21 giugno 2017

Italiani in Svizzera: 20. Anniversari importanti: MCI e Casa d’Italia di Berna



Tra le associazioni che hanno visto la trasformazione dell’immigrazione italiana in Svizzera due in particolare hanno attirato di recente la mia attenzione: la Missione Cattolica Italiana (MCI) e la Casa d’Italia di Berna. Entrambe celebrano quest’anno importanti anniversari, che mi suggeriscono rievocazioni storiche e riflessioni sul presente e sul futuro di entrambe. Trovo utile trattarne nello stesso articolo perché, nonostante il loro differente inizio «ufficiale», sono in realtà coetanee e si sono sviluppate nello stesso ambiente migratorio, sebbene con motivazioni e caratteristiche assai differenti. Allora la collettività italiana in Svizzera era consolidata e in Italia dominava il regime fascista.

L’origine della MCI di Berna
Missiona cattolica italiana di Berna
La Missione cattolica italiana di Berna (MCI) celebra quest’anno il suo 90° compleanno «ufficiale», come ha tenuto a ribadire il missionario scalabriniano Antonio Grasso, attuale parroco, perché è solo dal 1927 che esiste ufficialmente, anche se in sostanziale continuità con una precedente attività religiosa, gestita dai missionari bonomelliani. In effetti, il tema dell’assistenza religiosa agli immigrati italiani era stato tematizzato dall’episcopato cattolico svizzero nella Conferenza dell’agosto 1888, auspicando che sacerdoti italiani fossero presenti, almeno durante le feste religiose, nei luoghi di maggiore concentrazione di immigrati italiani. Riteneva, tuttavia, che non fosse opportuno favorire l’emigrazione perché «la massoneria riesce troppo spesso a impadronirsi degli emigranti».
All’inizio del Novecento c’era in Svizzera solo una Missione cattolica italiana, quella di Zurigo. Nel resto del Paese, tuttavia, l’assistenza agli immigrati italiani era regolarmente o saltuariamente assicurata da sacerdoti italiani inviati e coordinati dall’Opera Bonomelli, un’istituzione fondata nel 1900 dal vescovo di Cremona monsignor Geremia Bonomelli, per prestare assistenza spirituale e materiale agli operai emigrati. In pochi anni l’Opera aprì nei grossi centri industriali e nei grandi cantieri di montagna appositi «segretariati» per l’assistenza agli immigrati italiani, a cui facevano capo i vari sacerdoti, spesso assistiti da suore. Anche a Berna venne aperto un segretariato.
Alcuni segretariati si trasformarono in vere e proprie Missioni quando, durante il periodo fascista, furono costretti a chiudere per incompatibilità con le pretese del regime mussoliniano, che voleva assoggettarli alle direttive e ambizioni fasciste. Nel 1927, per non cedere al ricatto fascista, la Santa Sede decise la soppressione dell’Opera Bonomelli,  ma non delle attività di assistenza. Fu così che il segretariato di Berna divenne la prima Missione cattolica italiana della capitale federale e fu affidata a don Ireneo Rizzi, che la diresse per vent’anni, evitando per quanto possibile le contestazioni e dedicandosi sempre più alle attività spirituali. A giusta ragione, dunque, la MCI celebra quest’anno il suo 90° compleanno.

