7 agosto 2014

Le riforme alibi di Renzi


Mentre il governo Renzi sbandiera ai quattro venti le cosiddette riforme istituzionali (di cui nemmeno gli addetti ai lavori conoscono i progetti nel dettaglio e soprattutto nelle implicazioni), l’Italia precipita nuovamente nella recessione. Trovo incomprensibile che finora non si siano affrontate con lucidità, concretezza e determinazione le vere emergenze del Paese, ancora in profonda crisi, come attestato anche dai dati dell’Istat di queste ultime settimane. Stento a capire perché si sia dedicato così tanto tempo alla riforma del Senato senza nemmeno inquadrarla in una riforma più complessa e incisiva dell’intera architettura dello Stato.

Riforme come alibi?
Talvolta ho l’impressione che il difficile processo delle riforme (ridotte per il momento a quella del Senato o poco più) serva più che altro da alibi al Governo incapace di affrontare le vere emergenze economiche e sociali del Paese, soprattutto del Meridione. Dovrebbero bastare le cifre sull'evoluzione negativa del PIL (-0,2% nel secondo trimestre di quest'anno, -0,3% su base annua), sulla disoccupazione giovanile, ancora in crescita, sulla perdita costante di posti di lavoro, sul divario crescente tra Nord e Sud, sull'aggravarsi del rapporto di dipendenza tra anziani e giovani (per la ripresa dell’emigrazione dei giovani), ecc. per provocare un’immediata inversione di rotta sia al Governo che al Parlamento. 
Non mi sembra accettabile, per entrambi, sperare in una ripresa automatica senza fare nulla per provocarla e sostenerla. E’ vero che la ripresa prima o poi arriva, come le stagioni, ma un buon governo deve evitare che arrivi troppo tardi.
A Renzi, che ha voluto sostituirsi a Letta alla guida del Paese, assicurando di fare meglio, andrebbe anche ricordato che finora, in economia, sta facendo peggio del predecessore. E’ ora che si dia una mossa, perché l’Italia è in sofferenza da troppo tempo e agli italiani la riforma del Senato poco importa. Deve anche sapere che se il Paese non cresce con le proprie forze non sarà certamente l’Unione Europea, anche a presidenza italiana, a tirarlo fuori dalla palude. E non faccia troppo affidamento sulla flessibilità perché questa potrebbe contribuire ad aumentare il debito pubblico, che non sarà certo la Banca Centrale Europea a ripagare.

Riforma del Senato: rischi connessi
L’interminabile discussione sulla riforma del Senato, mi sembra il simbolo di questo capovolgimento delle priorità. Per quanto si possa ritenere necessaria l’eliminazione del «bicameralismo perfetto» è difficile sostenerne l’urgenza. Oltretutto sul merito della riforma le obiezioni dei critici non mi sembrano infondate.
Un Senato non elettivo (quindi sostanzialmente composto da nominati) non potrà mai essere rappresentativo della volontà popolare e quindi sarà sempre di rango inferiore alla Camera dei deputati eletti a suffragio universale. Ma un Senato non rappresentativo e privato della capacità legislativa e di controllo del Governo potrebbe diventare uno dei tanti carrozzoni inutili dell’apparato statale. La sua sostanziale ininfluenza significherebbe anche la rinuncia definitiva al federalismo. Nemmeno la Lega Nord sembra rendersene conto. Tanto varrebbe eliminarlo del tutto.

Tutto in nome della governabilità?
Ma forse il governo Renzi, forte di una straordinaria e anomala maggioranza (frutto di una legge elettorale riconosciuta in parte incostituzionale) crede di poter imporre il proprio punto di vista ora o mai più. Per garantire la piena governabilità del Paese, l’obiettivo di Renzi potrebbe essere il governo di un uomo solo al comando, ossia il capo del maggior partito risultante vincitore alle elezioni, che disporrebbe del sostegno incondizionato della Camera dei deputati (grazie al premio di maggioranza attribuito al primo partito eletto secondo la nuova legge elettorale in discussione) e delle principali leve del potere. Ma è quello che vogliono gli italiani?

