8 aprile 2010

La xenofobia degli anni Sessanta


Quarant’anni fa, 1970: anno cerniera per l’immigrazione italiana in Svizzera*

La xenofobia in Svizzera ha radici lontane (v. articolo del 10.3.2010), ma si è espressa con toni molto aspri a livello nazionale soprattutto negli anni Sessanta del secolo scorso. Il 1970 ha segnato il momento più acuto della xenofobia antistranieri (soprattutto italiani) in Svizzera.
Dal dopoguerra alla fine degli anni Sessanta, l’immigrazione dall’Italia aveva assicurato alla Svizzera il principale flusso di lavoratori stranieri. L’Italia rappresentava in assoluto il maggiore serbatoio di manodopera disponibile e relativamente a buon mercato dell’economia svizzera. Tra il 1951 e il 1970 vennero in Svizzera 1.766.064 italiani, uomini e donne, mentre i rientri furono 1.419.661. Il saldo migratorio risultante era ampiamente positivo (+346.403 immigrati), che andava ad accrescere la popolazione italiana residente stabile. Nel 1969, nel mese di agosto, erano presenti in Svizzera a vario titolo circa 670.000 italiani, di cui oltre 530.000 residenti stabili. 138.500 erano stagionali.
In breve, la presenza degli italiani alla fine degli anni Sessanta è massiccia e, grazie a una proliferazione di associazioni, anche fortemente organizzata, sia pure in maniera scoordinata. L’italiano è la lingua «franca» del momento. Il numero dei parlanti italiano non è mai stato così alto. Al censimento del 1970 l’italiano come lingua principale sfiorerà il 12%. Lo stile di vita italiano diventa contagioso soprattutto nel mangiare, nel vestire, nei comportamenti.
Per l’economia svizzera, il decennio 1960-1969 fu un decennio d’oro. Alcune cifre sono significative. Il prodotto interno lordo (PIL) reale della Svizzera (ai prezzi del 1970) è passato da 57.165 milioni di franchi (1960) a 85.230 milioni (1969). Nello stesso periodo il debito pubblico netto di Confederazione, Cantoni e Comuni è diminuito dal 22,8% del PIL al 15,6%. Il debito della Confederazione, da solo, è sceso da 5,8 miliardi (14,5% del PIL) a 6,2 miliardi (6,3%). Attualmente il debito pubblico della Confederazione ammonta a circa 111 miliardi (!).
«Senza italiani non c’è benessere»
Gli italiani contribuivano in misura determinante al benessere svizzero. In molti rami dell’economia erano divenuti praticamente indispensabili. Basti pensare alla costruzione degli impianti idroelettrici, all’edilizia in generale, all’industria metallurgica. Un giornalista di Basilea scrisse nella prima metà degli anni Sessanta una serie di articoli dedicati al tema: «Senza italiani non c’è benessere» (Ohne Italiener kein Wohlstand). Ciononostante, egli scriveva, in Svizzera lo straniero è considerato solo «forza lavoro e turista». Quando passa la frontiera per motivi di lavoro riceve solo un permesso a tempo determinato, in modo da poterlo rispedire a casa quando non serve più.
Nel 1964, consapevoli della loro forza non solo numerica e dell’appoggio di un governo italiano finalmente più attento ai problemi degli emigrati, gli italiani riescono a strappare dalla controparte svizzera un nuovo Accordo di emigrazione più vantaggioso di quello del 1848 ancora in vigore, ma era anche il minimo di quel che la Svizzera doveva agli italiani.
Nel dibattito parlamentare per la ratifica dell’Accordo era intervenuto anche il consigliere nazionale ticinese Nello Celio, che pochi anni più tardi sarebbe divenuto Presidente della Confederazione: «In collaborazione con l'eccellente operaio svizzero – egli disse - l'emigrazione italiana ha da noi impresso il marchio alle più grandi opere, dalle gallerie ferroviarie agli impianti idrici, e le grandi costruzioni del genio civile non avrebbero visto la luce se umili e meno umili lavoratori di quella nazione che nei tempi illuminò il mondo con la sua civiltà, non vi avessero posto mano. Il padronato svizzero non può misconoscere di avere, grazie alla mano d'opera italiana, risolto il problema della espansione ed i lavoratori del nostro paese, dopo aver fino a ieri predicato la solidarietà internazionale, non avranno dimenticato il contributo dell'estero all'incremento del prodotto sociale di cui essi stessi hanno beneficiato in larga misura».
Questo Accordo con l’Italia rappresentava in effetti per la Svizzera «una rottura nella politica migratoria svizzera» (M. Cerutti) ed era ritenuto dalla destra nazionalista troppo vantaggioso per gli italiani e pericoloso per la Svizzera perché spianava la strada all’«inforestierimento».
Xenofobia crescente
Ad attizzare l’odio verso gli stranieri aveva cominciato nel 1961 a Winterthur un piccolo partito, molto aggressivo, denominato: Azione nazionale contro l’inforestierimento del popolo e della patria (Nationale Aktion gegen die Überfremdung von Volk und Heima). Gli aveva fato eco due anni più tardi a Zurigo il «Movimento indipendente svizzero per il rafforzamento dei diritti del popolo e della democrazia diretta» meglio conosciuto come «partito anti-italiano» perché si autodefiniva anche «Partei gegen die Überfremdung durch Südländer» (partito contro l’inforestierimento da parte di meridionali). Alcuni fanatici cercarono di scatenare, tramite volantini e lettere razziste - in maggioranza anonime - utilizzando un lessico di stampo nazionalsocialista, l'odio contro gli stranieri e in particolare gli italiani, ormai provenienti in maggioranza dal Meridione.
