18 ottobre 2017

Italiani in Svizzera: 26. Condizioni d’abitazione molto varie negli anni '50-70



Le condizioni d’abitazione degli immigrati (italiani) in Svizzera hanno provocato qui e in Italia molti dibattiti, alcune volte avviati da specifiche denunce di abusi e violazioni dei regolamenti, altre volte da presunzioni di abusi, sfruttamento, discriminazione della manodopera estera. Nella letteratura sull’emigrazione, in generale, è stata operata un’azione inaccettabile di enfatizzazione degli aspetti più negativi, per di più generalizzandoli, senza alcun serio tentativo di un’analisi obiettiva della situazione, senza riferimenti a dati statistici ufficiali e senza tener conto di descrizioni di segno positivo.

La situazione riguardante le baracche
Anzitutto è fondamentale distinguere le abitazioni degli stagionali vicino ai cantieri (in prevalenza baracche) dalle abitazioni dei dimoranti annuali o domiciliati nei centri abitati. I problemi infatti erano molto diversi. Basti pensare che le baracche erano ritenute per loro natura provvisorie, quindi destinate ad essere demolite o smontate e portate eventualmente altrove una volta chiuso il cantiere, mentre le abitazioni dei centri abitati erano in muratura e quindi stabili.
Il sogno di molti immigrati degli anni '50-70 del secolo scorso
Nella concezione delle baracche al primo posto veniva la funzionalità, non il confort. Esse dovevano soddisfare i bisogni essenziali dei lavoratori per un periodo ritenuto sempre limitato ed era certamente nell’interesse del datore di lavoro offrire ai propri dipendenti condizioni abitative dignitose e soddisfacenti, anche per evitare lamentale, reclami e ispezioni degli ispettorati del lavoro. Era inoltre impensabile che gli alloggi degli stagionali si trovassero troppo distanti dai cantieri e dai luoghi di lavoro, per cui era inevitabile che soprattutto gli stagionali addetti all’edilizia e al genio civile alloggiassero in baracche, come del resto avveniva in tutti i Paesi europei d’immigrazione.
Non va neppure sottovalutato il fatto che le baracche offrivano anche notevoli vantaggi agli utilizzatori. Per esempio, essendo vicine ai cantieri, facevano risparmiare tempo e denaro per recarsi al lavoro. Inoltre, esse erano relativamente a buon mercato, rispetto agli affitti di un appartamentino proprio. Un immigrato italiano raccontava, presumibilmente agli inizi degli anni ’70, che la stanza in cui erano sistemati 5 letti era abbastanza grossa e pagava, vitto e alloggio, 300 franchi al mese; ne guadagnava 7.70 l’ora. 

Baracche e confort
Il confort delle baracche del dopoguerra era sicuramente superiore a quello d’inizio secolo, soprattutto riguardo alle condizioni igieniche, alla disponibilità di servizi sanitari, al riscaldamento. E’ probabile tuttavia che gli alloggi dei primi immigrati ne fossero ancora carenti. La «qualità» delle abitazioni degli stagionali cominciò a migliorare con l’entrata in vigore (15 luglio 1948) del primo Accordo d’immigrazione tra la Svizzera e l’Italia. Infatti le richieste di lavoratori italiani, inoltrate ai Consolati e alla Legazione d’Italia in Berna (elevata nel 1953 al rango di Ambasciata) dovevano contenere «indicazioni precise sulla natura dell’impiego, il genere e la qualificazione della mano d’opera desiderata, le condizioni di lavoro, di retribuzione, di alloggio e di sussistenza» (art. 6). Dunque, tanto la Legazione quanto i diretti interessati potevano conoscere in anticipo le condizioni d’abitazione.
Una volta sul posto, se i connazionali trovavano la baracca o altro tipo di alloggio non idoneo, avrebbero potuto reclamare tramite il Consolato, il Sindacato o il Patronato, ma raramente lo fecero per paura, per mancanza di sostegno o per ignoranza. In generale, tuttavia, la stragrande maggioranza non aveva motivo di lamentarsi sia perché l’alloggio era quello previsto nel contratto di lavoro e sia perché le alternative erano quasi inesistenti. Chi, per esempio, avrebbe potuto trovare sul mercato delle abitazioni un alloggio più idoneo e a costi sostenibili? Del resto la maggioranza delle baracche non presentava particolari criticità.

