31 dicembre 2014

2015: Svizzera alla prova


«L’economia ticinese si presenta come un panorama invernale, avvolto dalla bruma e con quel qualcosa di enigmatico, quasi ipnotico. Tutto sembra immobile, ma nonostante ciò permane quella strana e persistente sensazione che qualcosa sta cambiando». Così l’Ufficio di statistica del Cantone Ticino ha caratterizzato a fine anno l’economia ticinese. Un’impressione analoga mi suscita anche l’economia svizzera in generale, sebbene al momento siano ancora pochi i segnali di cambiamento.

Ostacoli in vista
Finora l’economia svizzera nel suo complesso si è dimostrata in grado di superare le numerose difficoltà derivanti dalla crisi internazionale non ancora finita, dalla scarsa crescita nella zona euro e dai rapporti non sempre distesi con l’Unione europea (UE). Ma gli ostacoli che il Ticino e la Svizzera incontreranno già nei prossimi mesi non sono di poco conto. E’ probabile che il 2015 sia per il Ticino e per l’intera Confederazione un anno decisivo. Entro la prossima primavera dovrebbe concludersi il negoziato fiscale con l’Italia e si sa che molti capitali sottratti illegalmente al fisco italiano e destinati all'emersione e al rientro in Italia sono gestiti dalla piazza finanziaria ticinese. Quali conseguenze comporterà? Presto dovrebbero riprendere anche i negoziati con l’UE e l’esito non è affatto scontato.
Le difficoltà principali che incontrerà la Svizzera sono dovute soprattutto alle conseguenze dell’approvazione, il 9 febbraio 2014, della modifica costituzionale riguardaccordo del 1999 (entrato in vigore nel 2002) sulla libera circolazione delle persone e tenterà di farlo, già nel 2015. Ma l’UE ha fatto sapere di non essere disposta a rinegoziare questo principio basilare della politica sociale europea.

ante la limitazione dell’«immigrazione di massa». Per dare piena attuazione a questo voto, il governo federale dovrebbe rinegoziare con l’Unione europea (UE) l’

Soluzioni possibili
Il Consiglio federale non può sottrarsi al nuovo obbligo costituzionale creatosi il 9 febbraio scorso, ma non credo che si arriverà a un «braccio di ferro» con l’UE. Se ci dovesse essere, a soccombere sarebbe senz'altro la Svizzera. Una clausola (non per nulla chiamata «clausola ghigliottina»!) del primo gruppo di Accordi bilaterali con l’UE (1999) prevede infatti che se ne salta uno (ad esempio quello sulla libera circolazione delle persone) decadono anche tutti gli altri (ostacoli tecnici al commercio, agricoltura, trasporti terrestri, trasporto aereo, ricerca, ecc.). La Svizzera, che ha raggiunto l’attuale livello di benessere proprio grazie a questi Accordi, sa bene che senza di essi il futuro si presenterebbe alquanto incerto e difficile, perché non avrebbe più il libero accesso al grande mercato europeo.
D’altra parte, ritengo che nemmeno l’UE abbia interesse a rompere le buone relazioni con la Svizzera, alla luce dei molteplici interessi comuni nei campi dell’energia e dei trasporti, degli scambi commerciali, della ricerca scientifica, della formazione, ecc.
Credo che sarà proprio osservando realisticamente la situazione che la Svizzera e l’UE finiranno per trovare un’intesa compatibile con le esigenze dell’una e dell’altra. La Svizzera continuerà ad aver bisogno di manodopera estera e sarà l’economia a regolare i flussi migratori e non la politica e l’amministrazione attraverso complicati meccanismi di contingentamento.
Anche l’UE finirà per rendersi conto che «la libera circolazione non è un dogma», per riprendere un’espressione dell’ambasciatore Roberto Balzaretti (capo della missione svizzera presso l’Unione europea), né un «diritto incondizionato», come sostiene David Cameron (primo ministro del Regno Unito), ma un principio che va applicato con una certa flessibilità. E’ sulla sua applicazione, non sul principio in sé, che andrà trovata un’intesa tra l’UE e la Svizzera. La libera circolazione dovrà essere garantita, entro limiti sostenibili di salvaguardia, garantiti non solo alla Svizzera ma anche agli altri Paesi dell’UE.

Superare la sindrome di Asterix
Inoltre, non si dovrebbe dimenticare che il processo di avvicinamento della Svizzera all’UE (destinato a concludersi verosimilmente con l’adesione) deve continuare, non interrompersi. Sempre più svizzeri hanno già superato la «sindrome di Asterix», ritengono convintamente che la Svizzera sia circondata non da (potenziali) nemici, ma da amici. Il sentimento di accerchiamento, comprensibile cent’anni fa (quando il Paese si sentì costretto a circondarsi da migliaia di opere di difesa, in parte ancora visibili e impressionanti per numero e struttura) e forse persino settant’anni fa, non è più giustificato oggi. Guai interrompere questo processo, che, sia pure lentamente, avanza. Anzi, esso dev’essere favorito, perché se un giorno, spero presto, ci saranno davvero gli Stati Uniti d’Europa, questi ci saranno solo se anche la Svizzera ne farà parte.
Il 2015 sarà sotto questo aspetto un anno molto importante, perché sarà rinnovata l’Assemblea federale. E’ auspicabile che la competizione elettorale non si trasformi in uno scontro pro o contro l’UE, ma sproni al dialogo e alla ricerca di soluzioni condivise da entrambe le parti interessate. Buon Anno, Svizzera. Buon Anno Europa.
Giovanni Longu
Berna, 31.12. 2014

17 dicembre 2014

Operazione verità tra Svizzera e Italia


Con l’approvazione definitiva della legge sull’emersione e il rientro dei capitali detenuti all’estero, che prevede la collaborazione volontaria (voluntary disclosure) in materia fiscale, sarà possibile fin dai prossimi mesi realizzare tra l’Italia e la Svizzera una grande operazione verità.

 La nuova legge, infatti, da una parte consente ai cittadini italiani residenti in Italia che hanno depositato illecitamente denaro all'estero di autodenunciarsi (entro il 30 settembre 2015) e rimettersi in regola con il fisco italiano, pagando ovviamente le somme dovute (interessi) più le sanzioni, sia pure ridotte; dall'altra la legge prevede espressamente con lo Stato estero, nel caso specifico la Svizzera, un accordo che regoli la collaborazione trasparente tra il fisco italiano e le banche svizzere.
L’emersione dei capitali trasferiti illecitamente all'estero era già stata tentata anni addietro con i vari «scudi» fiscali del ministro Tremonti, che non avevano però prodotto gli effetti sperati, nonostante fosse stato garantito l’anonimato dei proprietari dei capitali emersi. Ora, si spera, se l’accordo tra i due Paesi sarà presto concluso, dovrebbe emergere dal grigiore della clandestinità l’intero ammontare dei capitali finora nascosti al fisco italiano. Nemmeno la Svizzera, infatti, avrà interesse e possibilità di nascondere il maltolto. Lo scambio automatico delle informazioni bancarie sarà infatti la regola dal 2017, al più tardi dal 2018.
Finalmente! verrebbe da dire, perché francamente di questi tentativi falliti e del continuo rinvio di un accordo tra l’Italia e la Svizzera non se ne poteva più. Era dall'ultimo governo Berlusconi che si facevano annunci vani. Nel frattempo sono passati i governi Monti e Letta e persino il governo Renzi inizialmente sembrava tentennare. A fine febbraio (!) aveva infatti assicurato che dove erano falliti Berlusconi e Letta sarebbe riuscito lui («Entro un mese , aveva detto, vediamo quanto prendiamo e da dove». Intanto i mesi trascorrevano senza che l’accordo venisse anche solo abbozzato.
Mentre i ministri responsabili, Padoan per l’Italia e Widmer-Schlumpf per la Svizzera, si rimpallavano le responsabilità del ritardo, montava la tensione soprattutto nel Ticino, dove quasi all’unanimità s’invocava da Berna la denuncia dell’accordo con l’Italia sui frontalieri e misure di ritorsione per l’inserimento della Svizzera nelle liste nere italiane. Si è tentato persino di forzare la situazione bloccando i ristorni all’Italia delle imposte dei frontalieri del 2013.
Purtroppo, nel frattempo c’è stata anche la votazione del 9 febbraio scorso «contro l’immigrazione di massa» e il voto favorevole del Ticino è stato determinante per la vittoria del »sì». Appare difficile escludere che l’atteggiamento dei ticinesi non sia stato fortemente influenzato dall’esasperazione con cui vivono da anni le tensioni con l’Italia!
Finalmente, però, qualcosa sta cambiando nelle relazioni italo-svizzere. Il ministro Padoan e la consigliera federale Widmer-Schlumpf si mostrano entrambi più fiduciosi in una rapida soluzione delle vertenze. Con l’avvicinarsi dell’Expo 2015 di Milano si ha l’impressione che tutta l’Italia si stia avvicinando alla Svizzera e viceversa. Anche la polemica sui frontalieri ha perso vigore, grazie soprattutto all'ottimismo manifestato da Widmer-Schlumpf, secondo cui  «alla fine arriveremo ad un buon risultato anche per il Ticino».
Nell'attesa l’ottimismo mi sembra d’obbligo, per tutti. In fondo la vertenza fiscale, per quanto importante e spinosa, non rappresenta che una minima parte delle molteplici relazioni tra i due Paesi. Basti pensare che l’Italia è il terzo partner commerciale della Svizzera, sono frequenti e intense le relazioni culturali (anche per la difesa della lingua italiana), artistiche, scientifiche, senza dimenticare che nella Confederazione vive oltre mezzo milione di cittadini italiani, in parte con la doppia nazionalità. Sicuramente le cose che accomunano l’Italia e la Svizzera superano abbondantemente ciò che divide. Anche per questo l’ottimismo non è di maniera.
Ad ogni buon conto, Italia e Svizzera, i migliori auguri per la conclusione di un buon accordo, che componga le divergenze, rafforzi l’intesa reciproca e rilanci la collaborazione (anche sul piano europeo) che ha prodotto finora enormi benefici ad entrambi i Paesi. Buon Anno!

