In Svizzera, il tema dell’identità nazionale,
della «svizzeritudine», è sempre d’attualità, soprattutto in prossimità della
Festa nazionale del 1° agosto. La Svizzera ha sviluppato nei secoli tante
caratteristiche in campo politico (neutralità), economico (produzione e
commercio), sociale (prosperità diffusa), ma continua ad avere difficoltà di
coesione nazionale. Il 1° agosto appare perciò a gran parte degli oratori
ufficiali un’occasione propizia per cercare di ravvivare la «svizzeritudine»,
ossia quei valori che dovrebbero essere rappresentativi dell’identità e della
coesione nazionale. Un’impresa non certo facile perché coinvolge popolazioni etnicamente,
culturalmente e linguisticamente diverse e, da non sottovalutare, profonde
differenze cantonali.
La Festa nazionale per rafforzare la svizzeritudine

Lo Stato, per gli svizzeri, è ancora
oggi in primo luogo il Cantone. La Camera alta dell’Assemblea federale
(Parlamento) è il «Consiglio degli Stati» (non Senato, com’è denominato
abitualmente altrove) poiché i Cantoni sono considerati veri e propri Stati,
sia pure a sovranità limitata. Le tasse si pagano allo Stato (cioè al Cantone)
e solo in parte alla Confederazione. Lo Stato, cioè il Cantone, amministra la
vita pubblica. E’ comprensibile dunque che ogni cittadino in questo Paese si
senta in primo luogo bernese, ticinese, zurighese, ecc. e poi anche svizzero.
Retaggio di quando i Cantoni erano in competizione, anzi in lotta, tra loro?
Forse, ma anche perché gli svizzeri si sentono ancora diversi tra loro,
pur appartenendo formalmente a un’unica nazione e pur rispettandosi
reciprocamente.
«Svizzeri» per necessità
Gli svizzeri si sentono fortemente svizzeri
soprattutto rispetto agli stranieri. L’idea di celebrare il 1° agosto
(inizialmente con fuochi serali e suoni di campane) e di ravvivare il
sentimento nazionale prese consistenza quando in Svizzera, sul finire
dell’Ottocento, i numerosi stranieri immigrati (soprattutto tedeschi, francesi
e italiani) cominciarono a rappresentare agli occhi di molti svizzeri un
pericolo per l’identità nazionale. Era un’epoca in cui soprattutto tedeschi
e italiani si comportavano come se fossero a casa loro e in cui gli
svizzeri dovevano in qualche modo adeguarsi.
In realtà, tutta la storia dell’identità
nazionale svizzera è caratterizzata dalla necessità di adeguarsi a situazioni
esterne. Le alleanze delle prime popolazioni della Svizzera centrale furono
dettate inizialmente da esigenze strategico-difensive più che da ideali condivisi
e successivamente da necessità politico-economiche. Furono motivazioni
della stessa natura che spinsero i Cantoni primitivi a stringere nuove alleanze,
a conquistare nuove terre, ad occupare i passi alpini e le principali vie del
commercio attraverso le Alpi.
La difesa del territorio e del benessere
raggiunto ha sempre spinto gli svizzeri a restare uniti, anche perché
quando non lo erano conobbero l’umiliazione della sconfitta (a Marignano nel
1515) e dell’occupazione francese (1798). La stessa «neutralità», da cui
la Svizzera trarrà enormi benefici, fu imposta dalla grandi potenze, obbligando
in qualche modo gli svizzeri a comportarsi in maniera unitaria rispetto agli
altri Stati.
«Svizzeri» per volontà
L’identità nazionale svizzera non è tuttavia
riconducibile alla sola paura o costrizione esterna. Essa è soprattutto frutto
della volontà degli svizzeri di stare e svilupparsi insieme. Le dure
prove delle due guerre mondiali hanno contribuito a rafforzare in loro non solo
il senso dell’unità del territorio, da difendere incondizionatamente, ma anche
il sentimento di appartenenza ad un’unica nazione. Insieme hanno rafforzato la
convivenza pacifica, il rispetto reciproco, la coesione e la solidarietà tra i
confederati; le leggi e una sostanziale buona amministrazione hanno sviluppato
ovunque caratteristiche e valori comuni come l’attaccamento al lavoro,
l’intraprendenza, il rispetto delle istituzioni, l’importanza della formazione,
la pragmaticità delle decisioni, la democrazia diretta, ecc.
Eppure, a mio parere, resta ancora molto da
fare. Numerose votazioni mettono bene in evidenza i divari tra città e
campagna, tra regioni linguistiche, tra forze conservatrici e forze aperte
all’accoglienza e all’integrazione. Persino l’elezione di un consigliere
federale sembra mettere più in luce le differenze esistenti che
l’esigenza di un governo autorevole e sensibile alle esigenze dei cittadini.
Trovo perciò giusto che il 1° agosto continui
a ricordare il passato, ma dovrebbe essere celebrato anche come un monito per
il futuro, perché il cammino dell’integrazione, della solidarietà e della
coesione non è finito.
Giovanni Longu
Berna, 26.07.2017
Berna, 26.07.2017
Nessun commento:
Posta un commento