21 febbraio 2018

Tracce d’italianità nell’agglomerazione di Berna (2a parte)



Nel 1848, quando fu scelta come capitale federale, Berna non era ancora ben collegata col resto del Paese e sufficientemente funzionale per soddisfare le nuove esigenze istituzionali. Per colmare questi due svantaggi la manodopera indigena non era sufficiente e anche Berna, come tutte le altre grandi città svizzere, dovette ricorrere all’ausilio di manodopera estera. Gli italiani, dei quali si conosceva la bravura, insieme a molti ticinesi, vennero chiamati per dare man forte ai bernesi. Gli italiani accorsero volentieri, svolsero con coscienza e competenza i loro compiti, ma la loro vita da emigrati fu spesso difficile e incompresa. Oggi si è pronti a riconoscere il loro insostituibile contributo.

Gli italiani e il lavoro
Le tracce d'italianità a Berna sono innumerevoli. Qui in Centro
museale Paul Klee dell'architetto genovese Renzo Piano (2005)
Berna fu dapprima collegata col resto del Paese e nell’arco di mezzo secolo si dotò di sedi appropriate per gli organismi federali centrali, ma anche di un’edilizia residenziale corrispondente al suo rango e al rapido sviluppo della sua popolazione (da 29.670 abitanti nel 1850 a 90.937 nel 1910). Nel solo decennio 1889-1899 venne edificato il 34% di tutti gli edifici costruiti nel XIX secolo. Alcuni quartieri furono resi particolarmente accoglienti.
In tutti i grandi cantieri c’erano italiani, per lo più stagionali provenienti dal Nord Italia (Piemonte, Lombardia, Veneto). Le loro prestazioni erano molto apprezzate, anche se non da tutti. Infatti, mentre gli imprenditori avevano una certa predilezione per l’arte muraria degli italiani che lavoravano bene e velocemente (grazie anche all’impiego del mattone, già in uso in Italia), un gruppo di manovali bernesi disoccupati il 19.6.1893 organizzò una rivolta. Insieme ad una folla di sostenitori, si diresse come una furia verso alcuni cantieri nel quartiere nuovo di Kirchenfeld, demolì ponteggi e aggredì gli operai italiani che non erano riusciti a mettersi in salvo. (Su questa rivolta, nota come «Käfigturmkrawall», cfr. http://disappuntidigiovannilongu.blogspot.ch/2012/05/quanta-italianita-ce-berna-3a-parte.html).

Stabilizzazione grazie al lavoro in fabbrica
Berna comunque continuò a svilupparsi con nuove infrastrutture (ferrovie, tram, ponti), nuovi quartieri (Kirchenfeld, Felsenau, Neufeld, Muesmatt, Lorraine, Wyler), nuovi edifici industriali, commerciali e residenziali. Nascevano anche sempre nuove industrie che assorbivano molta manodopera straniera anche italiana, non più stagionale ma stabile. Tra le ditte più longeve, in cui hanno lavorato migliaia di italiani, si possono ricordare la Spinnerei (filanda) di Felsenau (1864), la Wander (1865), la fabbrica di conserve Véron (1889) in Weyermannshaus, la Gfeller (1896), la Tobler (1899), la Von Roll (1900), la Zent (1900), la Wifag (1900), l’Hasler (1900), e numerose altre. C’era persino una fabbrica di automobili, la Berna (1900).
Anche la collettività italiana era in continua crescita (nel 1910 contava già circa 2000 persone), interrotta con lo scoppio della prima guerra mondiale, ma ripresa alla grande dopo la seconda. Poiché c’erano anche molte giovani donne sole, nell’immediato dopoguerra, alcune grandi aziende costruirono o adattarono strutture (convitti) accoglienti dove potessero alloggiare e trascorrere il tempo libero. Di una di esse, appartenente alla ditta Véron, si parla nel libro di ricordi di Luisa Moraschinelli, L’albero che piange (1994).

Associazioni e diffusione dell’italiano
Nel 1970 c’erano nell’agglomerazione di Berna oltre 16.000 italiani, concentrati in alcuni quartieri, ma senza costituire mai dei ghetti. La loro organizzazione era ben strutturata in associazioni di ogni genere, scuole italiane, squadre di calcio, negozi, ristoranti, ecc.
Casa d'Italia di Berna
Due istituzioni, la Missione cattolica e la Casa d’Italia, erano i principali punti di riferimento. Alla prima si ricorreva non solo per l’assistenza spirituale, ma spesso anche per quella materiale, come cercare lavoro, preparare pratiche, compilare domande e formulari e persino scrivere lettere ai familiari in Italia. La MCI assicurava inoltre la scuola dell’infanzia ed elementare ai bambini dei genitori che pensavano a un prossimo rientro in Italia. Disponeva inoltre di un ristorante frequentato anche dagli svizzeri. La Casa d’Italia era invece la sede principale della collettività italiana per incontri, convegni, dibattiti, assemblee, feste, e naturalmente per consumare pasti caldi e abbondanti. Alla Casa d’Italia gli italiani di Berna incontrarono nel 1981 il presidente della Repubblica Sandro Pertini.
In quegli anni, racconta Moraschinelli, «la lingua italiana risuonava quasi al pari del tedesco: per le strade, sugli autobus, ovunque oltre che all’interno delle fabbriche e dei caseggiati». Effettivamente, grazie agli immigrati dei primi decenni del dopoguerra, la lingua italiana riuscì a superare nel 1970 la massa critica del 10 per cento, che purtroppo non si è riusciti a conservare. L’italiano è comunque ancora oggi diffuso in molti ambienti di lavoro, nelle informazioni commerciali, nelle scuole, nei media e nelle comunicazioni informali, magari frammisto al dialetto bernese, tra le seconde e terze generazioni di italiani. 

