26 aprile 2017

Italiani in Svizzera: 13. Realtà e speranze nel dopoguerra



L’ondata di immigrati italiani in Svizzera subito dopo la seconda guerra mondiale non fu dovuta solo alla dinamica classica della migrazione dai Paesi poveri verso i Paesi ricchi, ma esprimeva la convergenza di due esplicite politiche opposte: quella immigratoria svizzera e quella emigratoria italiana. A determinare l’entità, il ritmo e le modalità del flusso emigratorio/immigratorio fu soprattutto la Svizzera, che decideva in base alle esigenze della propria economia, tenendo conto degli accordi bilaterali in materia (1948 e 1964), ma soprattutto della propria legislazione sugli
stranieri.

Interessi dell’Italia
Destinazione Svizzera: sempre più frequente dal 1946...
Quando nel 1945 le autorità svizzere costatarono l’impossibilità di reclutare lavoratori tedeschi, austriaci e francesi, si rivolsero all’Italia, sapendo che la risposta non avrebbe potuto essere che affermativa. L’Italia aveva infatti perso la guerra, era un Paese povero, con più di due milioni di disoccupati, soprattutto al Nord e una capacità produttiva dell’industria fortemente ridotta, non solo a causa delle distruzioni ma anche per la scarsità di materie prime e carburanti (carbone, petrolio e derivati). Senza ripresa della produzione e delle esportazioni, che avrebbero dovuto fornire la valuta necessaria alle importazioni, non avrebbe potuto risolvere nessuno dei grandi problemi creati o accentuati dalla guerra.
In questa difficile situazione, le autorità italiane non facevano mistero di contare molto sulla ripresa dei rapporti commerciali e finanziari con la Svizzera, un Paese economicamente e finanziariamente solido e tradizionalmente amico. Durante la guerra i rapporti Italia-Svizzera non si erano mai interrotti, ma furono ripresi con grande intensità subito dopo e il 10 agosto 1945 era pronto un accordo commerciale. Non poté essere ratificato da parte italiana per la mancata approvazione degli alleati, ma segnò comunque l’inizio di una ripresa generale dei buoni rapporti bilaterali. Anche la Svizzera aveva interesse a normalizzare i rapporti bilaterali, sia per esigenze di approvvigionamento di merci attraverso il porto di Genova e sia per avere sufficienti garanzie in caso di un prestito finanziario.
Quando sul finire del 1945 la Svizzera chiese di potersi approvvigionare di manodopera al mercato italiano, la risposta affermativa dell’Italia fu quasi scontata, nonostante un divieto pregiudiziale degli alleati (primavera 1945), subito abrogato perché l’Italia, non essendo un Paese occupato, fece valere le sue ragioni vitali di trovare sbocchi migratori ai numerosi disoccupati (oltre un milione solo al nord). Nell’ottica del governo l’emigrazione rappresentava per l’Italia se non la soluzione dei problemi sociali certamente un significativo aiuto a risolvere almeno parzialmente il problema della disoccupazione al nord e il rischio dei conflitti sociali.

Emigrazione «indispensabile»
Il problema dell’emigrazione sarà attentamente valutato dalla Costituente (1946-1948) quando si tratterà di inserire o meno la

