Il 28 settembre scorso si è tenuta a Berna una serata informativa sul tema «La Svizzera di cultura italiana ‘si mette in rete’». Un tema di indubbio interesse, soprattutto per uno come il sottoscritto da sempre critico sulla dispersione incongruente della cultura italiana in Svizzera e sostenitore di ogni tentativo di valorizzarla in forme coerenti e rispettose delle diversità.
Ho partecipato alla serata attratto anche dalla bella presentazione del tema nella lettera d’invito a firma della presidente della Deputazione ticinese alle Camere federali Marina Carobbio Guscetti. Mi ha colpito in essa soprattutto il secondo paragrafo che merita di essere riportato integralmente:
«La "Svizzera di cultura italiana", nella sua dimensione (inter)nazionale e non soltanto di "Svizzera italiana" nel senso geografico e territoriale (Ticino e Grigioni), è parte integrante e connotativa di questa dinamica e vi partecipa attivamente, anche perché il suo futuro dipende dalla sua capacità di affermarsi e rigenerarsi. Vi è pertanto la necessità di conoscere e "mettere in rete" le cerchie interessate, di farle comunicare tra loro e di studiare gli strumenti più efficaci per impostare un'azione comune».
Finalmente, mi sono detto, un po’ di chiarezza e di ragionevolezza nel considerare la dimensione obiettivamente nazionale e addirittura «(inter)nazionale» della cultura italiana e la necessità di «mettere in rete» tutte le cerchie interessate. Tanto più che questo elemento pregiudiziale di chiarezza mi sembrava avere l’avallo dell’intera Deputazione ticinese alle Camere federali e quindi, ritenevo, del Cantone Ticino, quale unico Cantone svizzero di lingua e cultura italiana.
Ticino protagonista?
Da parecchi anni e da molte voci si reclamava la «discesa in campo» del Ticino per la difesa dell’italiano e della cultura italiana a livello nazionale. La serata del 28 settembre mi sembrava una conferma dell’interesse del Ticino, soprattutto attraverso la sua Deputazione alle Camere federali e il suo Delegato per i rapporti con la Confederazione, a giocare un ruolo determinante nella difesa e nella valorizzazione dell’italianità in Svizzera.
Mi sembrava anche ragionevole e necessario che una strategia d’intervento e di coordinamento cominciasse con la presentazione di ciò che esiste o è in via di realizzazione per «mettere in rete le cerchie interessate, farle comunicare tra loro e studiare gli strumenti più efficaci per impostare un’azione comune». Ero curioso di conoscere i progetti esistenti e la loro capacità di integrare tutte le cerchie interessate.
E gli altri?
Con questo spirito ho partecipato all’incontro di studio del 28 settembre, ma devo subito confessare che le mie attese sono andate in gran parte deluse, probabilmente perché le mie attese erano esagerate, ma sicuramente anche perché tutti i progetti presentati mi sono apparsi carenti sotto un aspetto fondamentale, quello di coinvolgere tutte le cerchie interessate. Nessun progetto tra quelli presentati (Deputazione Cantone Ticino, Forum Helveticum, Coscienza Svizzera, Pro Grigioni) sembra infatti prevedere il coinvolgimento di organizzazioni culturali non di emanazione istituzionale svizzera. Durante tutta la serata non è stata mai evocata esplicitamente la vasta rete di operatori culturali italiani (associazioni, scuole, ecc.), che pure interessano almeno la metà dei «consumatori» della cultura italiana in Svizzera. Solo un cenno a un presunto ma forse non esistente 7 per cento di italofoni ha ricordato indirettamente che i fruitori della cultura italiana in Svizzera non sono solo i ticinesi e i grigionesi italiani.
Nonostante la delusione per le mie attese forse eccessive, la serata organizzata dalla Deputazione ticinese alle Camere federali può segnare un punto di partenza fondamentale per l’organizzazione dell’italofonia e soprattutto per la valorizzazione della cultura italiana in Svizzera. Mi auguro che a questo primo incontro ne seguano altri, anzitutto per la scelta definitiva della piattaforma più idonea, ma anche per coinvolgere maggiormente i vari operatori culturali in seno all’italofonia.
Allo stato attuale, se mi è consentito un parere non professionale, la scelta dovrebbe ispirarsi ai modelli del Forum Helveticum e di Coscienza Svizzera, magari trovando una denominazione più appropriata all’oggetto in questione e agli obiettivi di favorire scambi e sostenere ogni utile iniziativa alla valorizzazione della cultura italiana in Svizzera, quale elemento fondamentale della comprensione e della coesione nazionale.
Si continui!
Mi auguro ovviamente che le istituzioni e organizzazioni varie di matrice «italiana» non siano escluse dalle discussioni e dalla scelta finale e non si autoescludano dall’opportunità della messa in rete di tutte le cerchie interessate alla cultura italiana. Unire le forze mi sembra un imperativo che convenga a tutti, mentre separarle equivarrebbe a un impoverimento irresponsabile.
Infine, nonostante le mie personali riserve sull’esito della recente serata bernese, devo dare atto agli organizzatori dell’impegno dimostrato non solo nell’organizzazione della serata e nella scelta dei relatori, ma anche del forte segnale dato a tutte le organizzazione che hanno a cuore la vita e lo sviluppo della Svizzera di cultura italiana. Dunque si continui!
Giovanni Longu
Berna 5 ottobre 2011
05 ottobre 2011
L’Italia tra secessione e utopia
In Italia, nonostante le difficoltà economico-finanziarie che dovrebbero mettere d’accordo tutte le forze responsabili del Paese almeno sulla necessità di tentare di arginare la crisi, il clima politico tra opposizioni e governo, ma anche all’interno della maggioranza diventa ogni giorno più rovente. Più che il bene comune sembra prevalere l’interesse di parte.
Il continuo litigio tra opposizioni e governo, che si avvale ormai di qualunque mezzo lecito o al limite della legalità, compresi l’uso di un linguaggio spregevole e il linciaggio mediatico, non sembra attenuarsi. Sembra anzi avviarsi a scontri ben più duri, almeno a sentire certe voci provenienti della sinistra più minacciosa. Evidentemente nei principali leader politici sembra venuto meno non solo il senso dello Stato, ma anche il buon senso. Inutile cercare nei loro discorsi proposte serie e sostenibili per la crescita e l’avvio di una stagione di riforme. Il loro vero obiettivo sembra la distruzione dell’avversario, sfruttando tutte le sue fragilità.
Di fronte a questa situazione, molti cittadini cominciano a preoccuparsi seriamente e l’antipolitica è ormai come un fiume in piena. La delusione nei confronti di buona parte della classe politica è palpabile. Gli elettori non intendevano certo dare agli eletti carta bianca per usare i privilegi della casta come spranghe per colpire gli avversari. Volevano che, stando nella maggioranza o all’opposizione, concorressero democraticamente al bene del Paese. Purtroppo molti di essi si stanno invece rivelando indegni del mandato ricevuto, perché in un momento in cui sarebbe auspicabile coesione e impegno comune sembrano preferire le divisioni, lo scontro e possibilmente l’annientamento dell’avversario.
Tre tendenze dell’antipolitica
In questo momento drammatico della vita politica italiana sembrano farsi strada tre tendenze dell’antipolitica. Una è quella di cercare di alzare la voce più degli altri persino in tono minaccioso, la seconda è quella un po’ credulona nella buona sorte che ha sempre assistito l’Italia, la terza si affida all’utopia.
La prima tendenza è riemersa clamorosamente in questi ultimi mesi con l’invocazione della «secessione» da parte del «popolo padano». Apriti cielo! Tutte le opposizioni e persino qualche voce della maggioranza ha additato la Lega Nord come antitaliana e secessionista. Persino il Capo dello Stato si è sentito in dovere di ribadire che «il popolo padano non esiste» e che la secessione si scontrerebbe inevitabilmente con l’articolo 5 della Costituzione secondo cui «la Repubblica è una e indivisibile», anche se «riconosce e promuove le autonomie locali».
Lungi da me sottovalutare la gravità di quell’invocazione, ma non mi scandalizzo. Trovo più scandaloso che le forze politiche non si trovino d’accordo nel promuovere le giuste «autonomie locali» e continuino a tollerare per interessi elettorali che tra le regioni italiane ci siano troppe disparità nello sviluppo, nell’impiego delle risorse e nelle prestazioni fornite ai cittadini. Ci sarebbe in Italia meno lotta politica e più equità sociale se anche tra le regioni vigessero i principi della produttività e della meritocrazia, con interventi sanzionatori per quelle meno virtuose. Una buona forma di federalismo, che sappia coniugare le autonomie locali e la coesione nazionale (la Svizzera è un esempio che funziona), risolverebbe tanti problemi, in particolare la contrapposizione spesso strumentale tra Nord e Sud.
La seconda tendenza è quella, a mio parere un po’ semplicistica, di sperare nella buona sorte che in qualche modo ha sempre aiutato l’Italia a venir fuori dai guai. Del resto, si fa osservare, non è vero che tutto va male, anche se questo benedetto PIL (prodotto interno lordo) apparentemente cresce poco (ma cresce il sommerso). Certo il sommerso indebolisce lo Stato perché lo priva di risorse, ma è pur sempre una ricchezza che resta nel Paese. E poi non va dimenticato che gli italiani sono un popolo di proprietari di case per l’85% (un lusso che nemmeno gli svizzeri si possono concedere) e di risparmiatori (con un capitale pro capite – incredibile ma vero! - superiore persino a quello dei tedeschi).
La terza tendenza, utopistica perché fondata su un accentuato pessimismo e una prospettiva illusoria, non ripone più alcuna fiducia nella classe dirigente (non solo politica) italiana, decisamente da decapitare, ma spera in una sorta di nuovo Risorgimento o di rigenerazione morale. In questo periodo di celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia è risuonata più volte la musa ispiratrice di Mazzini, apostolo e profeta del Risorgimento italiano. Ma dove sono i profeti e gli apostoli oggi?
Meglio stare coi piedi per terra e nell’attesa che torni un po’ di sereno, tutto sarebbe più facile se ognuno facesse la sua parte nel proprio ambito, modestamente ma seriamente, a cominciare dal Governo, dal Parlamento (maggioranza e opposizioni), dalla Magistratura, dalla Confindustria, dai sindacati, dai giornalisti e da ciascun italiano. E’ chiedere troppo?
Giovanni Longu
Berna 5.10.2011
Il continuo litigio tra opposizioni e governo, che si avvale ormai di qualunque mezzo lecito o al limite della legalità, compresi l’uso di un linguaggio spregevole e il linciaggio mediatico, non sembra attenuarsi. Sembra anzi avviarsi a scontri ben più duri, almeno a sentire certe voci provenienti della sinistra più minacciosa. Evidentemente nei principali leader politici sembra venuto meno non solo il senso dello Stato, ma anche il buon senso. Inutile cercare nei loro discorsi proposte serie e sostenibili per la crescita e l’avvio di una stagione di riforme. Il loro vero obiettivo sembra la distruzione dell’avversario, sfruttando tutte le sue fragilità.
Di fronte a questa situazione, molti cittadini cominciano a preoccuparsi seriamente e l’antipolitica è ormai come un fiume in piena. La delusione nei confronti di buona parte della classe politica è palpabile. Gli elettori non intendevano certo dare agli eletti carta bianca per usare i privilegi della casta come spranghe per colpire gli avversari. Volevano che, stando nella maggioranza o all’opposizione, concorressero democraticamente al bene del Paese. Purtroppo molti di essi si stanno invece rivelando indegni del mandato ricevuto, perché in un momento in cui sarebbe auspicabile coesione e impegno comune sembrano preferire le divisioni, lo scontro e possibilmente l’annientamento dell’avversario.
Tre tendenze dell’antipolitica
In questo momento drammatico della vita politica italiana sembrano farsi strada tre tendenze dell’antipolitica. Una è quella di cercare di alzare la voce più degli altri persino in tono minaccioso, la seconda è quella un po’ credulona nella buona sorte che ha sempre assistito l’Italia, la terza si affida all’utopia.
