9 marzo 2016

Capire la Svizzera: 18. Cristiani tra guerre e «paci nazionali»




Il seme dei martiri della Legione tebana continuava a generare in Svizzera schiere di cristiani che a un certo punto, sul finire del XIII secolo, sentirono un gran bisogno di libertà e iniziarono le lotte di liberazione dal potere imperiale del Sacro Romano Impero.

L’invocazione del Patto federale del 1291 «Nel nome del Signore, così sia» non era solo una formula legata al Medioevo religioso, ma un impegno sacro da onorare. In effetti, i primi confederati dei Cantoni primitivi Uri, Svitto e Untervaldo lottarono contro gli Asburgo spinti e corroborati da una fede che era allo stesso tempo civile e religiosa, per la quale si poteva anche morire. La lotta per la libertà appariva loro come un aspetto non secondario della storia sacra della salvezza. Per secoli sulle loro insegne militari compariva una croce, simbolo inequivocabile della religione cristiana a cui appartenevano.

«Per Dio e per la Patria»
Monumento agli eroi di Morgarten 1315 (foto gl)
Una chiara testimonianza di questa visione è il monumento inaugurato nel 1908 a ricordo di una delle battaglie più importanti per la liberazione dal dominio degli Asburgo, quella di Morgarten nel 1315, vinta dai confederati. Il monumento, dedicato «agli eroi del Morgarten 1315», porta anche questa scritta significativa (traduzione dal tedesco): «Il 15 novembre 1315 hanno combattuto al Morgarten per Dio e per la Patria la prima battaglia per la libertà».
Anche l’eroe (molto mitizzato) di un’altra grande vittoria dei confederati, quella di Sempach del 1386, Arnold von Winkelried, ha qualcosa di sacro. Secondo i racconti postumi egli si sarebbe volontariamente sacrificato per salvare i commilitoni che stavano per essere sopraffatti dai cavalieri asburgici. Considerato come un santo nazionale, un suo monumento fu sistemato (1865) in una nicchia nell’abside della chiesa di St. Peter, a Stans.
Non è sorprendente che ancora oggi i lucernesi ricordino ogni anno la vittoria di Sempach con una messa di ringraziamento. Del resto, anche il rinnovo dei Patti federali (sancito nel Patto di Zurigo del 1351, l’anno in cui entrarono nella Confederazione i Cantoni di Zurigo e Glarona), che avveniva inizialmente a intervalli irregolari e dal 1481 ogni cinque anni, faceva parte dii riti religiosi celebrati unitariamente dai Cantoni che facevano parte dell’Alleanza e non c’è dubbio che servisse anche a consolidare il sentimento di appartenenza a un popolo che si riteneva protetto da Dio.

Sante parole inascoltate
Questa idea (o illusione) cominciò a vacillare sul finire del XV secolo, durante le «guerre di Borgogna» (1474-1477), ma soprattutto dopo la disfatta di Marignano (1515) durante le «guerre d’Italia» (1494-1559).
Durante le guerre contro il duca borgognone Carlo il Temerario, i bernesi avevano occupato il Paese di Vaud, allora appartenente alla Savoia, alleata della Borgogna. Anche i Vescovi-Conti di Sion (Vallese) erano riusciti a strappare ai Savoia il Basso Vallese (dove ancor oggi si parla il francese).
Contro questa bramosia di conquista, condivisa anche da altri Cantoni della Svizzera interna, era intervenuto (v. articolo del 2.3.2016) a più riprese il santo eremita Nicolao della Flüe, ma evidentemente le sante parole non bastarono. Fu solo dopo Marignano che gli svizzeri cominciarono a rendersi conto che il tempo delle conquiste facili era finito e che dovevano pensare a consolidarsi e rafforzare l’unità. I Cantoni confederati erano ormai tredici, senza contare le terre a loro sottomesse.
Senonché, proprio in quegli anni stava giungendo a maturazione un profondo disagio nelle popolazioni cristiane d’Occidente, che chiedeva radicali cambiamenti nella religione e nella società. Anche in Svizzera stava per nascere e svilupparsi quel vasto movimento noto come «Riforma». Esso mirava principalmente a un rinnovamento della religione e della Chiesa, ma finì per provocare conseguenze profonde allora imprevedibili, oltre che nella religione, nella politica, nella cultura e nella società, rallentando di fatto quel processo di unificazione tra i Cantoni che si stava faticosamente avviando dalla fine del XV secolo.

