15 novembre 2017

Italiani in Svizzera: 29. Sofferenze, associazioni, «dolce vita»


Le condizioni di vita iniziali della prima generazione di immigrati degli anni Sessanta e Settanta devono essere state generalmente dure da sopportare. Sono rare le testimonianze di italiani giunti in Svizzera in quegli anni, che si sono sentiti fin dal primo giorno accettati, rispettati e stimati sia nel posto di lavoro che nella vita sociale: sono eccezioni che confermano la regola. Ben più numerose sono infatti le testimonianze scritte e orali di coloro che hanno dovuto sopravvivere per mesi e persino anni in situazioni di estremo disagio, soprattutto psicologico. Eppure, in una sorta di retrospettiva, mi sembra incontestabile che proprio col loro modo di vivere e di pensare gli immigrati italiani della prima generazione hanno contribuito a trasformare positivamente la società svizzera.

Anzitutto le sofferenze
Scritte come queste aprirono ferite profonde in molti immigrati

Non c’è dubbio che l’ondata di immigrati meridionali degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso ha trovato nella Svizzera una terra ostile alla realizzazione dei loro sogni. Gli ostacoli da superare per il dispiegamento di una vita normale erano soprattutto il senso di rifiuto dello straniero da parte di ampi strati della popolazione svizzera, la pratica di una politica immigratoria finalizzata allo sviluppo dell’economia, condizioni di lavoro vicine allo sfruttamento, la tristezza di una vita lontana dagli affetti familiari e tutta una serie di privazioni materiali e morali. Altri ostacoli se li portavano appresso gli stessi immigrati, che giungevano in massa in questo Paese senza conoscerne la storia, la geografia, la lingua, la cultura, le regole di vita, le usanze, senza un adeguato bagaglio culturale, senza una specifica preparazione professionale e senza una vera assistenza sul posto.
A prescindere dalle responsabilità dirette e indirette (pur essendo innegabili e gravi soprattutto quelle della classe politica italiana e svizzera e dei sindacati), le sofferenze morali più che fisiche di moltissimi immigrati sono un fatto certo.
La prima generazione, soprattutto quella degli anni ’60 e ’70, è quella che ha maggiormente sofferto da una parte dello sradicamento culturale e dall’altra dell’isolamento, della solitudine, della frustrazione e persino della malattia nelle sue forme tipiche della depressione, dell’abbandono e della mania di persecuzione. Del resto, la distanza tra le condizioni economiche e socioculturali del Mezzogiorno d’Italia del dopoguerra e la nuova società di accoglienza, economicamente, socialmente e culturalmente completamente diversa, non poteva che essere traumatizzante.