Alcune testimonianze
Scriveva, per esempio, il giornalista Vasco Fraccanelli sul quotidiano socialista Libera Stampa nel 1951 sulle baracche del cantiere della Maggia, nel Ticino: «Sopra un pianoro […] è stato costruito un paesino di baracche. Ma intendiamoci, baracche in ordine col pianterreno rialzato in sasso e il piano di sopra in legno ben immaschiato, tanto che da una tavola all'altra non passa il ben che minimo filo d'aria. Lucide e pulitissime, sia all'interno sia all'esterno. Le finestre sono ampie e munite da gelosie, così queste casette ti sembrano più dei veri e propri «chalets», piuttosto che delle baracche…».
Dieci anni più tardi, nel 1961, un altro cronista, del Corriere del Ticino, in un servizio sul cantiere della Verzasca, scriveva fra l’altro a riguardo delle baracche che ospitavano al momento 250 persone: «Più che baracche, dovrebbero essere definite casette. […] Servizi igienici e logistici all'insegna della perfezione. Né vien trascurata quella parte di sana ricreazione (un po' di musica, un po' di televisione, tanta radio, lettura, ecc. ecc.) così che si è costruita una baracca appositamente per tale scopo. […] Un bar e un vasto vano sono a disposizione degli operai che, nelle ore libere, frequentano con piacere questo locale, ove c'è di che rallegrare lo spirito, ove mentre tra una discussione e un'altra, si trova il tempo di scrivere a casa.».
L'«Hotel Ritz» della Grande Dixence (1951-1961)...ristrutturato
Per la costruzione della più grande diga della Svizzera, la Grande Dixence (1951-1961), furono predisposte baracche e un grande edificio chiamato allora «Hotel Ritz», che lo scrittore Maurice Zermatten descrisse così: «una costruzione ultramoderna, in alluminio, [che ha ospitato anche più di 1000 operai …] comprende un ristorante, una sala di proiezione per 400 persone, una ricca biblioteca con libri in tedesco, francese e italiano; sale di lettura e di giochi…».
Anche le baracche principali, quelle a valle, del cantiere di Mattmark erano di buona fattura, come ha confermato in più occasioni uno dei sopravvissuti alla disgrazia del 30 agosto 1965, Ilario Bagnariol. Le baracche a valle, dove dormivano e trascorrevano il tempo libero gli operai, disponevano di acqua fredda e acqua calda, servizi igienici, docce, riscaldamento e quanto serviva agli operai durante il tempo libero. Gli alloggi non solo dei dirigenti ma anche quelli delle maestranze erano secondo lui eccellenti, meglio di tanti alberghi. Purtroppo sulla sicurezza di alcune baracche del cantiere situate in prossimità della diga in costruzione non fu fatto abbastanza, diversamente la disgrazia si sarebbe potuta evitare.