La prima tendenza è riemersa clamorosamente in questi ultimi mesi con l’invocazione della «secessione» da parte del «popolo padano». Apriti cielo! Tutte le opposizioni e persino qualche voce della maggioranza ha additato la Lega Nord come antitaliana e secessionista. Persino il Capo dello Stato si è sentito in dovere di ribadire che «il popolo padano non esiste» e che la secessione si scontrerebbe inevitabilmente con l’articolo 5 della Costituzione secondo cui «la Repubblica è una e indivisibile», anche se «riconosce e promuove le autonomie locali».
Lungi da me sottovalutare la gravità di quell’invocazione, ma non mi scandalizzo. Trovo più scandaloso che le forze politiche non si trovino d’accordo nel promuovere le giuste «autonomie locali» e continuino a tollerare per interessi elettorali che tra le regioni italiane ci siano troppe disparità nello sviluppo, nell’impiego delle risorse e nelle prestazioni fornite ai cittadini. Ci sarebbe in Italia meno lotta politica e più equità sociale se anche tra le regioni vigessero i principi della produttività e della meritocrazia, con interventi sanzionatori per quelle meno virtuose. Una buona forma di federalismo, che sappia coniugare le autonomie locali e la coesione nazionale (la Svizzera è un esempio che funziona), risolverebbe tanti problemi, in particolare la contrapposizione spesso strumentale tra Nord e Sud.
La seconda tendenza è quella, a mio parere un po’ semplicistica, di sperare nella buona sorte che in qualche modo ha sempre aiutato l’Italia a venir fuori dai guai. Del resto, si fa osservare, non è vero che tutto va male, anche se questo benedetto PIL (prodotto interno lordo) apparentemente cresce poco (ma cresce il sommerso). Certo il sommerso indebolisce lo Stato perché lo priva di risorse, ma è pur sempre una ricchezza che resta nel Paese. E poi non va dimenticato che gli italiani sono un popolo di proprietari di case per l’85% (un lusso che nemmeno gli svizzeri si possono concedere) e di risparmiatori (con un capitale pro capite – incredibile ma vero! - superiore persino a quello dei tedeschi).
La terza tendenza, utopistica perché fondata su un accentuato pessimismo e una prospettiva illusoria, non ripone più alcuna fiducia nella classe dirigente (non solo politica) italiana, decisamente da decapitare, ma spera in una sorta di nuovo Risorgimento o di rigenerazione morale. In questo periodo di celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia è risuonata più volte la musa ispiratrice di Mazzini, apostolo e profeta del Risorgimento italiano. Ma dove sono i profeti e gli apostoli oggi?
Meglio stare coi piedi per terra e nell’attesa che torni un po’ di sereno, tutto sarebbe più facile se ognuno facesse la sua parte nel proprio ambito, modestamente ma seriamente, a cominciare dal Governo, dal Parlamento (maggioranza e opposizioni), dalla Magistratura, dalla Confindustria, dai sindacati, dai giornalisti e da ciascun italiano. E’ chiedere troppo?
Giovanni Longu
Berna 5.10.2011
28 settembre 2011
Celebrazioni dell’Unità d’Italia: non solo amor di patria
In queste ultime settimane si sono svolti o stanno per svolgersi in diverse città svizzere festeggiamenti per il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Espressione di un sincero amor di patria o tentativo di segnalare una forte presenza della collettività italiana residente in Svizzera? Probabilmente l’una e l’altro, ma non solo.
L’amor di patria, anche se in forma meno romantica e appariscente di una volta, è sicuramente presente in gran parte degli italiani che vivono all’estero. Basti pensare al disagio ch’essi provano nel leggere e sentire le frequenti notizie di scandali e di degrado provenienti dall’Italia e alla gioia ogniqualvolta un italiano o un prodotto italiano si colloca ai vertici delle classifiche internazionali.
Le celebrazioni di queste settimane sembrano però anche l’espressione di una volontà ampiamente condivisa di segnalare alle istituzioni soprattutto italiane ma anche svizzere la presenza in questo Paese di una collettività italiana consistente e importante, ma purtroppo trascurata.
Tuttavia la spinta maggiore a commemorare e festeggiare la nascita dello Stato italiano è forse la ricerca di un’identità e di un senso di appartenenza all’Italia, che incontrano sempre maggiori ostacoli.
Ostacoli all’identità e al senso di appartenenza
Non si tratta di ostacoli facilmente individuabili, ma di una percezione (soggettiva) indotta anzitutto dalla costatazione (oggettiva) di un sempre maggiore allontanamento delle istituzione italiani dai problemi dei cittadini e dalla carenza di stimoli per un rafforzamento dei legami storici, affettivi e culturali con l’Italia. A questa costatazione se ne aggiunge anche un’altra, anch’essa oggettiva, legata alla storia e alla demografia di una parte consistente della collettività italiana, quella della sempre maggiore integrazione in questo Paese.
Purtroppo gli italiani residenti in Svizzera sono costretti ormai da alcuni decenni a veder diminuire il grado di attenzione nei loro confronti da parte delle istituzioni italiane. Non solo il Parlamento e il Governo della Repubblica sembrano disinteressarsi dei loro problemi ma anche tutte le altre istituzioni diplomatiche, consolari e di rappresentanza presenti nella Confederazione.
E’ sotto gli occhi di tutti che i rapporti tra la «colonia» italiana in Svizzera e la madrepatria non sono soddisfacenti. Basti pensare all’insoddisfazione diffusa dei connazionali nei confronti dei servizi consolari, dei servizi scolastici (corsi di lingua e cultura, sostegno parascolastico), dei servizi di rappresentanza (CGIE, Comites, e altri organismi di rappresentanza). Con la giustificazione della scarsità di risorse messe a disposizione dal governo, l’intera struttura di sostegno dell’italianità fuori d’Italia sta perdendo ogni giorno di più consistenza ed efficacia. Insieme alle risorse sembrano venir meno anche la motivazione, l’interesse e persino il rispetto nei confronti dei connazionali.
Questi uffici, a cominciare da quelli dell’Ambasciata, sembrano ignorare ad esempio il dovere civile anche se non giuridico di rispondere alle richieste dei concittadini: vizio ormai incancrenito e di difficile estirpazione soprattutto ora che la scusa è facile, la mancanza di personale. Sarà anche vero, ma certamente non tale da giustificare che persino il sito dell’Ambasciata fino a pochi giorni fa fosse così trascurato da non registrare nell’organigramma degli uffici i nomi dell’attuale ambasciatore e del vice capo missione, ma ancora quelli dei predecessori.
Sottovalutazione di una risorsa importanza
Da alcuni decenni si assiste impotenti alla sottovalutazione della risorsa che dovrebbe rappresentare per l’Italia una collettività di oltre mezzo milione di persone, in gran parte ben integrate nel Paese più ricco del mondo e uno dei suoi principali partner commerciali. Mancano gli stimoli, manca l’iniziativa, manca soprattutto la volontà di valorizzare questa risorsa. Quando i motori della vita sociale degli immigrati erano le associazioni, le istituzioni ufficiali erano un punto di riferimento e un sostegno sicuro. Ora, col venir meno dell’associazionismo solidale, sostituito malauguratamente da organizzazioni partitiche più faziose che solidali, anche il sostegno istituzionale sembra ridotto al lumicino. Basta osservare la pochezza della politica scolastica e culturale e la privazione di qualunque sostegno finanziario anche a iniziative meritevoli come le celebrazioni per il 150° dell’unità d’Italia.
Tralascio, per evitare inutili polemiche, CGIE, Comites, parlamentari eletti all’estero, enti gestori, ecc. che meriterebbero da soli considerazioni separate soprattutto circa la loro rappresentatività ed la loro reale utilità.
La questione dell’identità delle giovani generazioni
Ci sono poi ragioni intrinseche alla collettività italiana che rendono alquanto problematica un’eventuale identità degli italiani in Svizzera. Occorre infatti ricordare che quando si parla della collettività italiana in Svizzera si fa una sorta di sommatoria di realtà assai diverse. Basti pensare alle differenze generazionali o anche solo alle differenze davvero enormi tra l’immigrazione degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e quella più recente, caratterizzate da conoscenze e competenze assai diverse.
Altra grande differenza riguarda il luogo di nascita e di conseguenza il grado d’integrazione: se i nati in Italia mostrano un più stretto legame col Paese d’origine, le generazioni più giovani sono nate e cresciute prevalentemente in questo Paese, di cui condividono ormai quasi tutto nel modo di pensare, di vivere e di guardare al futuro. Per non parlare dei doppi cittadini, che hanno compiuto interamente il percorso spesso accidentato dell’integrazione fino al godimento della pienezza dei diritti civili e politici.
Il richiamo ai giovani mi sembra necessario perché in questo contesto essi rappresentano indubbiamente il punto più debole. Sotto il profilo dell’identità e del senso di appartenenza sono infatti i giovani che subiscono il danno maggiore, perché le vecchie generazioni non sono state in grado di interessarli e integrarli nelle loro strutture organizzative, congelando organigrammi e impegni societari (assemblea annuale ed eventuale festa connessa) allo stato di decenni orsono e dimostrando, salvo rare ed encomiabili eccezioni, una totale chiusura al rinnovamento e all’innovazione.
Nei confronti delle giovani generazioni ho sentito più volte giudizi di grande apprezzamento per il loro grado d’integrazione in seno alla collettività svizzera e per la facilità (rispetto ai loro nonni e genitori) con cui oggi riescono ad aprire molte porte, comprese quelle del potere. Ma ho sentito anche giudizi di rassegnazione nei loro confronti, come se fossero generazioni perse per l’Italia e persino per l’italianità. E’ per questo che sono state pochissimo coinvolte non solo nell’organizzazione ma anche nella tipologia delle manifestazioni?
Che senso hanno le celebrazioni?
A questo punto ci si può chiedere cosa rappresentino veramente per i giovani connazionali, soprattutto quelli di seconda e terza generazione, le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Credo francamente poco, anche perché queste manifestazioni, di fronte ad un prevalente carattere di festa popolare e di mercato culinario, offrono ai giovani pochissimi spazi di riflessione e di approfondimento. L’aspetto festivo è indubbiamente importante (soprattutto se inteso come «festa dell’amicizia italo-svizzera» e allietato nientemeno che dalla sfilata della fanfara dei bersaglieri, come nelle celebrazioni di Basilea), ma l’aspetto culturale andava forse meglio curato e sviluppato.
Data la ristrettezza delle risorse a disposizione dei vari comitati organizzatori, a cui va riconosciuto un grande senso di altruismo e d’impegno, non dev’essere stato facile organizzare manifestazioni così varie e complesse come quelle di Basilea, di Grenchen, di Berna, di Zurigo, di Lucerna, e numerose altre città svizzere. Mi pare tuttavia legittimo chiedersi se queste celebrazioni siano una risposta efficace al desiderio diffuso di un’identità «italiana» e alla rivendicazione dell’appartenenza alla grande famiglia italiana. Altrettanto legittima mi pare la risposta negativa, anche se andrebbe modulata caso per caso. L’attenuante generica è sicuramente la pochezza di mezzi disponibili, l’aggravante è che in nessuna programmazione è stata prevista una specifica riflessione, con il coinvolgimento delle giovani generazioni, sul loro senso di identità e di appartenenza.
Queste celebrazioni, che hanno un preciso riferimento storico e culturale, avrebbero potuto (ma forse potrebbero ancora) offrire ai giovani un’occasione straordinaria per una riflessione su molti aspetti che li riguardano da vicino. Essendo abituati a sottolineare soprattutto le differenze tra l’Italia e la Svizzera, sarebbe stato utile approfondire le somiglianze e i legami tra i due Paesi. Penso non solo alla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, che coincide grossomodo con i 150 anni delle celebrazioni, ma anche alla costituzione dei due Stati quale risultato di una espressa volontà popolare (per cui non solo la Svizzera ma anche l’Italia è una Willensnation), agli intensi rapporti che si sono sviluppati nei vari campi tra i due Paesi amici, alla componente italiana radicata nella storia e nella società svizzera, all’integrazione di entrambi i Paesi in un contesto europeo (come probabilmente emergerà nel corso della celebrazione a Grenchen il 1° ottobre prossimo).
