoppi e altri) diedero vita a una lunga serie di prese di posizione su giornali e riviste (soprattutto l’Adula, fondata nel 1912) e in politica, che culminarono nelle «rivendicazioni ticinesi» del 1924, sostenute da tutti i partiti ticinesi. Per paura che queste rivendicazioni finissero per essere sostenute da Benito Mussolini, da poco asceso al potere in Italia, la Confederazione diede ampia soddisfazione al Ticino. Si sa che questo Cantone periferico soffre ancora di alcune criticità, soprattutto in campo economico, ma ha brillantemente superato la rivendicazione della propria italianità, anche grazie al sostegno dell’Italia. Il Ticino è addirittura uno dei Cantoni in cui l’integrazione linguistica ottiene maggiori successi.
L'on. Ignazio Cassis (d) intervistato da Giovanni Longu

Una prima domanda, on. Cassis: condivide questa rapida sintesi circa il risultato e il metodo delle «rivendicazioni» ticinesi per la difesa dell’«italianità del Ticino»?
Sì, certamente. E’ una sintesi preziosa perché ci ricorda il percorso fatto per emanciparci e consolidare la nostra identità. Con 335'000 abitanti (il 4.3 % della popolazione nazionale) il Ticino è oggi un Cantone di medie dimensioni, nel quale si vive oggettivamente bene. Io non avverto più quella paura della germanizzazione e quel complesso di superiorità verso gli italiani che ho vissuto da ragazzo negli anni’70. I matrimoni misti, l’immigrazione e l’afflusso turistico hanno creato un clima culturale aperto, anche se oggi non manca una certa preoccupazione per la propria identità e una certa sofferenza per l’importante presenza di frontalieri.

A cento anni di distanza dal movimento rivendicativo dell’italianità del Ticino, le sembra possibile e auspicabile una forte rivendicazione a livello federale dell’«italianità della Svizzera»?
Il Ticino si è affrancato in poco tempo dalla povertà. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale lo sviluppo economico – e in particolare quello del settore bancario – ha creato posti di lavoro, dato un buon salario a quasi tutti e permesso allo Stato di estendere la sicurezza sociale e altri servizi. Però fatichiamo tuttora ad essere un Cantone autorevole agli occhi dei Confederati. Lo sguardo che la Svizzera tedesca e francese posano sul nostro Cantone è caratterizzato dalla simpatia che si prova per i parenti poveri: esiste un diffuso e strisciante complesso di superiorità nei nostri confronti, che si manifesta pienamente quando la posta in gioco si fa seria, quando – per esempio – sono in gioco i posti di potere dell’economia o della politica svizzera.
Anche l’italianità c’entra. L’Italia, culla della lingua e delle nostre radici culturali, non gode oggi di una classe politica molto considerata. Il ticinese è, agli occhi di Otto Normalbürger, un po’ come un italiano: dunque ne condivide pregi (pochi) e difetti (tanti). Inoltre – e questa è una caratteristica tutta ticinese – noi siamo un po’ lagnosi, rivendicativi, litigiosi. Soffriamo spesso della sindrome da Calimero e verso la Svizzera siamo più inclini a chiedere che a dare. E’ una caratteristica culturale che ci accompagna dall’epoca dei baliaggi, quando eravamo poveri contadini comandati dai signori di Uri. Fatichiamo a scrollarci di dosso questo passato, malgrado l’esistenza di molti ticinesi brillanti. Insomma, è inutile nasconderlo, abbiamo i pregi e i difetti tipici delle regioni di provincia. Questi sono i nostri tratti e con questo bagaglio tentiamo di affermare la nostra presenza quale terza svizzera, quale parte costituente dell’identità nazionale.