Sviluppo della MCI
Nel dopoguerra, com’è noto, l’immigrazione dall’Italia riprese vigore e col crescere della collettività italiana, aumentarono anche le esigenze pastorali e assistenziali. Nel frattempo, le attività dei sacerdoti bonomelliani erano state riprese in buona parte dai missionari scalabriniani, una congregazione fondata dal vescovo di Piacenza monsignor Giovanni Battista Scalabrini e, come l’Opera Bonomelli, anch’essa dedita particolarmente all’assistenza degli emigrati.
Per far fronte ai nuovi bisogni degli italiani immigrati nella regione di Berna, nel 1947, la Missione fu affidata ai missionari scalabriniani. «Era il 2 maggio 1947 – si legge nel sito della MCI di Berna - quando arrivò padre Giuseppe Vigolo, primo direttore». Era l’inizio di un impegno crescente dei missionari per far fronte ai bisogni di una collettività immigrata in continuo aumento (nel 1950, gli italiani presenti nel Cantone di Berna erano già più di 10.000) e spaesata.
I bisogni a cui i missionari dovevano rispondere erano, secondo numerose testimonianze, immensi. Non si trattava infatti solo di fornire i servizi religiosi richiesti, ma anche assistenza sociale ai più bisognosi, assistenza scolastica ai figli degli immigrati, disponibilità per aiutare a risolvere ogni sorta di problema delicato. Un altro compito, molto sentito, soprattutto nel dopoguerra, era anche quello di «essere ponte tra una cultura e l’altra, quella di partenza e quella di accoglienza… ponte che sostiene il cammino e che permette il passaggio da una sponda all’altra sia all’emigrato che all’autoctono, affinché i fratelli nella fede possano crescere sempre più nella conoscenza e nel rispetto reciproco, affinché le reciproche diffidenze siano abbattute» (P. Renato Famengo). Per fortuna i missionari non erano soli. Attorno alle Missioni e alle parrocchie si sviluppò tutta una serie di attività sociali che coinvolsero preti, suore, assistenti sociali, organizzazioni cattoliche, associazioni culturali e ricreative, ecc. per dare alla religione anche un’estensione sociale di grande ampiezza, che coinvolgesse anche gli stranieri.

L’origine della Casa d’Italia di Berna
La seconda istituzione che celebra quest’anno un importante anniversario «ufficiale» è la Casa d’Italia. Dico «ufficiale» perché verosimilmente s’intende ricordare sia la costituzione dell’Associazione «Casa d’Italia», avvenuta l’11 marzo 1937, e sia l’inaugurazione dell’attuale sede il 25 ottobre 1937. In realtà l’attuale Casa d’Italia non è altro che la continuazione di una preesistente «Casa degli Italiani», fondata con molta probabilità dieci anni prima e sarebbe quindi contemporanea alla MCI di Berna.
Casa d'Italia di Berna
Il contesto storico è noto. In Svizzera vivevano all’epoca circa 130.000 immigrati italiani, di cui circa 30000 nel Ticino. Nel Cantone di Berna erano circa 7000, di cui 2000 nell’agglomerazione di Berna. Erano cifre importanti che il regime fascista non poteva ignorare e anche per questo la Svizzera era ritenuta dall’Italia un Paese amico con cui era conveniente avere buoni rapporti. L’opinione era condivisa dalla maggioranza del Consiglio federale dell’epoca, certamente dal capo del Dipartimento politico federale Giuseppe Motta, che almeno inizialmente, secondo alcuni storici, era un ammiratore di Mussolini e come tale era visto dalla diplomazia italiana.
Di fatto, il Consiglio federale, nonostante fosse contrario alla propaganda politica in Svizzera di qualsiasi Paese straniero, tollerò a lungo che il regime fascista costituisse soprattutto nelle principali città fasci, scuole, asili, mense, ecc. e sovvenzionasse le associazioni che accettavano le direttive fasciste. Tutte le Case d’Italia ancora esistenti, a parte qualcuna in Ticino sorta prima, risalgono al periodo fascista.
Anche Berna doveva avere il suo Fascio, la sua Scuola e la sua «Casa degli Italiani». Questa fu inaugurata probabilmente nel 1927, alla Marienstrasse n. 4, in un edificio che non esiste più, non lontano dalla sede dell’Ambasciata (allora Legazione) d’Italia e dei servizi consolari. Vi avevano sede, a quanto è dato sapere, le diverse associazioni italiane ammesse dal fascismo. Questo spiega, fra l’altro, perché nell’agosto 1927 fosse stato inaugurato proprio nella «Casa degli Italiani» uno dei primi «cinema-dopolavoro» e dunque la notevole frequenza dei locali.