libertà di emigrazione nella Costituzione. Questa libertà verrà inserita senza difficoltà nell’articolo 35 (La Repubblica «riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero») perché l’emigrazione sembrava per tutti gli orientamenti politici una «dura ma indispensabile necessità per l’economia italiana».
Per la stessa ragione non ci fu probabilmente alcuna esitazione a consentire alla Svizzera di attingere a piene mani la manodopera necessaria nel mercato del lavoro italiano. Inoltre, alla luce dei buoni rapporti tra l’Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro (UFIAML) e la Legazione italiana in Berna (Ambasciata dal 1953), si trovò facilmente un accordo informale, tanto è vero che nessuna delle parti richiese un accordo ufficiale (come invece avvenne tra l’Italia e il Belgio per il cosiddetto «Patto del carbone», firmato il 23.6.1946).
Migranti italiani a Briga, anni '50
Probabilmente né l’Italia né la Svizzera chiesero un accordo formale non solo perché i rapporti bilaterali erano improntati alla fiducia reciproca, ma anche perché in quel momento era del tutto imprevedibile lo sviluppo che avrebbe avuto l’economia svizzera (già si parlava di una prossima crisi) e dunque anche l’evoluzione del flusso migratorio.
Si deve anche supporre che le autorità italiane conoscessero bene la nuova politica immigratoria svizzera e le condizioni di assunzione dei nuovi immigrati e, almeno apparentemente, non vi fossero ostacoli di sorta a una risposta affermativa alla richiesta svizzera. Oppure, nel confronto costi/benefici, i secondi risultavano preponderanti.
Di fatto, finita la guerra (8 maggio 1945), aziende svizzere cominciarono senza indugio a reclutare personale in Italia e già nell’agosto 1945 un primo gruppo di 300 donne provenienti dalla provincia di Sondrio entrò in Svizzera per lavorare in alcuni alberghi dell’Engadina. Ma il grande flusso immigratorio cominciò nel 1946 quando ben 48.808 lavoratori italiani poterono trovare lavoro in Svizzera. Proseguì nel 1947 con ben 105.112 persone con regolare permesso, alle quali ne andrebbero aggiunte sicuramente altre, entrate in Svizzera come turiste, in realtà in cerca di lavoro. Il biennio 1947-1949 fu quello del massimo afflusso di italiani, segno dell’ottima congiuntura dell’economia svizzera, mentre quello successivo 1949-1950 fu quello del minor afflusso.
Il forte calo del movimento migratorio verso la Svizzera nel biennio 1949-1950 fu dovuto principalmente a cause congiunturali legate alla recessione americana di quegli anni e spinse le autorità federali ad essere prudenti e vigilanti negli ingressi di stranieri, tanto più che già alla fine della guerra nessuno prevedeva uno sviluppo durevole dell’economia.

Qualche considerazione
Quella che inizialmente sembrava per la Svizzera una strada obbligata (ricorrere agli italiani perché non erano disponibili tedeschi, austriaci e francesi) si trasformò fin dall’inizio in un buon affare. Le imprese svizzere potevano infatti attingere facilmente la manodopera di cui abbisognavano, anche qualificata, nel Nord Italia e le loro scelte erano soddisfacenti. Nel 1948 il Consiglio federale rilevava: «i nostri imprenditori sono generalmente soddisfatti della manodopera italiana» e, d’altra parte, «i lavoratori italiani nell’insieme non hanno avuto di che lamentarsi delle condizioni di vita e di lavoro avute in Svizzera».
In effetti, nei documenti diplomatici svizzeri dei primi anni postbellici non si trovano quasi mai riferimenti a situazioni problematiche riguardanti gli immigrati italiani. Solo negli anni '50 emergeranno alcuni problemi, destinati ad aumentare negli anni '60. Pertanto, almeno stando alla documentazione ufficiale, non rappresentavano alcun ostacolo alla pacifica convivenza le numerose limitazioni che imponevano agli stranieri le leggi e i regolamenti in vigore. Si può ben ritenere che nei primi immigrati provenienti dal Nord Italia ci fosse una buona dose di accettazione e sopportazione, sicuramente mitigata dalla consapevolezza delle «condizioni» previste dai contratti di lavoro, dal desiderio prevalente del guadagno che apportava l’attività svolta, dalla soddisfazione dei datori di lavoro e anche dal clima generale, non ancora deteriorato da diffusi sentimenti xenofobi che caratterizzeranno soprattutto gli anni ’60.
Più in generale, la prova che in quegli anni l’emigrazione italiana verso la Svizzera rappresentasse per l’Italia del dopoguerra e per i diretti interessati una buona soluzione (certamente non quella ideale e nemmeno la migliore) è data dalle cifre. Secondo statistiche italiane, tra il 1946 e il 1961 emigrarono liberamente in Svizzera circa 1.284.000 italiani. La Svizzera era il principale Paese di destinazione dei migranti italiani. Nel 1950 gli italiani residenti costituivano circa il 50% degli stranieri. Alla fine del decennio erano quasi il 60%. Fino al 1957 la provenienza era soprattutto dal Nord Italia, dal 1958 prevalse l’emigrazione dal Sud e dal centro Italia, dal 1961 prese nettamente il sopravvento il Sud Italia; nel 1969 i due terzi degli italiani provenivano dal Sud.