Giovanni Longu
Berna, 17.12.2014

10 dicembre 2014

Discussione sull’Europa all’UNITRE di Soletta



Non potevo immaginare, un anno e mezzo fa, quanto interesse avrebbe suscitato il corso che avrei tenuto nell'anno accademico 2014/2015 all'Università delle Tre Età (UNITRE) di Soletta. I temi annunciati nel programma, riassunti sotto il titolo «le istituzioni europee e la Svizzera», sono sicuramente di grande attualità, ma non di facile trattazione e comprensione. Non mi attendevo pertanto molti interessati. 

E’ stata perciò una grande sorpresa venire a sapere, agli inizi di novembre, poco prima dell’inizio del corso, che gli iscritti erano 43. Ne fui naturalmente lusingato e dovetti ricredermi sull'idea che essendo il tema Unione europea (UE) e Svizzera piuttosto complicato e trattato spesso in maniera alquanto contraddittoria non potesse suscitare grande interesse.
Parlando con alcuni iscritti, mi sono reso conto che sono proprio la complessità dei temi del corso (dal «sogno europeo» ai rapporti attuali tra l’Unione europea e la Svizzera) e la confusione con cui vengono spesso trattati dai media a generare una forte domanda di conoscenze e di chiarezza.
Tanto interesse rende evidentemente il compito del docente piuttosto difficile perché deve presentare nel modo più semplice possibile temi oggettivamente complicati e fornire elementi conoscitivi sufficienti per dare a tutti i partecipanti la possibilità di farsi un’idea precisa sui vari temi: l’origine e lo sviluppo del «sogno europeo», le istituzioni dell’UE (Consiglio europeo, Parlamento, Commissione, ecc.), il futuro prevedibile dell’Europa, i rapporti passati e attuali tra la Svizzera e l’UE.
Si tratterà anche di fornire elementi di valutazione sul crescente euroscetticismo, sulle difficoltà dell’UE di trasformarsi in una unione non solo economica ma anche politica, sulle ragioni (vere o presunte tali) della non adesione della Svizzera all’UE, ecc.
Partecipanti al corso organizzato dall’UNITRE di Soletta
Il compito del docente sarà facilitato se l’interesse dei partecipanti al corso resterà vivo per tutto il periodo. Personalmente non ho motivo di dubitarne sia perché i temi sono di per sé molto stimolanti e sia perché gli allievi dei corsi dell’UNITRE sono generalmente molto curiosi, costanti e ricettivi.
Del resto è la stessa cronaca quotidiana che stimola a interrogarci sull’UE. Qualche settimana fa su un quotidiano ticinese si poteva leggere un articolo in cui si definiva l’Unione europea: «il Club di Bruxelles,…un club che con il passare degli anni è andato crescendo, per vastità e numero di Stati membri, ma che oggi si trova a distanza di anni luce da quell’obiettivo di integrazione politica ed economica sognato dai padri fondatori dell’Europa unita». E’ proprio così?
E Papa Francesco, il 25 novembre, parlando a Strasburgo al Parlamento europeo invitava gli eurodeputati ad «abbandonare l’
idea di un’Europa impaurita e piegata su sé stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede» perché, secondo lui, «è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili». L’auspicio del Papa è una possibilità reale o pura utopia?
Il corso dell’UNITRE di Soletta sulle istituzioni europee e la Svizzera tratterà anche questi ultimi interrogativi, in aggiunta ovviamente a quelli che presenteranno i partecipanti e a quelli che continuerà a presentare, quasi quotidianamente, la cronaca.

Giovanni Longu
Berna, 10.12.2014

3 dicembre 2014

Ricordando Carlo Liberto


Carlo Liberto (a destra) mentre riceve dal presidente
 dell’ASIS G. Longu  il «Premio ASIS alla carriera» nel 2002

Dieci anni fa, il 3 dicembre 2004, moriva a Berna all’età di novant’anni Carlo Liberto, poeta e scrittore, lasciando un grande vuoto che non è stato più colmato. Chi ha conosciuto da vicino l’ex funzionario dell’Ambasciata d’Italia in Svizzera, decano e medaglia d’oro della Società Dante Alighieri di Berna, membro attivo dell’ASIS (Associazione degli scrittori di lingua italiana in Svizzera), conserva ancora in maniera indelebile il ricordo di un uomo gentile, colto, aperto al mondo, ottimista, di uno scrittore e poeta versatile, raffinato, ironico, di un pittore capace, amante dei colori vivaci e tenui, delle luci e delle ombre, delle sfumature.
Lo conobbi circa quarant’anni fa quando, funzionario dell'Ambasciata, intratteneva i giornalisti della cosiddetta stampa d'emigrazione sui problemi della collettività italiana, allora ben più numerosa di adesso (compresi gli stagionali) e con problemi ben più gravi di quelli attuali. Lo frequentai anche in seguito, soprattutto in occasione di conferenze organizzate dalla Dante Alighieri di Berna dei tempi migliori e soprattutto negli incontri dell’ASIS, allora ancora molto attiva.
Dell’uomo Liberto mi colpiva soprattutto la sua visione della vita, serena ma non rassegnata, caratterizzata da tanta saggezza, bonarietà e distacco intelligente e consapevole dagli eventi quotidiani. Condividevo il suo senso profondo della famiglia e dell’amicizia. Un giorno, quando da pensionato costatava che il numero degli amici andava riducendosi di continuo, mi confidò che gli rincresceva un po’ «essere passato ormai tra la specie dei dimenticati», ma non più di quel tanto, perché i veri amici sono quelli, pochissimi, che restano, e che comunque gli restava sempre la famiglia. 
In altra occasione, giugno 2000, non avendolo notato tra i partecipanti all'abituale ricevimento dell'Ambasciata per la festa della Repubblica, gli scrissi chiedendogli se l'assenza fosse dovuta a motivi di salute. Mi rispose, molto schiettamente: «sì, al ricevimento dell'Ambasciatore non c'ero, semplicemente perché, per la prima volta in tanti anni, non sono stato invitato. La colpa è un po' mia per non avergli fatto "la doverosa visita". All'inizio della sua missione, passavo un periodo poco tranquillo, poi avvicinandosi la festa del 2 giugno non volevo aver l'aria di sollecitare l'invito, Poco male». Liberto era fatto così.
Facile immaginare la sofferenza di Carlo quando dovette arrendersi al destino che esigeva il ricovero della moglie in un istituto. Eppure anche dopo, almeno a mia conoscenza, non si è mai lasciato andare, non ha mai dato segno di sconforto o di abbandono. E’ stato un uomo con forti sentimenti, ma anche con un profondo senso della misura, in tutto, anche nell'ultimo periodo della sua vita, quando, suo malgrado, dovette essere ricoverato a sua volta. Era consapevole che «la vecchiaia è una malattia che avanza celermente, inesorabilmente, senza alcuna speranza in un futuro migliore».
E’ possibile che la solitudine gli sia passata vicino, in questa fase «autunnale» (com'egli la chiamava) della sua vita, ma non credo che l’abbia angustiato particolarmente. Sa molto di autobiografico un aforisma ch’egli pubblicò in una piccola ma preziosa raccolta intitolata «Le frecce morbide»: «La solitudine, per quanto profondamente dolorosa,  si può anche accettare, purché il cervello e le gambe funzionino ancora. E poi c’è sempre un interlocutore divino».
Dell’artista, soprattutto dello scrittore di aforismi, apprezzavo e continuo ad apprezzare la sottile ironia disseminata nei fortunati volumetti, piccoli nel formato ma molto succulenti nei contenuti, Minimassime (1984), Vantaggio alla battuta (1990) e Le frecce morbide (1994). Liberto è stato anche un valido poeta, che ha dato alla luce numerose poesie in parte raggruppate nella raccolta Equinozio d'autunno (1996).
Considero Carlo Liberto una delle figure che ha maggiormente caratterizzato il panorama culturale della collettività italiana di Berna (anche se aveva numerosi estimatori anche nel resto della Svizzera, particolarmente in Ticino) degli ultimi decenni del secolo scorso. Per questo ritengo che meriti un ricordo a dieci anni dalla scomparsa.

Giovanni Longu
Berna, 3.12.2014

26 novembre 2014

Bambini italiani clandestini: il contesto


La settimana scorsa, il 20 novembre, è stato celebrato il 25° anniversario dell’approvazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’infanzia. I media hanno dato il giusto rilievo a questa ricorrenza e hanno riproposto all'opinione pubblica i drammi di milioni di bambini privati di diritti fondamentali. Ben 230 milioni di bambini non risultano nemmeno registrati ufficialmente, molti di più soffrono la fame, sono privati del diritto alla salute, all'istruzione, alla protezione, a un’infanzia serena e a un futuro dignitoso.
In questo periodo, in vista della prossima votazione federale sull'iniziativa popolare EcopopStop alla sovrappopolazione – sì alla conservazione delle basi naturali della vita»), sono state organizzate in diverse città svizzere manifestazioni per sensibilizzare la popolazione sui rischi di un’accettazione di questa ennesima iniziativa antistranieri.

Stagionali e baracche
In questo sforzo di sensibilizzazione, il sindacato Unia ha organizzato a Berna anche un’esposizione e un convegno sul tema «Baracche, xenofobia e bambini clandestini» per ricordare «le disumane condizioni di vita degli stagionali e dei loro figli, costretti talvolta alla clandestinità». Per l’occasione è stata anche allestita una baracca sul modello di allora e una interessante raccolta di testimonianze fotografiche sulla vita degli stagionali.
In questa nostra vita frenetica, che sembra fatta apposta per impedirci di riflettere (la riflessione ha bisogno di tempo!) e di ricordare (persino un passato non tanto lontano), le ricorrenze e le rievocazioni sono talvolta benedette. Ci aiutano a osservare il mondo oltre i confini ristretti del nostro Paese e dei nostri interessi e ci aiutano a ricordare da dove veniamo, quali sono le nostre origini.
L’esposizione di Berna, in particolare, mi suggerisce alcune considerazioni sul periodo delle baracche, della xenofobia e dei bambini clandestini, a cui peraltro ho già accennato di recente in altri articoli (cfr. L’ECO del 5.11. e 19.11.2014), e su cui in questi ultimi anni è stato scritto molto, spesso tuttavia in maniera ideologica e poco critica. Spesso in questi scritti manca il necessario riferimento al contesto.