Lei ha già dato un forte segnale con la sua candidatura dello scorso anno per un posto in Consiglio federale, quando rivendicò il diritto della «Svizzera italiana» ad essere rappresentata in Consiglio federale. Non venne eletto perché, si disse, la sua candidatura dava l’impressione di una candidatura di bandiera, una mera «rivendicazione regionale-ticinese». Continuerà a rivendicare i diritti della minoranza italofona?
Avevo affermato alla NZZ am Sonntag del 15.8.2010 che la mia era una candidatura al Servizio della terza Svizzera, della Svizzera italiana. Una Svizzera che esige di essere rappresentata nel Governo federale. Era ovviamente comodo per i confederati minimizzarla a evento folcloristico: non avevano nessuna intenzione di mollare uno dei cinque seggi occupati dagli svizzero-tedeschi. I romandi, dal canto loro, se ne sono stati passivamente a guardare: la loro dispensa era piena e la tanto declamata “solidarietà latina” è un mito da sfoderare quando fa loro comodo. Continuerò certamente a lottare perché la terza Svizzera sia riconosciuta a pieno titolo: sono persuaso che ne va dell’essenza stessa della Svizzera e della coesione nazionale.

Lei attribuì la sua non elezione alla scarsa sensibilità della Svizzera tedesca e francese nei confronti delle esigenze della Svizzera italiana. Ne è ancora convinto e, se sì, ritiene che la Svizzera italiana faccia abbastanza per raggiungere l’obiettivo, ad es. superando l’identificazione tra «Svizzera italiana = Ticino»?
Vede, potrei peccare d’immodestia attribuendo a fattori esterni la mia mancata elezione. Indubbiamente il mio personale profilo politico non è ancora da “pesi massimi” e dunque v’erano dubbi più che legittimi sulla mia capacità di assumere quella sfida. Non contavo naturalmente di essere eletto: in cuor mio sapevo di non avere ancora “i diplomi giusti”. Ma la sufficienza con cui i media svizzero-tedeschi hanno trattato la mia candidatura è indipendente dal mio peso specifico e rientra nella logica esposta sopra. Lo stesso Fulvio Pelli, quando nel 2003 era già un “peso massimo” della politica nazionale, non aveva quasi ottenuto appoggi all’elezione per la successione del Consigliere federale Kaspar Villiger. Riguardando la storia delle elezioni in Consiglio federale, ho notato che l’elezione di ticinesi è praticamente sempre stata un incidente di percorso, frutto del caso e di dissidi tra confederati. Perciò è importante riflettere oggi in modo diverso: occorre promuovere una coalizione nazionale, esterna al Cantone Ticino, che sostenga la terza Svizzera in Governo. Quando il gioco si fa duro, bisogna definire nuove strategie.

Come pensa di coinvolgere gli italofoni non ticinesi, soprattutto quelli fuori del Ticino, nella difesa e nella valorizzazione dell’«italianità» della Svizzera? E’ disposto, in collaborazione con la Deputazione ticinese alle Camere federali, ad incontrare associazioni e gruppi italofoni fuori del Ticino?
La Deputazione Ticinese alla Camere ha avviato un progetto chiamato “Rete Svizzera Italiana” grazie al quale rispondere appunto a queste domande. La necessità di una larga coalizione per entrare in Consiglio federale è chiara, ma solleva anche leciti interrogativi. Come definire la “Svizzera italiana” ? Dal profilo territoriale, linguistico o culturale? Chi sarebbe legittimato a rappresentare chi, una volta eletto? Stiamo lavorando a questo progetto e avvieremo presto azioni concrete, come per esempio l’inventario dei nomi-chiave della “Svizzera italiana” sul piano federale, in collaborazione con altre organizzazioni e con il Governo ticinese. In questo senso ben vengano contatti di vario tipo con tutte le associazioni italofone sul piano nazionale: permetterebbero di rendersi conto e di meglio conoscere questa realtà!

Pensa che per sostenere attività significative di valorizzazione dell’«italianità» si possa attingere al contributo federale a sostegno della lingua italiana?
L’entrata in vigore – lo scorso anno - della nuova legge federale sulle lingue è di grande importanza, sia sul piano simbolico che su quello giuridico e finanziario. A dipendenza delle azioni è certamente immaginabile un finanziamento attraverso questa via. Senza comunque dimenticare che i fondi disponibili sono piuttosto scarsi.