La Riforma
Erasmo da Rotterdam
Il movimento riformista svizzero partì da Zurigo nel 1518, ma i primi segnali si erano già avuti a Basilea, da cui, quasi un secolo prima, con l’apertura del 17° Concilio ecumenico (1431), si pensava potesse partire la riforma della Chiesa. Di fatto Basilea era divenuta la prima città universitaria della Svizzera, un polo d’attrazione, d’incontro e di dispute per molti filosofi e teologi europei e un’importante centrale tipografica per molti editori.
A Basilea Erasmo da Rotterdam, grande teologo e umanista, aveva appena pubblicato nel 1516, esattamente 500 anni fa, la sua famosa edizione critica in greco e latino del Nuovo Testamento (che servì a Martin Lutero, il grande riformatore tedesco, per la sua traduzione in tedesco). Ma furono Zurigo e Ginevra i principali centri d’irradiazione della Riforma, rispettivamente nella Svizzera tedesca e nella Svizzera francese.
Ulrich Zwingli
A Zurigo, Ulrich Zwingli, già cappellano dei mercenari svizzeri a Marignano e traumatizzato dalla vista di quell’eccidio, sull’esempio delle contestazioni di Lutero alla Chiesa di Roma (dopo le famose tesi del 1517) avviò anche in Svizzera una profonda riflessione sulla pratica religiosa, ritenuta indecorosa e contraria al Vangelo.
Il suo messaggio riformatore si diffuse in poco tempo in buona parte della Svizzera tedesca e ben presto si passò dalle semplici enunciazioni di carattere dottrinale ai fatti, con implicazioni incisive in campo politico e nella vita quotidiana delle persone. Si cominciò ad abolire tutte quelle pratiche, tradizioni e convinzioni che sembravano non avere alcun riscontro nelle Sacre Scritture come il culto dei santi, la pratica di alcuni sacramenti (specialmente la messa), il celibato dei preti, il primato del papa, ecc.
Zwingli sosteneva inoltre che spettasse allo Stato, ossia ai singoli Cantoni, riformare la Chiesa. E molti Cantoni che avevano abbracciato la Riforma (Zurigo dal 1525, Berna dal 1527-28, Basilea e Sciaffusa dal 1529, poi successivamente Turgovia, San Gallo, Argovia, Neuchâtel, ecc.), non senza evidenti interessi politici ed economici, assunsero di buon grado compiti che prima non avevano, come la soppressione degli ordini religiosi e dei conventi (con conseguente acquisizione delle proprietà da parte dello Stato), l’equiparazione degli ecclesiastici a funzionari statali, la drastica riduzione del potere dei tribunali vescovili, ecc.
Da molte città scomparvero, insieme a religiose e religiosi che nel medioevo avevano contribuito notevolmente al loro sviluppo, antiche tradizioni come i pellegrinaggi, le processioni, le messe per i defunti, le immagini dei santi e gli altari. In breve, nelle città e nei villaggi dove veniva affermandosi la Riforma si stava trasformando non solo la vita religiosa ma anche quella civile e culturale delle persone. E non tutti erano favorevoli.

