9 luglio 2014

Unione civile e famiglia: è tempo di decidere


Quando qualche mese fa papa Francesco era intervenuto sui divorziati e sui gay («chi sono io per giudicare gay e divorziati?»), alcuni osservatori s’immaginarono un’apertura della Chiesa cattolica ai matrimoni gay. I sostenitori delle unioni civili presagirono una vicina introduzione anche nell’ordinamento italiano (come già avvenuto in altri Paesi) di una sorta di matrimonio omosessuale e il dibattito su questo spinoso tema si riaccese dentro e fuori delle aule parlamentari.

E’ tempo di decidere
Siccome finora la Chiesa non ha aperto in questa direzione (e forse non aprirà mai), l’attenzione dell’opinione pubblica è calata e il dibattito sull'argomento è rientrato nell'ambito ristretto della cronaca politica. In realtà sembra che qualcosa stia per accadere, perché voci importanti del mondo politico e mediatico si sono espresse di recente a favore delle unioni civili.
Francamente mi sorprende la lungaggine di un dibattito su un tema che per quanto controverso potrebbe essere risolto facilmente, mentre altri problemi ben più importanti non vengono affrontati con la serietà e l’urgenza che meriterebbero. Quando dico «facilmente» non intendo negare la complessità e la delicatezza del tema, ma ritengo che basterebbe superare la confusione terminologica per giungere in tempi ragionevoli ad una soluzione soddisfacente sul piano giuridico e sociale. Così è avvenuto in Svizzera, giusto per citare un esempio significativo, dove è stata adottata una terminologia assolutamente inconfondibile, designando l’unione civile incardinata nel diritto civile «unione domestica registrata».
Continuare invece, come avviene in Italia, a utilizzare indifferentemente il termine «matrimonio» per designare sia l’unione tra un uomo e una donna quale fondamento della famiglia e sia l’unione omosessuale certamente non aiuta. Un conto è infatti parlare di «matrimonio» e un altro di «unione civile», soprattutto se gli effetti giuridici sono differenti riguardo soprattutto all'adozione (com’è nella maggior parte degli ordinamenti giuridici). Per questo è essenziale che il dibattito politico cominci col chiarire senza equivoci gli effetti che s’intende conseguire con la riforma del diritto di famiglia.

Centralità della famiglia
Nella discussione andrebbero tuttavia tenuti presente, a mio avviso, anche alcuni aspetti non trascurabili, ad esempio la concezione tradizionale della centralità della famiglia come si è sviluppata non solo nella nostra società ma in tutte le società umane, la situazione attuale di crisi della famiglia, ma anche la delicatezza dei problemi legati al ruolo dei genitori (paternità e maternità), alla figliolanza e all’adozione, alla protezione e all'educazione dei figli, ecc.
Non credo che dal punto di vista dello Stato di diritto sia sostenibile l’eventuale accusa di discriminazione, qualora si decidesse di distinguere nettamente il matrimonio dall'unione civile o unione domestica registrata, accordando a quest’ultima solo i diritti civili fondamentali (libertà di unione, assistenza, sussidiarietà, eredità, ecc.) ma negandole ad esempio la possibilità di adottare. Lo Stato di diritto infatti non può garantire tutto a tutti, mentre è certo che debba garantire ad alcuni elementi una protezione particolare, o perché più deboli (ad esempio i figli) o perché considerati un pilastro fondamentale della società (ad esempio i genitori e la famiglia).
Fatte queste premesse e visto che ormai c’è un ampio orientamento politico favorevole alle unioni civili, tanto varrebbe che il Parlamento accordasse senza indugio alle coppie omosessuali registrate i diritti civili corrispondenti ai loro interessi legittimi soprattutto in campo patrimoniale, ereditario, assistenziale, e ne escludesse chiaramente altri, ad esempio in relazione all'adozione.

Interventi coraggiosi e urgenti
Risolto questo annoso problema, le forze politiche ma anche il dibattito pubblico dovrebbero affrontare seriamente la vera sfida della nostra società, che verte ancora sulla centralità della famiglia oggi minacciata da una profonda crisi di identità, di funzionalità e di sviluppo. La famiglia oggi è in crisi perché è poco considerata, non è sostenuta, anzi è spesso ostacolata nella sua formazione e nel suo sviluppo. Persino nella distribuzione dei famosi 80 euro di sussidio per i redditi più bassi il governo Renzi si è dimenticato del «quoziente familiare», delle difficoltà delle famiglie monoreddito, delle famiglie monoparentali, delle esigenze di molte famiglie con membri disabili, in formazione o disoccupati, ecc.
In Italia dovrebbero far riflettere i dati pubblicati recentemente dall’Istat, dai quali emerge che gli italiani si sposano di meno (nel 2013: -200.000) e fanno meno figli (in calo ormai da cinque anni; nel 2013 minimo storico), mentre la popolazione continua ad invecchiare. La Svizzera è messa un tantino meglio: nel 2013 sono calati i matrimoni, ma sono aumentate leggermente le nascite.
Credo che una delle priorità del governo italiano dovrebbe riguardare la famiglia nella sua complessità e nelle sue enormi difficoltà. Se è vero, come molti per fortuna ancora ritengono, che la famiglia rappresenta la cellula fondamentale della società, penso che si debba intervenire coraggiosamente e con urgenza per far sì che questa cellula si sviluppi in maniera sana ed equilibrata. Anche la Chiesa cattolica, col prossimo Sinodo straordinario sulla famiglia del prossimo ottobre 2014 potrebbe dare un grande contributo.