Starà ora soprattutto alla capacità e all’interesse degli stessi giovani italiani e italo-svizzeri sviluppare il senso di appartenenza a una cultura che accomuna l’Italia e la Svizzera e trovare motivazioni sufficienti per difendere la loro italianità «svizzera».
Giovanni Longu
Berna 28.09.2011
L’amor di patria, anche se in forma meno romantica e appariscente di una volta, è sicuramente presente in gran parte degli italiani che vivono all’estero. Basti pensare al disagio ch’essi provano nel leggere e sentire le frequenti notizie di scandali e di degrado provenienti dall’Italia e alla gioia ogniqualvolta un italiano o un prodotto italiano si colloca ai vertici delle classifiche internazionali.
Le celebrazioni di queste settimane sembrano però anche l’espressione di una volontà ampiamente condivisa di segnalare alle istituzioni soprattutto italiane ma anche svizzere la presenza in questo Paese di una collettività italiana consistente e importante, ma purtroppo trascurata.
Tuttavia la spinta maggiore a commemorare e festeggiare la nascita dello Stato italiano è forse la ricerca di un’identità e di un senso di appartenenza all’Italia, che incontrano sempre maggiori ostacoli.
Ostacoli all’identità e al senso di appartenenza
Non si tratta di ostacoli facilmente individuabili, ma di una percezione (soggettiva) indotta anzitutto dalla costatazione (oggettiva) di un sempre maggiore allontanamento delle istituzione italiani dai problemi dei cittadini e dalla carenza di stimoli per un rafforzamento dei legami storici, affettivi e culturali con l’Italia. A questa costatazione se ne aggiunge anche un’altra, anch’essa oggettiva, legata alla storia e alla demografia di una parte consistente della collettività italiana, quella della sempre maggiore integrazione in questo Paese.
Purtroppo gli italiani residenti in Svizzera sono costretti ormai da alcuni decenni a veder diminuire il grado di attenzione nei loro confronti da parte delle istituzioni italiane. Non solo il Parlamento e il Governo della Repubblica sembrano disinteressarsi dei loro problemi ma anche tutte le altre istituzioni diplomatiche, consolari e di rappresentanza presenti nella Confederazione.
E’ sotto gli occhi di tutti che i rapporti tra la «colonia» italiana in Svizzera e la madrepatria non sono soddisfacenti. Basti pensare all’insoddisfazione diffusa dei connazionali nei confronti dei servizi consolari, dei servizi scolastici (corsi di lingua e cultura, sostegno parascolastico), dei servizi di rappresentanza (CGIE, Comites, e altri organismi di rappresentanza). Con la giustificazione della scarsità di risorse messe a disposizione dal governo, l’intera struttura di sostegno dell’italianità fuori d’Italia sta perdendo ogni giorno di più consistenza ed efficacia. Insieme alle risorse sembrano venir meno anche la motivazione, l’interesse e persino il rispetto nei confronti dei connazionali.
Questi uffici, a cominciare da quelli dell’Ambasciata, sembrano ignorare ad esempio il dovere civile anche se non giuridico di rispondere alle richieste dei concittadini: vizio ormai incancrenito e di difficile estirpazione soprattutto ora che la scusa è facile, la mancanza di personale. Sarà anche vero, ma certamente non tale da giustificare che persino il sito dell’Ambasciata fino a pochi giorni fa fosse così trascurato da non registrare nell’organigramma degli uffici i nomi dell’attuale ambasciatore e del vice capo missione, ma ancora quelli dei predecessori.
Sottovalutazione di una risorsa importanza
Da alcuni decenni si assiste impotenti alla sottovalutazione della risorsa che dovrebbe rappresentare per l’Italia una collettività di oltre mezzo milione di persone, in gran parte ben integrate nel Paese più ricco del mondo e uno dei suoi principali partner commerciali. Mancano gli stimoli, manca l’iniziativa, manca soprattutto la volontà di valorizzare questa risorsa. Quando i motori della vita sociale degli immigrati erano le associazioni, le istituzioni ufficiali erano un punto di riferimento e un sostegno sicuro. Ora, col venir meno dell’associazionismo solidale, sostituito malauguratamente da organizzazioni partitiche più faziose che solidali, anche il sostegno istituzionale sembra ridotto al lumicino. Basta osservare la pochezza della politica scolastica e culturale e la privazione di qualunque sostegno finanziario anche a iniziative meritevoli come le celebrazioni per il 150° dell’unità d’Italia.
Tralascio, per evitare inutili polemiche, CGIE, Comites, parlamentari eletti all’estero, enti gestori, ecc. che meriterebbero da soli considerazioni separate soprattutto circa la loro rappresentatività ed la loro reale utilità.
La questione dell’identità delle giovani generazioni
Ci sono poi ragioni intrinseche alla collettività italiana che rendono alquanto problematica un’eventuale identità degli italiani in Svizzera. Occorre infatti ricordare che quando si parla della collettività italiana in Svizzera si fa una sorta di sommatoria di realtà assai diverse. Basti pensare alle differenze generazionali o anche solo alle differenze davvero enormi tra l’immigrazione degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e quella più recente, caratterizzate da conoscenze e competenze assai diverse.
Altra grande differenza riguarda il luogo di nascita e di conseguenza il grado d’integrazione: se i nati in Italia mostrano un più stretto legame col Paese d’origine, le generazioni più giovani sono nate e cresciute prevalentemente in questo Paese, di cui condividono ormai quasi tutto nel modo di pensare, di vivere e di guardare al futuro. Per non parlare dei doppi cittadini, che hanno compiuto interamente il percorso spesso accidentato dell’integrazione fino al godimento della pienezza dei diritti civili e politici.
Il richiamo ai giovani mi sembra necessario perché in questo contesto essi rappresentano indubbiamente il punto più debole. Sotto il profilo dell’identità e del senso di appartenenza sono infatti i giovani che subiscono il danno maggiore, perché le vecchie generazioni non sono state in grado di interessarli e integrarli nelle loro strutture organizzative, congelando organigrammi e impegni societari (assemblea annuale ed eventuale festa connessa) allo stato di decenni orsono e dimostrando, salvo rare ed encomiabili eccezioni, una totale chiusura al rinnovamento e all’innovazione.
Nei confronti delle giovani generazioni ho sentito più volte giudizi di grande apprezzamento per il loro grado d’integrazione in seno alla collettività svizzera e per la facilità (rispetto ai loro nonni e genitori) con cui oggi riescono ad aprire molte porte, comprese quelle del potere. Ma ho sentito anche giudizi di rassegnazione nei loro confronti, come se fossero generazioni perse per l’Italia e persino per l’italianità. E’ per questo che sono state pochissimo coinvolte non solo nell’organizzazione ma anche nella tipologia delle manifestazioni?
Che senso hanno le celebrazioni?
A questo punto ci si può chiedere cosa rappresentino veramente per i giovani connazionali, soprattutto quelli di seconda e terza generazione, le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Credo francamente poco, anche perché queste manifestazioni, di fronte ad un prevalente carattere di festa popolare e di mercato culinario, offrono ai giovani pochissimi spazi di riflessione e di approfondimento. L’aspetto festivo è indubbiamente importante (soprattutto se inteso come «festa dell’amicizia italo-svizzera» e allietato nientemeno che dalla sfilata della fanfara dei bersaglieri, come nelle celebrazioni di Basilea), ma l’aspetto culturale andava forse meglio curato e sviluppato.
Data la ristrettezza delle risorse a disposizione dei vari comitati organizzatori, a cui va riconosciuto un grande senso di altruismo e d’impegno, non dev’essere stato facile organizzare manifestazioni così varie e complesse come quelle di Basilea, di Grenchen, di Berna, di Zurigo, di Lucerna, e numerose altre città svizzere. Mi pare tuttavia legittimo chiedersi se queste celebrazioni siano una risposta efficace al desiderio diffuso di un’identità «italiana» e alla rivendicazione dell’appartenenza alla grande famiglia italiana. Altrettanto legittima mi pare la risposta negativa, anche se andrebbe modulata caso per caso. L’attenuante generica è sicuramente la pochezza di mezzi disponibili, l’aggravante è che in nessuna programmazione è stata prevista una specifica riflessione, con il coinvolgimento delle giovani generazioni, sul loro senso di identità e di appartenenza.
Queste celebrazioni, che hanno un preciso riferimento storico e culturale, avrebbero potuto (ma forse potrebbero ancora) offrire ai giovani un’occasione straordinaria per una riflessione su molti aspetti che li riguardano da vicino. Essendo abituati a sottolineare soprattutto le differenze tra l’Italia e la Svizzera, sarebbe stato utile approfondire le somiglianze e i legami tra i due Paesi. Penso non solo alla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, che coincide grossomodo con i 150 anni delle celebrazioni, ma anche alla costituzione dei due Stati quale risultato di una espressa volontà popolare (per cui non solo la Svizzera ma anche l’Italia è una Willensnation), agli intensi rapporti che si sono sviluppati nei vari campi tra i due Paesi amici, alla componente italiana radicata nella storia e nella società svizzera, all’integrazione di entrambi i Paesi in un contesto europeo (come probabilmente emergerà nel corso della celebrazione a Grenchen il 1° ottobre prossimo).
Starà ora soprattutto alla capacità e all’interesse degli stessi giovani italiani e italo-svizzeri sviluppare il senso di appartenenza a una cultura che accomuna l’Italia e la Svizzera e trovare motivazioni sufficienti per difendere la loro italianità «svizzera».
Giovanni Longu
Berna 28.09.2011
21 settembre 2011
RSI (S)VISTA DA BERNA
Mercoledì scorso era in programma al Kulturcasino di Berna un evento organizzato dalla Corsi (Società cooperativa per radiotelevisione svizzera di lingua italiana) pubblicizzato col titolo: «La RSI vista da Berna».
Un evento importante, anche solo osservando la lista di alcune personalità di vertice presenti: Roger de Weck, direttore generale della SRG SSR, Claudio Generali, presidente della Corsi, Dino Balestra, direttore della Rsi, Marina Carobbio Guscetti, presidente della deputazione ticinese alle Camere federali, Jörg De Bernardi, delegato del Cantone Ticino per i rapporti confederali, Giordano Elmer, presidente della Pro Ticino, Paola Ceresetti, corrispondente da Berna della Rsi, Giuseppe Deodato, ambasciatore d’Italia in Svizzera.
Per dovere di cronaca devo precisare che tra le personalità menzionate, l’unica a cui non è stata data la parola è l’ambasciatore Deodato, mentre tutte le altre sono intervenute, moderate dalla giornalista Rsi Camilla Mainardi, per esprimere i rispettivi punti di vista sulla Corsi, sul Ticino e naturalmente anche sulla Rsi.
Clamorosa svista
Niente da osservare, ovviamente, su quanto detto da ciascuno degli intervenuti al tavolo della presidenza, salvo obiettare che nessuno, tranne Giordano Elmer, ha veramente espresso il punto di vista degli utenti di oltre Gottardo, contraddicendo le attese della vigilia. Non va infatti dimenticato che proprio la Corsi, in un comunicato stampa, aveva precisato in questi termini lo scopo principale dell’incontro bernese: «incontrare il pubblico italofono d’oltre Gottardo e raccogliere opinioni, suggerimenti e attese in merito al servizio pubblico radiotelevisivo e alla programmazione Rsi». Sotto questo profilo l’incontro di Berna è stato una clamorosa svista.