Passaggio del testimone
A Berna gli italiani della prima generazione hanno lasciato tracce ovunque. Alcune sono evidenti - ad esempio nella città vecchia, nel quartieri di Kirchenfeld, nella Länggasse, a Bümpliz e in alcuni edifici ancora esistenti - spesso si possono solo immaginare, soprattutto quando l’ambiente è stato notevolmente modificato.
Sede della Missione cattolica italiana di Berna
L’eredità principale degli immigrati italiani dei primi decenni del dopoguerra non va tuttavia cercata in tracce materiali più o meno evidenti, perché è soprattutto costituita da valori immateriali non deperibili legati alla lingua e alla cultura italiane, ma anche al carattere delle persone.
Venendo in Svizzera, in quelle valige gonfie tenute strette da cinghie robuste, quegli italiani non portavano solo oggetti di vestiario, generi alimentari e qualche fotografia, come vorrebbe una facile iconografia del povero emigrante. Quelle valige contenevano sempre anche un ricco corredo di
speranze, ambizioni, desiderio di riuscita, coraggio, amore per la propria famiglia, amore per la vita, gioia di vivere, ottimismo.
Non era poco, tanto è vero che questi ingredienti hanno consentito a milioni di immigrati italiani di sopravvivere in un ambiente difficile e talvolta persino ostile, di realizzare almeno in parte i loro sogni, di tirare su famiglie in condizioni spesso dure, di rientrare a testa alta al loro paese d’origine o di restare vicino ai figli per quel senso della famiglia che vuole la vicinanza e la solidarietà intergenerazionale. Quegli ingredienti hanno agito come il lievito nella farina e, oggi lo riconoscono un po’ tutti, hanno contagiato l’intera società svizzera.
Questo corredo-lievito è passato ora come un testimone nella disponibilità delle seconde e terze generazioni di italiani, italo-svizzeri e svizzeri con un’origine migratoria. Spetta a loro tenerlo il più a lungo possibile. Non può e, forse, non deve andare perso. E’ importante che ci riescano.
Giovanni Longu
Berna, 21.02.2018

14 febbraio 2018

Tracce d’italianità nell’agglomerazione di Berna (1a parte)



Berna conta poco più di 142.000 abitanti (oltre 440.000 nell’agglomerazione). E’ una città ricca di storia e di cultura; la sua parte «vecchia» è un gioiello urbanistico iscritto fin dal 1983 nel patrimonio mondiale dell’Unesco. Prima di diventare nel 1848 capitale della Confederazione Svizzera, era già una città ricca e famosa, a capo del Cantone più popoloso, che fino a mezzo secolo prima era stato una delle maggiori potenze territoriali europee. In tutta la sua storia, la sua cultura, l’architettura dei suoi palazzi, i quartieri non è difficile trovare tracce importanti d’italianità.

I Bernesi alla scoperta dell’Italia
Berna, Centro storico, patrimonio mondiale dell'Unesco
Quando venne scelta dai confederati come capitale della nuova Confederazione (1848), Berna contava meno di 30 mila abitanti, ma era tra le città più importanti della Svizzera con una storia e un prestigio di tutto rispetto. Dalla sua fondazione (1191), per secoli si era sviluppata come città-Stato fino a diventare già nel XV e XVI secolo ricca e potente.
Durante tutta la sua storia l’influsso italiano è stato notevole e costante. Era cominciato ben prima dell’arrivo in massa degli immigrati italiani di fine Ottocento e inizio Novecento. E’ significativo che fino alla proclamazione di Berna capitale della moderna Confederazione c’erano molti più bernesi in Italia (737) che italiani in tutto il Cantone di Berna (214).
L’interesse dei bernesi per l’Italia era cominciato molto presto. Meno di un secolo dopo la fondazione della città si sa che alcuni studenti bernesi frequentavano l’università di Bologna. Da allora saranno sempre più numerosi gli studenti e gli studiosi, ma anche i ricchi bernesi che compiranno viaggi di studio e di piacere in Italia, senza dimenticare i viaggi a Roma degli ecclesiastici provenienti dai numerosi conventi di Berna e della regione, allora governati spesso da appartenenti alla ricca nobiltà.