Lei si è battuto in più occasioni per la promozione del plurilinguismo e in particolare dell’italiano nell’amministrazione federale. Dall’introduzione della legge e dell’ordinanza sulle lingue le risultano progressi significativi? Ritiene raggiungibile, soprattutto nelle funzioni quadro l’obiettivo fissato nell’ordinanza del 7% di italofoni?
La nuova legge è troppo giovane per misurarne già gli effetti sul personale. Però ha messo in moto una riorganizzazione sistematica nella gestione del personale che permetterà – ne sono persuaso – di migliorare la convivenza della terza lingua ufficiale con il francese e il tedesco. In risposta alla mia interrogazione 11.3080 (Italianità nell’amministrazione federale) del 9 marzo 2011 il Consiglio federale ha evidenziato come – cifre alla mano – l’italiano nell’amministrazione federale fuori dal Ticino sia molto insufficiente, proprio nelle funzioni dirigenti. Penso che si possa e si debba fare meglio!

Da alcuni mesi, soprattutto in occasione della recente campagna elettorale ticinese, i partiti di destra ticinesi hanno usato toni molto aggressivi nei confronti dei frontalieri italiani (e del governo italiano) e hanno chiesto di rinegoziare immediatamente l’accordo italo-svizzero del 1974 sui frontalieri. Recentemente, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare, il governo italiano ha confermato che «il governo federale non ha per il momento intenzione di modificarlo». Perché, dunque continuare, almeno in Ticino, con questa polemica che serve solo ad allontanare la collaborazione?
Questo è un tema complesso, che mescola aspetti economici, politici, giuridici e strategici. Oggi tra Svizzera e Italia c’è crisi. Le ragioni di questa crisi sono essenzialmente di natura finanziaria: l’Italia rimprovera alla Svizzera di nascondere i suoi evasori fiscali, la Svizzera rimprovera all’Italia di non voler nemmeno negoziare una soluzione. I toni della contesa sono esplosi dopo le ennesime dichiarazioni offensive del “superministro” Giulio Tremonti. Ormai non c’è più dialogo, ma solo provocazione. Mentre il Governo Berlusconi tace, il Ministro Tremonti persevera. Purtroppo tace anche il Governo Svizzero, ciò che manda su tutte le furie i Ticinesi, che s’improvvisano quindi giustizieri, con molti effetti collaterali indesiderati. In questo contesto mantenere il sangue freddo è primordiale.
L’accordo sulla doppia imposizione del 1974, la cui appendice regola il versamento ai Comuni limitrofi italiani del 40% ca. delle imposte alla fonte prelevate sui frontalieri (50 Mio Fr.- / anno), va rinegoziato, ma il Governo italiano non vuol sedere al tavolo delle trattative. Tremonti si oppone, perché vorrebbe che la Svizzera elimini il segreto bancario, ciò che tuttavia la Svizzera non è disposta a fare. Ma esistono anche altre soluzioni che possono essere analizzate, basterebbe parlarsi e non spararsi addosso. Lo capirà anche Giulio Tremonti prima o poi.

Per concludere, una domanda sui rapporti italo-svizzeri in generale. Non pensa che si debba superare la situazione di stallo attuale valorizzando maggiormente ciò che unisce e soprattutto la collaborazione sempre più intensa in campo economico, culturale, scientifico, artistico e non da ultimo linguistico?
Tradizionalmente i rapporti tra la Svizzera e l’Italia sono caratterizzati da un grande spirito di collaborazione. Per questo essi sono ancora intensi in tutti i campi e sicuramente possono ancora migliorare. In questo momento è tuttavia urgente e prioritario trovare soluzioni eque ai problemi fiscali. La volontà comune di risolvere i problemi sul tappeto attraverso contatti diretti, emersa nel recente incontro a Roma tra la Presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey e il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, dev’essere confermata con la ripresa al più presto di un dialogo costruttivo. Se invece, malauguratamente, il clima generale dovesse deteriorarsi ulteriormente, esso finirà per incidere negativamente anche su altri campi. E non è davvero ciò che mi auguro.

Grazie on. Cassis e buon lavoro!
Grazie a Lei per l’intervista.