Gli oppositori della Riforma
Ad opporsi alla Riforma predicata da Zwingli non erano solo i cattolici che volevano restare fedeli alla Chiesa di Roma e alle tradizioni, ma anche gruppi di persone appartenenti a movimenti che esigevano riforme più radicali, come i «ribattezzatori» o «anabattisti» (così chiamati in senso spregiativo dai seguaci di Zwingli), che propugnavano, fra l’altro, il battesimo da conferire solo in età adulta. A differenza di Zwingli, essi sostenevano anche la netta separazione tra Stato e Chiesa e il ritorno al «vero cristianesimo» evangelico. Quanto bastava per essere considerati contrari alla Riforma (ufficiale) e perseguitati. Tra il 1528 e il 1571 solo a Berna furono giustiziati non meno di 40 anabattisti, la metà dei quali provenienti dall’Emmental, dove si era rifugiata una numerosa comunità.
Ad opporsi alla Riforma furono però soprattutto i cattolici della Svizzera centrale. Il propagarsi del messaggio riformista di Zwingli preoccupò subito i cosiddetti Cantoni primitivi (Uri, Svitto e Untervaldo), che si affrettarono ad affermare la loro contrarietà non solo per fedeltà alla Chiesa di Roma, ma verosimilmente anche per non perdere i molti privilegi di cui godevano, concessi loro dalla Chiesa fin dai tempi di Sisto IV (papa dal 1471 al 1484) e soprattutto di Giulio II (papa dal 1503 al 1513) in cambio della fedeltà e di servizi militari.

Quattro guerre e quattro paci nazionali
Chiesa dei Gesuiti di Lucerna (1666/67)
Ai tre Cantoni primitivi si aggiunsero fin dal 1524 i Cantoni di Lucerna e Zugo che insieme formarono un’alleanza «per arrestare, estirpare e punire, per quanto possibile, nelle nostre regioni e fra le nostre autorità, le idee di Lutero, Zwingli, Hus e altri insegnamenti erronei e perversi».
A loro volta, i Cantoni che cominciavano a definirsi «protestanti» e non approvavano le resistenze alla Riforma, per farli desistere, pensarono di organizzare un blocco economico contro i cinque Cantoni cattolici in modo da ostacolarne gli approvvigionamenti. Lo scontro armato fu inevitabile, ma si concluse senza troppi danni con un accordo di pace chiamato «Pace nazionale».
Nel 1531 le armi ripresero il sopravvento e assegnarono la vittoria ai cattolici. Tra i protestanti ci fu anche una vittima illustre: Zwingli. La Seconda pace nazionale pose fine a questa «seconda guerra di religione», ma non ai contrasti destinati a durare ancora a lungo tra cattolici e protestanti. Seguiranno infatti altre due guerre per motivi religiosi e altrettante Paci nazionali nel 1656 e nel 1712. Nei periodi intermedi si faceva sempre qualche passo in avanti sulla strada della riconciliazione e del rispetto dei Patti federali, ma non ancora, fino al 1848, il passo decisivo.
Interno della chiesa dei Gesuiti di Soletta (1680/1689)
Intanto, dopo la vittoria del 1531 i Cantoni cattolici pensarono a rafforzarsi politicamente e militarmente, ma intrapresero anch’essi la strada delle riforme, non quelle però rivendicate da Zwingli o da Calvino (il grande riformatore di Ginevra), bensì quelle indicate dalla Chiesa rinnovata dal Concilio di Trento (1545-1563), soprattutto riguardo alla preparazione e all’organizzazione del clero. Per queste riforme i Cantoni cattolici fecero appello ad alcuni ordini religiosi e in particolare ai Gesuiti che costituirono in molte città svizzere proprie sedi, chiese e collegi.
Purtroppo, per garantire la pace religiosa definitiva doveva passare ancora molto tempo. Il passo decisivo fu provocato dal rischio di una quinta guerra di religione, ancora una volta tra cattolici (che avevano costituito un patto separato, il Sonderbund) e protestanti. Si era nel 1847 e la guerra civile, con armi molto più micidiali che in passato, avrebbe probabilmente posto termine all’idea stessa di una Confederazione pacifica, forte e moderna. Prevalse il buon senso e certamente ancora una volta il forte richiamo alle radici cristiane della Svizzera. (Segue).
Giovanni Longu
Berna, 9.3.2016

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