Alloggi in città: rari e costosi
La situazione delle abitazioni nelle città era più complessa a causa della penuria di abitazioni, anche per gli svizzeri, ma soprattutto per gli stranieri. Era quasi impossibile, per uno straniero, trovare subito un appartamento a causa dei costi elevati, oltre che per il diffuso clima antistranieri degli anni ’60 e ’70.
Quando nel 1957 l’Unione Sindacale Svizzera (USS) avanzava la prima richiesta di riduzione del numero degli stranieri, uno degli obiettivi era di non aggravare la penuria degli alloggi e frenare l’evoluzione dei salari (inflazione). Per le stesse ragioni nel 1965 presentò un progetto di legge per ridurre gli stranieri a 500 mila e al 10% della popolazione residente.
Quanto alle critiche dell’on. Giuseppe Pellegrino (PCI) del 1963 (cfr. articolo precedente dell’11.10.2017), nella stessa seduta della Camera dei Deputati l’on. Giuseppe Lupis (PSDI), pur riconoscendo la gravità del problema, osservava che alla difficoltà oggettiva di trovare in Svizzera un alloggio più confortevole e al tempo stesso economico si aggiungeva in molti emigrati un «profondo senso del risparmio», che li spingeva a non cercare nemmeno un’altra sistemazione, essendo «l’elemento predominante per i nostri lavoratori […] il desiderio di accantonare, di risparmiare il più possibile per sé e per la propria famiglia, in vista di un ritorno in patria e dell'acquisto di una casa nel proprio paese o città».
Credo che queste parole dell’on. Lupis spieghino in buona parte fenomeni come quelli delle misere condizioni d’alloggio di molti immigrati italiani nei primi decenni del dopoguerra. Tutto il risparmio era finalizzato a mettere insieme un gruzzolo da impiegare al ritorno in Italia. Pertanto era logico risparmiare anche sulle spese d’abitazione. Il ricercatore Lucio Boscardin ha calcolato per il periodo 1946-1959, un tasso di risparmio (tra vitto, alloggio, imposte, assicurazioni, ecc.) tra il 53 e il 63% delle entrate lorde.

Situazione critica dalla metà degli anni ‘60
In base ai dati del censimento della popolazione del 1960, l'Ufficio federale di statistica (UST) affermava che, nel complesso, le condizioni abitative delle famiglie straniere erano simili a quelle delle famiglie svizzere, ma variavano secondo i gruppi nazionali. Per esempio, le famiglie francesi, tedesche e austriache che disponevano di un bagno erano più numerose di quelle svizzere; per quelle italiane era il contrario. Mentre il 64% delle abitazioni degli svizzeri erano dotate di bagno, la percentuale di quelle degli italiani era solo del 36,9% (media 54,1% per l'insieme delle famiglie straniere).
Anche la grandezza dell’abitazione differiva secondo il gruppo nazionale. Riguardo alle abitazioni di grandezza media, austriaci e italiani ne disponevano in una proporzione più elevata che nei loro Paesi d’origine, mentre per i tedeschi era il contrario. Per quanto riguarda le abitazioni grandi, solo gli italiani ne disponevano meno che al loro Paese (spiegazione: le loro economie domestiche in Svizzera erano costituite in maggioranza da giovani). Nel complesso, austriaci, tedeschi e italiani disponevano in Svizzera di abitazioni meglio equipaggiate (bagno, doccia, riscaldamento, acqua corrente) che nei loro Paesi d'origine.
Le considerazioni dell’UST si riferiscono al 1960, quando gli inquilini erano soprattutto immigrati provenienti dal Nord Italia. In seguito, tuttavia, la situazione abitativa degli italiani, andata via via migliorando riguardo alle baracche, ha incontrato nuove difficoltà per quel che riguarda gli alloggi in città, in seguito all’immigrazione di massa prevalentemente dal Sud, ai ricongiungimenti familiari, resi più facili dopo l’Accordo italo-svizzero di emigrazione del 1964, e soprattutto all’accresciuta paura dell’«inforestierimento». Solo negli anni ’80 e ’90 si registrerà un sostanziale miglioramento, ma alcune differenze resteranno a lungo. Per esempio, gli italiani continuano ad abitare in appartamenti a pigione medio-bassa e sono relativamente pochi i proprietari della propria abitazione.
Giovanni Longu
Berna, 18.10.2017

