5 novembre 2009

Relazioni italo-svizzere in crisi a causa dello scudo fiscale?

Son volate parole grosse su questa vicenda, ma sulle parole a caldo va fatta sempre la tara. Il governo federale ha dovuto reagire «duramente» nei confronti dell’Italia soprattutto per stemperare le voci molto più critiche degli ambienti bancari e politici ticinesi. Con quanta convinzione l’ha fatto non è dato sapere.
Leggendo tra le righe la reazione del Presidente della Confederazione Hans-Rudolf Merz sulla interruzione delle trattative per un nuovo accordo sulla doppia imposizione fiscale si capisce bene che non c’è nessuna intenzione seria di abbandonare il dialogo con l’Italia. Ed è stato forse un lapsus terminologico che il Consigliere federale ora pensionato, Pascal Couchepin, abbia qualificato come «razzia» un’ispezione legittima nelle filiali di banche svizzere in Italia da parte degli agenti della Guardia di finanza. La razzia la compiono infatti i ladri, non i derubati. Inoltre, lo scudo fiscale concerne unicamente i cittadini italiani che detengono «illegalmente» capitali all’estero senza dichiararli al fisco italiano. Le banche e le istituzioni svizzere ne sono coinvolte solo indirettamente.
Sta di fatto che il clima nei rapporti italo-svizzeri si è un po’ raggelato ed è obiettivamente un peccato, anche se non mortale. Per evitare che gli stessi rapporti si deteriorino è necessario riprendere il dialogo.
Dialogo necessario
La ripresa del dialogo è non solo necessaria ma urgente. Si tratta anzitutto di abbandonare i toni minacciosi da entrambe le parti e trovare a tavolino soluzioni concrete e accettabili ai vari problemi sul tappeto, compreso quello riguardante l’evasione fiscale. E’ vero infatti che è un problema interno italiano, ma è anche un po’ svizzero, perché in una convivenza pacifica tra Stati non si deve nemmeno dare l’impressione che uno favorisca anche solo indirettamente atti delittuosi commessi nell’altro.
Per questo è necessario e urgente che si chiariscano le posizioni. L’Italia e il ministro Tremonti devono chiarire fin dove vogliono spingersi, perché se è legittima l’applicazione della legge italiana che mira a colpire l’evasione fiscale, le operazioni al riguardo vanno fatte nel rispetto delle convenzioni (anche quelle non scritte) internazionali. Anche la Svizzera, tuttavia, deve chiarire quale comportamento intende seguire per evitare di continuare ad apparire un «paradiso fiscale». Per liberarsi definitivamente da questa accusa (oggi in gran parte ingiustificata) dovrebbe mostrarsi più collaborativa con l’Italia intenzionata a snidare gli evasori fiscali che pensano di farla franca sapendo che in Svizzera vige il «segreto bancario».
Con questo non voglio certo dire che i metodi poco diplomatici (per usare un eufemismo) adoperati da Tremonti rappresentino il massimo del rispetto che si deve portare ad un Paese amico con cui la collaborazione più che un obbligo è una necessità. E dispiace che la vertenza in atto rischi di ripercuotersi sulle relazioni quotidiane tra svizzeri e italiani. Forse Tremonti, pensando allo scudo fiscale, si è dimenticato che in Svizzera vive una numerosa collettività italiana che qui ormai ha messo le proprie radici e ha sposato serenamente due anime, due patrie e due culture in una convivenza pacifica e senza ostacoli. Perché mettere in pericolo questa convivenza tranquilla?