Una testimonianza emblematica
Trovo emblematica, fra le innumerevoli che si potrebbero citare, la testimonianza di una immigrata veneta giunta in Svizzera agli inizi degli anni ’60:
«Libertà! Certo anche la libertà ha il suo prezzo. Le giornate a lavorare passano veloci. Imparavo in fretta e bene, però le serate erano lunghe, lunghissime. Chiusa nella pure bella cameretta, con naturalmente l’ordine di non fare entrare estranei, mi divertivo a riordinare, a pulire e lavare a mano nel lavandino le mie cosette. Loro [i padroni di casa] avevano 4 figlie ma non mi hanno mai integrato al contrario in poche parole non mi volevano, cosicché ero sempre sola. […] Il più brutto da sopportare era il silenzio, e avevo nostalgia di casa mia. La mia fantasia viaggiava sempre a Vicenza, le serata passate in famiglia con degli alti e bassi, ma sempre tanto rumorose. Ora ero lì, senza famiglia, senza amici e non conoscevo nessuno. I miei colleghi e colleghe di lavoro erano tutti sposati o fidanzati e alla sera come pure alla domenica avevano le loro occupazioni. Io non avevo nessuno.[…].
Finalmente in fabbrica assunsero una giovane ragazza di nome Orietta, era più giovane di tre anni. Era molto carina e anche tanto comunicativa. Abbiamo fatto presto amicizia […]. Abitava a un chilometro da casa mia e tutte le sere facevamo la strada a piedi e si rientrava assieme raccontandoci la nostra vita. Finalmente un’amica! Tutti i sabati e le domeniche pomeriggio si andava fuori assieme, a bere un caffè a Neuchâtel nei posti che all’epoca erano frequentati da quasi soli italiani. Ci si trovava fra noi, gli svizzeri in quel periodo ci evitavano, eravamo solo mano d’opera niente altro. Avevamo i nostri locali. Quando si cercava sia una camera o un appartamento in tutti i giornali locali scrivevano: “Appartamento libero, Italiani esclusi!”. Era una sofferenza fisica e morale. Non si capiva, eravamo buoni solo per il lavoro ma per il resto non eravamo accettati. […].Poveri italiani, eravamo sfruttati e moralmente maltrattati. Gli anni 60-70 per noi tutti è stato un calvario»
.
Se non proprio per tutti, certamente quel periodo è stato caratterizzato per molti, soprattutto donne, da grandi privazioni e sofferenze, che solo col tempo si sono attenuate, senza però scomparire del tutto dalla memoria. «Come siamo riusciti a resistere a tanti disagi e umiliazioni non lo capirò mai», dice un emigrato calabrese nel romanzo di Saverio Strati «Noi Lazzaroni» (1972).
L’espressione di quell’immigrato calabrese, che evoca in primo luogo la condizione migratoria penosa di tanti immigrati, afferma anche una bella verità, perché lascia intendere che gran parte di quelle sofferenze sono state comunque superate. Sta di fatto che, in base alle testimonianze disponibili, la maggioranza delle persone che hanno vissuto quel periodo difficile, sia che risiedano ancora in Svizzera, sia che siano rientrate, non ha rimpianti. Il bilancio è dunque positivo e a confermarlo, come si vedrà appresso, sono soprattutto gli stessi svizzeri.

Il contributo dell’associazionismo
Quanti non hanno conosciuto da vicino esperienze migratorie del tipo appena evocato si chiederanno legittimamente come abbiano fatto centinaia di migliaia di immigrati a superare le difficoltà dovute alla loro condizione migratoria. La risposta non può essere univoca perché ciascun immigrato e ciascuna immigrata ha trovato la propria soluzione. C’è però una risposta che vale certamente per molti, se non per tutti: attraverso l’associazionismo.
Senza voler disquisire in questo contesto della storia, delle finalità, delle caratteristiche, dei meriti ed eventualmente dei demeriti anche solo delle principali associazioni italiane in questo Paese, qualunque storia dell’immigrazione italiana in Svizzera non può trascurare questo capitolo fondamentale. Ricordo solo che soprattutto negli anni Sessanta e Settanta si sono sviluppate all’interno delle grandi comunità italiane innumerevoli associazioni, vecchie e nuove a carattere ricreativo, sportivo, religioso, politico e culturale.
Il fatto che fossero molte e variegate sta a dimostrare che i bisogni erano tanti e diffusi, ma soprattutto che era grande tra gli immigrati italiani il bisogno di superare il disagio dell’isolamento, dell’incomunicabilità, dell’impotenza, della percezione di sentimenti ostili tra la popolazione svizzera e dell’inadeguatezza delle istituzioni ufficiali italiane a risolvere i loro problemi.
Nelle associazioni si sviluppò una sorta di sentimento di appartenenza a una comunità, si sviluppò il dialogo, l’orgoglio di appartenere a una classe sociale non parassitaria ma contribuente e determinante, ancorché priva dei diritti politici. L’associazione era anche il luogo dei dibattiti, dell’apertura al mondo, dell’ascolto e dell’incontro di figure prestigiose della politica, del sindacalismo, del giornalismo, dell’arte. Alcune associazioni ospitarono ambasciatori, ministri, capi di Stato, vescovi, scrittori, premi Nobel.
Senza le associazioni, oggi la collettività italiana presente in Svizzera sarebbe certamente diversa. L’associazionismo ha infatti rappresentato, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, molto di più di quel che può rappresentare oggi qualunque forma di organizzazione professionale o del tempo libero. L’associazione costituiva per moltissimi italiani l’ambiente vitale in cui si poteva «respirare» l’aria nostrana, si potevano «mangiare» prodotti italiani, si poteva «parlare» la nostra lingua, si potevano stringere amicizie, in cui si poteva essere sé stessi.