Nei vari interventi in cui si è parlato di canone, di costi di produzione, di mezzi a disposizione limitati ma di alta qualità del servizio pubblico in lingua italiana, della rivoluzione tecnologica imminente, ecc. Non è stata invece affrontata la questione di fondo della natura stessa della Rsi: è un servizio pubblico che concerne e interessa tutta l’italofonia o solo la Svizzera italiana (Ticino e Grigioni italiani)?
Benché proprio alle prime battute sia stato sottolineato che almeno la metà degli italofoni della Svizzera si trova a nord del Gottardo, per tutta la serata è sembrato a chi scrive e a molti altri che l’orizzonte si fermasse alla linea del Gottardo. In effetti più che della radiotelevisione di lingua italiana si è parlato di radiotelevisione della Svizzera italiana e logicamente, data la proporzione territoriale, del Ticino. Un concetto sinteticamente espresso dal presidente della Pro Ticino quando ha affermato di vedere nella Rsi «un sostegno per la difesa della nostra cultura ticinese fuori del Cantone».
Rsi e i valori dell’italianità
Per rendersi conto che la questione del rapporto tra la Rsi e l’italianità non è affatto chiara basterebbe rileggersi l’articolo 2 degli Statuti della Corsi in cui si dice espressamente che «essa interpreta l’identità del Paese e promuove la specificità della Svizzera italiana nel contesto nazionale; vigila affinché attraverso detti programmi [radiofonici e televisivi della Rsi] siano tutelate ed affermate le caratteristiche linguistiche e culturali della Svizzera italiana e i valori dell’italianità in Svizzera».
Di fatto la Rsi è vista oltre Gottardo prevalentemente come espressione ticinese. Di più, si ha l’impressione che la Rsi sia totalmente disinteressata a quanto di italiano, non solo in termini linguistici ma anche e soprattutto culturali, si produce e si verifica nella Svizzera tedesca e francese. Questo disinteresse della Rsi è sicuramente legato a un cronico difetto di comunicazione, ma probabilmente anche a un pregiudizio sempre più diffuso, quello secondo cui le seconde e terze generazioni di italiani (ma potrei dire anche di ticinesi) siano talmente bene integrate (vero) da rendere inutile un loro coinvolgimento dal punto di vista dell’italianità (falso).
Credo che la Rsi, se vuole davvero rappresentare un servizio pubblico nazionale in lingua italiana deve assolutamente annoverare tra i contenuti delle emissioni informative e d’approfondimento anche quel che accade fuori del Ticino nell’ambito dell’intera Svizzera di lingua e cultura italiana, soprattutto nei grandi centri di Zurigo, Berna, Basilea, Ginevra e dovunque si producono eventi di un certo interesse per la collettività italofona. Questo all’interno delle emissioni esistenti o finestre speciali da ideare e concordare.
Giovanni Longu
Berna, 21.9.2011
Un evento importante, anche solo osservando la lista di alcune personalità di vertice presenti: Roger de Weck, direttore generale della SRG SSR, Claudio Generali, presidente della Corsi, Dino Balestra, direttore della Rsi, Marina Carobbio Guscetti, presidente della deputazione ticinese alle Camere federali, Jörg De Bernardi, delegato del Cantone Ticino per i rapporti confederali, Giordano Elmer, presidente della Pro Ticino, Paola Ceresetti, corrispondente da Berna della Rsi, Giuseppe Deodato, ambasciatore d’Italia in Svizzera.
Per dovere di cronaca devo precisare che tra le personalità menzionate, l’unica a cui non è stata data la parola è l’ambasciatore Deodato, mentre tutte le altre sono intervenute, moderate dalla giornalista Rsi Camilla Mainardi, per esprimere i rispettivi punti di vista sulla Corsi, sul Ticino e naturalmente anche sulla Rsi.
Clamorosa svista
Niente da osservare, ovviamente, su quanto detto da ciascuno degli intervenuti al tavolo della presidenza, salvo obiettare che nessuno, tranne Giordano Elmer, ha veramente espresso il punto di vista degli utenti di oltre Gottardo, contraddicendo le attese della vigilia. Non va infatti dimenticato che proprio la Corsi, in un comunicato stampa, aveva precisato in questi termini lo scopo principale dell’incontro bernese: «incontrare il pubblico italofono d’oltre Gottardo e raccogliere opinioni, suggerimenti e attese in merito al servizio pubblico radiotelevisivo e alla programmazione Rsi». Sotto questo profilo l’incontro di Berna è stato una clamorosa svista.
Nei vari interventi in cui si è parlato di canone, di costi di produzione, di mezzi a disposizione limitati ma di alta qualità del servizio pubblico in lingua italiana, della rivoluzione tecnologica imminente, ecc. Non è stata invece affrontata la questione di fondo della natura stessa della Rsi: è un servizio pubblico che concerne e interessa tutta l’italofonia o solo la Svizzera italiana (Ticino e Grigioni italiani)?
Benché proprio alle prime battute sia stato sottolineato che almeno la metà degli italofoni della Svizzera si trova a nord del Gottardo, per tutta la serata è sembrato a chi scrive e a molti altri che l’orizzonte si fermasse alla linea del Gottardo. In effetti più che della radiotelevisione di lingua italiana si è parlato di radiotelevisione della Svizzera italiana e logicamente, data la proporzione territoriale, del Ticino. Un concetto sinteticamente espresso dal presidente della Pro Ticino quando ha affermato di vedere nella Rsi «un sostegno per la difesa della nostra cultura ticinese fuori del Cantone».
Rsi e i valori dell’italianità
Per rendersi conto che la questione del rapporto tra la Rsi e l’italianità non è affatto chiara basterebbe rileggersi l’articolo 2 degli Statuti della Corsi in cui si dice espressamente che «essa interpreta l’identità del Paese e promuove la specificità della Svizzera italiana nel contesto nazionale; vigila affinché attraverso detti programmi [radiofonici e televisivi della Rsi] siano tutelate ed affermate le caratteristiche linguistiche e culturali della Svizzera italiana e i valori dell’italianità in Svizzera».
Di fatto la Rsi è vista oltre Gottardo prevalentemente come espressione ticinese. Di più, si ha l’impressione che la Rsi sia totalmente disinteressata a quanto di italiano, non solo in termini linguistici ma anche e soprattutto culturali, si produce e si verifica nella Svizzera tedesca e francese. Questo disinteresse della Rsi è sicuramente legato a un cronico difetto di comunicazione, ma probabilmente anche a un pregiudizio sempre più diffuso, quello secondo cui le seconde e terze generazioni di italiani (ma potrei dire anche di ticinesi) siano talmente bene integrate (vero) da rendere inutile un loro coinvolgimento dal punto di vista dell’italianità (falso).
Credo che la Rsi, se vuole davvero rappresentare un servizio pubblico nazionale in lingua italiana deve assolutamente annoverare tra i contenuti delle emissioni informative e d’approfondimento anche quel che accade fuori del Ticino nell’ambito dell’intera Svizzera di lingua e cultura italiana, soprattutto nei grandi centri di Zurigo, Berna, Basilea, Ginevra e dovunque si producono eventi di un certo interesse per la collettività italofona. Questo all’interno delle emissioni esistenti o finestre speciali da ideare e concordare.
Giovanni Longu
Berna, 21.9.2011
Stranieri benvenuti quando servono e basta?
Qualche giorno fa su un quotidiano ticinese si poteva leggere su quattro colonne questo titolo: «Patrimoni: Svizzeri primi al mondo». Una bella notizia, ovviamente soprattutto per chi ne ha, ma anche per tutti gli altri in generale. Sembra infatti che gli svizzeri posseggano in media un patrimonio calcolato nella moneta europea di oltre 207.000 euro a testa. I diretti inseguitori (ma a che distanza!) risultano americani e giapponesi con 112.000 euro. Gli italiani si devono accontentare di 61.000 euro, ma possono consolarsi sapendo di essere più ricchi dei tedeschi che dispongono di appena 60.000 euro a testa.
Certo, non va dimenticato che con le statistiche bisogna essere molto prudenti per non incorrere nell’errore denunciato da Trilussa nella celebre poesia sulla statistica, per cui se uno ha mangiato due polli e un altro è restato senza perché non poteva permetterselo, per la statistica è come se ognuno ne avesse mangiato uno. Errori del genere a parte, per chi vive in Svizzera fa senz’altro piacere appartenere al club più ricco del mondo, soprattutto se sa di aver contribuito magari in prima persona alla formazione di tanto patrimonio.
Quale politica di naturalizzazione?
Nello stesso giornale, poche pagine più avanti si poteva leggere una presa di posizione del deputato candidato della Lega dei Ticinesi al Consiglio nazionale Lorenzo Quadri sugli stranieri. Titolo: «Il passaporto svizzero non si svende con i saldi». Conoscendo l’ideologia del leghista, non mi sono affatto meravigliato né del tono né del contenuto. In fondo è dai tempi di Schwarzenbach che la destra nazionalista va ripetendo che il passaporto svizzero è un premio per i più assimilati e non si svende.
Mi sorprende invece che il Quadri e quanti condividono le sue opinioni sugli stranieri non si rendano conto che una parte del problema degli stranieri nasce proprio dalla politica troppo restrittiva delle naturalizzazioni praticata fin dalla prima metà del secolo scorso. Forse è utile ricordare che le restrizioni introdotte con la legge sugli stranieri del 1931 non miravano a ridurre il numero dei lavoratori stranieri in Svizzera, ma a ridurre il numero dei «residenti» stranieri soprattutto come «domiciliati» e di conseguenza anche il numero dei naturalizzati. Tanto è vero che le naturalizzazioni sono rimaste per decenni ridotte a poche migliaia l’anno.
Allora e anche oggi - a quanto sembra dalla periodica campagna antistranieri dei partiti della destra nazionalista – si volevano non cittadini da integrare, ma lavoratori da utilizzare secondo la congiuntura. Il modello dello straniero era lo «stagionale», al quale rinnovare eventualmente il permesso di lavoro e di soggiorno in Svizzera di stagione in stagione. In base a questa politica per molti decenni sono entrati e usciti dalla Svizzera milioni di lavoratori, soprattutto italiani, lasciando sul posto un’infrastruttura ferroviaria e stradale estremamente ramificata, un’industria efficientissima, un’urbanistica moderna, un’economia d’esportazione fiorente, un patrimonio che guida le classifiche mondiali della ricchezza.
Per una nuova politica degli stranieri
Da alcuni decenni, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, soprattutto a livello europeo, la circolazione delle persone è cresciuta rispetto al passato. Oggi sono stati aboliti termini come stagionale, Gastarbeiter o Fremdarbeiter e si parla sempre più di cittadini, di libera circolazione, d’integrazione, di naturalizzazione facilitata o da facilitare per gli stranieri di seconda e terza generazione, di partecipazione.
E’ mai possibile che ci siano ancora persone con grandi responsabilità che non si rendono conto che l’immigrazione è soprattutto una ricchezza, che in un ipotetico bilancio ciò che i lavoratori stranieri danno è ben più di quanto ricevono? Lo diceva già nel 1972 il presidente della Confederazione Nello Celio.
E’ mai possibile che a certuni quando si parla di stranieri vengano in mente solo problemi, costi, casi di criminalità e una voglia matta di selezionare ancora gli stranieri separando quelli utili da quelli meno utili? Eppure anche i politici dell’estrema destra dovrebbero sapere che senza gli stranieri il benessere acquisito finora non potrebbe essere mantenuto a lungo e il futuro delle prestazioni sociali sarebbe meno certo.
Perché non introdurre anche nel vocabolari di certi politici termini come rispetto, comprensione, solidarietà, umanità?
Giovanni Longu
Berna, 21.09.2011
Certo, non va dimenticato che con le statistiche bisogna essere molto prudenti per non incorrere nell’errore denunciato da Trilussa nella celebre poesia sulla statistica, per cui se uno ha mangiato due polli e un altro è restato senza perché non poteva permetterselo, per la statistica è come se ognuno ne avesse mangiato uno. Errori del genere a parte, per chi vive in Svizzera fa senz’altro piacere appartenere al club più ricco del mondo, soprattutto se sa di aver contribuito magari in prima persona alla formazione di tanto patrimonio.