Viaggi di studio e missioni diplomatiche
Per accedere alle più importanti cariche pubbliche, ma anche per esercitare alcune professioni liberali, era indispensabile conoscere il diritto romano, il latino, la cultura classica. Verso la metà del XV secolo sono numerosi i bernesi che si sarebbero potuti incontrare nelle principali città italiane, da Como a Milano, Pavia, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Genova, ecc. Molti di essi erano sicuramente in missione diplomatica perché Berna era allora una potenza territoriale e doveva intrattenere rapporti con tutti gli Stati vicini, anche a sud delle Alpi.
Dalle cronache della città di Berna e dal Dizionario storico della Svizzera, si scopre, per esempio, che il cancelliere della città di Berna Thüring Fricker (1429-1519) ha studiato a Pavia e ha compiuto diverse missioni diplomatiche a Milano e a Roma. Anche il nobile e politico Adrian von Bubenberg (1434-1479), al quale Berna ha dedicato una grande statua vicino alla stazione centrale, ha partecipato a missioni diplomatiche in Savoia.
Konrad von Scharnachtal (1433-1472), un esponente del patriziato di Berna, è addirittura cresciuto alla corte dei Savoia e ha compiuto numerosi viaggi anche in Italia. Ludwig von Diesbach (1452-1527), durante il viaggio di Massimiliano I (1459-1519) a Roma per essere incoronato imperatore, a Pavia fu promosso cavaliere insieme ad altri bernesi. Un altro bernese molto colto, un umanista, che conosceva bene l’Italia era Heinrich Wölfli (1470-1532) che ha lasciato un resoconto del suo viaggio di andata e ritorno a e da Gerusalemme passando attraverso diverse città italiane (Como, Milano, Pavia, Venezia, Roma, Ferrara). Un altro influente personaggio, Johannes Armbruster (1478-1508), noto anche col nome latino Balistarius), membro del Gran Consiglio bernese, svolse importanti missioni diplomatiche in Italia per appianare divergenze con Venezia.

Reminiscenze e racconti di viaggi
Questi personaggi, e sicuramente molti altri, riuscivano a cogliere gli aspetti più significativi dell’Italia umanistico-rinascimentale e a restarne impressionati. E’ impensabile che la loro esperienza politica, culturale o artistica non ne fosse influenzata. Di fatto, in numerosi discorsi pubblici del XV secolo non è raro incontrare riferimenti a Cicerone, Cesare, Tacito, Catone e altri personaggi della latinità. Inoltre i fatti parlano chiaro. In quel periodo, e anche in seguito, il Rinascimento italiano fu fonte di inesauribile ispirazione nell’abbellimento della città, dalle fontane del centro storico al Palazzo federale (al riguardo rimando a precedenti articoli intitolati «Quanta italianità c’è a Berna» e consultabili nel blog: http://disappuntidigiovannilongu.blogspot.ch/).
Berna, centro storico: Kramgasse
L’immagine dell’Italia non era tuttavia affidata solo ai ricordi di viaggio, di studio o di inviati diplomatici. Moltissimi svizzeri e molti bernesi si trovarono infatti in Italia per ragioni militari, come soldati mercenari e dal 1506 anche come «guardie pontificie». Del resto i papi e cardinali del tempo dovevano conoscere bene Berna se, nel 1463, ben sette cardinali romani concessero indulgenze ai fedeli che avessero visitato la cattedrale di Berna, dedicata a San Vincenzo di Saragozza, il giorno della festa del santo e avessero lasciato doni in denaro.
Non solo la Stato pontificio, ma tutti gli Stati italiani di allora ambivano a poter disporre di truppe svizzere, anche se non tutti potevano permettersele. Tra l’altro, gli svizzeri vi andavano volentieri non solo per il soldo, la paga che ricevevano, ma anche perché là si mangiava bene e si beveva vino. In generale, l’Italia appariva come un Paese delle meraviglie e, probabilmente, in seguito alle descrizioni che ne venivano fatte al loro rientro in patria, persino ai contadini bernesi appariva come un paese da sogno.

Continuità di rapporti anche durante la Riforma
Dopo la sconfitta di Marignano (1515), per qualche critico l’Italia divenne una specie di Paese maledetto, il Paese del disastro, perché nell’immaginario collettivo quella sconfitta ha rappresentato per molto tempo il crollo del mito dell’imbattibilità degli svizzeri dai tempi di Giulio Cesare.
Tuttavia, anche dopo la Riforma (introdotta a Berna nel 1528) i rapporti con l’Italia, sebbene meno frequenti restarono continui e importanti. Per esempio Albrecht von Haller (1708-1777), grande studioso bernese, intratteneva una intensa corrispondenza con studiosi italiani. Nel 1765 il celebre giurista milanese Cesare Beccaria (1738-1794), autore del trattato «Dei delitti e delle pene» ricevette il Premio della «Société des Citoyens» di Berna. Il patrizio bernese Karl Viktor von Bonstetten (1745-1832) scoprì l’italianità dapprima attraverso alcuni viaggi nei «territori italiani» a sud delle Alpi e poi direttamente durante un lungo viaggio attraverso l’Italia (1773-74) e a Roma e dintorni (1802-03). I suoi racconti di viaggio erano molto apprezzati.
Il periodo della Riforma è anche quello in cui arrivarono in Svizzera molti perseguitati italiani per motivi religiosi. Per lo più trovavano rifugio a Ginevra, Basilea o Zurigo, ma qualcuno arrivò anche a Berna. Per esempio, Fortunato Bartolomeo de Felice (1723-1789) che, convertitosi alla Riforma, divenne uno dei principali illuministi bernesi insieme a Vincenz Bernhard von Tscharner (1728-1778).
Ci fu anche qualche cittadino bernese che fece il percorso inverso, come Niklaus Albert von Diesbach (1732-1798), già membro del Consiglio di Berna e maggiore nel reggimento svizzero a Torino, protestante, si convertì al cattolicesimo e divenne precettore del futuro re di Sardegna Vittorio Amedeo III (1726-1796) e in seguito gesuita e missionario fra l’altro in Svizzera.