Le feste e la «dolce vita»
Una delle femifestazioni più seguite in Svizzera e in Italia era
il Festivale della canzone ditaliana di Zurigo (1957-1967)
Più in generale, tuttavia, l’associazione ha costituito una sorta di luogo sicuro in cui si riguadagnava tutta la libertà persa o limitata dalla vita lavorativa e dalle regole della convivenza sociale. Era la libertà di esprimersi come si voleva, di criticare senza correre alcun pericolo, di alzare la voce senza essere richiamati all’ordine, di giocare alla morra senza essere presi in giro, di divertirsi, di organizzare le feste «italiane». Alcune di queste ottennero un successo incredibile, come il Festival della canzone italiana a Zurigo o certe rappresentazioni teatrali a Berna. Per altre manifestazioni, perché le associazioni non disposero mai di ampi locali, ad eccezione della Casa d’Italia di Zurigo, si affittavano sale di  Kursaal, Centro Congressi o di grandi ristoranti.
A distanza ormai di decenni, anche molti svizzeri si rendono conto delle ingiustificate sofferenze procurate agli italiani, ma anche del prezioso contributo d’italianità ch’essi hanno dato all’intera società e che la settimana scorsa un grande quotidiano zurighese ha sintetizzato in due parole: «dolce vita». Del resto, chi ha la possibilità di confrontare gli stili di vita di oggi e di 40-50 anni fa non può non ammettere che gli italiani hanno introdotto in questo Paese non solo la pizza, l’espresso, il cappuccino e la cucina mediterranea, ma nuovi modi di pensare, sperare e sognare, un tipo socialità un po’ chiassosa ma sincera prima quasi inesistente, il passeggio domenicale sfoggiando i vestiti della festa, il bel canto, la passione per le belle auto, la volontà di non arrendersi mai, l’ottimismo, la certezza, più che la speranza, che dopo ogni tempesta torna il sereno, come dice la canzone napoletana O sole mio (n'aria serena doppo na tempesta!) e il sole torna a risplendere (che bella cosa na jurnata ‘e sole) perché ogni giorno «’o sole mio / sta’nfronte a te».

Giovanni Longu
Berna, 15.11.2017

1 novembre 2017

Italiani in Svizzera: 28. Condizioni di vita molto varie nel dopoguerra



Nei precedenti articoli di questa serie si è visto che molti immigrati italiani alloggiavano in condizioni disagiate, ma spesso migliori di quelle che avevano lasciato in Italia, e che le condizioni di lavoro erano generalmente più dure di quelle degli svizzeri. Si è visto tuttavia che l’emigrato era anche molto condizionato nelle sue scelte dal forte desiderio di risparmio e dalla bassa qualifica professionale che non gli consentivano alloggi migliori e salari più elevati. Alla base delle difficoltà c’era soprattutto lo statuto di «migrante», ossia di chi era chiamato a supplire gli svizzeri che avevano deciso di disertare certi posti e certe posizioni perché ritenute poco rimunerative e poco gratificanti. Con queste premesse è facile concludere che anche le condizioni di vita degli immigrati dovessero essere al di sotto della media (quella costituita dalla grande maggioranza degli svizzeri). Era così?