Giovanni Longu
Berna 7.8.2014

6 agosto 2014

«Il punto di vista svizzero» oggi


La Svizzera si sente talvolta come assediata non da eserciti minacciosi di Stati intenzionati ad aggredirla per impossessarsene, ma da Stati che stentano a capirne le peculiarità storiche e culturali. «Oggi la Svizzera è sotto la pressione dei Paesi vicini, in linea di principio amici, e di organizzazioni internazionali. Le nostre peculiarità sono regolarmente criticate, le nostre leggi decise dal popolo e dai suoi rappresentanti sono nel mirino» (così il consigliere federale Ueli Maurer il 1° agosto 2014).

Ueli Maurer ricorda Carl Spitteler
Persino i capi di Stato dei grandi Paesi vicini in visita ufficiale a Berna non esitano a far capire, ad esempio, quanto sia apparsa sconcertante nell'Unione Europea (UE) la decisione del popolo svizzero di voler gestire autonomamente la questione dell’immigrazione e di voler rinegoziare con l’UE l’accordo sulla libera circolazione delle persone. Ma la Svizzera non si lascia sopraffare e almeno da cent’anni sa di avere un proprio punto di vista e di doverlo sostenere, sempre, anche oggi.
Ueli Maurer ha ricordato nel suo intervento un celebre discorso tenuto a Zurigo il 14 dicembre 1914 dallo scrittore svizzero Carl Spitteler (insignito nel 1919 del premio Nobel per la letteratura), il quale difese con toni vibranti la neutralità svizzera, «il nostro punto di vista svizzero» (unser Schweizer Standpunkt), nei confronti soprattutto dei tedeschi.
Giustificando il caso svizzero, Spitteler ebbe a dire, fra l’altro: «Non abbiamo in comune né il sangue, né la lingua, né una casa regnante che attenui i contrasti e ci riunisca più in alto, non abbiamo neppure una vera e propria capitale. Onde noi abbiamo veramente bisogno di un simbolo che ci aiuti a superare, a trascendere questi elementi di debolezza. Fortunatamente questo simbolo l’abbiamo. Non ho bisogno di nominarvelo: è la bandiera federale».

La Svizzera modello di successo
In oltre 100 cent’anni di storia e di relazioni internazionali, l’identità svizzera è andata rafforzandosi, tanto che da far scrivere nel 1965 al pensatore e scrittore svizzero Denis de Rougemont (1906-1985) un libro intitolato: «La Suisse ou l’Histoire d’un peuple heureux», tradotto anni dopo anche in italiano: «La Svizzera. Storia di un popolo felice».
«Heureux» in francese vuol dire anche «fortunato», ma i risultati raggiunti finora dalla Svizzera non sono stati certamente casuali. Sono frutto di sforzi, di lungimiranza, di scelte coraggiose. Basterebbe ricordare le grandi imprese ferroviarie, stradali, idroelettriche o i grandi investimenti nella formazione e nella ricerca, gli sforzi per salvaguardare la neutralità, l’apertura della Svizzera alla collaborazione internazionale nei settori della pace, dell’aiuto umanitario, nella ricerca scientifica, ecc.
La consapevolezza dei successi raggiunti non dà tuttavia alla testa né fa perdere stimolo alla conquista di nuovi traguardi e all'innovazione, anzi è corroborante non solo per affrontare la pressione internazionale ma anche per sostenere con serenità e determinazione «il punto di vista svizzero». Ne hanno dato prova il 1° agosto scorso, Festa nazionale, tutti i consiglieri federali che sono intervenuti non solo per celebrare i successi del passato, ma anche per affermare la consapevolezza e la volontà di affrontare le difficili sfide attuali e future ispirandosi agli stessi valori e ideali che hanno reso la Svizzera un modello di successo.