I primi immigrati italiani
Scena della "Danza macabra" di Niklaus Manuel.
Non è dato sapere quando sono giunti a Berna i primi immigrati per motivi di lavoro, ma è probabile che fin dal Medioevo qualche commerciante piemontese o lombardo si sia spinto fino a Berna. Ci furono tuttavia almeno due immigrati che meritano di essere qui ricordati. Uno era Bartolomeo May (1446-1531), capostipite di una ricca famiglia patrizia bernese, proveniente dalla regione di Como. Verso la fine del XIV secolo ottenne la cittadinanza, venne ammesso nella corporazione dei pellicciai, entrò nel Gran Consiglio e avviò insieme ai figli importanti attività commerciali. L’altro era Niklaus Manuel (1484-1530), di origine piemontese. Suo nonno, commerciante di tessuti e di spezie, era giunto a Berna da Chieri, vicino a Torino, verso il 1460. Suo figlio, padre di Manuel, aveva sposato la figlia di quel Thüring Fricker, influente cancelliere della città di cui si è fatto cenno prima.
Niklaus Manuel, dopo essere stato per qualche tempo mercenario, politico e diplomatico, divenne famoso soprattutto come pittore, ma anche come critico del servizio mercenario e della decadenza morale della Chiesa e della società. E’ considerato per questo da alcuni studiosi una delle personalità più incisive della Svizzera alla soglia dell’era moderna. La sua notorietà è legata soprattutto alla monumentale «Danza macabra» che dipinse nel 1516-19 sulle mura del cimitero del convento dei domenicani di Berna e che, secondo alcuni studiosi, ha avuto un influsso forse determinante sulla Riforma.
Sicuramente i May e i Manuel non furono gli unici italiani a emigrare a Berna prima dell’Ottocento; ma sarà solo verso la fine del XIX secolo che gli italiani cominceranno ad arrivare in gran numero, addetti dapprima quasi esclusivamente all’edilizia,
successivamente anche all’industria. Nel 1850 vennero censiti nel Cantone di Berna solo 214 italiani, di cui 195 «sardi» (savoiardi). (Segue)
Giovanni Longu
Berna 14.02.2018

7 febbraio 2018

Tracce d’italianità nell’agglomerazione di Ginevra



Ginevra è la seconda città svizzera per numero di abitanti (circa 200.000 abitanti; 600.000 considerando l’agglomerazione), la seconda piazza finanziaria, il secondo polo culturale della Svizzera, tra i più dinamici e innovativi del mondo, la città più cosmopolita della Svizzera, non solo perché ospita numerose istituzioni internazionali, ma anche perché è il risultato di influssi di popolazioni diverse. Ancora oggi Ginevra è tra le metropoli svizzere quella con la più alta percentuale di stranieri (41%), quasi la stessa che aveva nel 1910 (42%). Il gruppo straniero più numeroso è da sempre quello francese, ma è seguito a poca distanza da quello italiano, costituito oggi da circa 40 mila persone (in parte con la doppia nazionalità). Il suo contributo allo sviluppo della città è stato nei secoli notevole.

