30 dicembre 2009

Contestazione della democrazia e crisi italo-svizzera

Due cose mi hanno particolarmente colpito nell’anno appena trascorso nell’ambito di questo osservatorio: la discussione sulla democrazia sia in Italia che in Svizzera e la battuta d’arresto nei rapporti italo-svizzeri.
Contestazione della democrazia in Italia
Sistematicamente, all’indomani delle elezioni politiche, si apre un’interminabile discussione sui ruoli della maggioranza e della minoranza, come se la Costituzione non esistesse e il giudizio popolare fosse interpretabile a piacere. Evidentemente il «governo del popolo» (ossia la «democrazia» degli antichi Greci) non ha ancora assunto un significato univoco e condiviso. Su questa incertezza si basano molte ambiguità e animosità che animano il dibattito politico.
Quando sorgeva una disputa nel mondo cristiano, soprattutto nei secoli passati, e su questa interveniva d’autorità il Papa, si diceva: «Roma locuta est, causa finita est», ossia, una volta intervenuta la decisione papale, la questione doveva considerarsi risolta. Era così, e in parte lo è ancora, perché nel campo religioso cattolico non esiste un’autorità superiore a quella del Papa a cui potersi appellare. Qualcosa di analogo succedeva anche nelle monarchie assolute, in cui la massima autorità era rivendicata dal re, che per questo veniva chiamato «sovrano».
Con l’avvento della democrazia nella maggior parte degli Stati del mondo, l’unica «sovranità» riconosciuta da tutti è quella del popolo. La Costituzione italiana lo dice chiaro e tondo: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»,(art. 1). Dovrebbe essere pertanto chiaro che una volta che il popolo «sovrano» si è pronunciato, in libere elezioni, la questione di chi deve governare e di chi deve stare all’opposizione dovrebbe considerarsi chiusa. Invece non è così. Anche l’attuale governo e l’attuale maggioranza sembrano non godere della piena legittimazione da parte delle opposizioni.
In fondo, in Italia non si accetta il principio di legittimazione da parte del popolo sovrano, non si accetta in buona sostanza il fondamento stesso della democrazia. C’è infatti una minoranza, spesso assai consistente, che sistematicamente contesta il verdetto del popolo «sovrano». Non potendo dire apertamente che l’elettorato è costituito da imbecilli e incompetenti, dice magari che il popolo non ha fatto la scelta giusta perché disinformato, stordito dalla propaganda, ammaliato dalle sirene o illuso dalle assurde promesse e via discorrendo. In realtà si nega la sovranità del popolo, accusandolo di essere incapace d’intendere e di volere.
Con questi presupposti, è facile capire perché in Italia il dibattito politico ha un profilo molto basso, anzi deleterio. A furia di interpretare la scelta popolare, una parte (maggioranza) finisce per considerare la sua missione (di per sé di durata limitata) come una sorta d’investitura per governare incondizionatamente e senza intralci e l’altra parte (minoranza) per ritenersi obbligata a intraprendere qualsiasi azione pur di impedire alla maggioranza di governare, ritenendola almeno moralmente indegna di guidare il Paese.
Come si spiegherebbe altrimenti che molti politici dell’opposizione non riconoscano alla maggioranza nemmeno la legittimità a legiferare e considerino deputati e senatori che si apprestano a farlo come fossero dei rinnegati e servi del padrone? Di fatto non sono pochi coloro che dopo un’interminabile campagna di delegittimazione finiscono per considerare il governo voluto dalla maggioranza del popolo italiano una iattura, una sorta di «regime» e di «dittatura», e chi lo guida una sorta di tiranno da abbattere. E come non collegare, almeno indirettamente, l’aggressione del 13 dicembre al premier Silvio Berlusconi col degrado della politica italiana, che in talune espressioni e in taluni atteggiamenti esprime vero e proprio odio?
Dubbi anche sulla democrazia elvetica
I problemi di democrazia non agitano solo la politica italiana. Anche in Svizzera, patria della democrazia diretta, ossia la massima espressione storica della volontà popolare, le discussioni non mancano, soprattutto quando i temi messi in votazione sono «sensibili» come quelli della migrazione, della cittadinanza o della religione.
Il caso più recente è stato la votazione popolare sui minareti. Chi non ha sentito il dovere di interpretare il verdetto delle urne? E chi non ha sentito il bisogno di esprimere giudizi sulla maturità o immaturità del popolo svizzero nei confronti del rispetto che si deve all’altro e agli altri, anche quelli che professano lingue, culture e religioni diverse da quelle maggioritarie nel Paese? Pochi, invece, hanno ammesso che il giudizio della maggioranza è sempre indice della maturità generale del Paese e soprattutto del suo grado d’informazione in quel determinato momento storico.
Democrazia imperfetta
E’ evidente che la democrazia di oggi, come quella di ieri, è imperfetta. Basti pensare a quanto (facilmente) le persone si lascino influenzare dall’informazione (o disinformazione), dalla pubblicità, dai luoghi comuni (un tempo si diceva: l’ha detto la radio, oggi magari si dice: lo dicono i sondaggi, ecc. ). Questo comunque non toglie che quando il popolo sovrano, comunque si sia fatta un’opinione, prende una decisione, la sua volontà va accettata e rispettata.