Dibattito sull’emigrazione
In Italia il dibattito sull’emigrazione in generale e su quella verso la Svizzera in particolare si accese fin dai primi anni ’50 con intenti non sempre trasparenti, anzi spesso strumentali nella dialettica governo-opposizione. Una parte della sinistra italiana, all’opposizione, considerava l’emigrazione
«un danno economico e sociale per il Paese» perché «la perdita di tante energie produttive, anche se potenziali, peggiora sempre più il rapporto tra popolazione attiva o/e passiva, con conseguenze di ordine economico e sociale che finiscono con l’aggravare le nostre difficoltà anziché alleviarle».
In effetti, i primi governi del dopoguerra, a guida democristiana, avendo dato la priorità alla ricostruzione del Paese e allo sviluppo industriale, concentrato essenzialmente al Nord, avevano provocato non solo un’intensa migrazione interna dal sud a nord, ma anche verso l’estero, soprattutto dal sud. Per di più, contravvenendo all’articolo 35 della Costituzione, non sempre avevano tutelato sufficientemente il lavoro degli emigrati. Fu anche sotto la spinta delle opposizioni, ma forse soprattutto delle costatazioni critiche del Ministro d’Italia a Berna Egidio Reale, che si giunse a un accordo d’emigrazione formale (22 giugno 1948).
Ai lavoratori italiani vennero concessi alcuni benefici, ma l’Italia non riuscì ad ottenere tutto quel che chiedeva, per esempio in materia di reclutamento, e dovette accontentarsi di quanto concesso dalla Svizzera. La debolezza dell’Italia nella trattativa dipendeva dal forte interesse che aveva a ridurre la pressione dei disoccupati, a mantenere elevato il flusso emigratorio e dalla speranza di poter riequilibrare la bilancia dei pagamenti con le rimesse degli emigrati, scese a 32 milioni di dollari nel 1947. (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 26.4.2017

25 aprile 2017

25 aprile: omaggio a un popolo coraggioso!



Il 25 aprile 1945 è giorno memorabile per l’Italia, perché segnò la fine di un incubo e l’inizio di una speranza, per altro non ancora completamente realizzata. 
In Italia, grazie alle sollevazioni popolari e all’arrivo delle forze alleate, quasi ovunque cessarono i combattimenti: il popolo italiano poteva celebrare la sua vittoria sui nazifascisti e sperare in uno sviluppo pacifico e democratico dell’Italia e del mondo.
Lo stesso giorno iniziava a San Francisco una conferenza internazionale per gettare le basi di un nuovo sistema internazionale di sicurezza collettiva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Vi parteciparono delegati di una cinquantina di nazioni che avevano combattuto contro la Germania e i suoi alleati. Pur non essendo una conferenza di pace, per volontà dei vincitori furono esclusi i delegati dei Paesi sconfitti, dunque anche dell’Italia. Un’onta per l’Italia, come ricorderà il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi l’anno seguente alla conferenza di pace di Parigi (29 luglio-15 ottobre 1946) in un celebre discorso che iniziava con queste parole:
«
Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l'essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.
[...] Ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano, ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le sue aspirazioni umanitarie
di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire».
Il 25 aprile 1945, dedicando un articolo alla Conferenza di San Francisco («San Francisco e l’Italia»), il quotidiano socialista ticinese Libera Stampa, scriveva: «Se avessero dovuto decidere della presenza d'Italia a S. Francisco i nemici che realmente conobbero il popolo italiano, i fuggiaschi francesi e polacchi, i profughi greci e jugoslavi, i prigionieri di guerra, gli internati ebrei, le truppe alleate che procedono combattendo in Italia, certamente alla delegazione italiana spetterebbe oggi un posto d'onore, quale rappresentante di un popolo che ha commesso gravi errori per inesperienza politica e per insufficienza o complicità delle istituzioni, ma in ogni momento della sua storia, al cospetto di ogni altro popolo, sempre ha voluto ascoltare il battito del proprio cuore, incapace di odio. Né è forse errato ritenere che alla rigenerazione del mondo, alla sua trasformazione ed al suo miglioramento, le doti di bontà innata, di evangelica comprensione siano del tutto inutili».
Ricordare così il 25 aprile del 1945 ha ancora un senso.
Giovanni Longu