Dalle origini al Principato vescovile
Ginevra, cattedrale di Saint-Pierre
La regione di Ginevra, situata all'estremità sud occidentale del Lago Lemano, è stata lungamente contesa dapprima dai Romani, poi dai Burgundi, dai Franchi, dagli imperatori del Sacro Romano Impero (Corrado II), dai duchi di Savoia, prima di trovare una forma di sostanziale indipendenza dal 1124 nel Principato vescovile e dal 1536 nella Repubblica di Ginevra. I vari influssi hanno inciso profondamente sul carattere della città e dei suoi abitanti, fieri di far parte della «Repubblica e Cantone di Ginevra», ma anche aperti al mondo. Oggi Ginevra ospita numerose organizzazioni internazionali, quali la principale sede europea delle Nazioni Unite (ONU), la sede del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e della sanità (OMS), ecc.
L’origine romana della città è testimoniata non solo dal nome Genava (civitas Genavensium), che dettero i Romani a un preesistente insediamento celtico (da cui derivò probabilmente il nome), ma anche da numerosi reperti ritrovati sulla collina dove sorge oggi la cattedrale di Saint-Pierre. Anche Ginevra, infatti, come Basilea, si è sviluppata su un sito dove sorgeva l’antico oppidum romano. Quando alla fine del IV secolo il dominio romano venne meno, il Cristianesimo prese il sopravvento in tutta la regione e Ginevra, da civitas romana già sviluppata, assunse una posizione dominante col rango di città episcopale. La cattedrale di Saint-Pierre, in stile romano-gotico, ne fu per quasi un millennio il simbolo più prestigioso.
Sotto il regime del «reverendissimo e temutissimo signor Vescovo, signore di Ginevra» Ginevra si sviluppò non solo in campo religioso (con la creazione di parrocchie, monasteri, abbazie, conventi, chiese), ma anche politicamente (Ginevra divenne un principato vescovile), urbanisticamente (con nuovi palazzi), economicamente (artigianato, commercio) e socialmente (potere crescente della borghesia). 

La partecipazione «italiana» all’ascesa di Ginevra
La partecipazione degli «italiani» (intesi genericamente come provenienti dalla penisola italiana) allo sviluppo della città fu importante e talvolta determinante. Nel XII e XIII secolo Ginevra era già un fiorente centro artigianale, commerciale e finanziario a livello europeo. Quattro volte l’anno si tenevano importanti fiere, che duravano anche 15 giorni e attiravano mercanti e banchieri da tutta l’Europa, molti anche dall’Italia. Alcuni di questi finirono per stabilirsi nella città con proprie sedi (Guadagni, Sassetti, Grasso, Medici, Giustiniani, Grimaldi, Baroncelli, Clerici, ecc.) e crearono importanti reti commerciali e finanziarie, che operavano anche fuori di Ginevra.
I banchieri italiani avevano costituito una corporazione, che impiegava parte dei profitti nel restauro di chiese e una di esse era conosciuta come la Chapelle des Florentins. Del resto, essi figuravano tra i maggiori contribuenti della città e grazie essi Ginevra divenne la piazza finanziaria più importante d’Europa. Non fu tuttavia un periodo tranquillo, perché i duchi di Savoia cercarono in tutti i modi d’imporre il loro dominio su Ginevra. In parte vi riuscirono, quando il duca Amedeo VIII, divenuto papa (1439) con il nome di Felice V, nel 1444 si appropriò del principato vescovile, per consegnarlo praticamente in eredità ai suoi discendenti.
La borghesia di Ginevra, molto attiva e ben organizzata in potenti corporazioni, era comunque decisa a battersi per l’indipendenza. Pur di non cedere alle ambizioni dei Savoia, che intendevano fare di Ginevra la capitale della Savoia, i ginevrini stipularono nel 1526 un trattato di alleanza con i confederati bernesi e friburghesi, che, di fatto, segnò la fine del dominio vescovile e, pochi anni dopo, l’adesione alla Riforma (1535).

Ginevra calvinista rifugio di molti italiani
Finito il dominio del principe vescovo, costretto a lasciare la cattedrale e a ritirarsi (1533) nelle abbazie della Franca Contea, i ginevrini aderirono alla Riforma, avviata dal predicatore Guillaume Farel e consolidata dal grande riformatore Giovanni Calvino, giurista francese giunto a Ginevra nel 1536. La cattedrale di Saint-Pierre venne trasformata in chiesa protestante e dal suo pulpito per 23 anni Calvino lesse e spiegò le Sacre Scritture da lui interpretate. Ginevra divenne la «capitale» della Riforma protestante nella Svizzera francese ed è emblematico che il «Museo internazionale della Riforma» si trovi a pochi metri dalla cattedrale.
Giovanni Calvino (1509-1564)
Nonostante la rigidità della predicazione di Calvino, Ginevra conservò anche nel periodo della Riforma il suo spirito cosmopolita e aperto (sebbene non tollerante). Per questo fu scelta come rifugio da numerosi esuli italiani per motivi religiosi, in fuga dall’Italia per evitare le persecuzioni dell’Inquisizione (Bernardino Ochino da Siena, Giordano Bruno e molti altri). Dopo di loro arrivarono a Ginevra anche commercianti, farmacisti, artigiani e, «benché nella seconda metà del XVI secolo la colonia italiana rappresentasse appena i 6% del totale della popolazione, essa risultava la forza motrice dello sviluppo commerciale e manifatturiero ginevrino» (Cremonte).
Ben presto gli italiani costituirono una «colonia» (350-400 persone), conducendo una vita autonoma, in un quartiere «italiano», dove sorse anche una chiesa protestante italiana. Sembra che non avessero alcun desiderio d’integrarsi, forse sperando in un prossimo rimpatrio. Per non gravare sull’assistenza pubblica (e correre il rischio di essere espulsi), chi non lavorava in proprio trovava facilmente un’occupazione in una delle tante imprese commerciali e industriali dirette da italiani.
Ci furono tuttavia immigrati facoltosi che, pagando una tassa, ottennero abbastanza facilmente i diritti di cittadinanza e si distinsero come liberi professionisti e imprenditori. Per esempio, i Diodati, i Turrettini e i Calandrini provenienti da Lucca, sono stati all'origine d'importanti attività economiche, come l'industria serica, che portarono a un alto livello molto competitivo. Con la seconda generazione, pienamente integrata e naturalizzata, gli italiani cominciarono ad occupare anche importanti posti pubblici come insegnanti, teologi, notai, ecc. All’università, fondata nel 1559 sotto l’influenza di Calvino, insegnarono Giovanni Diodati (1576-1649), Giulio Pacio (1550-1635) e altri.
La nutrita presenza italiana, molto apprezzata, alimentò negli ambienti colti ginevrini un crescente interesse per l’arte e la cultura italiana. Uno dei ginevrini più legati all’Italia è stato Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi, spesso citato come Simondo (o Sismondo) Sismondi (1773-1842), grande economista, storico e critico letterario, autore di un’accurata Storia delle Repubbliche Italiane dei secoli di mezzo in otto volumi.
Nell’Ottocento, prima dell’ondata di immigrati dall’Italia per motivi di lavoro, erano giunti nella prima metà del secolo numerosi rifugiati politici. Il più celebre è Pellegrino Rossi (1777-1848), giurista di formazione, approdato a Ginevra come profugo politico nel 1815. Ottenuta la cittadinanza nel 1820, entrò nel legislativo cantonale e fu a più riprese delegato alla Dieta federale, l'assemblea che in quegli anni riuniva i rappresentanti dei Cantoni confederati.