Impossibile generalizzare
Tra i motivi del disagio di molti immigrati degli anni ’60
e ’70 c’era soprattutto la preoccupazione per la famiglia
Per rispondere a questa domanda mi pare doveroso ricordare che è impossibile generalizzare. L’immigrazione italiana in Svizzera ha avuto infatti fasi molto diverse con protagonisti molto diversi in quadri economici, sociali, culturali e anche giuridici molto differenti. In questa enorme varietà ci sono stati periodi in cui l’immigrato italiano era richiesto, accettato, rispettato e benvoluto, mentre in altri periodi gli immigrati italiani erano spesso malvisti, considerati invasori e osteggiati.
Inoltre, le condizioni di vita sono anche molto soggettive: c’è chi si adatta facilmente e chi tenta di ribellarsi, chi sceglie un tipo di vita e chi la subisce, chi ha un progetto di vita e chi ne ha un altro. Non è mai esistita un’unica categoria di immigrati, anche se tutti avevano in comune di non essere svizzeri, di essere venuti in Svizzera per motivi di lavoro e con la speranza di poter un giorno, il più presto possibile, rientrare nel proprio Paese d’origine.
Dicendo questo potrebbe sembrare che voglia sfuggire alla domanda. Non è così, pur esitando a dare una risposta secca e precisa. Prendendo in considerazione solo i primi decenni del dopoguerra credo che si possa affermare con una certa tranquillità che le condizioni di vita dei primi immigrati italiani, provenienti quasi interamente dal nord, erano generalmente buone, mentre quelle degli immigrati degli anni ’60 e ’70 erano molto spesso peggiori. Con «spesso», «generalmente», voglio dire che anche per gruppi le generalizzazioni sono impossibili, date le moltissime eccezioni.

Alcune distinzioni s’impongono
Un dato demografico aiuta a capire le affermazioni precedenti. Gli immigrati della prima ondata del dopoguerra fino alla metà degli anni ’50 erano soprattutto giovani, che avevano nella mente e nel cuore più ottimismo che rassegnazione, il senso dell’avventura più del senso del dovere, la voglia di vivere e di divertirsi più che l’obbligo (morale) di risparmiare e di fare vita ritirata (anche per non spendere).
Anche dal punto di vista dei rapporti lavorativi i primi immigrati stavano meglio di quelli venuti dopo. I primi erano chiamati, richiesti, per svolgere una funzione ben precisa e ne erano capaci e coscienti, mentre gli immigrati degli anni ’60 e ’70 non vantavano le stesse caratteristiche perché venuti a cercar lavoro, spesso uno qualsiasi, a qualunque condizione e senza una preparazione specifica. Parlando di questi ultimi la letteratura basata su numerosi racconti autobiografici fa pensare a persone frustrate, isolate, discriminate, vittime di soprusi, scoraggiate, in una parola, infelici. Mentre i primi immigrati sapevano condurre una certa vita «mondana», spensierata, i secondi riuscivano a socializzare soprattutto nelle associazioni che cercavano di riprodurre l’ambiente che avevano lasciato emigrando e al quale restavano intimamente legati.
Ha scritto una protagonista di un lungo periodo d’immigrazione, Luisa Moraschinelli, che i primi immigrati qui non venivano nemmeno chiamati «stranieri», ma «erano considerati dei collaboratori e basta. Valutati per quello che sapevano fare e per l'impegno che dimostravano nell'imparare quello che dovevano». In effetti, come risulta anche da rapporti di imprenditori, i lavoratori italiani del dopoguerra provenienti dal nord erano molto apprezzati e godevano del rispetto del padrone e delle maestranze.
Mentre i primi immigrati, in generale, non si lamentavano del lavoro che svolgevano e della vita che conducevano fuori dell’ambiente lavorativo, nei racconti di moltissimi immigrati della seconda ondata emerge il malessere che provavano per il tipo di lavoro svolto, per la frustrazione dovuta all’incomunicabilità con gli svizzeri a causa della lingua, per l’incapacità o impossibilità di godere del tempo libero, se non occasionalmente; un malessere reso ancor più accentuato dalla nostalgia della propria terra, dalla lontananza dagli affetti familiari, dalla tristezza di sentirsi in questo Paese indesiderati e malvisti.
Il disagio di moltissimi immigrati degli anni ’60 e ’70 è innegabile, ma anch’esso riusciva a trovare forme di superamento, come si vedrà nel prossimo articolo.
Giovanni Longu
Berna, 01.11.2017