12 aprile 2017

Italiani in Svizzera:12. Ripresa dell’immigrazione nel dopoguerra



Con la legge sugli stranieri del 1931, molti ambienti economici, sindacali e politici si sentirono al sicuro da una possibile «invasione» di stranieri: le frontiere si sarebbero aperte secondo i bisogni dell’economia, ma avrebbero potuto rimanere semiaperte nei casi di un reale pericolo d’inforestierimento o di una grave crisi economica. Già nel 1933 il Consiglio federale aveva invitato i Cantoni a vegliare sulla situazione del mercato del lavoro e sul collocamento. Nell’occupazione dei posti liberi la precedenza doveva essere accordata ai lavoratori indigeni e agli stranieri domiciliati. Finita la guerra, tuttavia, il problema non si poneva più perché l’economia svizzera aveva interamente prosciugato il mercato del lavoro interno e abbisognava nuovamente di manodopera supplementare straniera.

Il nuovo quadro giuridico
L’entrata in vigore della legge sugli stranieri, pose fine, di fatto, alla libera immigrazione prevista da numerosi trattati bilaterali di domicilio (compreso quello del 1868 con l’Italia) e avviò la lunga fase dell’immigrazione selettiva, temporanea e precaria sotto il controllo della Polizia degli stranieri.
La legge era chiara: «l’autorità decide liberamente» e pertanto lo straniero non ha alcun diritto al permesso di dimora o di domicilio (art. 4). Nessuno poteva soggiornare e lavorare in Svizzera senza un regolare permesso di soggiorno. Di regola, per i nuovi immigrati per motivi di lavoro, questo era temporaneo, stagionale o annuale. Quando questo scadeva e non veniva rinnovato, l’immigrato doveva accettare la decisione dell’autorità e rientrare in patria: non aveva infatti alcun diritto di restare in Svizzera. Nemmeno il permesso di domicilio dei residenti stranieri stabili era irrevocabile, in quanto anche i domiciliati potevano essere espulsi, per gravi motivi.
Sempre per la stessa legge, le autorità erano tenute a concedere i permessi tenendo conto degli «interessi morali ed economici del Paese nonché dell’eccesso della popolazione straniera». Questa disposizione imponeva non solo di tener sempre presente le esigenze dell’economia, ma anche della società (equilibrio tra popolazione svizzera e stranieri per scongiurare l’inforestierimento). Per esempio, non si dovevano reclutare soltanto scapoli (che avrebbero finito per sposare donne svizzere, rendendo quasi impossibile il rimpatrio) o solo persone sposate (perché i problemi dei ricongiungimenti familiari erano di difficile soluzione, non da ultimo per la penuria di alloggi, ma anche le questioni morali che poneva la separazione della famiglia).
Oltre che a queste disposizioni di legge, i lavoratori immigrati stagionali e annuali, almeno nei primi anni di soggiorno in Svizzera, erano sottoposti a numerose limitazioni. Senza un’autorizzazione non avevano diritto di cambiare posto di lavoro, professione, Cantone e, se sposati, di farsi raggiungere dai familiari. Le condizioni di lavoro, salariali, abitative e sociali, pur essendo azzardato considerarle sistematicamente discriminatorie o peggiori di quelle degli svizzeri, non c’è dubbio ch’esse erano gravate da molti condizionamenti (come risulterà meglio in una prossima trattazione separata e contestualizzata).