Immigrazione nell’Ottocento e inizio Novecento
Negli ultimi decenni dell’Ottocento giunsero invece a Ginevra, come nelle principali città svizzere in fase espansiva, soprattutto immigrati per motivi di lavoro. All’inizio del Novecento erano già molti, tanto da scegliere Ginevra come prima sede dell’Ufficio emigrazione sotto la direzione di Giuseppe De Michelis (1872-1951), attento alle condizioni di vita e di lavoro degli immigrati italiani.
A Ginevra fu fondata nel 1909 anche la Camera di commercio italiana per la Svizzera, che ebbe come primo presidente lo stesso Giuseppe De Michelis. Di recente la Camera di commercio ha organizzato a Ginevra un incontro per imprenditori italiani, segno che l’imprenditoria italiana è ancora molto viva.
Per venire incontro ai problemi spirituali (e sociali) dei numerosi immigrati italiani, nel 1900 era sorta a Ginevra anche una Missione cattolica italiana per opera dei sacerdoti bonomelliani. L’attuale Missione è gestita dal 1942 dai missionari scalabriniani.

Immigrazione recente
Fabiola Gianotti, direttrice gen. del CERN
Parlando di istituzioni, non si può evitare di menzionarne un’altra, internazionale, con sede a Ginevra, in cui l’Italia è sempre stata ben rappresentata, il CERN (Organizzazione europea per la ricerca nucleare). Tra i promotori della sua istituzione ci furono due grandi scienziati italiani: Edoardo Amaldi (1908-1989) e Gustavo Colonnetti (1886-1968). Inoltre, al vertice della prestigiosa istituzione c’è stato dal 1989 al 1994 il Premio Nobel Carlo Rubbia e anche attualmente è rappresentato da una italiana, la scienziata Fabiola Gianotti. Sono inoltre decine i ricercatori italiani che studiano e ricercano al CERN.
Per finire, non credo che sia esagerato affermare che Ginevra è una delle città svizzere che ha assimilato maggiormente elementi del carattere italiano a tal punto da renderla ancora oggi una delle mete più ambite della moderna emigrazione italiana. Gli italiani hanno contribuito attivamente a questo lungo processo di assimilazione e trasformazione, evidenziato anche dall’attuale ripartizione confessionale degli abitanti dell’agglomerazione di Ginevra. Al censimento del 2000 i cattolici risultavano di gran lunga maggioritari (163.197) rispetto ai riformati (72.138).
Giovanni Longu
Berna, 7.2.2018

31 gennaio 2018

Tracce d’italianità nella città di Basilea



Basilea, terza città svizzera per popolazione dopo Zurigo e Ginevra, conta circa 187.000 abitanti. L’agglomerazione in territorio svizzero ne conta circa 540.000. Considerando l'agglomerazione trinazionale (CH-D-F), gli abitanti arrivano a circa un milione. Nel 2016, a Basilea vivevano 8.325 italiani, in aumento rispetto al 2010, quando erano 7.863 e per oltre la metà erano nati in Italia. La presenza italiana a Basilea ha una lunga tradizione e ha segnato alcune tappe fondamentali della sua esistenza e del suo sviluppo. Forse nessun’altra grande città svizzera ha avuto per molti secoli legami così intensi e importanti con Roma. 