25 ottobre 2017

Italiani in Svizzera: 27. Condizioni di lavoro: «bocconi amari» e successo



Le condizioni di lavoro degli immigrati, soprattutto di quelli non qualificati, sono generalmente più dure di quelle che devono affrontare gli indigeni. Quasi sempre, infatti, si tratta di attività che questi ultimi non vogliono più svolgere per svariate ragioni, spesso sono anche meno redditizie, più faticose o pericolose. Inoltre, alla lunga, diventa penosa più ancora della pericolosità o della fatica dei lavori svolti, la dipendenza dell’emigrato dal suo datore di lavoro, perché rischia sovente di trasformarsi in discriminazione, arbitrio, angheria (specialmente in mancanza di garanzie legali, contrattuali o sindacali). La storia dell’immigrazione italiana in Svizzera dimostra tuttavia che superare le difficoltà è possibile, ma richiede impegno, costanza e talvolta cambiamento di mentalità. Moltissimi ci sono riusciti.

Quando gli italiani divennero indispensabili
Negli anni '60 e '70 molti italiani erano addetti alle fonderie.
I primi immigrati, quelli dell’Ottocento e inizi del Novecento, erano chiamati a svolgere soprattutto attività pesanti e pericolose nel settore delle costruzioni (edilizia e genio civile). Gli incidenti sul lavoro e le morti erano frequenti. I contrasti e gli scontri tra indigeni e immigrati erano costanti. Basti pensare agli attacchi violenti ai lavoratori italiani di fine Ottocento a Berna, Basilea, Zurigo e altrove. Purtroppo anche la popolazione era schierata contro gli immigrati, considerati «invasori», pur sapendo che si ammazzavano di fatica.
Lo Stato italiano cercava di tutelare il lavoro degli emigrati, ma lo faceva con poca convinzione, perché era più interessato alla pace sociale in patria che al benessere di chi l’aveva lasciata. Da parte sua la Confederazione, Paese liberale, si è sempre fidata (troppo) della buona volontà delle parti sociali (imprenditori e sindacati), pur sapendo che le condizioni di lavoro, d’abitazione e di vita degli immigrati spesso non corrispondevano all’«umanità» e agli impegni presi nelle convenzioni bilaterali o internazionali.
Per ottenere condizioni di lavoro più umane e salari più idonei, gli immigrati si son dovuti battere tenacemente, non esitando ad avanzare richieste (pur essendo tutt’altro che facile, per paura dei licenziamenti), organizzare proteste, riunioni sindacali (società di mutuo soccorso) e numerosi scioperi. Non sempre andavano a buon fine, ma sia pure lentamente i miglioramenti arrivarono, anche perché molti datori di lavoro si rendevano conto che senza gli immigrati italiani certe attività si sarebbero fermate.
Dopo le violenze contro gli italiani nel famoso «Italiener-Krawall» nell’estate del 1896 a Zurigo, molti immigrati cercarono di fuggire dalla città. Furono i datori di lavoro a chiamarli indietro mentre si accalcavano alla stazione in cerca di un treno che li portasse lontano. «Abbiamo bisogno di voi», dicevano, «cosa faremo senza il vostro aiuto?». La stagione edilizia era appena iniziata e un blocco dei cantieri avrebbe significato una catastrofe non solo per il settore, ma anche per molti affittacamere, bottegai, ristoratori. Molti italiani tornarono e tanti restarono per sempre (cfr. Fiorenza Venturini, 1976). 