Nell’incontro a Roma il 1° giugno scorso tra la Presidente della Confederazione Micheline Calmy-Rey e il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi è stata affermata la volontà comune di avviare al più presto la discussione per trovare una soluzione costruttiva sulle questioni fiscali, che rischiano di mettere in crisi le relazioni tradizionalmente buone e intense tra la Svizzera e l’Italia.

25 maggio 2011

Tripoli italiana in Svizzera e la cucina mediterranea

Tripoli è oggi una città ferita, bombardata. La guerra imperversa producendo distruzioni e vittime. Le bombe cosiddette «intelligenti» dovrebbero colpire esclusivamente installazioni militari, in realtà colpiscono anche edifici civili. I morti, militari e civili, non si contano più. Ormai si tiene la contabilità solo delle «operazioni» e degli ordigni sganciati dall’alto o di lontano; quella dei morti non la tiene più nessuno. A questo punto farebbe sensazione solo la morte del dittatore Gheddafi, quella delle migliaia di libici uccisi è ormai scomparsa dalla cronaca quotidiana. E’ sempre la solita storia, perché anche questa, come tutte, è una sporca guerra.
Anche cent’anni fa Tripoli era una città bombardata, dal mare, dagli italiani alla ricerca di un territorio dove poter emigrare senza subire angherie e umiliazioni da parte dei datori di lavoro stranieri e discriminazioni dalla società «ospitante» . Le buone intenzioni avevano allora il pieno sostegno anche degli emigrati italiani in Svizzera. Tripoli divenne un simbolo.

Tripoli presso Grenchen
Nel 1911 lavoravano in Svizzera oltre duecentomila italiani, molti addetti al completamento della fitta rete ferroviaria. I grandi trafori alpini erano già terminati o stavano per terminare, ma mancavano ancora alcuni trafori importanti a nord delle Alpi e gli italiani erano necessari.
Al termine dello scavo del Tunnel I del Sempione (il tunnel II verrà iniziato nel 1912) e della galleria del Lötschberg, un migliaio di lavoratori italiani si trasferì (1911) a Grenchen per lo scavo del tunnel Grenchen-Moutier, ma nel Comune non c’erano alloggi per tutti. Si venne così a creare un insediamento di baracche nei pressi del cantiere al quale occorreva dare un nome. Ma quale? In Italia era appena scoppiata l’euforia per la conquista di Tripoli (ottobre 1911) e la ventata di orgoglio nazionale aveva raggiunto anche gli emigrati in Svizzera. Quell’agglomerato di baracche doveva chiamarsi Tripoli (per gli svizzeri: Tripolis).
Ben presto la baraccopoli divenne un luogo di attrazione, visitata dagli abitanti della cittadina, la prima volta come se andassero a visitare un giardino zoologico, poi sempre più attratti dall’atmosfera allegra che vi regnava e soprattutto dalla cucina italiana. A Tripoli, si racconta, c’erano una ventina tra ristoranti e mense. Oltre alle baracche-dormitori e ai ristoranti c’erano anche vari negozi che vendevano prodotti italiani, un ospedale, una scuola, un asilo nido e la Missione cattolica dei Bonomelliani e alcune suore della Congregazione San Giuseppe di Cuneo venuti da Goppenstein al termine della galleria del Lötschberg.