Fondazione e sviluppo
Cattedrale di Basilea
In base a numerosi reperti di origine romana ritrovati sul colle (Münsterberg) dove sorge attualmente la Cattedrale, Basilea sarebbe stata fondata verso il 44-43 a.C. da Lucio Munazio Planco, generale romano di Giulio Cesare e governatore delle Gallie (una sua statua si trova nel cortile del Municipio di Basilea). Inizialmente doveva trattarsi solo di una base militare (Castrum), mentre la vera Colonia Augusta Raurica (destinata a diventare la più grande città romana dell’Helvetia) sarebbe sorta poco lontano (oggi Augst) sotto l’imperatore Augusto dopo il 15 a.C.
Il luogo, sulla sponda sinistra del Reno era particolarmente importante in funzione antigermanica, ma ha conservato tutta la sua importanza come centro di transito, di commercio e di cristianità anche durante tutto il Medioevo. Sopravvisse a diverse dominazioni (Alemanni, Franchi, Burgundi), anche grazie all’opera di vescovi intraprendenti, fino all’entrata nel Sacro Romano Impero nel 1006, dopo la morte del re di Germania e d’Italia e imperatore Ottone III di Sassonia (incoronato imperatore nel 996 a Monza). Da allora per Basilea iniziò un lungo periodo di incessante sviluppo anche territoriale fino all’epoca moderna.
Per rafforzare la sua posizione strategica e il controllo del Reno, Basilea si era estesa anche sull’altra riva del fiume (dove si svilupperà la cosiddetta Piccola Basilea, Kleinbasel). Il passaggio da una parte all’altra era assicurato da un ponte fatto costruire nel 1225-26 dal vescovo Heinrich II von Thun. L’intraprendenza di questo ecclesiastico denota chiaramente quanto il potere religioso avesse di fatto assunto anche un reale potere civile e politico. Era cominciata l’era dei vescovi-principi che trasformeranno Basilea in uno Stato vescovile.

Centro di cristianità
Basilea, dopo la dominazione romana, era diventata già dalla seconda metà del IV secolo un importante centro di cristianità e sede vescovile per tutta la regione. Divenne una signoria vescovile solo con la sua integrazione nel Sacro Romano Impero e specialmente, dopo la morte di Ottone III, sotto il suo successore Enrico II detto il Santo (973-1024), anch’egli re di Germania e d’Italia e imperatore (incoronato a Roma nel 1014 da Benedetto VIII). Fu lui, infatti, a far costruire la grandiosa cattedrale (iniziata nel 1019), dotandola di grandi ricchezze e molti privilegi.
Pio II Piccolomini (Pinturicchio)
Un segno dell’importanza assunta dalla cattedrale di Basilea si ebbe nel XV secolo. Dal 1431 ospitò infatti per qualche anno il Concilio di Basilea (proseguito poi a Ferrara e Firenze e terminato a Roma nel 1445) al quale parteciparono vescovi ed esperti provenienti da tutta l’Europa. Uno di questi era l’umanista Enea Silvio Piccolomini, che diventerà dieci anni più tardi (1458) Papa Pio II.
Già in quel periodo, tuttavia, il potere del vescovo e della nobiltà a Basilea era molto contrastato soprattutto dalle varie corporazioni che crescevano via via d’importanza e volevano essere maggiormente rappresentate nel governo della città. Dopo il 1520 i contrasti si fecero sempre più accesi, fino a sfociare nell’adesione alla Riforma (1529), sostenuta dalle corporazioni, con cui la Chiesa fu assoggettata al potere statale. Da quel momento Basilea offrì rifugio, fra l’altro, a numerosi «eretici» perseguitati italiani, fra cui Agostino Mainardi, Pietro Martire Vermigli, Bernardino Ochino, Celio Secondo Curione, ecc.
Dopo la Riforma i cattolici di Basilea Città si ridussero a poche migliaia (3.600 nel 1837); aumenteranno nuovamente solo con l’immigrazione dai Cantoni cattolici e dall’Italia nella seconda metà dell’Ottocento. Nel 1910 erano già oltre 40.000. I contrasti tra cattolici e protestanti erano frequenti, tanto che per i cattolici erano persino proibiti i matrimoni misti. Gli immigrati del secondo dopoguerra, soprattutto gli italiani, hanno ulteriormente modificato il panorama religioso della città. Oggi a Basilea Città i cattolici (19,4%) superano i protestanti (16,7%).

Centro culturale
Uno dei primi atti del Papa Pio II fu l’atto di fondazione dell’Università di Basilea (1459), la prima della Svizzera, che cominciò nel 1460 ad attirare molti professori e studenti provenienti da tutta l’Europa, anche dall’Italia. Grazie all’università, Basilea divenne uno dei centri più importanti dell’Umanesimo. Il personaggio più illustre fu Erasmo da Rotterdam (1466-1536), che aveva studiato in diverse città europee, anche italiane.
Erasmo da Rotterdam
Dai tempi del Concilio e poi soprattutto come centro universitario, Basilea aveva bisogno di molta carta e di tipografie. La stampa con caratteri mobili in piombo era stata da poco inventata in Germania, a Magonza, da Johannes Gutenberg (1450) e dieci anni dopo erano già in attività le prime stamperie a Basilea.
La più antica stamperia, parzialmente ancora in uso, ma adibita soprattutto a museo (Museo svizzero della carta, della scrittura e della stampa), è la PapierMühle fondata nel 1453 da un immigrato piemontese, Antonio Galliciani. Era italiano, di Lucca, anche uno dei grandi tipografi di Basilea all’epoca della Riforma , Pietro Perna (1519-1582), che pubblicò numerose edizioni proibite in Italia per conto di esuli che avevano trovato rifugio a Basilea o in altre città della Svizzera.

