27 gennaio 2015

Giorno della memoria: perché ricordare?


Erano trascorsi 60 anni dalla liberazione del campo di sterminio nazista di Auschwitz (27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa) quando l’Assemblea delle Nazioni Unite, nel 2005, decise di dedicare ogni anno la data del 27 gennaio al ricordo dello sterminio del popolo ebraico: Giorno della Memoria. Voleva che questo ricordo, che si andava affievolendo, restasse per sempre impresso nella memoria collettiva quale monito contro ogni tipo di genocidio. Dalla liberazione dei superstiti di Auschwitz sono ormai trascorsi 70 anni e quel ricordo, anche se indiretto, è sempre vivo nello spirito di chi ama la libertà e odia la barbarie.
L'ingresso del campo di sterminio di  Auschwitz con la
famigerata scritta: Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi

Ho avuto l’opportunità di visitare, parecchi anni fa, il campo di concentramento di Dachau, vicino a Monaco di Baviera, e il campo di sterminio di Auschwitz, vicino a Cracovia in Polonia (dal 1979 Patrimonio dell'Umanità protetto dall'UNESCO). Li ho visitati entrambi insieme a un grande studioso delle atrocità naziste, un polacco, Stanisłav Musiał, scomparso da qualche anno.
Di Dachau mi diceva che quel poco ch’era rimasto non dava l’idea di quel ch’era stato in realtà quel Lager, perché i tedeschi ormai schiacciati dagli eserciti alleati, erano riusciti a distruggere gran parte delle prove materiali delle loro atrocità prima che giungessero i soldati anglo-americani e russi. 
Di Auschwitz provava orrore, perché in quel campo di sterminio erano morti alcuni suoi parenti. Anche da quel campo i tedeschi ormai prossimi alla disfatta cercarono di far scomparire gran parte delle installazioni che erano servite per eliminare oltre un milione di esseri umani. Lo stesso fecero in tutti i Lager abbandonati.
Cortile del blocco 11 col «muro della morte»
Per chi vuole esiste comunque una documentazione enorme che non lascia spazi al dubbio sull’efferatezza del genocidio e della barbarie nazista. Sulla base delle informazioni degli archivi e dei racconti dei sopravvissuti sono stati realizzati anche film giustamente famosi come, uno per tutti, quello di Steven Spielberg Schindler’s list (La lista di Schindler). E molti sono anche i luoghi testimoni dell’olocausto, soprattutto in Polonia, ad esempio, oltre ad Auschwitz, Bełżec, Chełmno, Sobibór, Treblinka, ecc. Insomma, quanto basta perché una persona onesta si renda conto di ciò che è stato fatto e di ciò che mai più dovrebbe succedere, anche in scala ridotta.

Forni crematori distrutti dalle SS prima di
fuggire (1945) 
e ricostruiti nel dopoguerra

Ricordare non significa infatti solo lasciare che la memoria riconosca attraverso immagini e luoghi quanto è stato commesso più di 70 anni fa, ma anche le cause soprattutto ideologiche che l’hanno provocato. In particolare, la pretesa superiorità di una razza (quella ariana) e di un popolo (quello tedesco) sul resto dell’umanità, tanto da far scatenare una «guerra totale» e lo sterminio di intere popolazioni («soluzione finale»).

Perché sia efficace, tuttavia, questa riflessione va attualizzata e personalizzata, come suggerisce Vittorio Foa nell’introduzione al libro di Primo Levi (ex deportato e sopravvissuto) «Se questo è un uomo»: «Sorgono allora delle domande: perché dobbiamo ricordare? E che cosa bisogna ricordare? Bisogna ricordare il Male nelle sue estreme efferatezze e conoscerlo bene anche quando si presenta in forme apparentemente innocue: quando si pensa che uno straniero, o un diverso da noi, è un Nemico si pongono le premesse di una catena al cui culmine, scrive Levi, c’è il Lager, il campo di sterminio».
Berna 27 gennaio 2015

Giovanni Longu

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