Tripoli presso Olten
La seconda Tripoli italiana in Svizzera sorse nel 1912 presso Olten e accolse un numero ancora maggiore di lavoratori italiani, alcuni persino con famiglia al seguito. Anche questa seconda Tripoli, in tutto simile a quella di Grenchen, divenne un’attrazione per molti svizzeri che soprattutto la domenica andavano alla scoperta di questo strano villaggio italiano, in cui gli sporchi lavoratori della settimana indossavano il vestito buono, mangiavano cibi appetitosi, bevevano vino e poi ballavano e cantavano accompagnati dal suono della chitarra. La curiosità li spingeva anche a provare i cibi degli italiani e dovettero sentirsi presi per la gola se finirono per essere anch’essi grandi frequentatori di quei locali e consumatori di paste, salumi, ortaggi e vini italiani. Sembra anche che fossero attratti non solo dalla buona cucina e dal buon vino, ma anche dagli occhi scuri delle inservienti. Forse attorno a un tavolo e sorseggiando un buon bicchiere di vino rosso avvennero i primi contatti non conflittuali tra svizzeri e italiani. Le risse, le incomprensioni e le diffidenze erano infatti sempre all’ordine del giorno.
Nella Tripoli di Trimbach c’era persino un cinema, una novità anche per gli svizzeri perché nella regione non era ancora arrivato. E siccome gli italiani erano molti, circa duemila, e i risparmi erano tanti, fu necessario anche installarvi un vero e proprio ufficio postale con tanto di timbro «Tripolis bei Olten».

Alle origini della cucina mediterranea
Gli italiani in Svizzera erano spesso chiamati, dalla fine dell’Ottocento, Polentafresser, Spaghettifresser, oltre che Cinkali. In realtà gli immigrati italiani per lungo tempo hanno mangiato poco e male, soprattutto durante la settimana, ed è vero che i loro cibi abituali sono stati per molto tempo polenta e spaghetti. Col tempo però hanno diversificato i prodotti e migliorato le loro abitudini alimentari consumando oltre alla polenta e svariati tipi di pasta anche formaggi a pasta dura (ad esempio parmigiano) e gorgonzola, salami, mortadelle, cotechini, tonno, merluzzo e sardine, fagioli borlotti, il tutto condito con buoni vini.
Già all’inizio del secolo scorso la cucina degli italiani era assai ricca e varia, grazie alla diversa provenienza degli immigrati. Spesso i prodotti venivano acquistati nei sempre più numerosi negozi italiani, che si approvvigionavano direttamente in Italia. Tra i piatti più diffusi, soprattutto nei giorni di festa, predominavano ancora sicuramente le varietà di paste, dagli spaghetti alle lasagne, cucinate in molti modi secondo l’origine degli immigrati; ma si arricchivano sempre più di piatti di carne (bollito misto, ossobuco, costine, fegato, coniglio arrosto, piccata milanese, ecc.) accompagnati da una grande varietà di formaggi (dalla gorgonzola alla mozzarella) e una grande ricchezza di ortaggi.

Abitudini alimentari degli immigrati
La continuità della forte presenza di italiani in Svizzera ha contribuito indubbiamente a diffondere certi consumi alimentari tipicamente italiani, a cominciare dalla pasta: gli svizzeri sono tra i più grandi consumatori di pasta al mondo. Gran parte della pasta consumata in Svizzera proviene dall’Italia. Insieme alla pasta va ricordata la pizza, diffusa ormai in ogni angolo della Svizzera. E quando si parla di pizza non si può non accennare alla mozzarella, il formaggio più amato dagli svizzeri che ne consumo a persona, sembra, più del formaggio da raclette, più dello stesso Greyerzer e molto più del formaggio più famoso della Svizzera ossia l’Emmentaler.
Oltre alla pasta, anzi alle paste di grano duro, gli immigrati italiani hanno contribuito a diffondere tra la popolazione numerosi ortaggi oggi frequenti sui banchi della Migros e della Coop e persino nei mercatini di quartiere, ma rarissimi fino agli anni Sessanta, quando nel reparto verdure non si trovavano che patate, carote, rape e cavoli. Ora le melanzane, i peperoni, i pomodori, le zucchine, i finocchi, i carciofi, i cavolfiori, i fagiolini, i broccoli, i meloni, le angurie non hanno nulla di esotico. Le melanzane, come i pomodori, sono oggi molto coltivati anche in Ticino, ma a diffonderli sono stati soprattutto gli italiani d’oltralpe.

