23 maggio 2018

Tracce d’italianità nell’agglomerazione di Friburgo


L’agglomerazione di Friburgo è piccola (con poco più di 82.000 abitanti, di cui 38.500 residenti a Friburgo, nel 2017), ma di notevole interesse storico e culturale, anche nell’ambito della ricerca sulle tracce dell’italianità in Svizzera. Per rendersene conto basta ripercorrere, sia pure a grandi linee, la storia politica, economica e culturale della città, situata tra Berna e Losanna, ossia lungo il confine linguistico (rappresentato simbolicamente dal fiume Sarina) che tradizionalmente divide la Romandia dalla Svizzera tedesca, ma anche al centro di importanti vie di transito tra Berna, Vaud, la Savoia, Ginevra e la Francia. Questa collocazione geografica e la condizione di ponte tra popoli, economie, lingue e culture diverse hanno avuto un’importanza determinante nello sviluppo della città.

L’ascesa di Friburgo

Centro storico di Friburgo visto dalla parte bassa della città.
Prima della Riforma, Friburgo era già un’importante città della Svizzera occidentale, sebbene avesse solo poche migliaia di abitanti (circa 6000 nel 1450). Era stata fondata nel 1157 da Berchtold IV di Zähringen, padre di Berchtold V che nel 1191 fonderà Berna. Allora i Zähringen dominavano gran parte della Svizzera centrale, compresa la regione Aar-Sarina.
Le due città, inizialmente simili, ebbero sviluppi differenti a causa della diversa appartenenza dei territori su cui sorsero: Friburgo su un territorio appartenente ai Zähring
en, mentre Berna su un territorio dipendente dal Sacro Romano Impero (sorto dopo la dissoluzione dell’impero carolingio e che allora comprendeva gran parte dell’Europa centro-occidentale). Quando nel 1218 Berchtold V morì senza lasciare eredi, Berna rimase nell’Impero e divenne città «imperiale», con molti privilegi, mentre Friburgo passò dapprima in eredità ai conti di Kyburg e poi fu acquistata dagli Asburgo (1277) e dai Savoia (1452), con i quali ebbe molti contrasti.
Ciononostante, in poco più di un secolo, approfittando dapprima del sostegno dei Zähringen e poi della debolezza dei loro successori, Friburgo riuscì a svilupparsi notevolmente, come lasciano intendere alcuni grandiosi edifici religiosi della seconda metà del XIII secolo quali l’abbazia della Maigrauge, il convento e la Chiesa dei Cordoliers, ossia dei Frati minori o francescani conventuali, la chiesa di Sant’Agostino e il convento degli agostiniani. Alla stessa epoca risale pure l’avvio della magnifica cattedrale gotica di San Nicola, costruita tra il 1283 e il 1490. Tutte opere, fra l’altro, che conservano al proprio interno decorazioni, affreschi, arredi e vetrate di grande valore artistico. «Le chiese e i conventi erano l'espressione più visibile della ricchezza della città» (Dizionario Storico della Svizzera).

Origine della ricchezza di Friburgo
In quel periodo Friburgo ha potuto dotarsi di costruzioni di grande consistenza e bellezza, non solo religiose ma anche civili, di numerosi ponti per l’attraversamento della Sarina e di una cinta muraria impressionante, perché evidentemente disponeva di molto denaro.
Campanile della cattedrale, simbolo di Friburgo
Friburgo era allora una città ricca, che traeva le proprie risorse finanziarie non tanto dalle rendite fondiarie (agricoltura e allevamento) quanto soprattutto dall’artigianato e dal commercio. Persino l’allevamento, prevalentemente ovino, era orientato soprattutto alla produzione di pelli e di tessuti di lana, in cui numerosi artigiani riuniti in corporazioni si erano specializzati. Non va tuttavia dimenticato che molto denaro proveniva anche dal servizio mercenario. Se infatti la città di Friburgo era ricca, le campagne attorno erano povere e per far sopravvivere le famiglie generalmente numerose era inevitabile l’emigrazione dei figli maschi come soldati mercenari. Il servizio mercenario, svolto pure in Italia, garantiva la sopravvivenza delle famiglie interessate, ma anche molta ricchezza a chi (appartenenti a poche famiglie nobili) riusciva ad arruolare e formare i contingenti.
L’intraprendenza e l’operosità di Friburgo iniziò a venir meno verso la metà del XVI secolo, quando l’artigianato cominciò a perdere vigore, l’allevamento ovino cedette la supremazia a quello bovino (per valorizzare il latte e il formaggio) a scapito della disponibilità del pellame e della lana e il sistema produttivo dominato dalle corporazioni medievali non seppe adeguarsi alle esigenze della produzione moderna. Per questo anche a Friburgo il servizio mercenario, rilevante soprattutto nei Cantoni cattolici, durò più a lungo che nei Cantoni protestanti.