La Svizzera chiamò e l’Italia rispose
Alla fine della guerra, la Svizzera, risparmiata dalle distruzioni belliche, conservava un apparato produttivo quasi intatto. Venne immediatamente sollecitato a produrre sempre più per soddisfare la crescente domanda sia interna che esterna, ma la carenza di manodopera indigena, manifestatasi già durante la guerra (nel 1945 la disoccupazione era lo 0,3% della popolazione attiva), rappresentava un freno.
In seguito all’insistente richiesta degli ambienti economici perché venisse autorizzato il reclutamento di manodopera estera, nell’autunno del 1945 il Consiglio federale acconsentì a prendere contatto con tutti i Paesi confinanti, ma poneva agli incaricati delle trattative precise condizioni. La prima era di tener conto delle eventuali difficoltà che si sarebbero potute avere tra qualche anno se si fosse voluto ridurre la manodopera estera in caso di recessione. La seconda mirava ad assicurarsi che quanti fossero venuti in Svizzera avessero potuto senza difficoltà rientrare nuovamente al proprio Paese. Una terza condizione mirava ad ottenere dai Paesi contraenti il consenso e la possibilità di scegliere la manodopera. In pratica si voleva impedire il più possibile una lunga permanenza degli stranieri in Svizzera e la possibilità di attingere liberamente al mercato del lavoro dei Paesi contraenti.
Sulla base di questi principi, già nell’ottobre 1945 la Svizzera aveva preso contatto con i Paesi confinanti, ma né la Germania né l’Austria avevano fornito alcuna garanzia in quanto le potenze occupanti non autorizzavano alla manodopera locale di andare a lavorare all’estero e altrettanto faceva la Francia per ragioni interne. Solo l’Italia si dichiarò disponibile e tanto bastò perché divenisse il principale Paese di reclutamento della manodopera straniera della Svizzera almeno fino agli anni Settanta.
A questo punto, credo che sorgano spontanee alcune domande. Anzitutto: perché solo l’Italia? Inoltre: le autorità italiane erano al corrente della politica immigratoria svizzera, del nuovo quadro giuridico degli stranieri e in particolare delle limitazioni che si ponevano alla libera immigrazione prevista dal Trattato del 1868 ancora in vigore? Perché si è giunti a un Accordo bilaterale sull’immigrazione solo nel 1948? E fu un buon accordo? Infine: perché nel dopoguerra milioni di italiani vennero in Svizzera per lavorare? Le risposte seguiranno. (Segue).
Giovanni Longu
Berna, 12.04.2017

5 aprile 2017

Italiani in Svizzera: 11. La legge sugli stranieri (1931-2007)



Leggendo molte narrazioni dell’immigrazione italiana in Svizzera del dopoguerra sembra assistere al dramma di centinaia di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie alla mercé di datori di lavoro spietati, di organi dello Stato svizzero arbitrari e vessatori (soprattutto la Polizia degli stranieri), di speculatori senza scrupoli, di cittadini rancorosi e invidiosi, di rappresentanti diplomatici italiani più interessati alle buone relazioni bilaterali che al benessere dei connazionali, di attivisti politici e sindacali seducenti nelle parole e impotenti nella pratica.
In queste descrizioni manca quasi sempre la premessa indispensabile: la politica immigratoria svizzera di allora si basava su una legge del 1931, approvata quasi all’unanimità dai rappresentanti del popolo e dei Cantoni, che attribuiva poteri quasi illimitati alle autorità, specialmente alla Polizia degli stranieri, e si prestava a molti eccessi e abusi nei confronti degli stranieri. Era una legge fatta apposta per limitare la popolazione straniera residente e renderla sottomessa.