Mi auguro che il ministro Tremonti faccia tesoro di questo «incidente» e si renda conto che se a lui interessano soprattutto i soldi degli evasori, ai cittadini italiani che vivono in Svizzera interessa soprattutto una leale ed efficace collaborazione tra i due Paesi. Se lo scopo è quello di far emergere il molto denaro sottratto al fisco italiano e giacente nei forzieri svizzeri, sarebbe stato sicuramente preferibile chiedere aiuto al governo federale piuttosto che mettersi a fotografare le macchine che varcano la frontiera e quant’altro o far vedere «chi siamo noi» sguinzagliando centinaia di agenti della guardia di finanza alla caccia dell’evasore che porta i soldi in Svizzera.
Relazioni italo-svizzere in pericolo?
Non credo che in una trattativa seria, soprattutto oggi, la Svizzera avrebbe negato la collaborazione, tanto più che ormai ha rinunciato all’assolutezza del segreto bancario e, dopo gli attacchi di Stati Uniti, Germania, Francia e Gran Bretagna, è disponibile a fornire assistenza amministrativa ai Paesi che la richiedono per combattere anche l’evasione fiscale oltre alla frode fiscale. Del resto, la Svizzera sa bene che con i vicini è più conveniente mantenere stretti legami che rapporti conflittuali.
Ha scritto l’on. Narducci, del Partito democratico contrario allo scudo fiscale, che a causa di questa controversia «i rapporti tra la Svizzera e l’Italia hanno verosimilmente toccato il punto di tensione massimo e a giudicare dalle posizioni assunte dai rispettivi governi pare piuttosto difficile un ritorno alla normalità in tempi relativamente brevi». Mi pare un’interpretazione pessimistica della realtà. Condivido piuttosto l’ottimismo dell’ambasciatore Giuseppe Deodato che qualifica ancora i rapporti bilaterali «straordinari», ma condivido soprattutto l’atteggiamento della Consigliera federale Doris Leuthard, che sulla vicenda ha usato toni più concilianti, affermando che con l’Italia «bisogna dialogare».
La via del dialogo è da prendere seriamente in considerazione da entrambe le parti anche perché gli interessi comuni sono enormi. Basti pensare che l’interscambio Svizzera-Italia sta andando a gonfie vele e l’Italia è il secondo partner commerciale della Svizzera dopo la Germania. La collettività italiana è ancora quella straniera più consistente e più radica sul territorio. Gli interessi in gioco sono davvero enormi e non si può stare a tergiversare sul da farsi.
Sono 148 anni che l’Italia e la Svizzera vivono rapporti non solo di buon vicinato ma di intenso scambio e di profonda amicizia. Quei soldi frodati al fisco italiano non possono essere considerati ragione sufficiente per interrompere un’ottima relazione che esiste sostanzialmente invariata da quando esiste la Confederazione e da quando esiste l’Italia unita.
Nella lunga storia dei rapporti italo-svizzeri, gli incidenti diplomatici si contano forse sulle dita di una mano. Ci fu solo un caso di rottura (all’inizio del secolo scorso col famoso affare Silvestrelli) ed ebbe origine probabilmente da una reciproca incomprensione e dal non rispetto delle rispettive competenze. Gli altri episodi critici, durante il periodo fascista e negli anni della forte immigrazione italiana in Svizzera furono superati con i tradizionali scambi di note diplomatiche e la rimozione di qualche personaggio poco gradito.
Nessun episodio fu veramente grave, nemmeno quando sotto la cenere covavano paure più che rancori e ogni Paese cercava di proteggersi da eventuali rischi con fortificazioni, piani di attacco e piani di difesa. Storicamente l’arma più efficace si è sempre dimostrata il dialogo e la collaborazione. Lo sarà, ne sono convinto, anche in questa occasione.
Giovanni Longu
Berna, 5.11.2009