Alleanza tra Friburgo e Berna
Come accennato all’inizio, Friburgo ha potuto svilupparsi, almeno fino al XVI secolo, anche perché ha saputo sfruttare la sua posizione geografica e in particolare la solida alleanza con Berna, a parte un tentativo mal riuscito (guerra di Laupen, 1338-1340) di Friburgo di opporsi all’espansionismo territoriale di Berna a suo danno.
Fu proprio grazie a questa alleanza che Friburgo riuscì a respingere i tentativi espansionistici dei duchi di Savoia e dei duchi di Borgogna e ad assicurarsi la piena indipendenza, sia pure sotto la protezione di Berna. Da tempo il duca di Borgogna Carlo il Temerario, alleato dei Savoia che occupavano parte del Paese di Vaud e del territorio di Friburgo, cercava di estendere il proprio dominio a scapito soprattutto di Friburgo e di Berna. Combattendo insieme, queste città non solo sconfissero i nemici (battaglia di Morat del 22 giugno 1476), ma riuscirono la prima a rendersi indipendente dai Savoia  e la seconda a impadronirsi del Paese di Vaud, ricacciando i Savoia al di là del lago Lemano. Insieme si spartirono inoltre un ricco bottino di guerra e ottennero il dominio comune di Morat, Echallens, Grandson e Orbe.
Due anni dopo, nel 1478, Friburgo divenne anche «città libera» dell’Impero e nel 1481 entrò a far parte della Confederazione come «città e repubblica di Friburgo». La città rimase tuttavia ancora per secoli piccola per numero di abitanti (nel 1850 contava ancora meno di 10.000 abitanti) a capo di un Cantone relativamente povero, anche se riacquistò un po’ più d’importanza nel periodo della Riforma, grazie all’alleanza con gli altri Cantoni cattolici.

Primi rapporti con l’Italia
Friburgo ebbe importanti contatti con l’Italia fin dal Medioevo. La religione cattolica era un grande veicolo di contatti e d’informazioni. Cistercensi, francescani, benedettini, agostiniani, vescovi e canonici di San Nicola avevano rapporti con Roma e con altre città italiane. Le relazioni con l’Italia non erano tuttavia solo religiose, ma anche commerciali.
Grazie alla sua posizione geografica, Friburgo aveva un facile accesso alle grandi fiere mercantili svizzere, specialmente quelle di Ginevra, ma anche ai mercati esteri della Savoia, della Francia, dell’Italia (Piemonte, Lombardia, Veneto) e persino del Levante, dove i tessuti friburghesi giungevano tramite mercanti veneziani e marsigliesi.
Fino alla metà del XVI secolo, i rapporti commerciali con l’Italia rimasero intensi, anche perché, in quel tempo, i commercianti e i banchieri italiani (veneziani, pisani, fiorentini, piemontesi, lombardi) erano molto attivi nella Svizzera occidentale (soprattutto a Ginevra) e anche a Friburgo dal XIV secolo operavano «mercatanti e monetieri lombardi». Il «Florenus», ossia il «fiorino», la moneta aurea fiorentina, circolava nella Savoia, nella Svizzera e anche a Friburgo. Nomi come Asinari, Medici, Saliceto, Toma erano molto noti in città.