Dalla «Casa degli Italiani» alla «Casa d’Italia»
La «Casa degli Italiani» restò in attività almeno fino al 1937, quando venne acquisita la nuova sede nel quartiere della Länggasse. Non è dato sapere il motivo che indusse i suoi dirigenti a cambiare sede, per cui sono lecite diverse ipotesi. Una sarebbe legata alla prevista demolizione dell’edificio, un’altra sarebbe suggerita dal fatto che ormai la maggioranza degli italiani viveva nei quartieri periferici della città, specialmente in quello della Länggasse, e non dispiaceva trasferire la «Casa degli Italiani» in quella zona della città, fra l’altro ben servita da una efficiente linea tranviaria.
Tra la «Casa degli Italiani» e la nuova «Casa d’Italia» ci fu continuità di gestione e d’intenti, in sintonia con la politica del regime. Tanto è vero che l’assemblea di fondazione dell’Associazione «Casa d’Italia» si tenne nella «Casa degli Italiani», i soci fondatori erano tutti espressione del regime fascista e all’inaugurazione della nuova sede partecipò, oltre al ministro d’Italia e al segretario del fascio locale, la marchesa Paolucci Calboli figlia dell'ex ministro d'Italia a Berna durante la guerra, che donò una somma importante per l’acquisizione della nuova casa d’Italia. Una cronaca (di parte) riferì anche che alla manifestazione aveva assistito «la colonia italiana al completo».
La «Casa d’Italia» restò ancora a lungo (fino agli anni ’50) dominata dai «fascisti», anche perché, dopo la caduta del fascismo, alcune associazioni si erano rigenerate solo in apparenza, ma negli anni ’60 lentamente si affrancò completamente dall’ideologia fascista. Oggi la Casa d’Italia è non solo la sede delle principali associazioni italiane di Berna, ma è anche di proprietà dell’associazionismo italiano.

Uno sguardo al futuro
Nella celebrazione di questi importanti anniversari è inevitabile volgere anche lo sguardo al futuro. Certamente, chiunque ha a cuore le sorti della MCI e della Casa d’Italia non può che augurare a entrambe le istituzioni lunga vita, ma sarebbe miope non vedere che anche per loro il futuro richiede dei cambiamenti.
Se è vero, come io ritengo, che la MCI ha svolto e svolge un’importante funzione, spirituale e sociale, in seno alla collettività straniera a Berna e dintorni, credo anche che sempre più debba svestirsi della connotazione «italiana» e impegnarsi per favorire il processo d’integrazione degli italiani e di altri stranieri nella chiesa e nelle strutture ecclesiali locali. Il contributo dei laici appare sempre più indispensabile e utile.
Quanto alla Casa d’Italia, ritengo importante che oltre a profilarsi come un ottimo ristorante «italiano» e una sede accogliente di manifestazioni di ogni sorta organizzate da terzi, siano essi partiti politici, Comites o altre organizzazioni, cerchi al suo interno le idee e le forze per divenire protagonista attiva e proattiva d’italianità, dando piena attuazione al suo statuto che mette ai primi posti finalità artistiche e culturali.
[Attenzione! Nel periodo estivo la trattazione della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera è sospesa]
Giovanni Longu
Berna, 21.06.2017

14 giugno 2017

Italiani in Svizzera: 19. Associazionismo italiano nel dopoguerra e fine del modello «coloniale»



Gli italiani immigrati in Svizzera negli anni '50 e '60 hanno dovuto affrontare condizioni di vita e di lavoro molto difficili. La situazione di bisogno di gran parte degli immigrati ha talvolta generato in essi sentimenti di rassegnazione e di accettazione di qualsiasi lavoro, di qualsiasi salario e condizioni di vita impensabili prima di emigrare. La stessa situazione, grazie anche a leggi e regolamenti favorevoli all’economia (si pensi, per esempio, al divieto per i nuovi immigrati di cambiare posto di lavoro o genere di attività), ha ispirato spesso nei datori di lavoro svizzeri sentimenti di potere e di dominio sui loro dipendenti stranieri. Non è pertanto banale affermare che la condizione dell’immigrato in Svizzera era difficile e penosa.