Quale politica di naturalizzazione?
Nello stesso giornale, poche pagine più avanti si poteva leggere una presa di posizione del deputato candidato della Lega dei Ticinesi al Consiglio nazionale Lorenzo Quadri sugli stranieri. Titolo: «Il passaporto svizzero non si svende con i saldi». Conoscendo l’ideologia del leghista, non mi sono affatto meravigliato né del tono né del contenuto. In fondo è dai tempi di Schwarzenbach che la destra nazionalista va ripetendo che il passaporto svizzero è un premio per i più assimilati e non si svende.
Mi sorprende invece che il Quadri e quanti condividono le sue opinioni sugli stranieri non si rendano conto che una parte del problema degli stranieri nasce proprio dalla politica troppo restrittiva delle naturalizzazioni praticata fin dalla prima metà del secolo scorso. Forse è utile ricordare che le restrizioni introdotte con la legge sugli stranieri del 1931 non miravano a ridurre il numero dei lavoratori stranieri in Svizzera, ma a ridurre il numero dei «residenti» stranieri soprattutto come «domiciliati» e di conseguenza anche il numero dei naturalizzati. Tanto è vero che le naturalizzazioni sono rimaste per decenni ridotte a poche migliaia l’anno.
Allora e anche oggi - a quanto sembra dalla periodica campagna antistranieri dei partiti della destra nazionalista – si volevano non cittadini da integrare, ma lavoratori da utilizzare secondo la congiuntura. Il modello dello straniero era lo «stagionale», al quale rinnovare eventualmente il permesso di lavoro e di soggiorno in Svizzera di stagione in stagione. In base a questa politica per molti decenni sono entrati e usciti dalla Svizzera milioni di lavoratori, soprattutto italiani, lasciando sul posto un’infrastruttura ferroviaria e stradale estremamente ramificata, un’industria efficientissima, un’urbanistica moderna, un’economia d’esportazione fiorente, un patrimonio che guida le classifiche mondiali della ricchezza.
Per una nuova politica degli stranieri
Da alcuni decenni, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, soprattutto a livello europeo, la circolazione delle persone è cresciuta rispetto al passato. Oggi sono stati aboliti termini come stagionale, Gastarbeiter o Fremdarbeiter e si parla sempre più di cittadini, di libera circolazione, d’integrazione, di naturalizzazione facilitata o da facilitare per gli stranieri di seconda e terza generazione, di partecipazione.
E’ mai possibile che ci siano ancora persone con grandi responsabilità che non si rendono conto che l’immigrazione è soprattutto una ricchezza, che in un ipotetico bilancio ciò che i lavoratori stranieri danno è ben più di quanto ricevono? Lo diceva già nel 1972 il presidente della Confederazione Nello Celio.
E’ mai possibile che a certuni quando si parla di stranieri vengano in mente solo problemi, costi, casi di criminalità e una voglia matta di selezionare ancora gli stranieri separando quelli utili da quelli meno utili? Eppure anche i politici dell’estrema destra dovrebbero sapere che senza gli stranieri il benessere acquisito finora non potrebbe essere mantenuto a lungo e il futuro delle prestazioni sociali sarebbe meno certo.
Perché non introdurre anche nel vocabolari di certi politici termini come rispetto, comprensione, solidarietà, umanità?
Giovanni Longu
Berna, 21.09.2011
14 settembre 2011
Crisi economica o crisi della politica italiana?
In tutto il mondo i cittadini stanno riscoprendo la centralità della politica, soprattutto sotto forma di protesta. Lo si osserva chiaramente nei Paesi di area musulmana (Libia, Egitto, Siria, Tunisia, ecc.) dove il popolo cerca di riappropriarsi dei diritti fondamentali, primi fra tutti la libertà personale e d’opinione e il diritto di decidere da chi farsi governare. Ma anche nei Paesi cosiddetti a democrazia avanzata i cittadini si sollevano in difesa di uno stato sociale che la crisi internazionale e l’egoismo delle varie caste rischia di fare arretrare. Nei primi occorrerà ancora del tempo prima di osservare in che direzione il popolo deciderà di riorientare la politica nazionale, nei secondi occorre invece agire in fretta e compatti perché la crisi internazionale rischia di colpire soprattutto i Paesi più deboli. In entrambi i casi la protesta sarà tanto più efficace quanto più sarà propositiva e sostenibile.
Qualche giorno fa, un attento osservatore della crisi, il giornalista svizzero Alfonso Tuor, affermava senza mezzi termini: «il mondo occidentale è sull’orlo di una depressione e la moneta unica europea nella sua forma attuale non sopravviverà». Non sono un profeta e non lo è nemmeno Tuor, pertanto è pensabile che le cose possano evolvere diversamente. E’ tuttavia sotto gli occhi di tutti che la crisi non accenna a calmare i mercati finanziari e a dare respiro all’auspicata crescita necessaria per risolvere la causa principale delle difficoltà, ossia il debito pubblico fuori controllo.
L’Italia in pericolo
Credo che, stando a vari indicatori, l’Italia sia uno dei Paesi maggiormente a rischio e se non s’interviene presto e bene la situazione potrebbe deteriorarsi. A rimetterci sarebbero soprattutto i ceti più deboli. Fanno dunque bene quei cittadini che vogliono salvaguardare a tutti i costi i diritti acquisiti e impedire che il livello di stato sociale raggiunto (diritto al lavoro, reti sociali, partecipazione al benessere, ecc.) si abbassi.
Purtroppo la manovra finanziaria approvata dal governo è contestata da più parti e ritenuta dal citato Tuor «assolutamente insufficiente, poiché si fonda su previsioni di crescita economica irrealistiche». Personalmente non so valutare se e quanto sarà efficace, ma sono convinto che il risultato dipenderà non solo dal governo ma anche dalle opposizioni. Finché una parte importante della politica sembra più interessata alla caduta del governo che alla soluzione concreta e immediata dei problemi, ho forti dubbi che anche una diversa manovra finanziaria sarebbe risolutiva.
La crisi in atto avrebbe potuto essere, per il governo e per le opposizioni, un grande momento di convergenza di tutti gli sforzi possibili non solo per tranquillizzare i mercati ma anche per rilanciare l’economia e rafforzare lo stato sociale. Avrebbe potuto essere anche un’occasione da non perdere per rimediare alle attuali ingiustizie e promuovere una maggiore giustizia e solidarietà sociale, chiamando ad esempio i più ricchi a contribuire più di chiunque altro al risanamento dei conti pubblici.
Purtroppo questo richiamo a un maggior senso di giustizia e di solidarietà, trova poco riscontro nei media e nell’opinione pubblica. A prevalere sono ancora e sempre le contrapposizioni, gli scandali, le accuse reciproche. Eppure la percezione dello stato di difficoltà e di pericolo in cui si trova l’economia italiana e l’intero equilibrio del sistema Italia dovrebbe caratterizzare tutte le persone responsabili. Questa situazione, più della stessa crisi, mi pare oltremodo preoccupante.
Il pericolo maggiore
Mi preoccupano le esagerazioni e la demagogia cinica per cui una manovra probabilmente migliorabile, ma sicuramente efficace e comunque approvata dalla maggioranza dei rappresentanti del popolo italiano e dalle principali istituzioni internazionali, in certi ambienti di sinistra venga qualificata come «una macelleria sociale contro il ceto medio e le famiglie con figli».
Posso capire che il Partito democratico in Svizzera sia antigovernativo, ma trovo incivile e irresponsabile il disprezzo che dimostra per «il sedicente governo» (così in un recente comunicato stampa), come se fosse il frutto di una usurpazione e non espressione della maggioranza del popolo italiano. La manovra, come detto, sarà pure insufficiente e squilibrata e pertanto criticabile, ma è semplicemente arbitrario e addirittura ridicolo attribuire al governo in questa manovra un carattere vessatorio in quanto, secondo il PD Svizzera, «in realtà toglie anche i pantaloni a chi oggi è in difficoltà e si vede sempre più tartassato, lasciando costoro letteralmente “in mutande”, compresi i cittadini italiani che vivono fuori dal territorio nazionale», «una manovra economica che cosiffatta premia nei fatti i furbi e condanna i deboli».
Questo dovrebbe essere non tanto il momento delle critiche strumentali e delle inutili contrapposizioni, quanto piuttosto quello della compattezza e della solidarietà. Eppure, nonostante l’evidenza dei pericoli per l’economia italiana, per lo stato sociale e per l’Italia si continua a guerreggiare per una specie di resa dei conti tra le parti contendenti. E’ la crisi del sistema politico italiano e della democrazia che fa paura e rende difficile qualsiasi manovra.
Giovanni Longu
Berna 14.9.2011
Qualche giorno fa, un attento osservatore della crisi, il giornalista svizzero Alfonso Tuor, affermava senza mezzi termini: «il mondo occidentale è sull’orlo di una depressione e la moneta unica europea nella sua forma attuale non sopravviverà». Non sono un profeta e non lo è nemmeno Tuor, pertanto è pensabile che le cose possano evolvere diversamente. E’ tuttavia sotto gli occhi di tutti che la crisi non accenna a calmare i mercati finanziari e a dare respiro all’auspicata crescita necessaria per risolvere la causa principale delle difficoltà, ossia il debito pubblico fuori controllo.
L’Italia in pericolo
Credo che, stando a vari indicatori, l’Italia sia uno dei Paesi maggiormente a rischio e se non s’interviene presto e bene la situazione potrebbe deteriorarsi. A rimetterci sarebbero soprattutto i ceti più deboli. Fanno dunque bene quei cittadini che vogliono salvaguardare a tutti i costi i diritti acquisiti e impedire che il livello di stato sociale raggiunto (diritto al lavoro, reti sociali, partecipazione al benessere, ecc.) si abbassi.
Purtroppo la manovra finanziaria approvata dal governo è contestata da più parti e ritenuta dal citato Tuor «assolutamente insufficiente, poiché si fonda su previsioni di crescita economica irrealistiche». Personalmente non so valutare se e quanto sarà efficace, ma sono convinto che il risultato dipenderà non solo dal governo ma anche dalle opposizioni. Finché una parte importante della politica sembra più interessata alla caduta del governo che alla soluzione concreta e immediata dei problemi, ho forti dubbi che anche una diversa manovra finanziaria sarebbe risolutiva.
La crisi in atto avrebbe potuto essere, per il governo e per le opposizioni, un grande momento di convergenza di tutti gli sforzi possibili non solo per tranquillizzare i mercati ma anche per rilanciare l’economia e rafforzare lo stato sociale. Avrebbe potuto essere anche un’occasione da non perdere per rimediare alle attuali ingiustizie e promuovere una maggiore giustizia e solidarietà sociale, chiamando ad esempio i più ricchi a contribuire più di chiunque altro al risanamento dei conti pubblici.
Purtroppo questo richiamo a un maggior senso di giustizia e di solidarietà, trova poco riscontro nei media e nell’opinione pubblica. A prevalere sono ancora e sempre le contrapposizioni, gli scandali, le accuse reciproche. Eppure la percezione dello stato di difficoltà e di pericolo in cui si trova l’economia italiana e l’intero equilibrio del sistema Italia dovrebbe caratterizzare tutte le persone responsabili. Questa situazione, più della stessa crisi, mi pare oltremodo preoccupante.
Il pericolo maggiore
Mi preoccupano le esagerazioni e la demagogia cinica per cui una manovra probabilmente migliorabile, ma sicuramente efficace e comunque approvata dalla maggioranza dei rappresentanti del popolo italiano e dalle principali istituzioni internazionali, in certi ambienti di sinistra venga qualificata come «una macelleria sociale contro il ceto medio e le famiglie con figli».