Friburgo durante la Riforma cattolica
Durante la Riforma cattolica, Friburgo ha avuto il pieno sostegno non solo degli altri Cantoni cattolici, ma anche della Chiesa di Roma e in particolare del cardinale di Milano Carlo Borromeo. Egli sosteneva la necessità di migliorare la formazione del clero, ma anche delle classi dirigenti laiche. Già a Lucerna aveva sollecitato l’apertura di un collegio Pietro Canisio, fu aperto il collegio Saint-Michel.
Friburgo, collegio dei gesuiti St. Michel, di cui fu primo direttore san Pietro Canisio.
di alto livello da affidare inizialmente ai Gesuiti. Questo fu possibile anche a Friburgo e nel 1582, col sostegno della città e sotto la direzione dell’eminente teologo gesuita
Solo nel 1889 fu possibile creare una università con lo scopo di servire anche ad altri cattolici della Svizzera, compresi i ticinesi. E fu grazie a questi che l’università di Friburgo divenne anche un importante centro d’italianità in un ambiente prevalentemente svizzero-tedesco. Da allora infatti un numero crescente di studenti italofoni si è formato nella città sulla Sarina e tra i professori alcuni hanno dato contributi di eccellenza, come, a titolo di esempio, Giulio Bertoni, Angelo Monteverdi, Bruno Migliorini, Gianfranco Contini, Paolo Arcari, Giovanni Pozzi, Alessandro Martini, ecc.

Emigrati italiani dall’Ottocento a oggi
Il Cantone di Friburgo, nonostante venga considerato solitamente «finanziariamente debole» perché povero di grandi imprese industriali e commerciali, ha una percentuale di stranieri relativamente alta: 31,8% (più di quella di Berna: 23,0%). E’ probabile che a richiamare gli stranieri a Friburgo incidano, oltre alle possibilità di lavoro, anche il sistema di accoglienza e la capacità integrativa. Fra l’altro, dal 2004 i residenti stranieri, domiciliati nel Cantone da almeno cinque anni, hanno diritto di voto in materia comunale.
Per quanto riguarda in particolare gli italiani, fino alla metà del secolo scorso nel Cantone di Friburgo risiedevano stabilmente, in media, poco più di 1600 persone. In corrispondenza con la grande ondata immigratoria del dopoguerra, dal 1950 al 1960 fu registrata una notevole crescita, passando da 1625 a 2584 persone. Ma è nel decennio successivo 1960-70 che si è avuto il massimo incremento, da 2584 a 7289 persone. Difficile dire nel dettaglio quali attività svolgessero, ma con tutta probabilità la maggioranza dei lavoratori era concentrata nell’edilizia e in alcune industrie, con una minoranza crescente impiegata nel terziario. Oggi gli italiani sono presenti praticamente in tutte le attività economiche ai vari livelli.
L’ondata immigratoria dall’Italia verso la Svizzera è andata riducendosi d’intensità fin dai primi anni Settanta. Anche Friburgo ha registrato un costante calo del numero d’italiani fino al 2006 (3522 persone), dopodiché si osserva, a causa delle difficoltà occupazionali in Italia soprattutto dei giovani, un’inversione di tendenza che attesta al 30 aprile 2018 la presenza di 4802 italiani nel Cantone di Friburgo, con la concentrazione maggiore nell’agglomerazione (1934 italiani) e nella città di Friburgo (1097). Si tratta di una comunità abbastanza coesa e attiva, soprattutto attraverso alcune associazioni sportive, culturali e di sostegno.
Giovanni Longu
Berna, 23 maggio 2018

11 maggio 2018

Chi ha costruito il Palazzo federale?