Condizioni difficili
L'UNITRE è oggi una delle associazioni più sentite ed efficienti.
Quasi sempre il motivo determinante dell’emigrazione era la certezza di un lavoro e di un salario che consentisse ampi risparmi. Se in Italia, a sud come a nord, ci fossero state le stesse possibilità, sicuramente il fenomeno emigratorio del dopoguerra non si sarebbe sviluppato, almeno nelle stesse proporzioni. Decidendo di partire, spesso ignorando totalmente le caratteristiche essenziali del Paese di destinazione e persino il lavoro esatto che si andava a svolgere, era dato per scontato che specialmente all’inizio non sarebbero mancate le difficoltà. Credo, tuttavia, che la stragrande maggioranza degli emigranti nella Svizzera tedesca (la principale destinazione degli italiani negli anni ’50 e ’60) non si rendesse minimamente conto delle difficoltà ambientali, linguistiche, culturali, abitative e lavorative che avrebbe incontrato.
Molti racconti di immigrati di quegli anni rievocano il disagio provato già al passaggio della frontiera (a causa dell’obbligatoria visita medica), ma soprattutto alle prime difficoltà incontrate sul lavoro e nella vita sociale, soprattutto a causa della non conoscenza della lingua locale, alla sensazione di essere sfruttati, discriminati, considerati diversi ed estranei e accusati di tanti difetti (per esempio, di essere chiassosi, lamentosi, invadenti, arroganti, violenti, pericolosi…). Dominavano su tutti i sentimenti la nostalgia e il desiderio del ritorno al proprio paese, perché per quasi tutti gli immigrati italiani del dopoguerra l’emigrazione era come una missione: lavorare, guadagnare, risparmiare e tornare dov’era il principale centro degli interessi, la famiglia.
Il sorgere, negli anni ’60 e ’70, di centinaia, forse migliaia di associazioni di tutti i generi (associazioni locali, regionali, nazionali con le più svariate finalità: assistenziali, scolastiche, culturali, sportive, politiche, religiose, ecc.) denota non solo il grande isolamento e l’incomunicabilità degli immigrati nei confronti degli svizzeri, ma anche la difficile convivenza tra gli stessi immigrati. La voglia di respirare aria di casa propria, parlare la stessa lingua (molto spesso lo stesso dialetto), praticare le stesse usanze spingevano gli immigrati a rifugiarsi solo o prevalentemente in quelle associazioni dove erano maggiormente presenti compaesani o immigrati provenienti dalla stessa provincia o dalla stessa regione.

La risposta dell’associazionismo
Molte associazioni favorivano tale rigenerazione e non c’è dubbio che esse hanno rappresentato per molti immigrati una sorta di ancora di salvezza dalla depressione, dal senso di profondo isolamento e di abbandono. L’associazione rappresentava una sorta di luogo protetto e sicuro dove potersi esprimere liberamente, sorridere e per qualche ora dimenticare. Soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, quando maggiormente si sentiva soprattutto tra gli immigrati italiani il disagio di essere confrontati con diffusi sentimenti xenofobi tra la popolazione svizzera e con misure politico-amministrative percepite come limitazioni dei diritti politico-sociali, l’attività delle associazioni era rassicurante.
Classe dell'UNITRE di SO durante un corso sulla Svizzera
Basterebbe ricordare i successi che riscuotevano le feste tra soci e quelle aperte al pubblico con musica e balli. Pochi si accorgevano che queste associazioni o alcune di esse non facevano comunque che «aggravare la situazione di isolamento non soltanto verso il Paese d’arrivo, ma verso gli stessi emigrati di altre nazionalità, o addirittura della medesima nazione, conservando intatti i vari regionalismi e campanilismi della zona di partenza» (G. Blumer).
In alcuni ambienti, nonostante si percepisse la pochezza dell’offerta associazionistica, non si riteneva possibile fare di più, aprirsi. Una testimonianza di quegli anni, riferita ad alcune Colonie libere (ma con una valenza sicuramente più ampia) è molto schietta: «Tutte queste attività [sportive, ricreative, ecc.] sono finalizzate ad offrire qualche cosa ai soci, ma nel medesimo tempo ci si rende conto che esse perpetuano la situazione di “ghetto”, limitando l’apertura verso l’esterno. D’altra parte non si vede altra strategia possibile date le condizioni di netta separazione esistenti tra Italiani e Svizzeri» (De Marchi 1971-72).