Indispensabili come «braccia», ma «Gastarbeiter», anzi «cìnkali»
Ritenendoli utili e talvolta indispensabili, per certi impieghi molti datori di lavoro preferivano la manodopera italiana a quella locale. Il calcolo era di estrema semplicità: gli immigrati italiani non erano generalmente politicizzati, non creavano problemi, erano più rapidi, più efficaci, rendevano di più e costavano meno degli svizzeri.
Nel 1908, Gazzetta Ticinese, un quotidiano liberale-radicale scriveva: «La ricerca dell'elemento italiano è giustificata dalle doti oramai proverbiali di maggiore energia produttiva e di maggior duttilità, per cui l'operaio italiano rappresenta la macchina umana di maggior rendimento; fatto incontestabile, riconosciuto ed ammesso da tutti, al quale si deve se gli industriali ne tollerano molti difetti e ne sollecitano volentieri l'opera».
Lo stesso giornale citava alcune testimonianze: «Recentemente la Direzione di un importante opificio, la Vetreria di Monthey, si difendeva, sulla Gazzetta di Losanna, dall'accusa di favoritismo verso gli operai italiani con queste parole: “Come potrebbero vivere e sussistere le nostre industrie, le nostre imprese edilizie o d'altro genere se dovessero occupare solo svizzeri?” E l'ufficio d'assistenza del Cantone Argovia scriveva, or non è molto, che senza gli operai italiani non si potrebbe costruire neppure una casa».
Non è certo un grande riconoscimento ritenere il lavoratore italiano «la macchina umana di maggior rendimento», ma il paragone indica bene un atteggiamento molto diffuso tra i datori di lavoro svizzeri, che consideravano gli immigrati «macchine» o, come si dirà più tardi «forze di lavoro», «braccia», trascurando quasi del tutto gli aspetti umani. Un atteggiamento che farà dire con tristezza nel 1965 allo scrittore svizzero Max Frisch: «Abbiamo chiamato braccia e sono venuti uomini» e più tardi al politico e scrittore socialista svizzero Dario Robbiani: «Ci chiamavano Gastarbeiter, lavoratori ospiti, ma eravamo stranieri, anzi cìnkali».
In queste espressioni e in questi atteggiamenti è condensata una parte consistente della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera fino a pochi decenni orsono. Eppure, a ben vedere, è soprattutto grazie al lavoro che gli italiani si sono affermati in questo Paese. Già nell’Ottocento, quando gli italiani costituivano un «problema», il lavoro, il buon lavoro serio e coscienzioso, li rendeva utili e spesso indispensabili. Lavorando generalmente a cottimo, producevano più degli altri e, secondo numerose testimonianze, erano anche ben pagati. Quanto bastava, però, per suscitare invidia e odio da parte soprattutto di quegli svizzeri che non reggevano la concorrenza, fino ad arrivare alla degenerazione degli attacchi violenti di Berna (Käfigturmkrawall, 1893) e di Zurigo (Italiener-Krawall, 1896).