Recentemente, durante la rievocazione degli 80 anni della Casa d’Italia di Berna, è stata citata una frase attribuita a un emigrante italiano, secondo cui sarebbe difficile trovare un ponte o una casa a Berna dove non vi abbiano lavorato gli italiani, tanto che, immaginando di poter togliere tutte le pietre messe dagli italiani, «cadrebbero tutti i ponti, le banche, il palazzo federale…».

Berna, Palazzo federale
Il senso generico della frase è chiaro e condivisibile, perché intende evidenziare il contributo importante degli italiani allo sviluppo della città, ma gli esempi citati sono inappropriati e soprattutto le conseguenze immaginate sono palesemente senza fondamento. Si sa, infatti, che le case del centro storico, di origine medievale, non furono costruite dagli italiani come pure gran parte dei ponti, delle banche, delle fabbriche, ecc., anche se nelle nuove costruzioni del secondo dopoguerra la partecipazione degli italiani è stata molto estesa. Quanto poi alla costruzione del Palazzo federale (1894-1902), si sa addirittura che gli italiani vi furono espressamente esclusi dall’amministrazione federale, per evitare che potessero verificarsi nuovamente incidenti come quelli avvenuti l’anno prima (il Käfigturmkrawall è del giugno del 1893). 

Scrivo questa nota perché la frase del connazionale è stata ripresa da un cronista presente all’evento su un settimanale in lingua italiana, evidentemente senza chiedersi se gli esempi fatti rispondessero almeno al criterio della plausibilità. Credo che se si vuole affidare qualche informazione ai media o ai libri nell’intento di creare una «memoria storica», essa andrebbe prima verificata e magari spiegata correttamente. Altrimenti può succedere che una frase detta da qualcuno in un contesto particolare, per esempio, «abbiamo costruito di tutto» possa indurre a pensare che gli italiani hanno costruito tutto, persino il Palazzo federale. Oppure, che la frase «siamo venuti in Svizzera a cercare lavoro», detta con verità da qualche immigrato del secondo dopoguerra, possa avere valenza per tutti gli immigrati italiani, dimenticando che, fino all’entrata in vigore degli accordi di libera circolazione, la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani è venuta in Svizzera a richiesta dei datori di lavoro svizzeri, ecc.
La storia dell’immigrazione italiana in Svizzera è così ricca e avvincente che non ha bisogno di aggiunte di colore estemporanee.
Giovanni Longu
Berna 11 maggio 2018

9 maggio 2018

Tracce d’italianità nella foresta di Bremgarten (Berna)


Quest’anno ricorrono numerosi anniversari di eventi che hanno cambiato il mondo e specialmente l’Europa e di eventi che sono stati determinanti per la storia dell’immigrazione italiana in Svizzera. Di alcuni di essi si tratterà diffusamente in una prossima serie di articoli. Quello di cui parlerò di seguito vuole rievocare un evento abbastanza secondario in questa storia collettiva degli immigrati italiani, ma utile, credo, per far capire che le tracce della presenza italiana in Svizzera sono spesso nascoste, per esempio in una foresta o ad una curva di strada, ma importanti. Mi riferisco alla tragica fine di due famosi piloti italiani e alla vittoria di altri a Berna nel 1948.

La campagna bernese
Berna, città splendida sotto molti aspetti, ha anche una caratteristica in comune con molte altre città svizzere: è immersa nel verde. A prima vita, questo aspetto non dice nulla sull’italianità, anche perché le tracce più evidenti e più importanti si trovano nella città vecchia e nei quartieri periferici. I lettori di questa rubrica hanno avuto modo di seguirle sia nel centro storico che in alcuni quartieri «nuovi», in particolare, Kirchenfeld, Bümpliz e Länggasse, ma non è mai capitato, credo, di accennare anche solo marginalmente alla lussureggiante campagna circostante la città. Eppure proprio nelle fattorie, nei giardini e nelle foreste bernesi vennero inviati a lavorare molti italiani immigrati nel dopoguerra quando ottenevano il primo permesso di lavoro stagionale. Ma non è di essi che qui voglio parlare.
Bremgarten/BE, GP della Svizzera 1950, vinto dall’italiano Nino Farina
Desidero anche ricordare, a chi non conosce Berna, che la campagna circostante è estremamente varia e rigogliosa, perché non è costituita solo di campi coltivi o prati per la pastura di bovini e ovini, ma anche di ampie aree boschive e numerose radure. Sono facilmente raggiungibili attraverso una fitta rete di sentieri molto apprezzati non solo dagli escursionisti in mountain bike o dai semplici utilizzatori di biciclette da città, ma anche dalle famiglie e dai singoli per le passeggiate, la ginnastica, il jogging e perché offre numerose aree attrezzate con giochi e spiazzi per grigliare. 