11 ottobre 2017

Italiani in Svizzera: 25. Condizioni d’abitazione: voci critiche



Spesso, leggendo o sentendo racconti di immigrati arrivati in Svizzera negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, si resta sconcertati per le condizioni di lavoro, d’abitazione e di vita, a cui molti di essi erano costretti dalle circostanze. Altri racconti, che mettono in luce la buona accoglienza ricevuta al loro arrivo in questo Paese e l’aiuto ricevuto da famiglie svizzere per trovare un alloggio e superare le difficoltà iniziali, trovano scarsa accoglienza nelle ricostruzioni e analisi di quel periodo. Da questo contrasto nasce la domanda: è possibile, a distanza di anni, tentare almeno di dare risposte oggettive e fondate, superando le affermazioni generiche, a domande tipo: quali erano le reali condizioni d’abitazione, di lavoro e di vita degli immigrati italiani dei primi decenni del dopoguerra? Ritengo di sì.

Problema abitativo: complesso e di difficile soluzione
Per esigenza di sintesi occorre ricordare che subito dopo la guerra, per le ragioni descritte nei precedenti articoli, sono giunti in Svizzera, in maniera regolare o irregolare, centinaia di migliaia di italiani. E’ facile comprendere che questa massa inevitabilmente creava problemi, le cui soluzioni non erano sempre a portata di mano.
Tipiche baracche alla periferia delle città negli anni ’60 e ’70
Oltre alla difficoltà oggettiva di reperire alloggi adeguati per tutti gli immigrati non va sottaciuto che in quel periodo ampi strati della popolazione svizzera ritenevano gli immigrati fonti di preoccupazioni per la sicurezza del lavoro, la tranquillità della vita, le prospettive future, ecc.) per cui era molto diffusa la diffidenza nei loro confronti, per esempio quando cercavano un alloggio.
Non va nemmeno dimenticato che la penuria di alloggi esisteva già prima della guerra; gli immigrati hanno contribuito a renderla ancor più evidente, tanto da provocare numerosi interventi parlamentari e misure del governo per la promozione di un’edilizia popolare e il freno all’aumento delle pigioni. Effettivamente, già negli anni ’50 vennero prodotte 20-30 mila nuove abitazioni l’anno, raggiungendo negli anni ’60 circa 40-50 mila unità l’anno. Costruirne di più avrebbe comportato l’arrivo di nuovi immigrati e quindi il rischio di aggravare ancor di più il problema. I risultati non furono ritenuti da tutti soddisfacenti, ma contribuirono senz’altro a ridurre anno dopo anno la grave penuria di alloggi.
Non tutti gli immigrati erano ugualmente coinvolti
Quando in molti racconti e in molte ricostruzioni dell’immigrazione italiana del periodo considerato si tratta delle condizioni abitative, di solito vengono messe in evidenza le difficoltà di trovare un’abitazione (enfatizzando talvolta gli episodi di evidente discriminazione) e le limitazioni e i disagi che comportava la vita nelle baracche. Sulla base di pochi o anche numerosi episodi documentati è stato facile per alcuni studiosi concludere che gli immigrati vivevano in condizioni abitative pessime, addirittura disumane.
Evidentemente i fatti accertati non si possono negare e nemmeno minimizzare. La generalizzazione è tuttavia sbagliata perché non è vero che tutte le categorie di immigrati avevano (grandi) problemi in materia d’abitazione. Per esempio, non erano coinvolti in questa problematica i domiciliati (oltre 200.000 italiani negli anni ’60), che in materia civile avevano praticamente gli stessi diritti e doveri degli svizzeri.
Anche i lavoratori dell’agricoltura, quelli degli alberghi e quelli dei servizi domestici non ponevano particolari problemi (perché i contadini, gli alberghi e spesso le famiglie in cui si prestava servizio potevano garantire facilmente un alloggio), tanto più che il loro numero era nel complesso molto contenuto. Persino la sistemazione dei lavoratori dell’edilizia e del genio civile, in gran parte stagionali e soli, non rappresentava per i datori di lavoro difficoltà insuperabili, a prescindere dalla soddisfazione degli interessati, perché tutte le grandi imprese edili per le quali lavoravano disponevano di moduli abitativi (baracche) per gli operai. Soprattutto nei grandi cantieri di montagna (dighe, centrali idroelettriche), ma anche nei cantieri di importanti costruzioni urbane e periurbane (complessi abitativi, grandi centri commerciali e industriali), era evidente che le maestranze dovessero essere alloggiate vicino al luogo di lavoro.