La paura dell’inforestierimento
In Svizzera, gli Anni Sessanta e Settanta, a cui si riferiscono soprattutto (anche se abbracciano in realtà un periodo più lungo) i fenomeni degli stagionali, delle baracche e dei bambini clandestini) furono molto difficili non solo per gli immigrati italiani, ma anche per la politica immigratoria svizzera, per non parlare della politica emigratoria italiana. Le difficoltà per giungere a un compromesso accettabile nella trattativa italo-svizzera sull’emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera riflettevano un contesto ben più ampio, sociale e politico, che lasciava ben pochi margini di manovra.
Per rendersi conto del fenomeno degli stagionali bisognerebbe ricordare almeno mezzo secolo di dibattiti e di decisioni che portarono a impegnare il governo federale a prendere tutte le misure necessarie per evitare la Überfremdung, l’«inforestierimento», ossia una presenza di stranieri percepita nell’opinione pubblica come eccessiva. All’indomani della pubblicazione dei dati del censimento del 1910 si ebbe in Svizzera una sorta di choc, quando si venne a sapere che nel Paese erano presenti e in forte crescita 552 mila stranieri, quasi il 15 per cento della popolazione totale.
Da allora il popolo svizzero non ha smesso di preoccuparsi e il governo centrale, che si basa sul consenso popolare, non può non tenerne conto nelle sue decisioni, soprattutto quando sono avvalorate da un voto, dalla Costituzione federale e dalle leggi federali. Di fatto, dal 1910 la percentuale di stranieri in Svizzera non ha fatto che diminuire fino al 1941 (5,2%).
Quando nel dopoguerra, per le note esigenze dell’economia l’afflusso di manodopera straniera doveva essere in qualche modo liberalizzato, la politica ha dovuto affrontare due imperativi apparentemente inconciliabili: quello di soddisfare l’economia (che solitamente detta l’agenda politica) e quello di impedire l’inforestierimento, contro cui erano già in azione agguerriti movimenti xenofobi. Scelse un compromesso: favorire l’afflusso di manodopera temporanea (stagionale) e rendere sempre più difficile la residenza stabile e soprattutto il domicilio degli stranieri.

Una scelta obbligata?
Oggi è facile contestare tale scelta, anche perché non ha affatto impedito la crescita della popolazione straniera (1950: 6,1%, 1960: 10,8%, 1970: 17,2%, 1980: 14,8%, 1990: 18,1%, 2000: 20, 9%) e non ha frenato le spinte xenofobe di ampi settori della società. Allora tuttavia sembrava una scelta obbligata. Certamente il governo federale avrebbe potuto fare di più per migliorare le condizioni di vita degli stagionali, obbligando ad esempio le imprese a garantire ai propri dipendenti abitazioni decenti, ma anche al riguardo non si possono ignorare le difficoltà oggettive sia per creare un tale obbligo, sia per controllarne il rispetto e sia soprattutto per realizzare nuovi alloggi in un tempo relativamente breve.
D’altra parte, non bisogna nemmeno dimenticare che gli alloggi, anche se ce ne fossero stati a disposizione, avrebbero avuto un costo che gran parte degli stagionali non avrebbe potuto sostenere, per di più per tutto l’anno. Va anche detto che a fronte di baracche o altri tipi di alloggio indecenti (o, com’ebbe a denunciare in parlamento un deputato comunista nel 1963, «gli abituri fangosi, le stalle e le baracche umide e sconnesse che sono il loro tetto»), le baracche del dopoguerra di norma dovevano essere sicure e attrezzate in modo adeguato. Alcuni regolamenti cantonali prevedevano che i dormitori dovessero essere costituiti di stanze ben tramezzate e isolate comprendenti in regola generale 4 o al massimo 6 letti; per ogni inquilino ogni stanza doveva raggiungere almeno 15 metri cubi; dovevano essere inoltre dotati di toelette, lavabi e docce, ecc. Alcuni baraccamenti in montagna (ad es. durante le costruzioni di dighe) avevano ancora requisiti aggiuntivi, quali il riscaldamento, la mensa, l’infermeria, la biblioteca, sala da giochi, ecc.
Ciò di cui gli stagionali si rammaricavano maggiormente non era sicuramente l’infrastruttura. Poiché tra di essi vi erano persone sposate (ma non è dato sapere in che proporzione nei vari periodi), non c’è dubbio che per esse la mancanza più sentita era la famiglia e nove mesi di lontananza dovevano essere un sacrificio non indifferente. Ancora oggi ci si chiede se questo sacrificio non fosse un’imposizione esagerata e disumana. Credo che non esista una risposta assoluta e non si può neppure rispondere che in fondo alla base di quella situazione c’era un contratto (in senso largo), accettato da entrambe le parti, anche dallo stagionale sposato. Una delle condizioni del contratto era che lo stagionale non poteva farsi raggiungere dalla famiglia. Credo tuttavia che dalla Svizzera si sarebbe potuto ottenere di più se nella trattativa per l’Accordo del 1964 l’Italia avesse insistito maggiormente sul punto dei ricongiungimenti familiari perché questa era la tendenza che si stava affermando ovunque in Europa.

Ricongiungimenti familiari: e i bambini?
Probabilmente i tempi della politica, italiana e svizzera, non erano ancora maturi e numerosi stagionali, ritenendo di non poterli rispettare, hanno preferito farsi ugualmente raggiungere dalla famiglia, nonostante i divieti. Quando il resto della famiglia era costituito dalla moglie o dal marito poco male, all’epoca era abbastanza facile trovare un lavoro almeno stagionale anche per la nuova o il nuovo arrivato. I guai nascevano quando insieme venivano dall’Italia (per limitare il campo ai soli italiani) pure i figli o quando la moglie stagionale metteva al mondo un bambino.
I problemi, va detto subito, non riguardavano solo e forse non tanto il rischio di espulsione dalla Svizzera per aver infranto un divieto. Uno dei problemi di più difficile soluzione riguardava l’abitazione dove alloggiare la famiglia, visto che gran parte degli stagionali alloggiava in baracche, in camere singole o in mansarde in affitto. Le abitazioni disponibili erano rare e costose. C’era poi il problema della cura del bambino o dei bambini durante il giorno, visto che padre e madre avevano entrambi solo un permesso di lavoro stagionale, non di residenza (anche senza dover lavorare). Si sarebbe potuto lasciarli soli? Affidarli eventualmente ad altri, ma a chi? Tenerli nascosti, come hanno fatto in tanti?
La problematica dei bambini cosiddetti «clandestini» o «nascosti» o «proibiti» o altro ancora è nota e non si dirà forse mai abbastanza che sono stati vittime innocenti, anche se i colpevoli non emergono mai chiaramente. A prescindere dai singoli casi, che andrebbero conosciuti approfonditamente, in generale mi pare innegabile la complicità fra tutti i responsabili dell’emigrazione, dell’immigrazione e dei genitori interessati. Ognuno avrà avuto sicuramente delle attenuanti, ma non c’è dubbio che nessuna di queste entità ha messo chiaramente e decisamente al primo posto l’interesse del bambino, della sua crescita, della sua formazione, della sua felicità in una condizione «normale».

Una pagina triste di una storia positiva
Non si saprà mai quanti siano stati questi bambini «clandestini» tra gli anni Sessanta e Ottanta, anche se è verosimile che in una trentina d’anni siano stati diverse migliaia (poco plausibili, invece, le cifre di 10-30 mila riferite a un solo anno). Indipendentemente dal loro numero, il fenomeno dei bambini «clandestini» va ritenuto comunque una pagina triste della lunga storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, da non dimenticare.
Condivido pertanto l’appello dello scrittore svizzero Franz Hohler quando scrive in una poesia intitolata «Feindesland» (Paese nemico): Daran sollten wir uns erinnern / dass die Geschichte unseres glücklichen Landes / voll ist von Geschichten unglücklicher Kinder. (dovremmo ricordarci / che la storia del nostro Paese felice / è piena di storie di bambini infelici).
Fortunatamente, tuttavia, la storia di questi bambini è anche piena di esempi di solidarietà di vicini di casa e di amici, persino di funzionari di polizia, di datori di lavoro comprensivi oltre che interessati e soprattutto di esempi degli stessi bambini che hanno saputo superare nel tempo i traumi infantili subiti. Anche questi esempi di solidarietà e di riuscita meritano di essere ricordati nella variegata e complessivamente positiva storia dell’immigrazione italiana in Svizzera.

Giovanni Longu
Berna, 26.11.2014

19 novembre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 8. Associazioni, ricongiungimenti familiari e bambini clandestini


L’Accordo tra la Svizzera e l’Italia del 1964 doveva risolvere numerosi problemi lasciati aperti dal precedente accordo del 1948 o venutisi a creare nel frattempo. Si trattava in particolare di migliorare le modalità del reclutamento, eliminare o mitigare le numerose limitazioni (per cambiare professione, posto di lavoro, Cantone, ecc.) a cui erano sottoposti i lavoratori immigrati, agevolare la trasformazione dei permessi stagionali in permessi annuali, favorire la stabilizzazione dei residenti e i ricongiungimenti familiari.

I risultati raggiunti dopo la lunga trattativa sono stati tutto sommato modesti, soprattutto rispetto alle richieste italiane e alle attese degli immigrati. Eppure sia l’Italia che la Svizzera hanno ritenuto «difendibile» l’Accordo raggiunto, forse senza rendersi conto che molti problemi rimanevano aperti (cfr. L’ECO del 5.11.2014).