Modello coloniale dell’associazionismo italiano
C’erano anche associazioni con altre finalità apparentemente più serie perché si proponevano la lotta alla xenofobia, l’elevazione degli emigrati, la lotta per la difesa dei diritti dei lavoratori emigrati, ecc. Anch’esse non si rendevano conto che favorendo le contrapposizioni e tentando di scatenare piccole lotte di classe non facevano che aggravare la situazione, allontanandosi sempre di più dal terreno fertile dell’incontro e del dialogo con la popolazione locale.
Ovviamente non tutte le associazioni erano uguali, ma almeno tutte quelle che avevano un certo peso «politico» e una notevole capacità di mobilitazione e di comunicazione avevano in comune una dipendenza più o meno stretta da istituzioni centrali italiane. Non va infatti dimenticato che l’associazionismo italiano in Svizzera, specialmente nel dopoguerra, si è sviluppato secondo un modello di tipo coloniale.
La collettività italiana immigrata era concepita come una «colonia» italiana in diaspora, cioè un insieme di cittadini italiani residenti più o meno stabilmente fuori dall’Italia, ma pur sempre parte integrante dell’Italia. Doveva avere caratteristiche «italiane» e pertanto anche i principali organismi di aggregazione (associazioni) e di rappresentanza dovevano far capo, almeno indirettamente, a istituzioni centrali (governo, regioni, patronati, sindacati, partiti, ecc.). Nemmeno le grandi associazioni come le ACLI, le Colonie libere o i patronati, per non parlare dei cosiddetti organi di rappresentanza (Comites, CGIE, ecc.), sono stati mai veramente autonomi.
Questo modello «coloniale» ha funzionato almeno fino agli inizi degli anni ’70, quando sembrava che il sistema associazionistico avesse raggiunto finalmente l’unità o quasi. Un importante processo di unificazione era stato avviato nel 1969 ed era culminato nella convocazione di un Convegno (Lucerna 25 e 26 aprile 1970) a cui parteciparono oltre 400 delegati in rappresentanza della principali associazioni di immigrati in Svizzera. Il Convegno venne salutato come un evento decisivo dalle principali associazioni, ma rivelò anche le lacune e la fragilità del sistema associazionistico italiano.
Apparentemente, il risultato più importante del Convegno di Lucerna fu l’elezione del Comitato Nazionale d’Intesa, che per oltre un decennio fungerà da principale interlocutore delle autorità italiane in Svizzera. Ad esso veniva affidato il compito impossibile di rappresentare «unitariamente» le anime di oltre 400 associazioni di base «per affrontare e risolvere concretamente i problemi dell’emigrazione». Non vi riuscì. Le sue prese di posizione e i suoi appelli rimasero quasi sempre lettera morta, soprattutto quando si chiedevano cambiamenti che la Svizzera non era disposta a concedere (per esempio l’abolizione dello statuto dello stagionale) e lo Stato italiano non aveva la forza per sostenere una linea dura. L’influenza dei partiti è stata spesso deleteria.