Posso capire che il Partito democratico in Svizzera sia antigovernativo, ma trovo incivile e irresponsabile il disprezzo che dimostra per «il sedicente governo» (così in un recente comunicato stampa), come se fosse il frutto di una usurpazione e non espressione della maggioranza del popolo italiano. La manovra, come detto, sarà pure insufficiente e squilibrata e pertanto criticabile, ma è semplicemente arbitrario e addirittura ridicolo attribuire al governo in questa manovra un carattere vessatorio in quanto, secondo il PD Svizzera, «in realtà toglie anche i pantaloni a chi oggi è in difficoltà e si vede sempre più tartassato, lasciando costoro letteralmente “in mutande”, compresi i cittadini italiani che vivono fuori dal territorio nazionale», «una manovra economica che cosiffatta premia nei fatti i furbi e condanna i deboli».
Questo dovrebbe essere non tanto il momento delle critiche strumentali e delle inutili contrapposizioni, quanto piuttosto quello della compattezza e della solidarietà. Eppure, nonostante l’evidenza dei pericoli per l’economia italiana, per lo stato sociale e per l’Italia si continua a guerreggiare per una specie di resa dei conti tra le parti contendenti. E’ la crisi del sistema politico italiano e della democrazia che fa paura e rende difficile qualsiasi manovra.
Giovanni Longu
Berna 14.9.2011
Micheline Calmy-Rey se ne va
La settimana scorsa, la consigliera federale Calmy-Rey, capo del Dipartimento degli affari esteri e attuale presidente della Confederazione, ha rassegnato le dimissioni per la fine dell’anno. Personaggio complesso e controverso, criticato dagli avversari politici (soprattutto della destra) e stimato dai suoi sostenitori (di sinistra), in nove anni di governo ha voluto e saputo rafforzare l’immagine della Svizzera nel mondo.
Fino a pochi decenni fa, la politica estera della Confederazione era di fatto diretta dai ministri economici, impegnati a vendere e difendere il marchio svizzero nel mondo. Calmy-Rey ha riaffermato la centralità della politica estera tra gli interessi superiori del Paese, rafforzando di fatto le competenze del Dipartimento degli affari esteri e del suo responsabile. Nel suo lavoro, la ministra ha agito, non sempre ottenendo risultati soddisfacenti, su più fronti: diplomazia, partecipazione attiva negli organismi internazionali, difesa dei diritti umani, integrazione e rafforzamento dell’aiuto svizzero allo sviluppo nella politica estera.
Calmy-Rey e l’Italia
Nei confronti dell’Italia la ministra svizzera ha inteso difendere, come si conviene a qualunque rappresentante di uno Stato, gli interessi nazionali, ma lo ha fatto tenendo presente 150 anni di amicizia italo-svizzera. Un’amicizia che non può essere di punto in bianco rinnegata a causa di qualche intemperanza di un ministro della Repubblica o di una reazione della maggioranza di un governo cantonale. Le intemperanze, contestatissime soprattutto in Ticino, si riferiscono evidentemente al ministro Tremonti e riguardano il contenzioso italo-svizzero in materia fiscale. Le reazioni «inopportune» della maggioranza di un governo cantonale sono invece quelle del Consiglio di Stato ticinese.
Di fronte alle irritazioni per l’atteggiamento scostante di Tremonti, il Ticino aveva reagito con la sospensione dei ristorni delle imposte pagate dai frontalieri in Svizzera. Alla Calmy-Rey questa reazione non era piaciuta e in una lettera al governo ticinese aveva scritto chiaramente che «la sospensione del ristorno del provento dell’imposta alla fonte prelevata sui redditi dei frontalieri italiani non è una misura opportuna per il momento poiché contraddice la strada del dialogo che si sta perseguendo».
In effetti la Calmy-Rey si è fortemente impegnata per il dialogo italo-svizzero incontrando sia il ministro degli esteri italiano Frattini e sia lo stesso Presidente del Consiglio Berlusconi. Da entrambi ha ricevuto assicurazioni sulla riapertura del negoziato, proprio in settembre.
Nello spirito del buon vicinato, in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, la ministra Calmy-Rey aveva salutato la ricorrenza con un messaggio (pubblicato dal Corriere degli Italiani) in cui ricordava sinteticamente l’intera storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, dandone questo giudizio: «E’ poco affermare che gli italiani hanno contribuito sensibilmente al rapido aumento del benessere del nostro Paese, e di questo siamo loro riconoscenti». Chiudeva il suo scritto con l’auspicio che la Svizzera e l’Italia possano «mantenere e intensificare il dialogo in un clima che favorisca uno scambio intenso e fruttuoso».
Marina Carobbio Guscetti? Perché no?
E’ già partita la corsa alla successione di Micheline Calmy-Rey. Speriamo che a succederle sia una persona che abbia ancora a cuore i tradizionali buoni rapporti tra la Svizzera e l’Italia. Potrebbe essere la consigliera nazionale Marina Carobbio Guscetti? Perché no? Del resto, chi più di lei, in quanto italofona e ticinese, potrebbe rendere il dialogo tra i due Paesi più leale, intenso e fruttuoso? La storia delle relazioni bilaterali ha conosciuto probabilmente i momenti migliori quando sedeva in Consiglio federale un italofono o comunque una persona che conosceva bene oltre l’italiano anche l’Italia e gli italiani.
Giovanni Longu
Berna 14.9.2011
Fino a pochi decenni fa, la politica estera della Confederazione era di fatto diretta dai ministri economici, impegnati a vendere e difendere il marchio svizzero nel mondo. Calmy-Rey ha riaffermato la centralità della politica estera tra gli interessi superiori del Paese, rafforzando di fatto le competenze del Dipartimento degli affari esteri e del suo responsabile. Nel suo lavoro, la ministra ha agito, non sempre ottenendo risultati soddisfacenti, su più fronti: diplomazia, partecipazione attiva negli organismi internazionali, difesa dei diritti umani, integrazione e rafforzamento dell’aiuto svizzero allo sviluppo nella politica estera.
Calmy-Rey e l’Italia
Nei confronti dell’Italia la ministra svizzera ha inteso difendere, come si conviene a qualunque rappresentante di uno Stato, gli interessi nazionali, ma lo ha fatto tenendo presente 150 anni di amicizia italo-svizzera. Un’amicizia che non può essere di punto in bianco rinnegata a causa di qualche intemperanza di un ministro della Repubblica o di una reazione della maggioranza di un governo cantonale. Le intemperanze, contestatissime soprattutto in Ticino, si riferiscono evidentemente al ministro Tremonti e riguardano il contenzioso italo-svizzero in materia fiscale. Le reazioni «inopportune» della maggioranza di un governo cantonale sono invece quelle del Consiglio di Stato ticinese.
Di fronte alle irritazioni per l’atteggiamento scostante di Tremonti, il Ticino aveva reagito con la sospensione dei ristorni delle imposte pagate dai frontalieri in Svizzera. Alla Calmy-Rey questa reazione non era piaciuta e in una lettera al governo ticinese aveva scritto chiaramente che «la sospensione del ristorno del provento dell’imposta alla fonte prelevata sui redditi dei frontalieri italiani non è una misura opportuna per il momento poiché contraddice la strada del dialogo che si sta perseguendo».
In effetti la Calmy-Rey si è fortemente impegnata per il dialogo italo-svizzero incontrando sia il ministro degli esteri italiano Frattini e sia lo stesso Presidente del Consiglio Berlusconi. Da entrambi ha ricevuto assicurazioni sulla riapertura del negoziato, proprio in settembre.
Nello spirito del buon vicinato, in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, la ministra Calmy-Rey aveva salutato la ricorrenza con un messaggio (pubblicato dal Corriere degli Italiani) in cui ricordava sinteticamente l’intera storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, dandone questo giudizio: «E’ poco affermare che gli italiani hanno contribuito sensibilmente al rapido aumento del benessere del nostro Paese, e di questo siamo loro riconoscenti». Chiudeva il suo scritto con l’auspicio che la Svizzera e l’Italia possano «mantenere e intensificare il dialogo in un clima che favorisca uno scambio intenso e fruttuoso».
Marina Carobbio Guscetti? Perché no?
E’ già partita la corsa alla successione di Micheline Calmy-Rey. Speriamo che a succederle sia una persona che abbia ancora a cuore i tradizionali buoni rapporti tra la Svizzera e l’Italia. Potrebbe essere la consigliera nazionale Marina Carobbio Guscetti? Perché no? Del resto, chi più di lei, in quanto italofona e ticinese, potrebbe rendere il dialogo tra i due Paesi più leale, intenso e fruttuoso? La storia delle relazioni bilaterali ha conosciuto probabilmente i momenti migliori quando sedeva in Consiglio federale un italofono o comunque una persona che conosceva bene oltre l’italiano anche l’Italia e gli italiani.
Giovanni Longu
Berna 14.9.2011
07 settembre 2011
Tra sacro e profano: sul filo della memoria
Quest’estate ho percorso in macchina, insieme a mia moglie, un lungo tratto al di qua e al di là del fiume Reno, da Basilea a Düsseldorf e da qui a Reims, Verdun, Nancy, Basilea attraversando regioni straordinariamente belle, varie, interessanti e suggestive e per questo oggi molto battute dal turismo internazionale.
Le impressioni riportate sono tante, anche perché queste regioni (Baden-Würtenberg e Renania-Vestfalia in Germania, Champagne-Ardenne, Lorena e Alsazia in Francia) sono ricchissime oltre che di incantevoli paesaggi, di storia, di cultura e di arte. Inaspettatamente si è trattato per me di un recupero di reminiscenze scolastiche e di considerazioni su alcuni aspetti fondamentali della storia europea e della realtà d’oggi.
La centralità del Reno nella formazione dell’Europa
In direzione nord, costeggiando per un lungo tratto il corso medio del Reno, gli innumerevoli castelli e rovine di fortificazioni che si intravvedono da una parte e dall’altra del grande fiume costringono anche il turista più distratto a immaginare non solo storie di principi e principesse, ma anche lotte sanguinose per il possesso di una via di trasporto fondamentale per i commerci tra nord e sud. Già i romani avevano compreso l’importanza commerciale e strategica di questa arteria e, quando il tentativo di conquistare l’intera Germania (e forse di unificare per la prima volta l’Europa) si dimostrò impossibile dopo la disfatta delle legioni imperiali nella foresta di Teutoburgo nel 9 d.C., stabilirono il limes, il confine lungo il Reno, più facilmente difendibile, data la sua larghezza mediamente di alcune centinaia di metri. Riuscirono infatti a mantenerlo per 400 anni, ma dovettero passarne molti di più perché il Reno divenisse una delle grandi vie di comunicazione pacifica dell’Europa. La presenza romana di duemila anni fa ha lasciato numerosi segni. Basterebbe ricordare le città di origine romana Basilea, Heidelberg, Magonza, Worms, Coblenza, Bonn, Colonia, per citarne solo alcune.
Tra romanità e cristianesimo
In epoca successiva, frutto di uno dei processi di assimilazione tra i più virtuosi della storia, tra romanità, germanesimo e cristianesimo, sugli stessi insediamenti sorsero scuole e più tardi università, monasteri e alcune tra le più belle cattedrali del mondo in stile romanico e gotico. Nonostante le distruzioni dovute a eventi naturali e alla violenza di sanguinosissime guerre, le cattedrali si ergono ancora, maestose e suggestive, come testimoni di un’epoca caratterizzata dalla centralità del sacro e della trascendenza e come richiamo ancora oggi ai valori cristiani che sembrano svanire in un mondo mosso da interessi materiali e contingenti.
Ma è soprattutto in epoche più recenti che la regione del Reno, dimenticando i valori culturali e cristiani che racchiudeva, diventò l’oggetto del contendere e un vasto campo di battaglia soprattutto tra la Germania e la Francia. I segni più vistosi di queste guerre si trovano soprattutto nelle regioni delle Ardenne, nell’Alsazia e nella Lorena.