Sapori d’Italia
La cucina mediterranea oggi è diffusa in ogni angolo del Paese come la pizza, la pasta, la mozzarella, l’olio d’oliva, l’aceto balsamico e persino il pesto ligure, ecc. I grandi distributori, i più frequentati anche dagli immigrati, quali Migros e Coop, hanno contribuito a diffondere tra gli svizzeri i «sapori d’Italia» basati su un’infinità di prodotti e di specialità. E non c’è casa svizzera che non conosca e magari sappia anche cucinare la pizza, un piatto di spaghetti «al dente», un piatto di lasagne alla bolognese, una parmigiana di melanzane, ecc.
Si potrà dire che l’intraprendenza dei commercianti oggi non conosce confini e i mercati di approvvigionamento dei prodotti più richiesti dai consumatori possono essere sia vicini che lontanissimi. In Svizzera, tuttavia, non si può dimenticare che i primi ad introdurre la «cucina mediterranea» tanto rinomata sono stati gli immigrati italiani. Un po’ per diffidenza e un po’ per una forma di risparmio, ma soprattutto per una questione di gusto, i lavoratori italiani, addetti generalmente a lavori pesanti e faticosi amavano nutrirsi fin dal secolo scorso con prodotti fatti arrivare appositamente dall’Italia, anzi dalle loro regioni d’origine. Avevano bisogno di sostanze nutrienti, ma anche di soddisfare il palato. E dove trovarle meglio che nella cucina tradizionale italiana, ricca ma non pesante, gustosa e sostanziosa? Il tutto, naturalmente, sempre accompagnato da almeno un buon bicchiere di vino.
Le famose e ormai folcloristiche valige di cartone che per non scoppiare erano tenute da grossi spaghi non contenevano solo effetti personali e tanti sogni, ma anche vettovaglie di ogni genere. Roba buona e gustosa come il provolone piccante, il pecorino sardo, la salsiccia calabrese, il salame nostrano, la mortadella ecc. ecc. Sapori d’Italia che hanno contribuito a cambiare la Svizzera!

Giovanni Longu
Berna 25.5.2011

18 maggio 2011

Max Frisch e i Fremdarbeiter italiani

Ricordando Max Frisch nel centenario della sua nascita e vent’anni dopo la sua morte non si può non sottolineare il suo forte legame con l’Italia e con gli italiani emigrati in Svizzera. Si dirà forse che si tratta di un aspetto marginale della complessa biografia di uno dei massimi scrittori svizzeri del XX secolo, eppure rappresenta nella storiografia dell’emigrazione italiana in Svizzera un elemento centrale. Basterebbe ricordare che una delle sue frasi più celebri si ritrova praticamente in ogni saggio sulle condizioni dei lavoratori italiani immigrati in Svizzera negli anni Sessanta e Settanta: «abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini».
La frase citata sintetizza bene, nella prima parte, la politica migratoria svizzera di quegli anni fondata sulla rotazione della forza lavoro e, nella seconda parte, la drammaticità di un popolo, quello degli immigrati, senza una vera identità e senza il pieno riconoscimento da parte del popolo indigeno. Li si continuerà a chiamare a lungo «lavoratori stranieri» o anche «lavoratori ospiti», in Svizzera solo di passaggio, provvisori e distinti, spesso separati, dai lavoratori indigeni.

Max Frisch era nato il 15 maggio 1911 a Zurigo, già allora la capitale economica della Svizzera. Figlio di un architetto, studiò dapprima germanistica all’università di Zurigo e successivamente, dopo un intermezzo come corrispondente per il giornale Neue Zürcher Zeitung, architettura. La sua vera passione fu tuttavia la letteratura e la scrittura.
Vivendo e studiando a Zurigo non poteva sfuggirgli la presenza di moltissimi italiani in quella città, soprattutto alla stazione, ma probabilmente non aveva avuto modo di osservarli da vicino e soprattutto di frequentarli. Così che, ha raccontato Dario Robbiani in un suo libro, la prima volta che Frisch entrò al Cooperativo della Militärstrasse, il famoso ristorante degli antifascisti italiani, fu sorpreso nel vedere a tavola tanti italiani ben vestiti. Secondo lui «non potevano essere operai italiani, poiché non portavano né canotta né salopette». Nessuno gli aveva detto che anche gli operai italiani, quando pranzano in trattoria si mettono l’abito buono.