Crisi dell’associazionismo tradizionale e nuove sfide
Molte associazioni cominciarono ad entrare in crisi fin dagli anni ’70 perché non si resero conto dei cambiamenti che stavano avvenendo proprio all’interno della collettività immigrata. Si stava passando da un tipo di emigrazione temporanea (quando si veniva per qualche stagione o anno e poi ritornare) in emigrazione stabile e gli italiani cominciavano ad essere considerati non più Gastarbeiter (lavoratori ospiti), ma parte integrante della società svizzera (grazie soprattutto alla seconda generazione). Per di più, molte associazioni erano talmente cresciute su misura di certi presidenti e dirigenti che col loro ritiro decretavano di fatto l’estinzione delle loro organizzazioni.
Oggi, solo alcune delle vecchie associazioni sono rimaste, soprattutto quelle con forti contenuti assistenziali, politici e religiosi. Nel frattempo ne sono sorte nuove, poche in verità, per venire incontro a nuove esigenze di una collettività italiana diversa, meno «colonia» e più integrata e complessa. Penso in particolare a quelle dedite all’integrazione culturale, politica, sindacale, alla diffusione dell’umanesimo e dell’italianità. Un esempio per tutte: la moderna rete delle Università delle Tre Età (UNITRE) in Svizzera.
In visita al Palazzo federale
Ha scritto nel 2010 il missionario Graziano Tassello, molto attento al fenomeno associazionistico, che «le associazioni tradizionali sono da tempo in crisi. Non tanto perché abbiano cessato di svolgere attività, mantenere contatti tra i soci, essere visitate dagli assessori di turno o da aspiranti parlamentari che pensano di trovarvi una buona base elettorale. Sono in crisi perché non sembrano capaci di generare qualche cosa di nuovo e di illuminare questo tempo di oscuramento a cui il governo italiano ha condannato la diaspora italiana nel mondo».
Tassello si riferiva alla crisi dell’associazionismo tradizionale italiano nel mondo, ma la validità della sua osservazione in riferimento alla Svizzera mi pare evidente. Qui l’associazionismo che svolge ancora qualche attività è talmente politicizzato che le stesse persone che ricoprono cariche nelle associazioni sono spesso a Roma in rappresentanza (politica) della vecchia «colonia» italiana, cercano voti per qualche candidatura (partitica) propria o di altri. L’attrazione di qualche poltrona a Roma dev’essere enorme!
Forse dipende tutto dal fatto che i rappresentanti eletti dagli italiani all’estero sono ormai giunti in Parlamento e questo basta? Spero di no, anche perché dalla loro elezione ben poco o quasi nulla è cambiato, in meglio, per gli italiani all’estero. Le potenzialità dell’associazionismo spontaneo non sono ancora esaurite, ma bisogna saperle indirizzare bene, sul territorio, affrancandosi dalle influenze politiche estranee, abbandonando definitivamente il modello «coloniale» romano. E’ un’opportunità da non perdere. (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 14.06.2017

7 giugno 2017

Italiani in Svizzera: 18. Comunismo e anticomunismo frenarono l’integrazione



La Svizzera, durante la guerra fredda, sebbene in quanto Paese neutrale rifiutasse di schierarsi apertamente col blocco occidentale di cui geograficamente e culturalmente faceva parte, fu molto decisa nel combattere il comunismo che caratterizzava il blocco sovietico. Riteneva, infatti, che solo dall’Unione Sovietica provenisse il pericolo di un altro conflitto mondiale e la penetrazione ideologica comunista fosse finalizzata a scatenare una rivoluzione in tutti i Paesi democratici compresa la Svizzera. Le autorità politiche, ma anche gli ambienti economici, erano concordi nel ritenere che il comunismo andasse combattuto con misure preventive e repressive. Una di esse doveva consistere nel controllo sistematico dell’attività politica degli immigrati, soprattutto italiani.

Divieto di propaganda
La Svizzera, fin dall’inizio del XX secolo, aveva fatto chiaramente intendere agli stranieri che cercavano rifugio o che volevano stabilirsi in questo Paese di non tollerare qualsiasi propaganda politica che potesse rappresentare una minaccia alla sicurezza interna o esterna dello Stato o all’ordine pubblico (compresa la «pace del lavoro», siglata tra le parti sociali nel 1937). Molti politici e intellettuali svizzeri consideravano la penetrazione di ideologie sovversive straniere una delle forme più pericolose d’inforestierimento «spirituale», perché agiva sulle coscienze e minava le basi culturali della Svizzera.
Il pericolo rosso!
Per questo, già il 5 dicembre 1938 il Consiglio federale aveva preso provvedimenti severi non solo contro il pericolo delle ideologie fascista e nazionalsocialista, ma anche contro le «mene comuniste» e la «propaganda sovversiva». Tuttavia, man mano che il fascismo e il nazismo perdevano consensi in tutta la Svizzera, le preoccupazioni maggiori delle autorità politiche e dell’opinion pubblica si concentravano sul «pericolo comunista». Nel 1940, un quotidiano ticinese riteneva che fosse «un dovere di tutti gli svizzeri, autorità e popolo, premunirsi contro tale pericolo […] che è grave in tutta la sua realtà».