Il contesto internazionale e nazionale
Negli anni in cui si discusse quella legge, anche la Svizzera, come gran parte dei Paesi occidentali, stava affrontando una difficile crisi economica (1929-32), evidenziata da un aumento della disoccupazione. A differenza di altri Stati, tuttavia, non ricorse a programmi specifici d’occupazione, ritenendo la creazione di nuovi posti di lavoro più onerosa dell'assistenza. In realtà il numero dei disoccupati nel 1931 era ancora esiguo (24.208) e il tasso di disoccupazione sopportabile (1,2%), sebbene in forte aumento rispetto al 1929 (0,4%).
La Svizzera ritenne invece opportuno regolare in via definitiva, con una legge apposita, il problema degli stranieri intervenendo sia sulla politica immigratoria (evitando tuttavia di violare i trattati internazionali limitando arbitrariamente gli ingressi) e sia sul mercato del lavoro, condizionando il permesso di soggiorno degli stranieri al permesso di lavoro.
Non va inoltre dimenticato che, sebbene il numero di stranieri fosse in diminuzione (nel 1930 era sceso a 355.522 persone e non rappresentasse che l’8,7% della popolazione), era sempre diffusa nell’opinione pubblica la paura che al momento del rilancio economico gli stranieri avrebbero nuovamente invaso la Svizzera. Nell’opinione pubblica il pericolo della Überfremdung era tutt’altro che scomparso.

Lo scopo della legge del 1931
Lungamente attesa (anche perché mancava fino al 1925 una base costituzionale che la consentisse) e a lungo discussa (tra il 1930 e il 1931) dall’Assemblea federale, la nuova legge concernente la dimora e il domicilio degli stranieri (che sostitutiva quella precedente del 1903), dopo l’appianamento delle divergenze tra il testo del Consiglio nazionale e quello del Consiglio degli Stati, fu approvata definitivamente all’unanimità il 26 marzo 1931. La sua entrata in vigore fu rinviata al 1° gennaio 1934 per consentire la preparazione dell’ordinanza di esecuzione.
Invano si cercherà nel testo dei 26 articoli della legge lo scopo preciso della legge, ma esso emerge chiaramente dai contenuti. Del resto, alcuni decenni più tardi il Consiglio federale ammise che quella legge «era destinata ad adempiere una duplice funzione: da un lato impedire ad individui «indesiderabili» di entrare e rimanere in Svizzera; dall’altro permettere alle autorità federali di esercitare un influsso regolatore sul mercato del lavoro e prevenire l’inforestierimento».
Nel Messaggio del Consiglio federale del 17 giugno 1929 che accompagnava il disegno di legge sottoposto all’Assemblea federale non si trova mai il termine «inforestierimento» o «Überfremdung», ma appare evidente che l’obiettivo finale della nuova legge era la lotta all’«inforestierimento», non attraverso un controllo/selezione alla frontiera, ma attraverso un controllo/selezione all’interno mediante la concessione e i controlli dei necessari permessi per poter soggiornare temporaneamente o a tempo indeterminato nel territorio della Confederazione.
La nuova legge non aboliva i trattati bilaterali di domicilio, che avrebbero continuato a regolare il reclutamento e le condizioni iniziali di lavoro, ma aveva il compito di definire lo statuto del lavoratore immigrato e disciplinare le condizioni del suo soggiorno in Svizzera. Completamente diverso risulta lo spirito in cui erano stati sottoscritti quei trattati e in cui fu approvata la nuova legge sugli stranieri. Se i primi erano il frutto di una concezione liberale dello Stato, la nuova legge rispondeva a nuove esigenze di tipo nazionalistico protezionistico maturate durante e dopo la prima guerra mondiale.
Secondo il Messaggio del governo, la legge non concerneva misure di controllo alle frontiere, ma misure di controllo all’interno del Paese (concessione dei permessi) per essere premuniti «per il caso in cui delle crisi politiche od economiche minacciassero di far affluire in Svizzera una quantità eccessiva di stranieri».
Le intenzioni del governo non sfuggirono al consigliere nazionale socialista Nino Borella, che nella discussione generale denunciò: «La legge vorrebbe tendere ad eliminare la possibilità che mano d'opera straniera entri nel nostro paese, pregiudichi la situazione dei nostri operai e crei maggiori difficoltà nella lotta per la vita che tutta la classe lavoratrice svizzera deve sostenere. Invece la legge, pur considerando la situazione, né la risolve, né la [ri]para».