Soggiorno romano
Non so se l’episodio raccontato da Robbiani sia stato per Frisch una sorta di folgorazione come per San Paolo sulla via di Damasco, ma è certo che negli anni Cinquanta comincia a interessarsi da vicino alla questione degli italiani e alla politica migratoria svizzera, che non condivide. Per allontanarsi da questa realtà e cercare nuove ispirazioni, nel 1960 decide di trasferirsi per qualche tempo a Roma. Vive dapprima in un grandioso appartamento ai Parioli insieme all’amica scrittrice e poetessa austriaca Ingeborg Bachmann, con cui impara a conoscere la città e un gran numero di artisti, fotografi, giornalisti che lo intervistano e lo presentano al pubblico come il grande scrittore-architetto svizzero, già famoso per alcune sue opere, soprattutto Homo Faber.
A Roma si trova subito a suo agio. Un anno dopo il suo arrivo può scrivere ad un suo amico di conoscere la città quasi come un tassista e di conoscere anche un numero di trattorie sufficiente per una settimana. «Vivo nella città più bella del mondo», dichiara in un’intervista a un giornalista della televisione. La relazione con la Bachmann non dura a lungo. Una volta separati, Frisch va ad abitare con una giovane studentessa, Marianne Oellers, che diverrà in seguito sua moglie, nel cuore della città, nell’esclusiva via Margutta, luogo di ristoranti alla moda e residenza di personaggi famosi dell’arte e dello spettacolo.
Frisch rimane a Roma cinque anni, durante i quali dà alla luce uno dei suoi libri più famosi, Il mio nome sia Gantenbein. Poi la vita romana finisce per stancarlo e decide di rientrare in Svizzera. Del soggiorno romano trarrà qualche anno dopo un bilancio positivo: «sono stati cinque anni interessantissimi». Quanti bastavano per farlo innamorare non solo delle bellezze di Roma, ma in generale della cultura italiana e degli italiani.

La questione dell’«inforestierimento»
Al suo ritorno in Svizzera nel 1965, nonostante avesse di proposito rinunciato a ritornare nella sua Zurigo e avesse preferito un ambiente più tranquillo nel Ticino, ripiomba per così dire nella problematica migratoria che aveva accantonato prima di trasferirsi in Italia e che nel frattempo si era aggravata a causa dei movimenti xenofobi che andavano sempre più estendendosi nella Svizzera tedesca. Su invito dell’amico cineasta Alexander Seiler, autore del libro e del film «Siamo italiani», scrive la vibrante introduzione al libro in cui è contenuta la celebre frase riportata sopra. Dirà al riguardo Frisch: «Quello che Seiler ha scritto, i dati che ha raccolto, mi avevano commosso moltissimo perché amo gli italiani, amo questo popolo e così mi sono ritrovato “in clinch”, di nuovo “contro” questa Svizzera».
Max Frisch sentiva come un enorme peso sullo stomaco il continuo insistere da parte della destra nazionalista sul pericolo dell’«inforestierimento», della Überfremdung e cerca di liberarsene. Lo fa a modo suo, con una denuncia chiara e decisa senza mezzi termini della politica degli stranieri fatta dalle autorità e dell’ingiusto trattamento dei lavoratori italiani da parte degli svizzeri. Lo fa soprattutto con l’autorevolezza che gli danno la sua fama e la sua indipendenza da qualsiasi schieramento partitico. Certamente, ammette Frisch, gli svizzeri hanno una propria identità, diversa da quella degli stranieri e degli italiani in particolare. Ma in questa diversità non vede alcuno scandalo. Perché dunque prendersela con loro? «Non si può prendersela con loro per questo».
Frisch non comprende la paura irrazionale degli stranieri, soprattutto degli italiani, tanto più che sono stati chiamati e sono necessari all’economia, non hanno alcun peso politico e sono senza voce ovunque si prende una decisione. Eppure, scrive Frisch nel 1965, «un piccolo popolo dominatore si vede in pericolo: sono state chiamate forze di lavoro e arrivano persone. Non divorano l’intero benessere, anzi sono indispensabili al benessere».