Associazioni italiane impotenti e inascoltate
Se ne resero invece subito conto le organizzazioni degli emigrati italiani che, pur riconoscendo alcuni miglioramenti ritenevano necessarie ulteriori rivendicazioni, soprattutto in campo assicurativo, formativo, abitativo e familiare. Tanto è vero che chiesero ben presto la revisione dell’Accordo. Invano, sia per l’intransigenza della Svizzera (sotto la pressione dei movimenti xenofobi), sia per la persistente debolezza negoziale dell’Italia e sia anche per lo scarso peso politico dell’associazionismo italiano, allora rappresentato principalmente dalla Federazione delle colonie libere italiane in Svizzera (FCLIS) e dalle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani (ACLI).
FCLIS, la più importante associazione
italiana in Svizzera del dopoguerra
Contrariamente a quanto talvolta è stato detto e scritto, le associazioni italiane hanno avuto nel difficile negoziato un ruolo del tutto marginale. Benché manifestassero esigenze sentite da molti immigrati, esse non furono coinvolte nemmeno indirettamente nelle trattative perché considerate sia da parte svizzera sia da parte italiana non sufficientemente rappresentative e anche perché la principale di esse, la FCLIS, era ritenuta negli ambienti svizzeri (ma anche italiani) troppo legata alla sinistra politica (PCI) e sindacale (CGIL) italiana.
In quei tempi (ormai in piena guerra fredda simboleggiata dal muro di Berlino, costruito nel 1961), l’appartenenza e persino la vicinanza al PCI (ossia al più importante partito comunista fuori dall’Unione Sovietica) rappresentavano in Svizzera un pericolo e un ostacolo al dialogo. Per questo, com’è noto, in quegli anni numerosi attivisti italiani (ma anche svizzeri e di altre nazionalità) erano schedati perché sospettati di propaganda «illecita».
Purtroppo l’associazionismo moderato e impegnato nei processi integrativi e formativi non era molto diffuso e non aveva ancora avuto modo di esprimersi compiutamente. Solo sul finire degli anni Sessanta diventerà urgente tra le diverse associazioni l’esigenza di organizzarsi meglio, di coordinarsi maggiormente, di trovare nuove forme di rappresentanza, di avviare tentativi di collaborazione con i sindacati svizzeri, con gli organismi scolastici ufficiali, con nuove istituzioni delle Città e dei grandi Comuni svizzeri tese a favorire il contatto tra svizzeri e stranieri, ecc.

Rallentamento voluto del processo integrativo
Da diversi documenti anche ufficiali prodotti nella prima metà degli anni Sessanta risultava chiara e irreversibile la tendenza alla stabilizzazione della manodopera estera. Il Consiglio federale avrebbe dovuto tenerne conto, ma evidentemente non si sentiva pronto o non aveva la forza sufficiente per dare un nuovo corso alla politica d’immigrazione.
L’esito della trattativa con l’Italia ne è una dimostrazione. Di fronte alla richiesta italiana di ridurre da dieci a cinque anni il periodo di attesa per l’ottenimento del permesso di domicilio a quanti erano già a beneficio di un permesso di dimora annuale, la Svizzera oppose un netto rifiuto. Riteneva che accogliere la richiesta italiana, avrebbe significato una specie di capitolazione su una questione di «importanza capitale», che avrebbe avuto «conseguenze molto gravi di carattere demografico, politico e sociale».
Si temeva che analoghe richieste sarebbero state avanzate prima o poi dagli altri principali Paesi fornitori di manodopera (Germania, Francia, Austria, Spagna, ecc.) e che la popolazione residente straniera sarebbe cresciuta a dismisura. Era evidente la paura dell'inforestierimento, che impegnava anche legalmente il governo federale a impedirlo, limitando non tanto l’immigrazione (che poteva sempre contare sugli stagionali e sui frontalieri) quanto l’aumento della quota di stranieri stabilmente residenti (annuali e domiciliati).
Sta di fatto che
il processo d’integrazione (o assimilazione, come si diceva allora) fu molto ritardato, nell'illusione che l’immigrazione potesse continuare ad essere governata con i sistemi dei permessi, dei contingenti, della precarietà assoluta dei «Gastarbeiter». Una risposta positiva alla richiesta italiana avrebbe potuto anticipare di quasi un decennio quel processo integrativo che comincerà solo negli anni Settanta tra molti contrasti (si pensi alle numerose iniziative xenofobe degli anni Settanta e Ottanta e alla difficile convivenza tra stranieri e svizzeri). Agli italiani in particolare avrebbero potuto essere risparmiati innumerevoli difficoltà, discriminazioni, umiliazioni risultanti dall’odio xenofobo, ma anche da una politica poco coraggiosa e lungimirante.

Ostacoli ai ricongiungimenti familiari, compromesso insufficiente
Con lo stesso atteggiamento di paura e di difesa ad oltranza della situazione, la Svizzera si dimostrò poco aperta nella ricerca di soluzioni praticabili e umane al problema dei ricongiungimenti familiari. Apparve ben presto chiaro che il compromesso raggiunto nell'Accordo con l’Italia di una riduzione dei tempi d’attesa per i titolari di un permesso annuale da tre anni a 18 mesi (e in certi casi meno) era insufficiente.
Non credo che, alla luce delle condizioni generali di allora, la Svizzera avrebbe potuto accogliere in pieno la richiesta iniziale italiana di eliminare le restrizioni e i termini di attesa allora in vigore (tre anni dopo l’ottenimento del permesso di dimora annuale). Mancavano, ad esempio, le abitazioni «adeguate» che avrebbero dovuto accogliere le famiglie ricongiunte, mancava soprattutto la disponibilità della popolazione indigena ad accogliere una crescita pressoché incontrollata di altri stranieri.
Tuttavia, il Consiglio federale - è convinzione molto diffusa tra gli studiosi di quel periodo - avrebbe potuto essere più accondiscendente nei confronti della richiesta italiana. Del resto erano note le critiche che gli venivano mosse sul tema dei ricongiungimenti familiari da vari ambienti della politica e della società. Esse nascevano non solo da considerazioni di ordine umano, morale e cristiano, ma anche da preoccupazioni di carattere sociale. Erano noti i problemi, i rischi e i disagi che comportava una prolungata separazione forzata delle persone sposate e magari con figli, si parlava apertamente di «vedove bianche» e di figli extramatrimoniali in aumento, di famiglie ufficiali e famiglie di fatto, di figli affidati a nonni e parenti e di figli parcheggiati in collegi e istituti sorti allo scopo in Italia lungo la fascia di confine con la Svizzera, ecc.
Eppure il Consiglio federale non venne incontro alla richiesta italiana sui ricongiungimenti familiari, sebbene si rendesse conto dell’insostenibilità alla lunga di una politica antifamiliare, che pretendeva una sorta di celibato forzato da tutti gli stagionali e da una parte abbondante di annuali. Avrebbe potuto accondiscendere almeno all’unità familiare dei coniugi entrambi stagionali o titolari di un permesso annuale, anche se da meno di 18 mesi, pur pretendendo quali condizioni indispensabili, per le famiglie con bambini, la disponibilità di alloggi adeguati, l’assistenza costante dei figli in età prescolastica e la scolarizzazione di quelli in età scolastica.

Figli «clandestini»
Si sa che molti italiani non si rassegnarono a questa separazione forzata della famiglia né a soluzioni provvisorie come l’affidamento dei figli a parenti o il loro ricovero in istituti. Dalla fine degli anni Sessanta in poi molti preferirono quella che uno studioso ha chiamato «la soluzione più istintiva, che è quella di portare comunque i bambini in Svizzera e mantenerli in maniera clandestina» (Calvaruso), sfidando i divieti della burocrazia svizzera e forse senza rendersi sufficientemente conto dei rischi e dei pericoli che correvano essi stessi e soprattutto i loro figli.
Manifestazione in favore dei
ricongiungimenti familiari
Di questi bambini «clandestini» si è detto e scritto molto, anche di recente, azzardando talvolta sul loro numero cifre poco probabili (da poche centinaia a parecchie decine di migliaia), ma soprattutto soffermandosi sulle loro condizioni di vita di vera e propria segregazione perché tenuti «nell’ombra» (come scrisse nel 1971 la «Tribune de Lausanne» nella prima inchiesta giornalistica su questi bambini nascosti).
La storia di questi bambini (che abbraccia alcuni decenni), considerata in senso generale, è triste perché getta una luce oscura sulla storia dell’immigrazione italiana (ma non solo italiana) degli anni Settanta e Ottanta. E’ stato detto e ripetuto che la politica migratoria svizzera e italiana è stata la principale responsabile di questo fenomeno, ma non va dimenticata nemmeno la responsabilità degli stessi genitori italiani, vittime a loro volta ma coscienti di molta ignoranza, di pregiudizi, di scelte sbagliate, di priorità sconvolte (si pensi all’assillo del risparmio, del gruzzolo, della casa in Italia, ecc.). Essi sapevano che non potevano trattenere illegalmente i loro figli in Svizzera non avendo (ancora) i titoli per tenerli in condizioni normali, forse sapevano anche che non stavano facendo il loro bene. O forse credettero, in buona fede, di non avere altre alternative. Purtroppo a «pagare» furono soprattutto bambini innocenti.
Nessuno, credo, è risalito nella catena delle responsabilità all’Accordo italo-svizzero del 1964. Eppure nelle mancate risposte o nelle soluzioni a metà di quell’Accordo è possibile trovare molte spiegazioni di quel che è avvenuto nei decenni seguenti. Anche per questo l’Accordo del 1964 è fondamentale nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera del dopoguerra.
(Il primo articolo di questa serie è apparso il 24 settembre 2014).

Giovanni Longu
Berna, 19.11.2014 

12 novembre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 7. Conseguenze politiche in Italia e in Svizzera


L’Accordo tra la Svizzera e l’Italia del 1964, nonostante tutte le critiche che gli si possono muovere per i suoi limiti e carenze, ha avuto certamente anche alcuni meriti non di poco conto. Mi riferisco in particolare alla tematizzazione dei problemi migratori per la prima volta su scala nazionale in entrambi i Paesi e alla spinta data in Svizzera al cambiamento della politica migratoria, caratterizzato dall'abbandono graduale del principio della rotazione della manodopera estera e dall'avvio di politiche di stabilizzazione e integrazione dei lavoratori stranieri e delle loro famiglie.