Emigrati italiani a Basilea
Il Cantone di Basilea, entrato nella Confederazione nel 1501, nel 1833 si divise in due Semicantoni: Basilea Città e Basilea Campagna. A Basilea Città rimasero poco più di 23.000 persone, ma il loro numero era destinato ad aumentare fortemente nella seconda metà del secolo. Nel 1900 gli abitanti erano già oltre 110.000 e in continua crescita. Circa il 65% dell’incremento demografico era dovuto alle immigrazioni. Lo sviluppo industriale richiamava sempre più stranieri. Molti venivano dall’Italia e, purtroppo, non erano sempre ben visti.
Municipio di Basilea
Come a Zurigo e a Berna, anche a Basilea il principale luogo d’incontro degli italiani, per lo più operai dell’edilizia e del genio civile, era costituito dalla stazione ferroviaria. Agli emigranti italiani era stata riservata una grande sala d’aspetto, concepita come ricovero diurno e notturno, ma secondo le cronache di allora indecente. Per Monsignor Bonomelli, di passaggio a Basilea (1911) era «un grande stanzone tetro, buio, umido.. [che riceveva] luce da tre o quattro aperture a fior di terra, coperte di inferriate».
Inoltre, anche a Basilea, gli italiani, che non riuscivano a comunicare ed entrare in sintonia con la popolazione locale, soprattutto per questioni linguistiche, si concentravano specialmente in alcuni quartieri (Spalenquartier, Rosental, Matthäus), che la polizia individuava spesso come «quartieri italiani» (Italienerviertel, Massen-Quartiere der Italiener). Le loro abitazioni erano generalmente molto povere e spesso fatiscenti, sovrappopolate e insane, costituite da baracche, mansarde, camere in abitazioni private, alloggi collettivi per operai (soprattutto stagionali), pensioni e locande molto modeste e spesso in pessime condizioni igienico-sanitarie.
In queste concentrazioni, gli italiani tendevano (come in tutte le grandi città svizzere) a costituire una sorta di «colonia italiana» in cui cercavano di riprodurre per quanto possibile modi di vivere «all’italiana», suscitando non poche lamentele tra la popolazione svizzera e frequenti interventi della polizia. Questi erano dovuti anche al sospetto che tra gli immigrati si nascondessero attivisti socialisti e anarchici, ritenuti dalle autorità di Basilea intollerabili.

Associazionismo e integrazione
Sul finire dell’Ottocento e inizio Novecento, gli immigrati italiani diedero vita anche a numerose associazioni, specialmente di mutuo soccorso (Anziana, Società muratori italiani, Lega muratori e manovali, Concordia, ecc.), ma anche musicali e filodrammatiche. Un’associazione, piuttosto singolare, la Società per la protezione dei fanciulli italiani, lottava contro lo sfruttamento dei minorenni, spesso reclutati in Italia dagli stessi operai italiani. Fin dal 1900 operava anche l’Opera di assistenza fondata dal vescovo di Cremona monsignor Bonomelli.
Nel 1906, ossia un anno dopo la fondazione del Cooperativo di Zurigo, anche a Basilea nacque una Cooperativa italiana di consumo di Basilea e dintorni con negozi di generi alimentari a buon mercato e un ristorante. Il successo fu enorme.
Con la diminuzione dell’immigrazione italiana in concomitanza della prima guerra mondiale, i vari quartieri «italiani» persero le connotazioni assunte fino ad allora e tenderanno progressivamente a trasformarsi e addirittura a scomparire come tali (per esempio, nel quartiere operaio Matthäus, dove circa un quinto della popolazione era italiana, oggi è meno del 10%).
Dal secondo dopoguerra l’immigrazione dall’Italia è molto cambiata: è diretta soprattutto al lavoro industriale, è generalmente professionalizzata, meglio organizzata e tendenzialmente favorevole (specialmente dagli anni ’70 in poi) all’integrazione. I numerosi matrimoni misti lo confermano: nel 1960 c’erano 1090 coppie sposate con entrambi i coniugi di lingua italiana e 616 matrimoni misti con donne di altra lingua; nel 1970 le coppie monolingui (italiano) erano 3982 e quelle bilingui (marito di lingua italiana) 1020. Inoltre, gli italiani sono presenti ormai in tutte le principali attività economiche, sociali e culturali a tutti i livelli. Il loro contributo è largamente apprezzato.
Giovanni Longu
Berna, 31.01.2018