Secondo dopoguerra difficile
Nel secondo dopoguerra, con la forte ripresa dell’immigrazione dall’Italia (del nord), il lavoro italiano venne ampiamente riconosciuto dall’economia svizzera. Fino ai primi anni ’60 i datori di lavoro svizzeri erano molto soddisfatti degli italiani, sempre intesi come «macchine di maggior rendimento», anche perché erano giovani e forti e non creavano problemi con figli, famiglie, scuole, proteste, ecc. In seguito la situazione, com’è noto, peggiorò, non solo perché i movimenti xenofobi erano in crescita, ma anche e soprattutto perché, via via che l’immigrazione italiana (ormai prevalentemente dal sud) aumentava, il rendimento diminuiva e cresceva il disagio sociale tra due comunità che non si comprendevano, non si frequentavano e talvolta si odiavano.
Lino Guzzella, un «secondo», pres. del Politecnico fed. di Zurigo
Le condizioni di lavoro erano varie secondo la grandezza dell’impresa, il tipo d’impresa, le esigenze della singola impresa, il luogo di lavoro, il cantiere, la fabbrica, ma soprattutto secondo le competenze professionali dei lavoratori. Molti datori di lavoro cominciavano anche ad avere dubbi sulle capacità di molti operai italiani provenienti dal sud e sulla possibilità di integrarli efficacemente nei processi produttivi. Oltretutto erano preoccupati, in alcune grandi fabbriche, del clima di contestazione che si stava creando ad opera di attivisti di sinistra (comunisti) venuti appositamente dall’Italia.
Sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche i numerosi racconti dei protagonisti (lavoratori, datori di lavoro, capi del personale, sindacalisti) sono difficilmente unificabili, perché esistono troppe differenze tra piccole e grandi imprese, tra imprese con una prevalenza di manodopera estera e imprese con pochi lavoratori stranieri, tra lavoratori italiani provenienti del nord e lavoratori provenienti dal sud Italia, ecc.
Volendo trovare qualche tratto comune, si può ritenere, per esempio, che la stragrande maggioranza dei lavoratori immigrati accettava qualunque lavoro, sia per non rischiare, in caso di rifiuto, di restarne senza e sia perché gli italiani, come scriveva nel 1970 il sociologo Rudolf Braun, «sono venuti da noi per guadagnare e vivono solo per il guadagno. Si può dire a un italiano che deve lavorare fino a mezzanotte; egli lo fa senz’altro perché vede il tornaconto finanziario, ossia il 25 per cento di paga in più per lo straordinario». Molti datori di lavoro se ne approfittavano.
Un’altra caratteristica degli italiani era la disponibilità a rendere di più se ben guidati e premiati (con incentivi in denaro o in carriera), con una differenza: un italiano del nord accettava difficilmente osservazioni sul suo operato ritenendo di saper far bene quel che faceva; un italiano del sud, invece, consapevole della sua impreparazione, era più disposto a lasciarsi guidare e consigliare con la prospettiva di migliorare la sua posizione.

Dal cottimo al lavoro di qualità
Molto spesso i racconti di numerosi italiani contengono queste due osservazioni: il lavoro era molto duro, ma generalmente era svolto senza lamentarsi. Ha scritto una immigrata lucana riferendosi alla situazione vissuta agli inizi degli anni ‘60: «Era un lavoro durissimo, pieno di polvere e in mezzo a un rumore frastornante, ma a me piaceva. […] Per me dura, ma essendo partita da un piccolissimo paese, era tutta un’altra vita con risvolti a suo modo interessanti: anche senza conoscere il tedesco».
Ignazio Cassis, un «secondo», consigliere federale
Dagli anni ’80 in poi la situazione dei lavoratori italiani cominciò a migliorare radicalmente, sia perché i «vecchi» si erano ormai stabilizzati, e sia perché diventavano «attivi» numerosi figli di immigrati del dopoguerra. La seconda generazione aveva superato, nel complesso, le principali difficoltà dei genitori: non aveva particolari problemi linguistici e scolastici e possedeva una formazione professionale «normale» che la metteva al riparo da confronti insostenibili con i coetanei svizzeri.
La diffusione della formazione e della cultura in generale ha fatto sì che sul lavoro da qualche decennio le differenze tra svizzeri e italiani si siano praticamente azzerate o comunque minimizzate. Di fatto oggi gli italiani e gli svizzeri di origine italiana sono presenti in tutti i rami professionali e a tutti i livelli, compresi quelli superiori, anche in politica.
La strada è stata lunga e, per dirla con una lettrice, «quanti bocconi amari abbiamo dovuto mandar giù!», ma a ben vedere, ne è valsa anche la pena.
Giovanni Longu
Berna, 25.10.2017