Italia: emigrazione problema nazionale


Attorno all'Accordo si sviluppò per la prima volta in Italia un ampio dibattito, non solo nelle aule parlamentari ma anche nell'opinione pubblica, sulle reali condizioni dell’emigrazione italiana in Svizzera e sul livello di tutela che la riguardava. Sebbene il risultato faticosamente raggiunto fosse considerato dagli ambienti politici e sindacali italiani in generale soddisfacente, benché non corrispondesse alle «rivendicazioni» italiane iniziali, il Partito comunista italiano (PCI) era riuscito a insinuare il dubbio che l’Accordo non comportasse che miglioramenti «limitati» alle condizioni dei lavoratori italiani e contenesse persino «clausole che avrebbero potuto trasformarlo in una trappola». Come esempio veniva citata la clausola relativa alla possibilità del ricongiungimento familiare dopo 18 mesi, «sempreché disponga di un alloggio adeguato per ospitarla». Chi avrebbe deciso se un alloggio era adeguato o no, soprattutto in un contesto di grande penuria di abitazioni?
Già da alcuni anni raggiungevano ormai il grande pubblico molte notizie riguardanti lo spopolamento giovanile di intere regioni del Mezzogiorno dovuto all'emigrazione, le attività svolte dagli emigrati in Svizzera (e negli altri Paesi di destinazione), le loro reali condizioni di vita e di lavoro. Alcuni episodi in particolare riuscivano a intercettare l’attenzione anche dei meno interessati, come quando vennero espulsi dalla Svizzera alcuni attivisti politici e ad alcuni parlamentari comunisti fu vietato l’ingresso per timore che svolgessero propaganda politica illegale.
Ma fu proprio durante il negoziato e subito dopo che in Italia si cominciò a prendere coscienza che l’emigrazione soprattutto dal Mezzogiorno era divenuta un problema nazionale a cui occorreva porre rimedio. A livello politico si faceva sempre più duro lo scontro tra l’opposizione comunista che chiedeva la piena occupazione in patria e i partiti di governo che si rendevano conto dell’impossibilità di fare a meno dell’emigrazione (e delle rimesse degli emigrati). Il governo si sentiva impegnato a migliorare quantomeno le condizioni spesso miserevoli degli emigrati, ma si rendeva anche conto che spesso, come nel negoziato con la Svizzera, si trovava in una posizione svantaggiosa.

Reazioni nei confronti della Svizzera
L’eco dei dibattiti parlamentare sull'emigrazione non faceva che confermare negli italiani le informazioni sempre più frequenti di parenti o conoscenti emigrati e della stampa quotidiana e periodica, che riferivano in termini per lo più negativi delle reali condizioni di vita degli emigrati in Svizzera. Si parlava apertamente di discriminazioni, di sfruttamento, di condizioni abitative indecenti nelle baracche, persino di maltrattamenti, ma anche del disagio di molti emigrati per lo stato di abbandono da parte delle rappresentanze diplomatiche e consolari italiane. Ai racconti di singoli emigrati o di loro associazioni si aggiungevano sempre più spesso notizie sulla diffusione di movimenti antistranieri, sulle misure sempre più restrittive del governo, sull’ostilità crescente della popolazione indigena, ecc.
Migranti italiani in attesa della visita
medica alla frontiera svizzera
Un episodio (febbraio 1965) che finì sui principali rotocalchi della Penisola e riferito anche dalla televisione fu l’interdizione a proseguire il loro viaggio in Svizzera per molti lavoratori italiani, sprovvisti della necessaria autorizzazione della polizia degli stranieri da poco richiesta oltre ai normali documenti personali. Vennero pubblicati servizi fotografici commoventi di emigranti disperati, mamme e bambini infreddoliti, senza alcuna assistenza alle stazioni di Chiasso e Domodossola.
In molti gridarono allo scandalo, tutti cominciavano a rendersi conto della dura realtà dell’emigrazione, fin quando lo stesso anno, nell’agosto 1965, la tragedia di Mattmark in cui morirono 88 lavoratori fra cui 56 emigrati italiani, sepolti dalla caduta di un ghiacciaio, non lasciò più alcuno indifferente. Da allora si moltiplicarono le iniziative politiche, sindacali, delle organizzazioni degli stessi emigrati nel tentativo di apportare qualche miglioramento effettivo alle condizioni di lavoro e di vita (sociale, familiare, abitativa, formativa, culturale, ecc.) degli immigrati in Svizzera. Ma la situazione era destinata, purtroppo, a migliorare solo lentamente.

Svizzera: fine della politica di rotazione
In seguito a molte critiche e suggerimenti che giungevano da svariati ambienti (economici, sindacali, culturali), nella prima metà degli anni Sessanta le autorità federali svizzere avviarono una lunga riflessione sulla politica migratoria praticata fino a quel momento, incentrata sul cosiddetto «principio di rotazione». Non si trattava di un principio codificato, ma di una pratica ormai consolidata da decenni, secondo cui l’immigrazione in Svizzera era e doveva essere preferibilmente temporanea (possibilmente stagionale): per evitare la stabilizzazione di un numero eccessivo di stranieri (per paura dell’«inforestierimento»), per rispondere meglio alle fluttuazioni della congiuntura economica (come massa di manovra) e perché meno costosa (meno abitazioni, meno servizi alle famiglie, meno oneri di formazione per i figli, ecc.).
Questa politica cominciò ad andare in crisi nella prima metà degli anni Sessanta, come risultava dalla tendenza crescente degli immigrati a restare in Svizzera sempre più a lungo e addirittura alla loro stabilizzazione come residenti annuali e come domiciliati. In soli cinque anni, tra il 1960 e il 1965 gli stranieri residenti stabilmente erano passati da 584.739 a 837.100 (+252.361) e gli italiani da 346.223 a 454.657 (+108.434). La trasformazione dell’emigrazione è ancor più evidente osservando il rapporto stagionali-residenti. Se nel 1960 tale rapporto era di 24 a 76 (per gli italiani: 37 a 63), nel 1970 diventerà di 16 a 84 (per gli italiani: 17 a 83).

Avvio di una nuova politica immigratoria
La tendenza, che appariva irreversibile, richiedeva un cambiamento nella politica immigratoria e comunque l’abbandono del principio della rotazione. Uno dei segnali più attesi di questo cambiamento doveva consistere nell'allentamento significativo delle restrizioni al ricongiungimento familiare.
Di fronte a molteplici pressioni interne ed esterne, il Consiglio federale aveva già introdotto nel dicembre del 1960 alcune agevolazioni per alcune categorie di immigrati: per esempio, i dirigenti e gli specialisti altamente qualificati potevano farsi raggiungere subito dalla famiglia, mentre per i lavoratori qualificati era richiesto un periodo di attesa inferiore a tre anni e almeno tre anni per tutti gli altri.
Nel corso del difficile negoziato per l’Accordo del 1964 l’Italia cercò di eliminare per tutti il periodo di attesa, ma dovette accettare il compromesso di una sua riduzione a 18 mesi. Era comunque un primo passo importante, anche se insufficiente, verso una nuova politica immigratoria, che si sarebbe affermata più chiaramente negli anni Settanta e Ottanta, ma che già verso la metà degli anni Sessanta si delineava in maniera irreversibile.

La seconda generazione e il cambiamento
Per avere un’idea delle esigenze di cambiamento nella politica verso gli stranieri basti ancora osservare che nel 1970 i giovani della seconda generazione avevano già raggiunto una proporzione molto consistente. Limitatamente agli italiani (che comunque costituivano allora la parte largamente maggioritaria della popolazione straniera in Svizzera), al censimento del 1970 risultava che su 583.850 italiani residenti oltre 180.000 (quasi un terzo) avevano un’età inferiore a 20 anni e nella stragrande maggioranza (oltre 150.000) erano ancora in età scolastica o prescolastica.
Alcuni studi recenti sull'immigrazione soprattutto di quella italiana sottolineano a ragione la mancanza di coraggio e di lungimiranza del Consiglio federale in questo campo, ma non bisogna dimenticare la complessità istituzionale, politica e culturale di questo Paese (che rallenta il processo legislativo) e il particolare rapporto tra politica ed economia, caratterizzato generalmente da una subordinazione della politica all'economia, come è emerso chiaramente nel negoziato con l’Italia e anche nell'abbandono del principio della rotazione della manodopera estera.
La seconda generazione per l’economia rappresentava allora soprattutto un costo, non una risorsa. Il principio della rotazione, invece, cominciava ad essere un problema. A decretarne la fine fu pertanto soprattutto la convenienza economica. In base agli standard dell’economia proiettata allo sviluppo, non era più conveniente ricorrere continuamente a nuovo personale, magari lasciando a casa un personale già formato e più integrato nella cultura dell’azienda. Inoltre occorreva stare attenti alla concorrenza tedesca che a partire dagli anni Sessanta reclutava lavoratori italiani, offrendo loro in certi campi migliori condizioni.

Nel prossimo articolo si parlerà del ruolo delle associazioni italiane nel processo di cambiamento e della problematica relativa ai ricongiungimenti familiari in seguito all'Accordo italo-svizzero del 1964. (Continua)

Giovanni Longu
Berna, 12.11.2014 

5 novembre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 6. Considerazioni finali


La conclusione dell’Accordo tra l’Italia e la Svizzera relativo all’immigrazione non pose fine alle polemiche che ne avevano accompagnato la difficile gestazione, né tantomeno risolse tutti i problemi che mirava a risolvere. E’ tuttavia singolare che, all’indomani della firma, a far discutere maggiormente non siano stati i contenuti dell’Accordo, ma la data della sua entrata in vigore, prevista a titolo provvisorio per il 1° novembre 1964, ma rinviata dal Consiglio federale per ragioni di politica interna. Solo in un secondo momento si discussero, soprattutto in Svizzera, i contenuti e i problemi che essi ponevano.