Giovanni Longu
Berna, 09.07.2014

Le riforme che l’Italia aspetta da … cent’anni!


Nella storia d’Italia, periodi di crisi simili a quello attuale ce ne sono stati. Cent’anni fa, ad esempio, la penisola era attraversata da nord a sud da una crisi occupazionale e sociale di enormi proporzioni. La disoccupazione era diffusa, la povertà aumentava, il malcontento non risparmiava alcuna classe sociale.
La situazione finì per provocare la caduta dell’ultimo governo presieduto da Giovanni Giolitti, creando le premesse per l’intervento italiano nella prima guerra mondiale e per l’avvento del fascismo. Non riuscì a fare meglio il suo successore, Antonio Salandra, che anzi peggiorò la situazione soprattutto dopo l’entrata in guerra dell’Italia (24 maggio 1915).

Richiesta di riforme sociali e istituzionali
In un intervento del giugno 1914 alla Camera dei deputati, che si accingeva a discutere un disegno di legge concernente «provvedimenti tributari», l’onorevole Nino Mazzoni, sindacalista socialista, chiese di non entrare in materia «deplorando che i nuovi oneri finanziari non siano accompagnati da provvedimenti di indole sociale». Il riferimento era alle casse vuote dello Stato in seguito alla costosissima guerra per la conquista della Libia (1911-1912) e ai tentativi del governo Salandra di far soldi introducendo nuove imposte, che gravavano soprattutto sul ceto medio.
Mazzoni addossava al sistema politico di allora (da cui erano esclusi i socialisti) la responsabilità dell’aggravarsi della «grave crisi economica» e della «condizione delle classi lavoratrici», provocando soprattutto nelle provincie meridionali miseria e disoccupazione «che trovano il loro sfogo nella emigrazione, le cui cifre in questi ultimi anni salirono spaventosamente».
Al governo il deputato socialista rimproverava di non fare nulla per i lavoratori della terra e per i consumatori, mentre sarebbe stata più che mai opportuna una «politica di provvidenze sociali e di lavori». Secondo lui, una tale politica presupponeva, già allora, «una radicale rinnovazione di tutti gli organi e di tutte le funzioni dell'Amministrazione dello Stato», ma il governo pensava ad altro.

Riforme tra mito e realtà
Matteo Renzi
Anche solo dai pochi accenni dell’intervento Mazzoni di un secolo fa è facile intuire le forti analogie tra la situazione di allora e quella di oggi, sebbene con una differenza sostanziale: oggi il governo è molto più attento alla situazione di crisi della società italiana. Questa differenza non basta tuttavia a dissipare il dubbio sull'efficacia delle misure annunciate dall'attuale governo di Matteo Renzi.
Stento a capire, ad esempio, quante delle numerose riforme annunciate dal presidente Renzi abbiano finora avuto un risvolto pratico. Già il continuo parlare di «riforme» in generale senza precisione alcuna ne hanno fatto una sorta di mito, che le colloca sul piano dell’irrealtà o al massimo delle buone intenzioni, ma senza alcuna efficacia pratica. Le riforme o sono reali e in atto o sono solo progetti, visioni, aspirazioni.
Se poi le riforme si riducono, nell’opinione pubblica, alla trasformazione del Senato in una nuova entità dai contorni ancora misteriosi, o alla nuova legge elettorale ancora in alto mare (ma di cui tra gli stessi sostenitori si va dicendo che sarebbe a rischio d’incostituzionalità) o alla riforma della Pubblica amministrazione di là da venire (senza indicarne nemmeno le linee guida), viene da chiedersi se tutti questi magari auspicabili cambiamenti sono davvero ciò che la crisi della società italiana di oggi ha bisogno.
Ho ascoltato con attenzione e riletto sulla stampa vari interventi di questi giorni del presidente del Consiglio dei ministri italiano, che anche di fronte ai capi di Stato e di governo europei continua ad insistere sulle riforme italiane, come se quelle prospettate e magari già in discussione fossero già attuate. Forse Renzi non si rende conto che gli europei, soprattutto quelli del nord, sono tipi pratici, poco propensi a credere e sempre pronti a giudicare, soprattutto quando dimostrano di saper fare bene i compiti e i conti.

Le riforme in lista d’attesa
Ho trovato sorprendente, ad esempio, la polemica che Renzi ha innescato con i tecnocrati e i banchieri europei immaginando forse che in Europa ci sia qualcuno che ritenga possibile che in una comunità come quella europea possano convivere indifferentemente Stati virtuosi e Stati che non sanno nemmeno tenere i propri conti in ordine.
Non ci vuole un economista per capire che un debito è sempre un fardello e il debito dello Stato sta diventando in Italia un fardello sempre più pesante per tutti, perché mancano i soldi da investire nei servizi pubblici, nella formazione, negli incentivi all’occupazione, ecc.
Mi auguro di poter sentir annunciare da Matteo Renzi o da qualche altro esponente del suo governo che finalmente il PIL cresce nuovamente, la disoccupazione cala, i giovani possono guardare più serenamente al futuro, le famiglie vivono più tranquille, i servizi pubblici funzionano, il sistema formativo italiano risale nelle classifiche internazionali, tutti i cittadini italiani pagano le tasse dovute, per cui lo Stato le diminuisce a tutti, i corrotti vengono sanzionati, solo i meritevoli fanno carriera, l’Italia è ridiventata competitiva, ecc. ecc.
Ma quando tutto ciò o una buona parte sarà possibile?

Giovanni Longu
Berna, 09.07.2014