Il problema degli alloggi nelle città
I problemi maggiori li avevano gli immigrati con famiglia e residenti (permesso B) che lavoravano nel settore industriale, dunque in città, dove più acuta era la penuria di alloggi e dove solo le grandi imprese disponevano di edifici ad uso abitativo, per altro in numero insufficiente, per i propri dipendenti. Si trattava indubbiamente di un numero importante di persone, ma inferiore certamente a quel che certi racconti lasciano immaginare.
Interno di una baracca
Il periodo più acuto della penuria di alloggi coincise con quello della massima immigrazione dall’Italia, negli anni ’60 e ’70, e colpì non tanto gli stagionali (100-180 mila l’anno), quanto soprattutto gli immigrati residenti stabilmente e i cosiddetti «falsi stagionali» che di fatto restavano in Svizzera fino a 11 mesi invece di 9. Era anche il periodo in cui la «rotazione» tra gli immigrati si stava attenuando e la popolazione straniera stabilizzata (residente) cresceva velocemente sia per l’arrivo dei nuovi immigrati e sia per le facilitazioni accordate al ricongiungimento familiare, soprattutto dopo l’accordo italo-svizzero del 1964.
Di fronte a una domanda in continua crescita di alloggi e un’offerta assai limitata, molti immigrati dovettero accontentarsi di alloggi di fortuna (soprattutto baracche e trasformazioni di spazi destinati originariamente a svariati usi) e numerosi speculatori ne approfittarono soprattutto nelle periferie dei grandi agglomerati urbani per offrire mansarde e persino sottoscala a prezzi esorbitanti. Agli inizi degli anni ’60 vennero denunciati numerosi abusi e il governo federale non trovò di meglio che vincolare il ricongiungimento familiare alla garanzia di un alloggio adeguato… difficilissimo da ottenere!

Voci critiche
Secondo una parte della letteratura sull’immigrazione italiana in Svizzera le condizioni abitative degli immigrati erano generalmente pessime. Secondo alcuni studi, invece, questa generalizzazione è ingiustificata. A chi dare ragione e a chi torto?
Giusto per citare qualche voce critica, nel 1977 Delia Castelnuovo-Frigessi scriveva: «i lavoratori stagionali sono ammucchiati, di solito in precarie condizioni igieniche, in luoghi lontani dai centri urbani e sociali (le famigerate baracche) o in vecchi edifici destinati alla demolizione. Questo tipo di alloggi, sui quali del resto l'imprenditore riesce a ottenere scandalosi profitti, costringe lo stagionale, una volta uscito dal luogo di lavoro, a sentirsi segregato in un ghetto».
A Dario Robbiani le baracche del dopoguerra apparivano come «topaie e tristi baraccamenti, poiché solo inquilini provvisori si adattano avendo quale unico impegno esistenziale di risparmiare soldi: pochi, maledetti e subito!». Giovanni Blumer scriveva nel 1970: «in Svizzera, una percentuale cospicua di lavoratori è condannata a vivere nelle baracche del padrone, magari per un decennio». Secondo Toni Ricciardi (2015) la manodopera italiana addetta alla costruzione della diga di Mattmark venne ingaggiata «probabilmente perché gli italiani si adeguavano facilmente alle pessime condizioni abitative e soprattutto erano disposti a lavorare anche 15-16 ore al giorno, domenica compresa…».