Italiani «pericolosi»
Finita la guerra, il «pericolo comunista» apparve tutt’altro che eliminato. Non era solo rinato il partito comunista svizzero nelle vesti del Partito del Lavoro (1944), ma con l’arrivo in massa di lavoratori immigrati dall’Italia, dove il Partito comunista italiano (PCI) era considerato molto influente, il rischio che tra loro ci fossero molti comunisti sembrava reale e da prendere sul serio. Le autorità federali ritenevano che alcuni fossero veri e propri attivisti inviati appositamente per fare propaganda tra gli immigrati.
Fu anche per questa ragione che il 24 febbraio 1948 il Consiglio federale emanò un decreto molto severo riguardante i discorsi politici di stranieri. All’articolo 2 si diceva chiaro e tondo che «gli stranieri che non sono in possesso di un permesso di domicilio possono prendere la parola su argomenti politici nelle assemblee pubbliche o private solamente se hanno ottenuto un’autorizzazione speciale». L’articolo 3 avvertiva: «L’autorizzazione sarà negata se vi sia da temere che venga posta in pericolo la sicurezza interna o esterna del Paese o che sia turbato l’ordine pubblico. Gli oratori stranieri devono astenersi da qualsiasi intromissione in questioni che riguardano la politica interna della Svizzera».
In piena guerra fredda, alcune associazioni di italiani sembravano ignorare tale divieto e non solo introducevano dall’Italia ogni tipo di materiale di propaganda, ma facevano intervenire come oratori alle loro riunioni anche esponenti politici, talvolta di prim’ordine, del PCI. Le autorità svizzere divennero sempre più sospettose e guardinghe.

Passione politica e rischio di disordini sociali
Protesta di italiani che gli svizzeri non gradivano
Ripensando quegli anni, è facile immaginare quanto fosse improbabile e tutt’altro che semplice, per i pochi funzionari incaricati della sorveglianza, riuscire a controllare tutta l’attività politica degli immigrati, soprattutto nelle assemblee private. Anni più tardi risulterà evidente quanto tali controlli fossero indiscriminati, eccessivi e confusi. Risulterà tuttavia altrettanto evidente che per oltre un ventennio si era trasferita anche in Svizzera, tra gli immigrati italiani, quella passione politica che caratterizzò il dopoguerra italiano attorno allo scontro tra partiti di centro, a guida democristiana, e partiti di sinistra, a guida comunista. Per la politica e l’opinione pubblica svizzera era apparso indispensabile impedire non solo che quella passione potesse degenerare in conflitti sociali, ma anche che l’organizzazione allora più vicina al Partito comunista, la Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera (FCLIS), acquistasse una posizione dominante.
Durante il fascismo, le collettività italiane emigrate erano considerate come «colonie» da governare alla stregua degli italiani in Italia. Per questo, nelle principali città, erano stati istituiti Fasci, scuole, associazioni, Case d’Italia, ecc. anche se non tutti gli italiani vi aderirono. Alcuni gruppi di immigrati e soprattutto i fuorusciti preferirono altre strutture e organizzazioni, prive dei sussidi governativi, ma libere. Caduto il fascismo, ci fu un’importante operazione di «liberazione» delle colonie fasciste, ad opera soprattutto delle Colonie «libere» italiane (CLI) costituite nelle principali città svizzere a partire dal 1943 da esuli antifascisti di grande levatura morale e intellettuale oltre che politica come Fernando Schiavetti, Egidio Reale, Giuseppe Chiostergi e altri.