Il circuito di Bremgarten
Una di queste zone verdi, a nord-ovest della città, è la grandiosa foresta di Bremgarten, degradante verso l’alveo del fiume Aare, là dove la corrente è minima a causa del poco distante sbarramento della centrale idroelettrica di Mühleberg. Nel 1934 in essa era stato ricavato un circuito automobilistico dove si svolsero diversi Gran Premi di Svizzera di Formula 1 e di Motomondiale fino al 1954.
Era considerato uno dei circuiti più belli, ma anche più pericolosi del mondo. Era sicuramente bello perché immerso nella natura rigogliosa, ma anche estremamente pericoloso perché conteneva molte curve, continui saliscendi e frequenti passaggi da zone molto luminose a zone d’ombra. Inoltre, la pioggia o l’umidità della foresta rendevano spesso alcune parti del tracciato particolarmente viscide e scivolose.

Campioni italiani
Il 1° luglio di settant’anni fa, un giovedì, si stavano svolgendo le prove libere in vista delle gare motociclistiche e automobilistiche previste per il sabato e la domenica. Furono le ultime prove di due grandi sportivi italiani, oggi quasi del tutto dimenticati: il campione di motociclismo Omobono Tenni, che correva su una «Guzzi» 250 cmc, e il pilota automobilistico Achille Varzi, grande rivale di Nuvolari, che correva su un’«Alfa Romeo».
La curva Tenni, oggi.
Tenni, uscito di pista a tutta velocità alla curva Eymatt (chiamata in seguito «curva Tenni») andò a sbattere contro un muricciolo morendo sul colpo. I soccorritori giunti immediatamente sul posto dovettero costatare il decesso. 
L’asso dell’automobile Varzi, che un cronista chiamò «leggendario», mentre stava ultimando il suo ultimo giro di prove sotto una pioggia fortissima, uscì di strada ad una curva capovolgendosi più volte e morendo sul colpo. Il giorno seguente la cattiva sorte colpì anche un altro automobilista, lo svizzero Christian Kautz.
Alberto Ascari, su Maserati, 5° al GP Svizzera 1948.
Il sabato e la domenica si tennero le corse come previsto. Nel motociclismo gli italiani si dimostrarono imbattibili. Nella classe 250 cmc gli italiani conquistarono le prime cinque posizioni, nell’ordine: Enrico Lorenzetti, Claudio Mastellari, Bruno Ruffo, Gianni Leoni e Bruno Francisci. Nella classe 500 cmc vinse lo stesso Enrico Lorenzetti. Nell’automobilismo, Gran Premio d’Europa, vinse l’italiano Carlo Felice Trossi su Alfa Romeo, al 3°, al 4°e al 5° posto si piazzarono altri tre italiani, Gigi Villoresi, Luigi Fagioli e Alberto Ascari (che vincerà nel 1949 e 1953 su Ferrari).
Ritenuto troppo pericoloso, il circuito fu chiuso nel 1955 e il Consiglio federale decise di vietare le gare motoristiche su tutto il territorio svizzero. Negli annali e nelle cronache resta il ricordo di tanti campioni italiani che nel circuito di Bremgarten si fecero onore.
Giovanni Longu
Berna, 9 maggio 2018