Da allora i movimenti xenofobi si erano ampiamente diffusi in Svizzera e preoccupavano seriamente il Consiglio federale, che non poteva ignorarli, soprattutto dopo che una Commissione di studio insediata nel 1961 aveva messo in evidenza nel suo rapporto finale del 1964 la pericolosità di una ulteriore espansione incontrollata dell’economia svizzera basata su un costante aumento di lavoratori stranieri (pericolo di inforestierimento). Per di più anche i sindacati condividevano questa analisi.
E’ in questo contesto che si svolsero le difficili trattative per l’Accordo di emigrazione con l’Italia. A causa della pressione dei movimenti xenofobi e persino dei sindacati, il Consiglio federale fu costretto a concedere il meno possibile, ma comunque tanto o addirittura troppo per la destra nazionalista. Questa, tuttavia, non si arrese e insorse sulle piazze agitando lo spauracchio dell’«inforestierimento». Il 30 giugno 1965 depositò ben 59.164 firme per chiedere una modifica della Costituzione finalizzata a limitare drasticamente il numero degli stranieri.
Il Consiglio federale, che non negava l’esistenza del problema degli stranieri, riuscì ad evitare la votazione popolare promettendo di lottare contro l’inforestierimento, ma non nella forma chiesta dagli autori dell’iniziativa, bensì attraverso maggiori sforzi per l’«assimilazione» e la naturalizzazione agevolata degli stranieri residenti stabilmente in Svizzera. Promise comunque un impegno a ridurre nel tempo l’immigrazione e ad agevolare l’assimilazione.
Dietro promesse di riduzione e stabilizzazione della manodopera estera da parte del governo, l’iniziativa venne ritirata, ma l’ostilità nei confronti degli stranieri non diminuì, anzi si rafforzò nell’opinione pubblica e nella politica. Fu così che qualche anno dopo, il 20 maggio 1969, J. Schwarzenbach depose una nuova iniziativa ancor più radicale della precedente «contro l’inforestierimento», corredata di ben 70.292 firme valide.
I «Cincali»
A preoccupare molti svizzeri non era solo l’alto numero di stranieri presenti in Svizzera, ma anche e soprattutto il loro rapido aumento, specialmente degli italiani. Nel 1960 gli italiani residenti (domiciliati e annuali) erano 346.223. Il loro incremento rispetto al 1950 (140.280 residenti) era stato di ben il 147%. Al censimento del 1970 il loro numero risulterà ulteriormente aumentato a 583.855, con un incremento rispetto al 1960 del 169%.
L’aumento degli italiani appariva a molti preoccupante anche perché ormai si alimentava più che con nuovi arrivi dall’Italia grazie soprattutto all’incremento naturale. Se al censimento del 1960 risultavano nati in Svizzera 50.397 italiani, nel 1970 ne risulteranno ben 134.000. Solo nel 1965 i neonati italiani erano 17.855 (ca. 64% degli stranieri) e raggiungeranno la cifra record di 19.101 (il 64% di tutti gli stranieri) nel 1969.
Di fronte al forte incremento delle nascite degli italiani, le nascite degli svizzeri segnavano una leggera diminuzione. Molti svizzeri si domandavano preoccupati dove sarebbero arrivati gli stranieri, se non si fosse posto un freno all’immigrazione durevole. Tanto più che gli stranieri, soprattutto gli italiani, cominciavano a dare segni evidenti di voler restare in Svizzera più a lungo del previsto e con l’intera famiglia e di volersi organizzare sempre meglio con propri centri, associazioni, ristoranti, scuole, chiese, giornali, squadre sportive, attività commerciali, ecc.
I sentimenti xenofobi che covavano da diverso tempo in alcune cerchie di popolazione esplosero verso la fine del decennio considerato. I giornali vennero inondati di lettere, spesso anonime, che esprimevano non solo fastidio e paura per la presenza di «troppi» stranieri, che rischiavano di prendere il sopravvento sugli svizzeri, ma anche sentimenti di disprezzo e di odio. Gli italiani erano ormai quasi solo « «Tschingg» o «Cincali». Contro di essi venivano lanciate le accuse più comuni e più banali, che erano troppo rumorosi, arroganti, sporchi, primitivi, analfabeti, violenti, immorali, che inquinavano l’ambiente, rovinavano la qualità delle aree residenziali, ecc.
A queste accuse se ne aggiungevano altre, meno evidenti ma non meno efficaci, che finivano per considerare specialmente gli italiani degli estremisti, comunisti, rivoluzionari. Tanto è vero che molti attivisti venivano attentamente sorvegliati da una sorta di polizia segreta e schedati. Molti vennero anche espulsi, per dare una lezione a chi restava.
Al Consiglio federale, che andava dicendo che bisognava assimilare gli stranieri residenti stabilmente in Svizzera, i nazionalisti xenofobi rispondevano che soprattutto gli italiani meridionali erano «inassimilabili» e occorrevano nei loro confronti soluzioni radicali.
In questo ambiente maturò la crociata contro gli stranieri avviata da Schwarzenbach e che incontrerà un ampio sostegno popolare nel 1970. Gli italiani, però, non stavano a guardare.
* Il primo articolo di questa serie è del 10.3.2010.
Giovanni Longu
Berna, 7.4.2010

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