L’intervento dei consiglieri federali il 1° agosto
Didier Burkhalter, presidente della Confederazione, non ha dubbi: «la Svizzera è una storia di successo. C’è di che andarne fieri. Tanto più che è utile al mondo». Ancora, «la Svizzera è una storia di successo e continuerà a esserlo fino a quando saprà rinnovarsi, fino a quando rimarrà aperta al mondo e al contempo unica nel suo genere e fino a quando rimarrà giovane».
Il presidente Burkhalter ha ricordato fra l’altro come motivo di ottimismo e di fierezza: l’appartenenza a un Paese che sa offrire «quanto c’è di più importante su questa Terra, ossia prospettive di futuro per i giovani. E oggi come oggi non si può certo dire che accada ovunque». E, rivolto al futuro, ha aggiunto: «essere forti, tracciare la propria strada: ecco la volontà della Svizzera in un mondo sempre più imprevedibile. È questa la volontà che le consente di avere successo. E la Svizzera sta andando proprio bene: fa parte dei Paesi più innovativi e competitivi del mondo».
In sintonia col presidente Burkhalter, anche il consigliere federale Alain Berset ha ricordato che per avere successo nella vita come nell'economia «bisogna sapersi affezionare a un’idea e amare ciò che si fa».
A sua volta, la consigliera federale Doris Leuthard, si è dichiarata «fiera di quanto i nostri antenati hanno fatto di questa Svizzera» e ha proposto a tutti i concittadini una riflessione «sulla strada da percorrere, su come plasmare, insieme, il futuro del nostro Paese, affinché anche le prossime generazioni possano andare fiere delle nostre decisioni, affinché anche in futuro si possa dire di noi “sono stati saggi, hanno agito con lungimiranza”».
Anche la Leuthard non ha esitato a vedere nella formazione una delle chiavi del successo elvetico, invitando a compiere  «quanto è necessario per il nostro futuro: ad esempio un buon sistema educativo, prospettive professionali, sicurezza, infrastrutture e un servizio pubblico al passo con i tempi».
Anche le altre consigliere federali Eveline Widmer-Schlumpf e Simonetta Sommaruga, come pure il consigliere federale Johann Schneider-Ammann, hanno contribuito con i loro interventi a esprimere sotto angolature diverse il punto di vista svizzero, che è quello di un Paese che si sente unito, forte, deciso a difendere le sue peculiarità, ma al tempo stesso aperto al dialogo e al mondo.

Giovanni Longu
Berna, 6.8.2014

Italia: Riforme, alibi o ambizione sfrenata?


Ho l’impressione che in Italia si parli troppo di alcune riforme costituzionali e se ne trascurino completamente altre a mio parere ben più importanti. Trovo soprattutto incomprensibile e pericoloso che non si affrontino prioritariamente, con lucidità, concretezza e determinazione, le vere emergenze del Paese, ancora in profonda crisi.
Francamente stento a capire perché si dedichi così tanto tempo alla riforma del Senato senza nemmeno inquadrarla in una riforma ben più consistente dell’intera architettura dello Stato in senso presidenziale o semipresidenziale, col rafforzamento della democrazia e delle autonomie locali in senso federalistico, accorpando eventuali Regioni, e rendendo più equilibrato ed efficiente il rapporto centro-periferia.