Marcinelle e Mattmark
Nel viaggio di ritorno, da Düsseldorf a Basilea, passando attraverso il Belgio e la Francia, la memoria di drammi antichi e recenti si è fatta viva e palpitante già durante la visita di quel luogo divenuto simbolo del sacrificio degli emigranti italiani di tutti i tempi, Marcinelle, in Belgio. L'8 agosto 1956, in una miniera di carbone, nel Bois du Cazier, perirono 262 minatori, di cui 136 italiani. L’eco di quella tragedia si sparse nel mondo intero e giunge ancora oggi alla vista e alle orecchie dei visitatori di quel luogo reso sacro dal sacrificio di vittime innocenti. Dopo la chiusura definitiva della miniera nel 1967 è divenuto un museo assai frequentato anche da italiani, tanto che l’italiano, caso forse unico tra le migliaia di musei europei fuori d’Italia e di alcune regioni italofone, è la seconda lingua dei pannelli esplicativi che illustrano lo stato della miniera e le condizioni di lavoro dei minatori al momento del disastro.
Nel vicino cimitero, i fiori, moltissimi, deposti sulla tomba dei minatori italiani erano ancora freschi, una decina di giorni dall’anniversario, segno che anche quest’anno in occasione della commemorazione annuale il ricordo delle vittime è ancora vivo. Spontaneamente il pensiero corre anche ad altre disgrazie che hanno colpito l’emigrazione italiana nel mondo e in particolare in Svizzera, sia all’epoca dei grandi trafori alpini, da quello del San Gottardo a quello di AlpTransit, e sia all’epoca della costruzione delle maggiori centrali idroelettriche, specialmente la tragedia di Mattmark, in Vallese, il cui anniversario è stato commemorato il 30 agosto scorso. E’ bene che il ricordo di queste tragedie non muoia per riaffermare in maniera assoluta che l’uomo e niente altro deve stare al centro dell’attenzione e delle preoccupazioni, soprattutto nell’economia e nei rapporti sociali.
La cattedrale di Reims
Sebbene provati dalle immagini di Marcinelle, a Reims la vista della cattedrale ci ha abbondantemente rincuorati. Questo monumento della cristianità, che quest’anno compie 800 anni, ha una bellezza che lascia attoniti. Molti turisti, probabilmente, collegano più facilmente Reims allo champagne, della cui regione è capoluogo, che alla sua cattedrale. Eppure questo monumento è una delle massime espressioni dell’architettura gotica, a giusta ragione dichiarato dal 1991 patrimonio mondiale dell’UNESCO. Esso ha anche una grande importanza storica per la Francia, basti pensare che nel luogo dove sorge, nel 496 fu battezzato il re dei Franchi Clodoveo, avviando così la conversione al cristianesimo dell’intera popolazione. In questa cattedrale vennero poi incoronati anche tutti i 25 re di Francia dal 987 (Ugo Capeto) al 1825 (Carlo X).
Purtroppo, giusto per seguire il filo della storia, occorre ricordare che, in tempi recenti, Reims fu quasi completamente distrutta, compresa la cattedrale, dai bombardamenti tedeschi nella prima guerra mondiale e parzialmente durante la seconda guerra mondiale.
Dalla fine della guerra (proprio qui il 7 maggio 1945 fu firmata la resa della Germania agli Alleati) e soprattutto dopo l’incontro nella cattedrale tra il Capo dello Stato francese Charles De Gaulle e il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer l’8 luglio 1962, Reims è divenuta un simbolo della riconciliazione franco-tedesca.
Soprattutto quest’anno a Reims si respira aria di pace, anzi di festa, per l’800° anniversario della splendida cattedrale. Per celebrarlo, quest’anno da maggio a ottobre uno straordinario spettacolo notturno di luci e di colori proiettato sulla facciata offre agli spettatori una suggestiva rievocazione artistica della costruzione di una cattedrale come centro di elevazione e di preghiera, in nome di una Trascendenza che soprattutto in passato costituiva una forte Presenza consolatrice e ispiratrice.
I luoghi della tragedia umana attorno a Verdun
Lungo il percorso da Reims a Basilea e guidati dal filo della memoria, è un continuo susseguirsi di luoghi e di simboli, che acquistano ancora oggi un valore universale. Questa regione è ricca, ad esempio, di espressioni della cristianità tali da giustificare pienamente il richiamo alle origini cristiane dell’Europa. Oltre a Reims hanno cattedrali imponenti e importanti città come Châlons-en-Champagne (la chiesa di Notre-Dame-en-Vaux è iscritta al patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 2000) e Metz (cattedrale gotica, un gioiello architettonico con 6500 m2 di splendide vetrate), o piccoli villaggi come L’Épine, che ha una grandiosa basilica di Notre-Dame, anch’essa patrimonio mondiale dell’UNESCO.
Questa regione, tuttavia, soprattutto tra Reims e Metz è stata per me fortemente evocativa di reminiscenze scolastiche riguardanti la prima guerra mondiale. Questi tre nomi da soli, Reims, Verdun e Metz, mi hanno fatto venire in mente centinaia di migliaia di morti e un’intera regione martoriata. C’è un tratto di strada, tra Bar-le-Duc e Verdun, che ancor oggi è chiamata Voie sacrée per l’importanza fondamentale che svolse durante la prima guerra mondiale perché era l’unica arteria percorribile per i rifornimenti francesi della piazzaforte di Verdun. Questa doveva sbarrare l’avanzata tedesca verso Parigi.
L’offensiva tedesca, invece, iniziata nel febbraio del 1916 e terminata nel dicembre dello stesso anno, con la vittoria tedesca, lasciò una città distrutta, nove villaggi dei dintorni totalmente annientati, un’intera regione devastata e quasi mezzo milione di soldati morti. Fu una delle battaglie più lunghe e violente della storia, con la maggiore densità di morti per metro quadrato. Di quella battaglia restano molti segni, fra cui un Memoriale, una parte delle fortificazioni e immensi cimiteri di guerra. Oggi sono diventati anche importanti mete turistiche, ma conservano soprattutto la funzione della memoria storica.
Il valore della memoria
Nel leggere le indicazioni e le spiegazioni ad uso del turista curioso di quel che vede o sta per vedere, oggi non c’è traccia dell’odio che è stato all’origine delle interminabili guerre combattute in queste regioni. Per fortuna, viene spontaneo dire. Ma forse è insufficiente, perché purtroppo dal 1945 fino ad oggi lo spettro della guerra è stato allontanato solo da alcuni Paesi, mentre per altri è ancora oggi una dolorosa realtà e purtroppo la reazione contro ogni guerra è troppo tiepida, quasi inesistente. I cimiteri di Verdun e le rievocazioni del Memoriale dovrebbero essere d’insegnamento perenne per tutti.
Lasciati i luoghi più tristi della memoria, raggiungiamo un’altra bella città francese, Nancy. Quasi per
dimenticare, ci godiamo sorseggiando una bevanda fresca, la Piazza Stanislao, una delle più belle piazze europee, gioiello di architettura, eccellente esempio del classicismo francese (fu inaugurata nel 1755 e riportata al suo antico splendore nel 2005), iscritta nel Patrimonio mondiale dell’UNESCO. A Nancy c’è persino un arco di trionfo, ispirato all’arco di trionfo di Settimio Severo di Roma, anche se Nancy ha origini medievali. Ma tant’è, l’aria ispiratrice di Roma, soffia ancora, quasi a voler ricordare che l’Europa dev’essere unita, non ci sono confini interni da difendere né terre da conquistare, ma solo una civiltà da rivitalizzare e sviluppare.
Giovanni Longu
Berna, 7.9.2011
24 agosto 2011
Per misurare il benessere, il PIL basta?
La domanda appare provocatoria, per cui la risposta immediata dovrebbe essere chiaramente «no». Vengono infatti subito in mente espressioni come «la felicità non ha prezzo» o «il denaro non è tutto» e simili detti della saggezza popolare. Quando poi si affronta da vicino la questione, le risposte sono meno semplici e immediate. Il primo scoglio da superare è sicuramente definire il «benessere». Di fronte alle difficoltà di varia natura legate a una tale definizione, da tempi immemorabili si è pensato essenzialmente al benessere materiale, ossia quantificabile in termini di valore monetario. Per questo lo strumento tradizionale utilizzato per misurarlo è il prodotto interno lordo (PIL).
Senonché, da diversi decenni si continua a discutere sulle varie forme di benessere sociale e alcuni studiosi preferiscono addirittura l’espressione «qualità della vita». Ma ci si rende ben conto che è tutt’altro che semplice definire la qualità della vita e soprattutto trovare una sua misura, tale da poter essere utilizzata e generalizzata a livello non solo nazionale ma anche internazionale, analogamente al PIL. Probabilmente gli indicatori sono molteplici.
L’Ufficio federale di statistica in prima linea
La questione, soprattutto alla luce della crisi dell’economia mondiale, è stata discussa di recente nel primo numero di una rivista lanciata da poco dall’Ufficio federale di statistica (UST), dal nome molto significativo ValeurS. Nella sua prima edizione n. 1/2011 la rivista affronta appunto il tema «Come misurare il benessere e la qualità della vita?». Rispondono personalità di spicco quali Aymo Brunetti, capo della Direzione della politica economica alla Segreteria di Stato dell’economia (SECO), Walter Radermacher, Direttore generale di Eurostat (l’ufficio di statistica dell’UE), Jürg Marti, Direttore dell’UST e altri specialisti dell' UST.
Non è possibile qui riassumere il contenuto dei diversi contributi, ma vale la pena accennare alla problematica in discussione ormai da alcuni decenni: il benessere è solo quello misurabile dall’indicatore ancora più utilizzato al mondo, ossia il prodotto interno lordo (PIL)? Esistono altri indicatori in grado almeno di tener conto dei differenti valori legati all’aspetto sociale, all’economia, all’ecologia? Per il direttore dell’UST non c’è dubbio: «non crediamo in un unico mega-indicatore» e lo dimostra con un esempio provocatorio messo proprio all’inizio del suo editoriale: l’abbattimento della lussureggiante foresta pluviale del Borneo, egli dice, comporterebbe una perdita irrimediabile del patrimonio ambientale dell’isola ma genererebbe un aumento del PIL locale.
L’UST è pertanto in prima linea nello studio di altri indicatori anche non monetari, probabilmente non in grado di sostituire il «venerando» PIL, ma almeno utili ad attenuarne la rigidità e integrarne la significatività, in modo da tener maggiormente conto della qualità della vita, dei valori sociali e della situazione ambientale.
Occorrono nuovi indicatori per tener conto della complessità
C’è da augurarsi che l’UST riesca quanto prima a sviluppare indicatori aggiuntivi al vetusto PIL, che continuerà purtroppo a imperare e a condizionare la politica e l’economia, come la crisi attuale insegna. E’ in base al PIL che i Paesi si classificano non solo in ricchi e poveri, ma anche in forti e deboli e persino felici e infelici. Per questo, quando Paesi ricchi come la Germania o la Francia annunciano un PIL trimestrale che non cresce, già si comincia a parlare di recessione estesa, Eurolandia sull’orlo di una crisi strutturale, tramonto e persino morte dell’euro, ecc.
Purtroppo in ogni società il benessere espresso dal PIL, ossia la ricchezza prodotta, non è equamente distribuito. Il divario tra ricchi e poveri si allarga. La povertà nascosta è in aumento. Il PIL non può prendere in considerazione tutte le variabili del «benessere» e del «disagio» sociale perché si basa sul reddito globale, a prescindere ad esempio dal fatto che l’uno per cento della popolazione più ricca possieda più o meno il 20-25% del patrimonio complessivo e guadagni il 5-10 per cento del reddito totale (Mauro Baranzini).
Encomiabile, pertanto, l’iniziativa dell’Ufficio federale di statistica di affrontare con professionalità e tempestività un tema così attuale e così importante. Un solo appunto, e non me ne voglia il direttore Marti, quello di pubblicare la rivista in tedesco, francese e inglese, ma non in italiano, come se l’italofonia, quella del Ticino e quella del resto della Svizzera, non fosse interessata al tema o non avesse un potenziale di lettori interessante per giustificare un costo verosimilmente sostenibile!