Debolezza negoziale italiana
Il fatto che le proteste del governo italiano sul rinvio dell’entrata in vigore dell’Accordo non siano riuscite a far mutare atteggiamento al governo elvetico rappresentavano l’ultimo segnale di debolezza dell’Italia nell'intera trattativa.
Quanto fosse debole la posizione negoziale dell’Italia apparve chiaramente dopo le esternazioni velleitarie del ministro Sullo quando minacciò che «il governo di Roma, ove non si addivenisse ad un accordo soddisfacente potrebbe anche decidere speciali provvedimenti, volti a limitare l'emigrazione in Svizzera della mano d'opera italiana nuova». L’Italia infatti non si trovava in regime di piena occupazione e sarebbe stato impossibile frenare i flussi migratori, soprattutto quello verso la Svizzera, meta ambita della maggioranza degli emigranti italiani di quel periodo per la forte attrattiva di quel mercato del lavoro (salari elevati e grandi possibilità di risparmio).
La debolezza del governo italiano era dovuta anche alla forte opposizione del Partito comunista italiano. Il PCI, che dal dopoguerra vantava un solido legame con alcune importanti organizzazioni politico-sociali degli italiani in Svizzera, pretendeva d’interpretare meglio di ogni altro partito le condizioni e le aspirazioni dei lavoratori emigrati. Il governo di centrosinistra sperava di usare il nuovo accordo con la Svizzera anche come arma politica anticomunista.

Inflessibilità della delegazione svizzera
La delegazione negoziale svizzera, al contrario, pur essendo consapevole che dell’immigrazione italiana l’economia svizzera non avrebbe potuto fare a meno almeno in tempi brevi, sapeva fin dall’inizio della trattativa di non poter soddisfare pienamente le «rivendicazioni» italiane e di godere di un forte sostegno politico al riguardo. Sapeva anche che se l’Italia non avesse ridotto le sue richieste, la Svizzera avrebbe potuto cercare manodopera altrove, ad esempio aumentando il contingente degli spagnoli e aprendo le porte a turchi, greci, jugoslavi, ecc.
La linea della politica federale d’immigrazione cominciava a delinearsi in modo chiaro. Sotto la pressione politica (estrema destra) e sindacale, il Consiglio federale aveva avviato (marzo 1963) una politica restrittiva dell’immigrazione con l’introduzione di limiti nelle nuove assunzioni di stranieri. E’ probabile ch’esso intendesse dare un segnale delle sue intenzioni (lotta all’«inforestierimento») non solo alle opposizioni interne, ma anche all'Italia nel difficile negoziato.
Sta di fatto che l’Italia, per giungere a un accordo (che avrebbe avuto ripercussioni importanti anche sulla sicurezza sociale), ha dovuto recedere dalle rivendicazioni iniziali e accontentarsi di miglioramenti parziali delle condizioni dei lavoratori italiani in parte già previsti dall'Accordo del 1948.

Pochi miglioramenti effettivi
In effetti i miglioramenti ottenuti furono ben pochi. Uno di essi, e forse il principale, fu la riduzione del periodo di attesa per il ricongiungimento familiare per i residenti annuali (da tre anni a 18 mesi) e per gli stagionali al momento della trasformazione del loro permesso da stagionale ad annuale (possibilità del ricongiungimento immediato).
Ai lavoratori annuali residenti in Svizzera ininterrottamente da almeno cinque anni venne concesso il rinnovo del permesso di dimora per due anni e la possibilità di cambiare posto di lavoro e attività professionale. Non trovò invece soddisfazione la richiesta di ridurre da dieci a cinque anni il periodo minimo di attesa per l’ottenimento del permesso di domicilio. La paura dell’inforestierimento costituiva per la controparte svizzera una barriera insormontabile.
I lavoratori stagionali ottennero la possibilità (ma non la garanzia) di conseguire un permesso di dimora annuale qualora durante cinque anni consecutivi avessero soggiornato regolarmente in Svizzera per almeno 45 mesi per motivi di lavoro, sia pure «a condizione che trovino un'occupazione annuale nella loro professione» (art. 12, cpv. 1 dell’Accordo).
Un altro miglioramento, modesto ma significativo, fu l’umanizzazione del controllo sanitario all’ingresso in Svizzera che, «richiesto per ragioni di sanità pubblica e nello stesso interesse dei lavoratori, sarà limitato allo stretto necessario» (art. 14).
Almeno in linea di principio per i lavoratori italiani rappresentò un miglioramento del loro statuto giuridico il riconoscimento «degli stessi diritti e della stessa protezione dei nazionali per quanto concerne l'applicazione delle leggi sul lavoro, sulla prevenzione degli infortuni e sull'igiene, nonché in materia di alloggi» (art. 15, cpv. 2).
L’ultima parte del capoverso citato avrebbe dovuto quantomeno limitare le discriminazioni e i disagi vissuti da molti italiani nella ricerca dell’abitazione, tenendo presente che la disponibilità di un «alloggio adeguato» era una condizione indispensabile per l’autorizzazione al ricongiungimento familiare.
Nell’Accordo i lavoratori italiani ottennero anche alcune garanzie circa il collocamento e l’assicurazione contro la disoccupazione, le «stesse condizioni di lavoro e di retribuzione della manodopera nazionale, nel quadro delle disposizioni di legge, degli usi professionali e locali e, se del caso, dei contratti collettivi o dei contratti-tipo di lavoro» (art. 15, cpv. 1), nonché qualche altro miglioramento nel campo delle assicurazioni sociali.
A ben vedere, tuttavia, non si trattava di grandi miglioramenti perché in parte erano stati già previsti nell’Accordo del 1948, che garantiva, ad esempio, ai lavoratori italiani «lo stesso trattamento dei nazionali per quanto concerne le condizioni di lavoro e di rimunerazione» come pure l’applicazione delle «leggi e regolamenti relativi alle prevenzioni degli infortuni, all’igiene (compresa la lotta contro la tubercolosi) e alla protezione dei lavoratori» (art. 18 dell’Accordo del 1948).

Problemi aperti
Dato il clima piuttosto teso in cui si svolse il negoziato e la rigidità delle posizioni iniziali da entrambe le parti, numerosi temi di grande interesse non furono affrontati o vennero toccati solo marginalmente.
Si pensi solo a tutta la problematica legata alla seconda generazione, che già agli inizi degli anni ’60 cominciava ad acquistare vigore. Proprio nella prima metà degli anni Sessanta si stava registrando in Svizzera il più forte incremento di nascite di bambini stranieri, che toccarono il record di quasi 113 mila, in maggioranza di italiani, proprio nel 1964. Sarebbe stati pertinenti almeno una riflessione e qualche impegno riguardo al loro futuro, alla loro scolarizzazione, formazione professionale, integrazione.
C’erano poi problemi che andavano affrontati più approfonditamente come quelli legati ai falsi stagionali, ai ricongiungimenti familiari di molti lavoratori immigrati che non disponevano di un «alloggio adeguato», alle difficoltà di reperire alloggi a buon mercato, alla partecipazione degli immigrati alla vita sociale, ecc.
Il tema dei ricongiungimenti familiari era indubbiamente uno dei più difficili da affrontare perché presupponeva politiche molto controverse, soprattutto in Svizzera, riguardanti l’evoluzione e il volume dell’immigrazione, lo statuto o gli statuti delle diverse categorie di immigrati, lo sviluppo dell’economia e il fabbisogno di manodopera estera, la convivenza tra indigeni e stranieri, la formazione scolastica e professionale, i servizi sociali, ecc.
In assenza di politiche chiare e certe al riguardo era inevitabile che il negoziato conducesse a un compromesso che, pur apportando qualche miglioramento nell'immediato (almeno in linea di principio), non desse alcuna garanzia di successo per il futuro. La clausola, ad esempio, della disponibilità di un «alloggio adeguato» si prestava a valutazioni molto soggettive. Anche la condizione del soggiorno e dell’impiego del capofamiglia «sufficientemente stabili e durevoli», nonostante la precisazione della durata di 18 mesi, non era affatto chiara, soprattutto in un contesto di grande precarietà generale com'era quello migratorio. Per non parlare delle difficoltà oggettive e personali di molte famiglie a rispettare i termini di attesa.
Si sa che queste incertezze e difficoltà si sono prestate a molti abusi e sono in qualche modo alla base anche del fenomeno più volte denunciato dei cosiddetti «bambini clandestini» o «bambini nascosti». Poiché si tratta di situazioni molto complesse e delicate originate almeno in parte dall'Accordo del 1964 e su cui si è scritto molto, ma in modo piuttosto confuso, tornerò prossimamente sull'argomento nella speranza di apportare qualche utile chiarimento.

Conseguenze politiche in Italia e in Svizzera
Naturalmente l’Accordo tra la Svizzera e l’Italia del 1964 ha avuto anche meriti incontestabili. Mi riferisco in particolare alla tematizzazione dei problemi migratori su scala nazionale sia in Italia che in Svizzera (con conseguenze rilevanti sull'associazionismo italiano) e l’avvio di un cambiamento radicale della politica migratoria svizzera con l’abbandono del principio della rotazione della manodopera e l’avvio di politiche di stabilizzazione e integrazione. (Continua)
Giovanni Longu
Berna, 5.11.2014


22 ottobre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 5. Ratifica dell’accordo tra aspre polemiche


L’Accordo tra l’Italia e la Svizzera firmato il 10 agosto 1964 avrebbe dovuto essere ratificato dai rispettivi parlamenti «il più presto possibile» e, nell'attesa, entrare in vigore «provvisoriamente» il 1° novembre 1964 (art. 23, cpv. 1 dell’Accordo). Nel frattempo, come convenuto tra le parti, sarebbe entrata in vigore la Convenzione sulle assicurazioni sociali (di fatto il 1° settembre 1964).