Quanti stranieri vivevano nelle baracche o in alloggi di fortuna?
In realtà, come si vedrà nel prossimo articolo, non tutte le baracche e non tutti gli alloggi erano uguali e, soprattutto, bisognerebbe chiedersi seriamente quante persone erano direttamente coinvolte in questa problematica, dando per scontato che le difficoltà di trovare un’abitazione dignitosa, a basso costo e rispondente ai bisogni degli interessati erano reali e abbastanza comuni (anche per gli svizzeri).
Ebbene, nel 1966, secondo lo stesso Blumer, uno studioso molto critico sulla politica immigratoria svizzera, solo il 28% degli stagionali dell’edilizia alloggiava in una baracca; il 14,5% viveva in un appartamento per una sola famiglia, il 32% in un appartamento in comune con altri e il 22% in una camera. Dunque non tutti gli stagionali vivevano in baracche, ma solo poco più di un quarto. La percentuale degli annuali che alloggiavano in baracche, probabilmente a causa della lontananza dal luogo di residenza, scendeva all’8%, mentre il 63,5% abitava in appartamenti per una sola famiglia e il 26,5% in appartamenti in comune o in camere.
Va inoltre notato che la qualità dell’abitazione nelle baracche (ordine, pulizia, servizi igienici, ecc.) dipendeva in larga misura anche dal comportamento degli stessi inquilini e, nelle baracche più grandi, dal capobaracca.
Eppure i racconti sulle condizioni abitative erano, soprattutto negli anni ’60, piuttosto drammatici, tanto da provocare accese discussioni anche nel Parlamento italiano. Se ne facevano interpreti soprattutto i parlamentari comunisti. In un vivace intervento alla Camera dei Deputati del 9 ottobre del 1963, l’on. Giuseppe Pellegrino (del PCI) così qualificò le abitazioni degli immigrati italiani: «gli abituri fangosi, le stalle e le baracche umide e sconnesse che sono il loro tetto». Aveva ragione? La risposta nel prossimo articolo.
Giovanni Longu
Berna, 11.10.2017

4 ottobre 2017

Italiani in Svizzera: 24. Italiani nel dopoguerra: metalmeccanici e costruttori



Negli anni 1950-1970 le attività lavorative degli italiani immigrati in Svizzera erano svariate. In ogni ramo economico essi erano presenti con o senza una qualifica professionale ben definita, come aiutanti, manovali, sterratori, minatori, muratori, carpentieri, imbianchini, magazzinieri, camionisti, venditori, parrucchieri, camerieri, ecc. Erano concentrati soprattutto in due rami economici: l’industria manifatturiera e le costruzioni (edilizia e genio civile). Inizialmente i professionisti e gli autonomi erano pochissimi.