Il senso generale della legge del 1931
Sebbene il testo finale sia stato approvato all’unanimità, non vuol dire che durante il dibattito parlamentare non siano emerse contrarietà. Soprattutto i deputati socialisti furono molto combattivi, ma non riuscirono in quanto minoranza a far valere le loro ragioni. Non riuscirono, per esempio, a contenere lo strapotere della Polizia degli stranieri, ritenuta una sorta di nuova «maestà».
Fin dall’articolo 2 la Polizia degli stranieri compare come il principale organo esecutivo delle disposizioni federali in materia di soggiorno degli stranieri, a cui, lo straniero deve notificare entro tre mesi il suo arrivo in Svizzera «allo scopo di regolare le condizioni della sua residenza» e poi in seguito quando dovesse cambiare Cantone (art. 8).
Per rendersi conto degli ampi poteri della Polizia degli stranieri basta leggere l’articolo 15 della legge, dove si afferma che essa «esercita tutte le funzioni che non spettano a un'autorità federale o che non sono affidate dalla legislazione cantonale ad altra autorità», tra cui «la facoltà di espellere uno straniero nonché di rilasciare o di mantenere un permesso di dimora, di domicilio o una tolleranza (…)», ecc. Questa somma di poteri aveva suscitato la reazione amara del senatore radicale Brenno Bertoni, secondo cui molte disposizioni della legge erano ispirate ad un principio «eccessivamente poliziesco».
Il senso generale della legge appare chiaramente all’articolo 1, il quale dice in sostanza che «ha diritto di risiedere in Svizzera ogni straniero che sia al beneficio d'un permesso di dimora o di domicilio o d'una tolleranza, ovvero che, secondo la presente legge, non abbia bisogno d'un permesso siffatto». In altre parole, come commentava il senatore Bertoni, «lo straniero è libero di dimorare nel nostro paese, libero in quanto lo si lasci fare, ma non ha nessun diritto di rimanere se il giudizio della polizia sulla desiderabilità o indesiderabilità della sua presenza lo esclude».

Alcuni contenuti specifici
Per comprendere meglio la portata dell’articolo 1 è opportuno menzionare in particolare gli articoli 4, 10 e 16.
L’articolo 4 precisa che «l’autorità decide liberamente, nei limiti delle disposizioni di legge e dei trattati con l’estero, circa la concessione del permesso di dimora o di domicilio, e la tolleranza». Indirettamente veniva anche sancito che l’autorità non era obbligata al rinnovo dei permessi, qualora fossero venute meno le condizioni per le quali erano stati rilasciati. In altre parole, oggi si direbbe, la precarietà dei lavoratori stranieri era garantita.
L’articolo 10 tratta dell’espulsione dello straniero ed è interessante la casistica per cui gli stranieri indesiderati potevano essere espulsi (criminalità, malattia, indigenza, abuso dell’ospitalità svizzera con ripetute infrazioni gravi dell’ordine pubblico, ecc.). L’elenco delle ragioni che potevano essere ritenute sufficienti per l’espulsione fa sorgere il dubbio se l’intenzione del legislatore fosse solo quella di fornire un riferimento giuridico chiaro all’autorità competente per l’espulsione o anche quella di mettere in guardia gli stranieri intenzionati a rimanere (a lungo) in Svizzera.
L’articolo 16 fornisce invece un’indicazione preziosa per capire meglio le ragioni che possono giustificare o rifiutare la concessione o il rifiuto di un permesso di soggiorno: «Nelle loro decisioni, le autorità competenti a concedere i permessi terranno conto degli interessi morali, economici del paese nonché dell’eccesso della popolazione straniera». In altre parole, le nuove ammissioni potranno avvenire unicamente in funzione della situazione del mercato del lavoro, del clima sociale, della situazione degli alloggi, della politica di limitazione del numero di stranieri.
Infine, va ricordato che, per controllare meglio il soggiorno in Svizzera degli stranieri e per far fronte alle diverse esigenze dell’economia, la legge prevedeva una diversità di permessi, tre in particolare: quello stagionale di breve durata (denominato Permesso A), quello di dimora (Permesso B) per un periodo generalmente di pochi anni e quello di durata indeterminata (Permesso C o di domicilio). Soprattutto il permesso stagionale permetteva di regolare il flusso d’entrata in funzione del mercato del lavoro, che poteva subire forti variazioni nel tempo e nello spazio. (Segue)