1 novembre 2009

Immigrazione italiana tra catastrofismo e integrazione

Nei giorni scorsi, la stampa italiana ha dato risalto al rapporto 2009 della Caritas/Migrantes in cui si parla fra l’altro della presenza in Italia di oltre 4 milioni e mezzo di stranieri (7,2%) e della previsione di oltre 12 milioni nel 2050.
Come al solito, su questo rapporto e in genere sulla politica migratoria italiana, le opinioni si dividono. Per gli uni, gli immigrati sono una risorsa e la loro presenza è e sarà «necessaria per il funzionamento del Paese», per gli altri rappresentano un pericolo: «dodici milioni di stranieri nel 2050 sono una catastrofe sociale, demografica, geografica» (Il Giornale, 29.10.2009).
In realtà il «problema degli stranieri» non è solo un problema di statistica demografica o di convivenza civile, ma qualcosa di molto più complesso, un problema di civiltà al quale l’Italia non può sottrarsi. Il catastrofismo non aiuta a risolverlo.
Quanto alle cifre, credo che la previsione della Caritas (e dell’Istat) sia un tipico scenario possibile ma improbabile, perché basato su una premessa che generalmente non si verifica, ossia che il tasso di accrescimento degli stranieri continui ai ritmi attuali in un contesto identico o molto simile a quello odierno.
Basandosi su una tale premessa, alla vigilia della prima guerra mondiale, in Svizzera era stato previsto che attualmente ci sarebbero stati più stranieri che svizzeri. Agli inizi del Novecento, l’aumento del numero di stranieri sembrava inarrestabile. Si era passati dal 7,5% del 1888 al 14,7% nel 1910. Un semplice calcolo aveva indicato che se il tasso di crescita fino ad allora registrato fosse continuato per circa 80 anni (ossia fin verso il 1990), la proporzione degli stranieri avrebbe raggiunto il 50%. Di fatto, la proporzione degli stranieri, con tutti gli alti e bassi che aveva avuto dalla prima guerra in poi, era ancora del 14,8 nel 1980 e oggi, a quasi un secolo da quella previsione stramba, non arriva al 22%.
In realtà il ritmo di accrescimento di una componente demografica, ad esempio gli stranieri, può variare moltissimo in funzione di numerosi altri fattori che influiscono sull’immigrazione. Basterebbe, ad esempio, che si deteriorassero le condizioni economiche del Paese destinatario e già diminuirebbe l’interesse degli stranieri a stabilirvisi. Inoltre, gran parte degli emigranti rinuncerebbe volentieri a lasciare il proprio Paese se trovasse sul posto condizioni di vita e di lavoro dignitose. E’ quel che è successo all’Italia e alla Svizzera, passati nell’arco di pochi decenni da Paesi di forte emigrazione a Paesi di forte immigrazione. Lo stesso potrebbe succedere con gli attuali Paesi d’emigrazione.
Va inoltre ricordato che l’aumento del numero di stranieri non dipende solo dal numero di nuovi immigrati che si aggiungono a quelli già presenti, ma anche dall’autoincremento, ossia dal numero di figli degli stessi stranieri, che pur non essendo immigrati restano stranieri. Basterebbe però che il tasso di natalità degli stranieri diminuisse e diminuirebbe un elemento fondamentale della crescita degli stranieri. Questo è successo per esempio con gli italiani immigrati in Svizzera nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso ed è probabile che succeda lo stesso fenomeno con gli attuali immigrati in Italia.
Un altro elemento che incide considerevolmente sia sul numero degli stranieri che sul loro tasso di crescita è il tasso di naturalizzazione. In genere, nelle società di accoglimento, sempre più giovani stranieri di seconda e terza generazione acquistano (facilmente) la cittadinanza del Paese ospite, sottraendoli così alle statistiche sugli stranieri. Un esempio lampante è dato proprio dagli italiani in Svizzera. Per un lungo periodo (circa 100 anni), in cui le naturalizzazioni erano poche, il numero degli italiani è andato sempre crescendo (con saltuarie flessioni), fino a superare il mezzo milione negli anni Sessanta del secolo scorso. Dall’inizio degli anni Settanta il numero degli italiani (con la sola nazionalità italiana) è costantemente diminuito (oggi sono rimasti ca. 290.000). Le ragioni della diminuzione (importantissima per la statistica svizzera sugli stranieri) non vanno ricercate solo nei massicci rientri della prima generazione del dopoguerra, ma anche nelle numerose naturalizzazioni (circa 150.000) dal 1970 ad oggi). Tanto è vero che sommando ai soli cittadini italiani quelli con la doppia nazionalità la collettività italiana dovrebbe aggirarsi attorno al mezzo milione, ossia il valore che aveva verso la fine degli anni Sessanta.
Questo per dire che l’allarmismo, per quanto riguarda gli stranieri in Italia è fuori posto. Certamente non significa che la situazione si «normalizzerà» da sola. Occorre che le istituzioni adottino una politica d’integrazione efficiente ed efficace.
Probabilmente la via maestra non è quella di adottare immediatamente una sorta di naturalizzazione automatica (jus soli) per tutti gli stranieri nati in Italia. Ogni tentativo in questa direzione in Svizzera è fallito (il primo è datato 1903, l’ultimo 2004). Da qualche anno, tuttavia, la Svizzera sta portando avanti una politica d’integrazione che comincia a dare i suoi frutti in ambito scolastico, sociale, professionale e persino politico. Sta cominciando a diffondersi, per esempio, il diritto di voto a livello comunale e la partecipazione degli stranieri in molti organismi consultativi.
Probabilmente il primo passo da compiere è a livello culturale e informativo, quello di abbattere i pregiudizi riguardanti gli stranieri. Il secondo e più importante è la pratica dell’integrazione, ricordando che l’integrazione non la fanno le istituzioni, ma queste devono favorirla. Devono integrarsi le persone, le culture, le religioni, rispettandosi reciprocamente in un quadro che è quello giuridico nazionale. E questo richiede una disponibilità e uno sforzo comuni, sia da parte di chi intende integrarsi e sia da parte della società civile che deve essere pronta e aperta all’accoglienza e al sostegno degli stranieri nel rispetto della loro identità personale, culturale, religiosa.
Credo che l’Italia in questo campo sta già facendo molto, ma quel che resta da fare è ancora di più. E’ un buon segno che se ne discuta già tanto, ma è urgente che l’integrazione sia praticata sul serio e senza preconcetti. Tra l’altro un po’ di ottimismo non guasta.

Giovanni Longu
Berna 1.11.2009