Giovanni Longu
Berna 24.8.2011
Senonché, da diversi decenni si continua a discutere sulle varie forme di benessere sociale e alcuni studiosi preferiscono addirittura l’espressione «qualità della vita». Ma ci si rende ben conto che è tutt’altro che semplice definire la qualità della vita e soprattutto trovare una sua misura, tale da poter essere utilizzata e generalizzata a livello non solo nazionale ma anche internazionale, analogamente al PIL. Probabilmente gli indicatori sono molteplici.
L’Ufficio federale di statistica in prima linea
La questione, soprattutto alla luce della crisi dell’economia mondiale, è stata discussa di recente nel primo numero di una rivista lanciata da poco dall’Ufficio federale di statistica (UST), dal nome molto significativo ValeurS. Nella sua prima edizione n. 1/2011 la rivista affronta appunto il tema «Come misurare il benessere e la qualità della vita?». Rispondono personalità di spicco quali Aymo Brunetti, capo della Direzione della politica economica alla Segreteria di Stato dell’economia (SECO), Walter Radermacher, Direttore generale di Eurostat (l’ufficio di statistica dell’UE), Jürg Marti, Direttore dell’UST e altri specialisti dell' UST.
Non è possibile qui riassumere il contenuto dei diversi contributi, ma vale la pena accennare alla problematica in discussione ormai da alcuni decenni: il benessere è solo quello misurabile dall’indicatore ancora più utilizzato al mondo, ossia il prodotto interno lordo (PIL)? Esistono altri indicatori in grado almeno di tener conto dei differenti valori legati all’aspetto sociale, all’economia, all’ecologia? Per il direttore dell’UST non c’è dubbio: «non crediamo in un unico mega-indicatore» e lo dimostra con un esempio provocatorio messo proprio all’inizio del suo editoriale: l’abbattimento della lussureggiante foresta pluviale del Borneo, egli dice, comporterebbe una perdita irrimediabile del patrimonio ambientale dell’isola ma genererebbe un aumento del PIL locale.
L’UST è pertanto in prima linea nello studio di altri indicatori anche non monetari, probabilmente non in grado di sostituire il «venerando» PIL, ma almeno utili ad attenuarne la rigidità e integrarne la significatività, in modo da tener maggiormente conto della qualità della vita, dei valori sociali e della situazione ambientale.
Occorrono nuovi indicatori per tener conto della complessità
C’è da augurarsi che l’UST riesca quanto prima a sviluppare indicatori aggiuntivi al vetusto PIL, che continuerà purtroppo a imperare e a condizionare la politica e l’economia, come la crisi attuale insegna. E’ in base al PIL che i Paesi si classificano non solo in ricchi e poveri, ma anche in forti e deboli e persino felici e infelici. Per questo, quando Paesi ricchi come la Germania o la Francia annunciano un PIL trimestrale che non cresce, già si comincia a parlare di recessione estesa, Eurolandia sull’orlo di una crisi strutturale, tramonto e persino morte dell’euro, ecc.
Purtroppo in ogni società il benessere espresso dal PIL, ossia la ricchezza prodotta, non è equamente distribuito. Il divario tra ricchi e poveri si allarga. La povertà nascosta è in aumento. Il PIL non può prendere in considerazione tutte le variabili del «benessere» e del «disagio» sociale perché si basa sul reddito globale, a prescindere ad esempio dal fatto che l’uno per cento della popolazione più ricca possieda più o meno il 20-25% del patrimonio complessivo e guadagni il 5-10 per cento del reddito totale (Mauro Baranzini).
Encomiabile, pertanto, l’iniziativa dell’Ufficio federale di statistica di affrontare con professionalità e tempestività un tema così attuale e così importante. Un solo appunto, e non me ne voglia il direttore Marti, quello di pubblicare la rivista in tedesco, francese e inglese, ma non in italiano, come se l’italofonia, quella del Ticino e quella del resto della Svizzera, non fosse interessata al tema o non avesse un potenziale di lettori interessante per giustificare un costo verosimilmente sostenibile!
Giovanni Longu
Berna 24.8.2011
10 agosto 2011
Il 150° e il senso dello Stato
Credo che molti sperassero, con le celebrazioni del 150° anniversario dello Stato italiano, in un rafforzamento del senso dello Stato e della solidarietà nazionale. Mi pare, invece, che molti siano delusi dall’esempio che sta dando proprio in questi giorni la politica. Sulla testa degli italiani pende una spada di Damocle tremenda, costituita dall’enorme debito pubblico, dalla fragilità dell’economia italiana e da una speculazione internazionale pronta a colpire uno degli elementi più deboli del sistema euro rappresentato dall’Italia.
Senso dello Stato e solidarietà nazionale vorrebbero che di fronte al pericolo incombente ci fosse da parte dei partiti e dei cittadini un senso di solidarietà nazionale tale da far accantonare almeno per un momento le divisioni e rafforzare l’unità. E invece le divisioni, lungi dall’attenuarsi, si accentuano e il senso dello Stato non si rafforza anzi si disgrega. Di fronte a un pericolo analogo negli Stati Uniti si è riusciti a trovare un accordo tra il Congresso (la politica) e la Casa Bianca (il governo) solo per evitare la bancarotta, ma lasciando inalterate le posizioni tra destra e sinistra. Questa divisione e questo scontro non è piaciuto ai mercati che hanno giudicato male, dicono molti analisti, non tanto l’accordo raggiunto, quanto la divisione perdurante nella politica americana, che rischia di vanificare l’accordo.
Remare nella stessa direzione!
Perché i politici italiani non fanno tesoro della lezione americana? Perché a salvare l’Italia non ci pensano gli italiani di propria iniziativa, senza essere costretti a farlo, con tanto di indicazioni del come e del quando, dall’Unione Europea con in testa la Germania e la Francia? Suvvia, anche un po’ di orgoglio nazionale dovrebbe invogliare i vari Bersani e Di Pietro a remare, almeno in queste circostanze drammatiche, nella stessa direzione del governo, anzi col governo, pur mantenendo le distinzioni politiche tra maggioranza e minoranza. Perché non dovrebbe essere possibile, proprio nell’anno del 150° dell’unità d’Italia? Tanto più che tutti, maggioranza e opposizioni, si richiamano al senso dello Stato e dichiarano di volere unicamente il bene dell’Italia.
Naturalmente il buon esempio dovrebbe venire dalla maggioranza, la quale purtroppo è spesso distratta da altre questioni, certamente meno importanti di quelle che dovrebbe affrontare con maggiore coesione ed energia. Capisco che ai signori Bossi, Maroni e amici interessi più di ogni altra cosa il federalismo, ma conoscendo bene il federalismo elvetico e il suo principio fondante: tutti per uno – uno per tutti, non mi sembra che il trasferimento di uffici ministeriali da Roma a Monza sia una bella dimostrazione di questo principio. Semmai, in questo momento di particolare difficoltà per il Paese, sarebbe stato preferibile che le Regioni economicamente più forti garantissero in certo modo per quelle più deboli, proponendo esse per prime sgravi allo Stato centrale e liberando risorse da destinare a quelle più bisognose. Suvvia, un po’ di serietà e di solidarietà!
Una questione di responsabilità e di orgoglio nazionale
Capisco anche che nelle opposizioni continui a prevalere la contrapposizione rispetto al governo e alla maggioranza, ma trovo irresponsabile che in un momento come questo, in cui mezzo mondo guarda all’Italia con trepidazione, proprio le opposizioni, ad eccezione di quella dell’UDC di Casini, sembrino voler far precipitare la situazione con un cambio di governo ed elezioni anticipate. Se ciò accadesse, i pericoli per l’Italia si trasformerebbero sicuramente in tragedia perché si offrirebbe al mondo intero l’immagine di un Paese ingovernabile, insicuro e allo sbando. Sarebbe il trionfo della speculazione internazionale e la retrocessione dell’Italia al rango di repubblica delle banane.
Certo, bisognerebbe essere ciechi, non leggere i giornali e non sentire gli opinionisti «neutri» internazionali per non avvertire che il governo italiano a guida Berlusconi in questo momento è particolarmente debole, insicuro e poco coraggioso nel somministrare alla malata Italia la medicina che occorrerebbe. Ma non è solo colpa sua. E’ anche colpa delle opposizioni che hanno in testa non la ricetta per far uscire l’Italia dalla crisi, ma una voglia matta di mandare a casa (o in galera) Berlusconi. Bene ha detto Piero Ostellino all’indomani dell’approvazione della manovra con i soli voti della maggioranza che la classe politica ha perso l’occasione «di dimostrare di essere non solo all’altezza della situazione di crisi che sta attraversando il Paese ma anche e soprattutto di una classe politica degna di questo nome: saper guardare avanti dopo aver fatto una seria analisi del passato».E questo è grave non solo per il sistema politico ma per l’Italia.
Bene ha fatto la settimana scorsa il segretario politico del Pdl Angelino Alfano a ricordare che il popolo italiano tre anni fa ha deciso da chi vuol essere governato e per quanto tempo. E quanto alle opposizioni non hanno che avanzare proposte e migliorare quelle del governo. Affermare, invece, come fanno Di Pietro, Fini, Bersani e compagni che il tempo di Berlusconi è finito, urge un cambio alla testa del governo perché «il Paese non può più aspettare», mi pare in questo momento francamente azzardato e irresponsabile. Ciò che urge è ben altro: salvare i conti pubblici, porre mano subito alle misure già approvate ed essere pronti a prendere ulteriori provvedimenti, anche impopolari se necessario.
L’incontro vincente
Diverso, per fortuna, l’atteggiamento del mondo del lavoro, che chiede sì misure adeguate per superare la crisi e rilanciare l’economia, ma è disposto a collaborare nella ricerca delle soluzioni. Mi pare anche ovvio, visto che è l’economia più che la politica a risentire della crisi e a interpretare realisticamente i segnali delle borse. E’ forse dall’incontro governo-mondo del lavoro che può nascere il principale antidoto alle difficoltà dell’economia. Ma non basta. Occorre anche recuperare la fiducia nello Stato e nelle istituzioni.
A livello internazionale le principali istituzioni economiche e monetarie e soprattutto l’Unione europea riconoscono all’Italia le capacità per uscire dalla crisi. Maggioranza e opposizioni dovrebbero dimostrare, pena la loro credibilità, di meritare questi riconoscimenti attuando concordemente una politica di rigore finalizzata all’abbattimento del debito pubblico, al pareggio del bilancio e al rilancio dell’economia.
Per ottenere risultati apprezzabili sarebbe indispensabile un forte spirito di solidarietà nazionale perché questi obiettivi sono raggiungibili non attraverso misure leggere di contenimento delle spese, ma attraverso cure pesanti e durevoli, cioè strutturali. Per esempio continuando a tagliare inesorabilmente gli sprechi, eliminando i privilegi ingiustificati della politica, ridimensionando l’intero apparato dello Stato, dal numero dei parlamentari e del personale dell’amministrazione al numero degli enti pubblici nazionali, regionali, provinciali e comunali, e favorendo contemporaneamente la meritocrazia e la produttività, reprimendo senza indulgenza l’evasione fiscale, osservando scrupolosamente l’equilibrio di bilancio, recuperando risorse per incentivare il lavoro ed eliminare le sacche di povertà soprattutto nel Mezzogiorno.
Se ci sarà davvero questa prova di solidarietà si potrà ricordare il 150°anche come l’anno di una grande affermazione del senso dello Stato da parte degli italiani. Se invece, anche in circostanze così drammatiche, si continuerà solo a litigare e lanciare ostracismi, da destra e da sinistra, allora la classe dirigente meriterà davvero il giudizio che ne ha dato Ostellino, ossia che merita di essere cacciata in blocco.
Giovanni Longu
Berna, 10.08.2011
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