Gastarbeiter o Fremdarbeiter?
Intanto, si chiede Frisch, dobbiamo chiamarli lavoratori ospiti (Gastarbeiter), come si sente dire spesso, o lavoratori stranieri (Fremdarbeiter)? «Io opto per i secondi: non sono ospiti che serviamo per trarne un guadagno; lavorano – all’estero – perché non riescono a fare fortuna nel loro Paese». E poi approfondisce la questione dell’identità degli svizzeri e della presunta minaccia da parte degli stranieri. Ma parlano un’altra lingua! «Non si può prendersela con loro per questo, tanto più che la loro lingua è una delle quattro lingue nazionali». Ma si lamentano per gli alloggi non dignitosi! «Se il piccolo popolo dominatore non fosse famoso per la sua umanità, tolleranza eccetera, la relazione con le forze di lavoro straniere sarebbe più semplice; si potrebbe alloggiarli in normali accampamenti, dove potrebbero anche cantare e non inforestierirebbero le strade. Ma non è possibile; non sono dei prigionieri, non sono neanche dei rifugiati». Ma ormai sono dappertutto: entrano nei negozi e comprano e se subiscono un infortunio sul lavoro o si ammalano ce li ritroviamo anche negli ospedali! E per questo bisogna prendersela con loro? Risparmiano, si dice, e spediscono a casa un miliardo all’anno! «In realtà non si può prendersela con loro per questo».
Per aiutare i lettori a capire il suo ragionamento, Frisch domanda, se gli svizzeri trovano inquietante che ci siano alla frontiera così tanti italiani che aspettano di entrare, non sarebbe altrettanto inquietante se l’Italia chiudesse le frontiere all’improvviso? Certamente, così tanti italiani in Svizzera sono un problema e bisogna capire il popolo svizzero. D’altra parte, «lavorano bene, sembra, sono addirittura abili» e non si può fare a meno di loro, tranne che per «qualche testa calda che non capisce niente di economia».
Quanto al loro numero, dice Frisch con una punta d’ironia, «sono semplicemente troppi, non sul cantiere né in fabbrica né nella stalla né in cucina, ma dopo il lavoro, soprattutto la domenica, di colpo sono troppi. Balzano all’occhio. Sono diversi. Guardano le ragazze e le signore, a meno che non abbiano potuto portare le loro all’estero». E con questo minacciano la natura del piccolo popolo dominatore?

Odio e pregiudizi
Nell’atteggiamento antistraniero e antitaliano Frisch vede soprattutto molti pregiudizi ma anche un certo odio verso lo straniero: «L’odio verso lo straniero è un fenomeno naturale. Esso nasce fra l’altro dalla paura che altri possano essere più abili in questo o quel campo, in ogni modo il loro impegno è diverso, diverso per esempio nell’assaporare la vita, nell’essere felici. Ciò suscita invidia, anche se ci si trova in una posizione privilegiata, e l’invidia sfocia in atti di disprezzo. Gli svizzeri sono bravi, ma ora scoprono che anche atri lo sono: e senza quel senso di malumore che al nord delle Alpi siamo abituati a considerare la premessa o addirittura la prova medesima della capacità…» (cit. in Fiorenza Venturini: Nudi col passaporto, del 1969).
Nella Premessa dell’opera della Venturini, l’autrice cita una frase di Frisch nei suoi confronti: «Avrei tanto voluto scrivere io stesso un romanzo sull’emigrazione italiana in Svizzera. Ma non mi è stato possibile farlo, perché non riesco ad addentrarmi abbastanza nell’anima della Sua gente. Sono felice che lo faccia Lei per me».
Ritengo che anche senza un libro specifico Max Frisch abbia dato prova in molteplici occasioni non solo di comprendere la problematica degli immigrati italiani in Svizzera negli anni Sessanta e Settanta, ma anche di voler contribuire a favorire un clima favorevole al dialogo e alla reciproca comprensione tra svizzeri e stranieri. Anche per questo, credo, va ricordato.

Giovanni Longu
Berna 18.5.2011