Pressioni del governo italiano
A premere sull'entrata in vigore «il più presto possibile» dell’Accordo era soprattutto il governo italiano, che non voleva subire gli attacchi dell’opposizione comunista e dell’influente sindacato filocomunista CGIL. A sostegno della richiesta del governo di centrosinistra erano intervenuti anche i sindacati filogovernativi CISL e UIL che avevano sollecitato l’Unione Sindacale Svizzera (USS) ad adoperarsi per una conclusione urgente dell’Accordo e per una sua entrata in vigore «il più presto possibile», in modo da consentire la ratifica e l’entrata in vigore della Convenzione sulle assicurazioni sociali. Ogni giorno di ritardo, si riteneva, avrebbe fatto il gioco dei comunisti che accusavano il governo italiano di non difendere sufficientemente i lavoratori italiani emigrati in Svizzera e di aver concluso una convenzione che non veniva applicata.
Ferdinando Storchi
Quando si seppe che il parlamento svizzero avrebbe discusso l’Accordo solo nella primavera del 1965 il governo italiano incaricò l’ambasciatore d’Italia in Svizzera di esprimere il proprio rammarico per tale rinvio. Il Consiglio federale fece sapere che sarebbe stato controproducente fare pressione sul Parlamento e restò irremovibile al riguardo. Il governo italiano dovette accettare il rinvio, ma anche le reazioni dell’opposizione comunista che accusò il governo di arrendevolezza e di «colpevole silenzio». D’altra parte, non era disposto a mettere a repentaglio il soddisfacente compromesso raggiunto.
Che si trattasse di un buon accordo lo dimostrò, nel febbraio 1965, anche la breve discussione alla Camera dei deputati e soprattutto la sua approvazione quasi unanime: 314 sì e solo 9 astensioni. In aula era stato difeso con energia e passione dal sottosegretario Ferdinando Storchi, rispondendo punto su punto alle obiezioni dell’opposizione comunista.

Interessi del Consiglio federale
Anche il Consiglio federale aveva interesse a far entrare in vigore quanto prima l’Accordo, ritenuto tutto sommato soddisfacente, e far entrare in vigore immediatamente la Convenzione per evitare che il clima sociale potesse degenerare. Da Roma l’Ambasciata svizzera informava il Dipartimento politico dei numerosi articoli critici sulla Svizzera, accusata di facili espulsioni, di maltrattamenti di cittadini italiani, di sfruttare la manodopera italiana senza prendersi carico degli inconvenienti connessi, di non far nulla per garantire ai lavoratori sposati una vita familiare e di altro ancora. Del resto anche in Svizzera da tempo la stampa andava evidenziando una situazione della manodopera straniera insoddisfacente.
D’altra parte, fin dalla pubblicazione del comunicato stampa sulla firma dell’Accordo del 10 agosto, che aveva suscitato non poche reazioni negative, il Consiglio federale si rendeva conto che occorreva agire presto e bene, per stemperare il clima conflittuale che si stava creando tra italiani e svizzeri, dare garanzie sufficienti agli ambienti economici che temevano difficoltà nel reclutamento, tranquillizzare gli ambienti sindacali e privare la destra nazionalista di argomenti validi contro la politica immigratoria del governo.

Reazioni talvolta ostili all’Accordo
E’ probabile che il Consiglio federale sottovalutasse i problemi dell’immigrazione e soprattutto le reazioni all'Accordo da parte non solo della destra nazionalista xenofoba ma anche di alcuni ambienti della sinistra e dei sindacati, ma non si aspettava certo che il testo dell’Accordo divenisse di dominio pubblico prima del previsto e, soprattutto, che sollevasse tanta ostilità in un’ampia cerchia dell’opinione pubblica.
Il Consiglio federale aveva previsto, prudenzialmente, di non pubblicare subito il testo dell’Accordo, ma di allegarlo al Messaggio che avrebbe indirizzato alle Camere federali per la sua ratifica nel mese di novembre. Invece il testo venne reso pubblico da un periodico dell’emigrazione italiana, il 25 settembre 1964, scatenando una discussione enorme su tutta la stampa svizzera e negli ambienti maggiormente interessati della politica, dei sindacati e dell’economia, con prese di posizione talvolta ostili.
Reazioni molto negative si ebbero soprattutto negli ambienti operai svizzeri, per la paura di un massiccio afflusso di lavoratori italiani e delle loro famiglie, con conseguenze gravi soprattutto in materia di abitazioni. Di riflesso si mostrarono molto preoccupati anche i sindacati e i loro leader in parlamento, che chiesero ed ottennero dal Consiglio federale che l’Accordo non entrasse in vigore, nemmeno provvisoriamente, prima di un ampio dibattito parlamentare.
Il Consiglio federale si venne a trovare completamente spiazzato sia per la tempistica e sia per l’ampiezza del fronte se non delle opposizioni quantomeno delle posizioni critiche nei confronti della sua politica immigratoria. Per far ratificare l’Accordo, raggiunto dopo non poche difficoltà e ritenuto in definitiva «pienamente giustificato», doveva agire tempestivamente informando l’opinione pubblica sulla reale portata dell’Accordo, prima di affrontare le inevitabili contestazioni in Parlamento.

Punti controversi
Tra i punti più controversi facevano discutere specialmente le presunte agevolazioni ai ricongiungimenti familiari degli stranieri residenti con un impiego stabile in Svizzera. In base all'Accordo (art. 13), infatti, «le autorità svizzere autorizzeranno la moglie e i figli minori di un lavoratore italiano a raggiungere il capo famiglia per risiedere assieme a lui in Svizzera dal momento in cui il soggiorno e l'impiego di tale lavoratore potranno essere considerati sufficientemente stabili e durevoli», purché il lavoratore disponga di un «alloggio adeguato». Nelle «Dichiarazioni comuni» relative all'Accordo veniva precisato che sarebbero stati considerati «sufficientemente stabili e durevoli il soggiorno e l'impiego dei lavoratori italiani dopo un periodo di diciotto mesi di presenza regolare e ininterrotta in Svizzera».
Il Consiglio federale aveva autorizzato questa riduzione del periodo di attesa per il ricongiungimento familiare da tre anni (prassi attuale) a 18 mesi (e persino meno in casi particolari) non solo per venire incontro alle richieste italiane (entrata immediata), ma anche per considerazioni di ordine morale, umano e non da ultimo economico.

La reazione del consigliere federale Schaffner
Non tutta l’opinione pubblica era tuttavia favorevole a questo compromesso, suscitando qualche irritazione nel capo del Dipartimento politico Hans Schaffner. Le infuocate reazioni seguite alla pubblicazione del comunicato stampa che menzionava i temi principali dell’Accordo erano dovute, secondo il consigliere federale Schaffner, soprattutto alla mancanza d’informazioni corrette. Occorreva pertanto reagire immediatamente con una conferenza stampa sulla reale portata dell’Accordo in particolare sul ricongiungimento familiare. Rivolgendosi in una lettera al direttore dell’UFIAML Max Holzer, scriveva fra l’altro:
«Credo che sia necessario organizzare una conferenza stampa […] preparata con cura e accompagnata da materiale informativo. Gli svizzeri si fanno delle illusioni enormi se credono che alla lunga possiamo richiamare dallo Stato nostro vicino solo la popolazione attiva, inserita nella vita professionale, lasciando invece famiglie, donne, bambini e anziani nel paese di origine della manodopera, che in sé è benvenuta. Abbiamo in ogni caso un’immagine completamente sbagliata della cosiddetta piramide della popolazione svizzera. La quota delle persone attive professionalmente, che pagano contributi e tasse è in ogni caso troppo favorevole in rapporto alla popolazione passiva o non più attiva, bambini, anziani, casalinghe. Anche in questo senso ci facciamo grandi illusioni.
L’accordo con l’Italia può essere ben difeso. Bisogna dire per una volta in modo chiaro che alla lunga non si può imporre il celibato ai lavoratori stranieri, che alla lunga la separazione dalla famiglia non è una soluzione, che per questo abbiamo sicuramente fatto venire troppi e non troppo pochi lavoratori stranieri e che anche in relazione alla forza lavoro straniera prima o poi arriva «l’heure de la vérité»
Oltretutto le concessioni fatte dalla Svizzera sono a mio avviso relativamente modeste. Rimangono in ogni caso al di sotto di tutti i postulati e i desideri italiani. Non stanno neppure in alcun rapporto con le opportunità che la concorrenza nella CEE, anch’essa alla ricerca di manodopera straniera, è in grado di offrire…»
.
L’intervento dell’on. Schaffner non bastò a tranquillizzare l’opinione pubblica, alcuni ambienti politici (soprattutto di destra), ma anche dei sindacati. Occorsero interminabili discussioni parlamentari, soprattutto al Consiglio nazionale, con sedute anche notturne, prima che si giungesse all'approvazione dell’Accordo (17 marzo 1965).
Lungo dibattito parlamentare
Ben 64 deputati presero la parola, in un clima piuttosto teso, che risentiva fortemente dell’aria antistranieri e antitaliana che si respirava fuori dell’aula. Basti pensare che una delle parole maggiormente usate (per ben 160 volte) nel dibattito al Consiglio nazionale è stata Überfremdung, inforestierimento e per ben 22 volte si è evocato il pericolo dell’inforestierimento, Überfremdungsgefahr.
Kurt Furgler
Fra i tanti interventi che meriterebbero attenzione, accenno soltanto a due, positivi, che mi sembrano significativi. Il primo è quello del consigliere federale Hans Schaffner che invitava ad aver cura della tradizionale amicizia con l’Italia, tenendo conto che «anche nella nuova Europa avremo bisogno di amici!». Il secondo quello del relatore Kurt Furgler, favorevole all’Accordo, che prima di commentare i vari articoli rivolse un pensiero riconoscente «a quegli stranieri che hanno contribuito al benessere della Svizzera», invitando i colleghi a non drammatizzare la situazione e soprattutto a non cedere alla pericolosa xenofobia.
L’Accordo italo-svizzero fu approvato dal Consiglio nazionale con 117 voti a favore e 26 contrari. Il 22 aprile 1965 entrò finalmente in vigore. Per una sua valutazione complessiva si rimanda al prossimo articolo. (Continua)
Giovanni Longu
Berna 22.10.2014


15 ottobre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 4. Verso la ratifica di un accordo molto contestato


Quando il 10 agosto 1964 Max Holzer (direttore dell’Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro) per la Svizzera e Ferdinando Storchi (sottosegretario per gli Affari esteri) per l’Italia firmarono l’Accordo finalmente raggiunto devono aver tirato un sospiro di sollievo. Fino a pochi mesi prima il negoziato era ancora in alto mare, totalmente bloccato. Erano invece bastati pochi incontri nella prima metà dell’anno per raggiungere quel compromesso che per anni sembrava impossibile.