Riforme come alibi?
Talvolta ho l’impressione che il difficile processo delle riforme costituzionali (ridotte per il momento a quella del Senato) serva più che altro da alibi al Governo incapace di affrontare le vere emergenze del Paese, soprattutto del Meridione. Dovrebbero bastare le cifre sull'evoluzione negativa del PIL (-0,2% nel secondo trimestre di quest'anno), sulla disoccupazione giovanile, ancora in crescita, e sulla perdita costante di posti di lavoro per provocare un’immediata inversione di rotta sia al Governo che al Parlamento. Non mi sembra accettabile, per entrambi, sperare in una ripresa automatica senza fare nulla per provocarla e influenzarla.
Sono convinto che se il Paese non cresce con le proprie forze (comprese quelle imprenditoriali, finanziarie e sindacali) non sarà certamente l’Unione Europea (UE) a presidenza italiana a trainarlo. Se si continua, come si sta facendo, ad aumentare il debito pubblico (in nome di una mal’intesa flessibilità), non sarà certo la Banca Centrale Europea (BCE) a farsene carico. Se non si taglia la spesa pubblica che continua a crescere, le risorse disponibili per alleviare il disagio (estensione della platea dei beneficiari dei famosi 80 euro) e incentivare la crescita saranno sempre più insufficienti. Se non viene bloccata la fuga all’estero dei cervelli e dei giovani perché in Italia non trovano prospettive per la loro formazione e il loro futuro professionale si rischia di sconvolgere la demografia di intere regioni e aggravare fino a renderlo insostenibile il rapporto di dipendenza tra anziani e giovani.
Quest’ultimo aspetto mi sembra particolarmente drammatico nel Mezzogiorno, dove la formazione è sterile, senza sbocchi nel contesto locale, e l’occupazione si riduce sempre più in quantità e qualità. Anche a livello nazionale dovrebbe far riflettere la statistica di Eurostat secondo cui, mentre nei Paesi dell’UE il tasso di occupati nazionali (68,9%) supera di gran lunga quello degli stranieri, in Italia è occupato il 59,3% degli italiani, ma il 60,1% degli stranieri non europei e il 65,8% degli stranieri provenienti dall’UE.

Riforma del Senato: rischi connessi
L’interminabile discussione sulla riforma del Senato, mi sembra il simbolo di questo capovolgimento delle priorità. Per quanto si possa ritenere necessaria l’eliminazione del «bicameralismo perfetto» è difficile sostenerne l’urgenza. Inoltre, l’insistenza con cui il Governo ha preteso la non elezione diretta dei senatori mi appare molto sospetta.
Un Senato non elettivo (quindi sostanzialmente composto da nominati) non potrà mai essere rappresentativo della volontà popolare e quindi sarà sempre di rango inferiore alla Camera dei deputati eletti a suffragio universale. Ma un Senato non rappresentativo e privato della capacità legislativa e di controllo del Governo potrebbe apparire ed essere uno dei tanti carrozzoni inutili dell’apparato statale. Tanto varrebbe eliminarlo del tutto.
Conservando un Senato sia pure ridotto a 100 membri (auspicabile) ma senza poteri si rischia di far scomparire in Italia non solo il bicameralismo perfetto, ma semplicemente il bicameralismo, presente in buona parte degli Stati moderni comparabili per grandezza e complessità con l’Italia. La sua sostanziale ininfluenza significherebbe anche una rinuncia definitiva al federalismo. Nemmeno la Lega Nord sembra rendersene conto.
 In oltre 150 anni di storia unitaria dell’Italia il divario regionale e tra le grandi aree geografiche del Nord, del Centro e del Sud non solo non è scomparso, ma rischia di accrescersi ulteriormente.
Una forma di decentramento e di autonomie regionali o per grandi aree potrebbe essere almeno tentata. Una riforma del Senato in senso federale avrebbe potuto rappresentare un buon segnale in questa direzione. Forse sarebbe stato meglio, in questo momento, fare una miniriforma riducendo il numero dei parlamentari, deputati e senatori, eliminando alcuni compiti del Senato e attribuendogliene altri, come avviene in tutti i Paesi che hanno un Senato accanto alla Camera del popolo.

Tutto in nome della governabilità?
Ma forse il governo Renzi, forte di una straordinaria e anomala maggioranza (frutto di una legge elettorale riconosciuta in parte incostituzionale) crede di poter imporre il proprio punto di vista ora o mai più. Per garantire la piena governabilità del Paese, l’obiettivo di Renzi potrebbe essere il governo di un uomo solo al comando, ossia il capo del maggior partito risultante vincitore alle elezioni, che disporrebbe del sostegno incondizionato della Camera dei deputati (grazie al premio di maggioranza attribuito al primo partito eletto secondo la nuova legge elettorale in discussione) e delle principali leve del potere. Oppure no?
Giovanni Longu
Berna 6.8.2014