Richiesta crescente di manodopera italiana
Diga di Emosson, una delle più belle e importanti dighe del Vallese,
alla quale lavorarono moltissimi italiani. Per conoscerla da vicino,
anzi dal di dentro, visitando una galleria, un folto gruppo di amici
dell’UNITRE di Soletta il 24 settembre scorso si è recato sul posto,
restando impressionati soprattutto dai sistemi di controllo.
Nel dopoguerra i lavoratori italiani vennero chiamati in Svizzera per due ragioni essenziali: perché l’economia ne aveva bisogno non essendo sufficiente la manodopera indigena (e non potendo più attingere ai tradizionali mercati del lavoro tedesco e francese) e per colmare i vuoti lasciati dagli svizzeri trasferitisi ad attività meglio retribuite e socialmente più gratificanti (i famosi «colletti bianchi»). Tener presenti questi due motivi, soprattutto il secondo, è fondamentale per capire le attività economiche svolte dagli italiani nel periodo preso in considerazione, tanto più che, nel caso soprattutto degli italiani, come ho già ricordato (cfr. articolo precedente del 27.9.2017), si trattava di manodopera a buon mercato e molto disponibile.
Nell’articolo menzionato facevo anche notare che nel dopoguerra fino alla metà degli anni ’70 la struttura occupazionale della popolazione attiva svizzera mutò profondamente perché furono moltissimi coloro che passarono dal settore primario (agricoltura) ai settori secondario (industria) e terziario (servizi). I posti lasciati liberi erano i meno qualificati e i meno retribuiti, ma spesso anche i più logoranti e pericolosi. Erano questi posti che gli stranieri (ma in quegli anni erano soprattutto immigrati italiani) andarono ad occupare.
Le richieste di lavoratori stranieri (italiani) che l’Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro (UFIAML) doveva autorizzare evidenziavano la carenza di manodopera soprattutto in alcuni rami: agricoltura, alberghi e ristoranti, servizi domestici, industria tessile, confezione, lavorazione dei metalli, fabbricazione di conserve, orologeria, meccanica, edilizia e genio civile. Fu così che nel dopoguerra gli stranieri (italiani) divennero di fatto necessari e praticamente insostituibili soprattutto in alcune attività, per esempio nelle fonderie (quasi 100% stranieri), nella ristorazione e negli alberghi (60% di stranieri), ma anche nell’industria tessile (50%), nella confezione (61%), nella metalmeccanica (38%), nell’industria chimica (21%), ecc.
Foto ricordo sulla diga di Emosson di una parte dei 40 amici
dell'UNITRE di Soletta, partecipanti alla visita della grande diga.
Il bisogno non faceva che aumentare man mano che la crescita economica si confermava. Se nell’agosto del 1955 (quando venne introdotta la rilevazione dei lavoratori stranieri sottoposti al controllo, ossia annuali, stagionali e frontalieri) gli stranieri erano già 271.149, nel 1960 erano 435.778 e cinque anni dopo, nel 1965, avevano raggiunto addirittura 676.328 unità. Per quanto riguarda gli italiani, nel 1963 erano sottoposti al controllo 278.010 annuali, 175.496 stagionali e 18.546 frontalieri. Per il loro andare e venire, gli stagionali che provenivano soprattutto dalle regioni del Nord Italia (province di Sondrio, Como, Brescia), erano spesso chiamati «rondinelle» perché arrivavano in primavera (soprattutto nei mesi di marzo-aprile), come le rondini… e ritornavano al loro paese durante i mesi invernali.

Gli italiani aiutarono la trasformazione della Svizzera
Nella rilevazione di agosto 1964 tra gli addetti all’edilizia e genio civile risultarono addirittura 171.898 (36,2%) italiani; gli addetti all’industria metalmeccanica 91.968 (19,4%), quelli addetti all’industria tessile (28.922) e dell’abbigliamento (35.869) (tessile + abbigliamento = 13,7%), quelli della ristorazione e alberghi 36.021 (7,6%), alimentazione e tabacchi (17.140), orologeria e bigiotteria (8.280), mentre nell’agricoltura gli italiani saranno meno di diecimila (9.217/1,9%), così come nei servizi domestici (8.553).
L’«apporto fondamentale e insostituibile delle forze di lavoro straniere» (l’espressione è dell’economista Basilio M. Biucchi) emerge tuttavia soprattutto nel ramo dell’edilizia e del genio civile. Dopo aver dimostrato di essere campioni nei trafori ferroviari (San Gottardo, Sempione, Lötschberg, ecc.) gli italiani si affermarono utili e pressoché indispensabili lavoratori nell’edilizia e nelle grandi opere del genio civile.
Nel dopoguerra l’attività costruttiva (edilizia e genio civile) era continua e quasi sfrenata. Sembrava che il motto della Confederazione fosse divenuto: costruire o morire. Si costruiva di tutto: case, piccole, medie, grandi, blocchi con centinaia di appartamenti; dighe, piccole, medie, grandi e grandissime da record mondiale; strade e autostrade, stazioni ferroviarie, insomma, di tutto, naturalmente in aggiunta alla normale manutenzione. La Svizzera era come un immenso cantiere, quasi un simbolo della trasformazione della Svizzera che da Paese povero diventava sempre più ricco, vedeva crescere quasi senza intoppi la sua economia, le sue esportazioni, il prodotto interno lordo, il benessere generalizzato (o quasi).
Qualche dato può aiutare a comprendere meglio l’ampiezza di queste attività in cui gli italiani erano particolarmente presenti. Nel 1950 si costruirono in Svizzera appena 19.374 abitazioni (o appartamenti), nel 1960 ne vennero costruite 38.991, nel 1970 ben 63.590. Nel 1973 si toccò la cifra record di 81.865 nuove abitazioni. Fino alla metà degli anni ’70 gli italiani costituivano il gruppo nazionale più rappresentato nell’edilizia e nel genio civile.