Prima di entrare nel merito dell’accordo raggiunto giova forse soffermarsi sui motivi che hanno contribuito all’accelerazione finale. E’ probabile che le due delegazioni e i rispettivi governi si siano resi conto, sul finire del 1963, che per non far naufragare il negoziato sarebbe bastato ridimensionare le pretese e le attese puntando a un accordo, magari al ribasso, che garantisse comunque agli italiani immigrati in Svizzera miglioramenti immediati e futuri e contribuisse a stemperare il clima conflittuale che stava montando tra popolazione indigena e popolazione straniera.

Centrosinistra italiano favorevole ad un accordo
Per comprendere la maggiore disponibilità della delegazione italiana a ridurre le pretese iniziali occorre ricordare alcune circostanze intervenute nella politica italiana nel corso del 1963.
Aldo Moro (1916-1978)
Nell'aprile 1963, in Italia, si erano svolte le elezioni politiche che, pur confermando la Democrazia Cristiana (DC) quale primo partito, ne attestarono il forte calo rispetto alle elezioni precedenti, mentre registrarono l’avanzata del Partito comunista italiano (PCI), molto critico nei confronti del centralismo democristiano. La DC, per conservare la propria egemonia di governo, doveva cercare nuove alleanze, non più solo al centro come in passato ma anche a sinistra, in particolare con i socialisti, che avevano interrotto i propri rapporti col PCI dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria (1957). Dopo un breve «governo ponte» centrista di Giovanni Leone, toccò ad Aldo Moro costituire il primo governo di «centro-sinistra», insediato il 4 dicembre 1963.
Il nuovo governo, che non voleva essere da meno dei comunisti nella difesa degli interessi dei concittadini emigrati, diede sicuramente una forte spinta alla ripresa del negoziato con la Svizzera. Già prima del suo insediamento, un alto funzionario del Ministero affari esteri italiano, Eugenio Plaja, era intervenuto a Berna per «perorare con insistenza» (secondo fonti diplomatiche svizzere) una rapida ratifica della Convenzione sulle assicurazioni sociali (già firmata alla fine del 1962). Con l’«apertura a sinistra», avrebbe detto, «i problemi sociali hanno acquistato maggiore importanza per il governo», lasciando intendere che Roma avrebbe apprezzato «infinitamente» la ratifica della Svizzera e ne avrebbe tenuto ampiamente conto in seguito.

Esclusione dei comunisti dalle trattative
Per comprendere meglio il nuovo clima che si stava affermando in Italia dopo le elezioni di aprile, andrebbe anche aggiunto che il governo aveva cercato di minimizzare la portata «politica» delle espulsioni di lavoratori italiani nella primavera-estate 1963 come pure l’interdizione ad entrare in Svizzera ad alcuni parlamentari comunisti che in vista delle elezioni avevano svolto sul territorio svizzero propaganda politica «illecita».
In breve, il nuovo governo italiano intendeva occuparsi direttamente della questione migratoria e anche per questo non era favorevole alla partecipazione al negoziato di sindacalisti italiani (presumibilmente comunisti) o rappresentanti dell’associazionismo italiano in Svizzera (presumibilmente appartenenti alle Colonie libere italiane, ritenute filocomuniste). Anche per questo intendeva concludere al più presto il negoziato con la Svizzera.

Interesse della Svizzera a concludere il negoziato
Bisogna dire a questo punto che anche la Svizzera intendeva concludere quanto prima l’accordo d’emigrazione con l’Italia ed era pronta a riprendere le trattative da tempo a un punto morto. Un segnale che il momento propizio si stava avvicinando fu dato proprio dalla richiesta del ministro Plaja di ratificare rapidamente la Convenzione sulla sicurezza sociale. In quell’occasione infatti Berna aveva ribadito quel che aveva sostenuto fin dall’inizio e cioè che la ratifica della Convenzione sarebbe avvenuta solo contestualmente alla conclusione dell’accordo generale d’emigrazione. In effetti, poco più di un mese dopo quella visita, le trattative ripresero su nuove basi, meno rigide e meno esigenti.
La Svizzera aveva tuttavia ben più importanti motivi per concludere l’accordo con l’Italia. La forte presenza di lavoratori stranieri stava mettendo in agitazione non solo l’opinione pubblica, ma anche ambienti economici, sindacali e politici. Molta irrequietezza si osservava da tempo anche all’interno della comunità italiana, dove presunti agitatori e attivisti comunisti sembravano mettere in pericolo addirittura la pace sociale (di qui le espulsioni del 1963 e le innumerevoli schedature di attivisti politici e sindacali proseguite fino agli anni ’80 quando lo scandalo venne alla luce).
Gli ambienti economici cominciavano a preoccuparsi delle difficoltà crescenti che incontravano con la burocrazia italiana nel reclutamento della manodopera di cui avevano bisogno, ma anche delle difficoltà che avrebbero potuto incontrare se le concessioni svizzere nelle trattative fossero risultate per loro sfavorevoli.
Da quasi un decennio, inoltre, ambienti della sinistra politica e sindacale (v. articolo precedente su L’ECO n. 41 dell’8.10.2014) andavano segnalando all’attenzione del governo che la crescita inarrestabile dei lavoratori stranieri poteva rappresentare un pericolo per l’economia svizzera (soprattutto per la sua autonomia) e per la società (a causa dei crescenti conflitti sociali per questioni salariali, abitative, comportamentali, ecc.).

Pericolosità della xenofobia crescente
Dall’inizio degli anni ’60, proprio in seguito all’arrivo massiccio di italiani ormai provenienti prevalentemente dal sud e alla crescente conflittualità con la popolazione indigena (e in parte persino con la collettività dei primi emigrati dal nord), si stavano sviluppando, soprattutto nella Svizzera tedesca, movimenti dichiaratamente antistranieri. Oltre ad agitare l’opinione pubblica in senso xenofobo, esercitavano ogni sorta di pressione sul governo per interventi forti contro l’«inforestierimento».
Il Consiglio federale, che non sottovalutava la pericolosità di quei movimenti e specialmente di quello che sarebbe divenuto l’Azione Nazionale di Schwarzenbach, il 1° marzo 1963 era intervenuto con un decreto, valido un anno, per limitare l’ammissione di lavoratori stranieri entro il livello della manodopera estera raggiunto nel dicembre 1962. Poiché l’effetto fu assai modesto, l’anno seguente, il 21 febbraio 1964, il Consiglio federale intervenne con un nuovo decreto, adottando misure ancor più restrittive. Anche questo decreto, però, non diede i risultati sperati, contribuendo a rafforzare ulteriormente la destra xenofoba.
Già da questi accenni è facile comprendere come anche la Svizzera sentisse l’urgente bisogno di concludere quanto prima l’accordo con l’Italia. Da un dibattito interno in seno al Consiglio federale e una parte dell’amministrazione federale era anche emerso che sarebbe stato giusto fare concessioni significative in materia di ricongiungimenti familiari. Di qui l’accelerazione impressa alla trattativa e alla firma dell’Accordo fra la Svizzera e l'Italia relativo all'emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera il 10 agosto 1964 a Roma.

Punti principali dell’Accordo
L’Accordo si compone essenzialmente di due parti, l’Accordo vero e proprio (costituito da un preambolo e 23 articoli) e il Protocollo finale. Entrambi i testi possono essere consultati in Internet alla pagina: http://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19640159/index.html, oppure: http://www.admin.ch/opc/it/classified-compilation/19640159/196504220000/0.142.114.548.pdf.
Oltre al preambolo, che dà il senso generale dell’Accordo, altri punti qualificanti sono le condizioni di lavoro e di soggiorno, soprattutto il diritto al ricongiungimento familiare, la parità di trattamento con i lavoratori indigeni rispetto al salario, alla sicurezza sociale, alle condizioni d’abitazione e l’istituzione di una «Commissione mista» per l’esame e la risoluzione delle difficoltà che potessero sorgere nell'interpretazione e nell'applicazione dell’Accordo.
Nel preambolo viene anzitutto sottolineato da parte sia della Svizzera che dell’Italia il desiderio di «adeguare alla situazione attuale le disposizioni che regolano il tradizionale movimento migratorio dall'Italia alla Svizzera, considerando la necessità di rendere più semplici e più rapide le modalità del reclutamento dei lavoratori italiani e la procedura relativa all'emigrazione dei lavoratori stessi in Svizzera», ma forse soprattutto il desiderio di «migliorare le condizioni di soggiorno dei lavoratori italiani in Svizzera e di assicurare loro lo stesso trattamento dei nazionali per quanto concerne le condizioni di lavoro».
In realtà l’ambizione generale dei negoziatori e dei rispettivi governi non è solo quella di regolare su basi più attuali tutte le procedure relative ai flussi migratori, ma soprattutto quella di garantire condizioni di convivenza e di sviluppo della collettività italiana tali da limitare al minimo i conflitti sociali e consentire al massimo le possibilità d’integrazione (anche se il termine non figura mai nell’Accordo) nella società di accoglienza.
Alcuni dei punti qualificanti dell’Accordo furono oggetto di aspre discussioni prima della ratifica finale e meritano pertanto una considerazione particolare nel prossimo articolo. (Continua)
Giovanni Longu
Berna 15.10.2014