La FCLIS sorvegliata speciale
Finita la guerra, la FCLIS, rivendicò subito «la rappresentanza unitaria di tutti gli italiani dimoranti in Svizzera e rimasti fedeli alle grandi tradizioni di libertà e di umanità». Si trattava soprattutto di una rappresentanza morale (ispirata ai principi della libertà, della solidarietà e della difesa dei lavoratori) e politica (caratterizzata da un forte spirito antifascista e, da quando il PCI guidò l’opposizione, anche antigovernativo), che sollevò però forti dubbi e contrasti persino all’interno della FCLIS e mise in allarme tanto le autorità svizzere quanto quelle italiane. Divenne una sorta di sorvegliata speciale.
La FCLIS sorvegliata speciale
Una delle prime operazioni controverse riguardava infatti l’epurazione dei fascisti dalle organizzazioni e istituzioni fasciste o che in qualche misura erano state compromesse col regime (Consolati, Dante Alighieri, Case d’Italia, Istituti di cultura, scuole, gruppi sportivi, ecc.). Quanto bastava per avere contro numerose istituzioni e soprattutto le rappresentanze diplomatica e consolari italiane. Alla base di queste operazioni non c’era infatti solo il desiderio di far valere le ragioni dell’antifascismo, ma anche l’obiettivo di «iniziare alla pratica della libertà le collettività italiane uscenti da una specie di medioevo spirituale». Per molti svizzeri non era escluso anche l’obiettivo di far penetrare in Svizzera l’ideologia comunista attraverso il metodo tradizionale della propaganda sovversiva.
Le autorità svizzere erano talmente convinte che le CLI potessero diventare uno strumento di propaganda comunista guidato dal PCI, che già nel 1948 ordinarono un’indagine sull’attività politica dei lavoratori italiani in Svizzera. Dal rapporto che ne fu fatto non emersero particolari situazioni preoccupanti, anche se venne accertata la presenza in Svizzera di attivisti comunisti e soprattutto tentativi di infiltrazioni in diverse organizzazioni di emigrati. Sta di fatto che, probabilmente per dare un segnale chiaro, furono decise alcune espulsioni di italiani presunti aderenti al PCI.
Dall’indagine erano emersi sospetti anche a carico delle Colonie libere italiane, divenute sempre più critiche nei confronti sia dell’Italia (allora a guida democristiana) che della Svizzera. Fra l’altro avevano fortemente criticato l’Accordo italo-svizzero del 1948, soprattutto per non essere state coinvolte nelle trattative, ma anche perché lo ritenevano povero di risultati.

Contrasti in seno all’associazionismo italiano
A sua volta, la FCLIS era criticata all’interno di numerose organizzazioni italiane perché sospettata di voler in qualche modo sostituire nelle «colonie» degli immigrati l’ideologia fascista con l’ideologia social-comunista e assumerne il controllo. Dalle Missioni cattoliche italiane, oggetto di continui attacchi, le CLI erano considerate inaffidabili perché «manovrate dal partito comunista italiano».
Per questa vera o presunta dipendenza dal PCI, molti dirigenti della FCLI non ebbero una vita facile, anzi furono spesso spiati e schedati dalla polizia federale, alcuni vennero arrestati e forse maltrattati, altri vennero espulsi. Nell’agosto 1963 vennero espulsi 18 attivisti comunisti, accusati di propaganda politica e di essere pericolosi per la «pace sindacale» e alcuni deputati comunisti italiani vennero espulsi insieme a loro o non fatti entrare in Svizzera. Nonostante le critiche dell’opinione pubblica sia in Italia che in Svizzera, le autorità svizzere erano oltremodo convinte che la propaganda comunista tra gli immigrati italiani andasse stroncata.
Non diversa era l’opinione prevalente tra i sindacati svizzeri (probabilmente a causa soprattutto della frequente contrapposizione ai sindacati italiani). Persino i patronati italiani, specialmente l’INCA (emanazione del sindacato «comunista» italiano CGIL), erano sospettati di infiltrazioni comuniste e perciò tenuti sotto controllo.
Bisogna anche dire che per molti anni le CLI non godettero nemmeno del sostegno e della fiducia delle autorità italiane, per cui gran parte delle rivendicazioni promosse da loro, spesso in collaborazione con altre organizzazioni, rimase senza esito alcuno.

Conclusione critica
A questo punto, chi pensasse che il comunismo italiano e l’anticomunismo svizzero abbiano prodotto solo attacchi verbali, divisioni tra le associazioni italiane, sospetti, diffidenze, schedature e qualche espulsione, dimentica probabilmente che le contrapposizioni all’interno dell’associazionismo e nei confronti delle autorità e della società svizzere hanno prodotto anche, a mio parere, conseguenze negative rilevanti sull’evoluzione della collettività italiana in Svizzera.
In particolare, non hanno prodotto comprensione, tolleranza, rispetto e vicinanza tra due comunità che per decenni si sono sentite diverse ed estranee l’una all’altra. Il danno arrecato al processo d’integrazione è stato incalcolabile perché invece di essere accelerato, come avrebbe potuto almeno dall’inizio degli anni ’60, è stato di molto ritardato, senza alcun contraccambio. Un po’ di autocritica ogni tanto sarebbe utile. (Segue)
Giovanni Longu
Berna 7.6.2017