Edilizia e genio civile in primo piano
L’attività edilizia riguardava tutta la Svizzera e tutti i Cantoni, ma erano soprattutto le grandi e medie città che estendevano e miglioravano il proprio patrimonio edilizio. Nel 1945 Zurigo contava 106.008 abitazioni; nel 1970 ne contava 54.637 in più (160.645). Nello stesso periodo Basilea passava da 58.099 a 86.122 abitazioni; Ginevra da 53.192 a 84.878; Berna da 39.871 a 61.826.
Evidentemente non si costruivano solo abitazioni, ma anche tutta una serie di edifici industriali, commerciali e di utilità pubblica. Tra il 1965 e il 1975, per esempio, furono costruite oltre 1500 scuole e biblioteche, più di 350 chiese, più di 400 ospedali. Inoltre, venivano rifatte strade e piazze, rinnovate le condotte, ecc. oltre naturalmente alla normale manutenzione.
Era facile riconoscere gli italiani anche perché erano ovunque, a tal punto che l’italiano divenne in tutta la Svizzera una sorta di lingua franca con una percentuale di italofoni (11,9%) mai più raggiunta. Una parte dei lavoratori italiani, tuttavia, rimaneva molto nascosta, quasi invisibile perché addetta alla costruzione di imponenti centrali idroelettriche in alta montagna, lontana dai centri abitati, lungo tutta la regione alpina.
Le attività di genio civile sono forse quelle che meglio rappresentano le tracce indelebili del lavoro italiano in Svizzera. Dopo le grandi imprese ferroviarie, non solo le gallerie ma i tracciati, i rafforzamenti delle tratte, i ponti e le gallerie secondarie si passò in Svizzera all’elettrificazione delle ferrovie, ma anche alla costruzione delle grandi arterie autostradali.. Anche in questo settore la manodopera straniera e italiana in particolare divenne indispensabile, da quando, nel 1962, venne inaugurato nella zona di Grauholz, vicino a Berna, il primo tratto della «Nazionale 1» (N1), destinata ad attraversare la Svizzera da Ginevra al Lago di Costanza.
Lo sviluppo industriale e commerciale, i trasporti e il diffuso benessere richiedeva sempre più energia. Per disporne in quantità sufficiente si dovette tuttavia provvedere alla produzione e al trasporto dell’elettricità attraverso il sistema dei bacini e delle centrali idroelettriche. Gli italiani parteciparono alla realizzazione di tutte le principali dighe e centrali idroelettriche del dopoguerra, dalle dighe di Sella, Lucendro, Palagnedra, Sambuco, Luzzone, Maggia, Contra, Robiei, Cavagnoli e altre nel Ticino a quelle di Mattenalp, Räterischsboden, Oberaar del Cantone di Berna, a quelle del Vallese: Totensee, Cleuson, Salanfe, Vieux-Emosson, Zeuzier, Mauvoisin (alta 250 metri), Grande-Dixence (285 metri), Emosson e altre nei Cantoni Vallese, Vaud, Friburgo, San Gallo, ecc.
Era l’epopea delle grandi dighe, che si protrasse per oltre un ventennio fino agli anni Settanta e in cui furono battuti tutti i record precedenti in materia di dighe e di centrali idroelettriche. Gli italiani furono protagonisti e in queste grandi opere hanno lasciato tracce indelebili. Anche per questo, credo, merita di conoscere più da vicino, in un prossimo articolo, la sistemazione e la vita nei cantieri di montagna. 

Giovanni Longu
Berna 04.10.2017