6 agosto 2014

Italia: Riforme, alibi o ambizione sfrenata?


Ho l’impressione che in Italia si parli troppo di alcune riforme costituzionali e se ne trascurino completamente altre a mio parere ben più importanti. Trovo soprattutto incomprensibile e pericoloso che non si affrontino prioritariamente, con lucidità, concretezza e determinazione, le vere emergenze del Paese, ancora in profonda crisi.
Francamente stento a capire perché si dedichi così tanto tempo alla riforma del Senato senza nemmeno inquadrarla in una riforma ben più consistente dell’intera architettura dello Stato in senso presidenziale o semipresidenziale, col rafforzamento della democrazia e delle autonomie locali in senso federalistico, accorpando eventuali Regioni, e rendendo più equilibrato ed efficiente il rapporto centro-periferia.

Riforme come alibi?
Talvolta ho l’impressione che il difficile processo delle riforme costituzionali (ridotte per il momento a quella del Senato) serva più che altro da alibi al Governo incapace di affrontare le vere emergenze del Paese, soprattutto del Meridione. Dovrebbero bastare le cifre sull'evoluzione negativa del PIL (-0,2% nel secondo trimestre di quest'anno), sulla disoccupazione giovanile, ancora in crescita, e sulla perdita costante di posti di lavoro per provocare un’immediata inversione di rotta sia al Governo che al Parlamento. Non mi sembra accettabile, per entrambi, sperare in una ripresa automatica senza fare nulla per provocarla e influenzarla.
Sono convinto che se il Paese non cresce con le proprie forze (comprese quelle imprenditoriali, finanziarie e sindacali) non sarà certamente l’Unione Europea (UE) a presidenza italiana a trainarlo. Se si continua, come si sta facendo, ad aumentare il debito pubblico (in nome di una mal’intesa flessibilità), non sarà certo la Banca Centrale Europea (BCE) a farsene carico. Se non si taglia la spesa pubblica che continua a crescere, le risorse disponibili per alleviare il disagio (estensione della platea dei beneficiari dei famosi 80 euro) e incentivare la crescita saranno sempre più insufficienti. Se non viene bloccata la fuga all’estero dei cervelli e dei giovani perché in Italia non trovano prospettive per la loro formazione e il loro futuro professionale si rischia di sconvolgere la demografia di intere regioni e aggravare fino a renderlo insostenibile il rapporto di dipendenza tra anziani e giovani.
Quest’ultimo aspetto mi sembra particolarmente drammatico nel Mezzogiorno, dove la formazione è sterile, senza sbocchi nel contesto locale, e l’occupazione si riduce sempre più in quantità e qualità. Anche a livello nazionale dovrebbe far riflettere la statistica di Eurostat secondo cui, mentre nei Paesi dell’UE il tasso di occupati nazionali (68,9%) supera di gran lunga quello degli stranieri, in Italia è occupato il 59,3% degli italiani, ma il 60,1% degli stranieri non europei e il 65,8% degli stranieri provenienti dall’UE.

Riforma del Senato: rischi connessi
L’interminabile discussione sulla riforma del Senato, mi sembra il simbolo di questo capovolgimento delle priorità. Per quanto si possa ritenere necessaria l’eliminazione del «bicameralismo perfetto» è difficile sostenerne l’urgenza. Inoltre, l’insistenza con cui il Governo ha preteso la non elezione diretta dei senatori mi appare molto sospetta.
Un Senato non elettivo (quindi sostanzialmente composto da nominati) non potrà mai essere rappresentativo della volontà popolare e quindi sarà sempre di rango inferiore alla Camera dei deputati eletti a suffragio universale. Ma un Senato non rappresentativo e privato della capacità legislativa e di controllo del Governo potrebbe apparire ed essere uno dei tanti carrozzoni inutili dell’apparato statale. Tanto varrebbe eliminarlo del tutto.
Conservando un Senato sia pure ridotto a 100 membri (auspicabile) ma senza poteri si rischia di far scomparire in Italia non solo il bicameralismo perfetto, ma semplicemente il bicameralismo, presente in buona parte degli Stati moderni comparabili per grandezza e complessità con l’Italia. La sua sostanziale ininfluenza significherebbe anche una rinuncia definitiva al federalismo. Nemmeno la Lega Nord sembra rendersene conto.
 In oltre 150 anni di storia unitaria dell’Italia il divario regionale e tra le grandi aree geografiche del Nord, del Centro e del Sud non solo non è scomparso, ma rischia di accrescersi ulteriormente.
Una forma di decentramento e di autonomie regionali o per grandi aree potrebbe essere almeno tentata. Una riforma del Senato in senso federale avrebbe potuto rappresentare un buon segnale in questa direzione. Forse sarebbe stato meglio, in questo momento, fare una miniriforma riducendo il numero dei parlamentari, deputati e senatori, eliminando alcuni compiti del Senato e attribuendogliene altri, come avviene in tutti i Paesi che hanno un Senato accanto alla Camera del popolo.

Tutto in nome della governabilità?
Ma forse il governo Renzi, forte di una straordinaria e anomala maggioranza (frutto di una legge elettorale riconosciuta in parte incostituzionale) crede di poter imporre il proprio punto di vista ora o mai più. Per garantire la piena governabilità del Paese, l’obiettivo di Renzi potrebbe essere il governo di un uomo solo al comando, ossia il capo del maggior partito risultante vincitore alle elezioni, che disporrebbe del sostegno incondizionato della Camera dei deputati (grazie al premio di maggioranza attribuito al primo partito eletto secondo la nuova legge elettorale in discussione) e delle principali leve del potere. Oppure no?
Giovanni Longu
Berna 6.8.2014


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