Il popolo ha dunque sempre ragione? Messa in questi termini, la domanda non lascia scampo. Il popolo ha sempre ragione, in quanto non esiste allo stato attuale un tribunale superiore che possa decidere ragione e torto in base a principi superiori. E’ tuttavia un «sì» condizionato dalla stessa premessa: allo stato attuale non esiste una forma di governo migliore.
L’imperfezione della democrazia dovrebbe costituire l’impegno di tutti a far sì che il popolo «sovrano» decida sempre nella pienezza delle informazioni necessarie e nella massima indipendenza di giudizio possibile. Poiché tuttavia la macchina dell’informazione (e della disinformazione) diviene sempre più potente, dovrebbe essere compito di ogni Stato sottrarre l’informazione ai monopoli e garantire il pluralismo. Dovrebbe essere inoltre un obiettivo prioritario dei popoli e degli Stati dotarsi di organismi sovranazionali legittimati ad esercitare un controllo superiore, in modo che in occasione di votazioni importanti non vengano mai violati i diritti fondamentali dell’uomo e i principio fondamentali della convivenza tra i popoli.
Senza il pluralismo e la libertà d’informazione e senza questi organismi, la perfezione della democrazia resta un’utopia come la repubblica di Platone, che prevedeva ai suoi vertici solo saggi illuminati e integerrimi. Nel frattempo, tuttavia, conviene accettare e rispettare le decisioni popolari, perché diversamente sono sempre in agguato le tentazioni del caos, della delegittimazione reciproca, dell’instabilità e persino dell’anarchia e della dittatura.
Rapporti bilaterali in crisi?
Rispetto ad altri periodi critici della storia delle relazioni italo-svizzere, gli attuali rapporti ufficiali tra la Svizzera e l’Italia non si possono definire «in crisi», ma nemmeno «eccellenti», come vorrebbero le buone abitudini diplomatiche. E’ indubbio, infatti, che quest’anno i tradizionali vincoli di collaborazione e amicizia tra i due Paesi hanno subito una battuta d’arresto, soprattutto nella regione, il Ticino, che maggiormente risente del clima generato dalle correnti nord-sud.
Un primo segnale il Ticino l’ha manifestato già all’inizio dell’anno per i noti problemi irrisolti dell’inquinamento transfrontaliero (per cui la stessa Unione Europea aveva avviato una procedura d’infrazione), delle difficoltà nei trasporti, delle continue scorribande di criminali provenienti dall’Italia, della forte penetrazione di ditte italiane che rischiano di deprimere i salari e comunque generano insicurezza del posto di lavoro, ecc.
Il segnale più clamoroso il Ticino l’ha dato tuttavia l’8 febbraio in occasione della votazione sugli Accordi bilaterali bis tra la Svizzera e l’Europa. Bocciandoli con una forte maggioranza ha inteso segnalare a Berna che l’Italia andava richiamata perché gli accordi già sottoscritti (Bilaterali I, del 2000) non li rispettava e poneva ad esempio insuperabili ostacoli burocratici alle ditte ticinesi che intendevano lavorare oltreconfine. Il Ticino si sentiva minacciato o quantomeno non sufficientemente protetto contro possibili effetti negativi dei Bilaterali II e sperava in una pronta reazione della Confederazione.
Berna, si sa, ha tergiversato in mancanza di fatti e dati certi, contribuendo ulteriormente ad esasperare gli animi di molti ticinesi, soprattutto quanti si riconoscono nella Lega dei ticinesi. Non potendosi rivolgere direttamente contro l’Italia, anche perché «all’Italia e ai suoi abitanti il Ticino deve molto per la sua rapidissima ascesa economica» (Beat Allenbach), lo scontento dei ticinesi si scaricava contro i loro rappresentanti politici e soprattutto contro la Confederazione. Solo un ex consigliere nazionale, Adriano Cavadini, ha osato richiamare alla mente dei ticinesi l’origine dell’attuale benessere: «Si è dimenticato troppo facilmente che il benessere economico, di cui beneficia tuttora il nostro Cantone, proviene in gran parte dalla vicinanza con l’Italia. La nostra industria e numerose aziende dell’edilizia e di servizio, ad esempio nella sanità (ospedali, case per anziani), non sarebbero in grado di produrre e funzionare senza la preziosa collaborazione dei lavoratori italiani residenti e dei moltissimi frontalieri. La piazza finanziaria ticinese deve gran parte del suo sviluppo alla vicinanza dell’Italia».
Naturalmente il colpo più pesante alle relazioni italo-svizzere l’ha assestato lo scudo fiscale. La Svizzera, che non ha mai contestato la legittimità della misura adottata dall’Italia, non ha risparmiato le critiche per il modo con cui è stata applicata nei suoi confronti. Soprattutto non ha digerito la volontà dichiarata del ministro Tremonti di voler annientare il segreto bancario svizzero e ridimensionare la piazza finanziaria ticinese, decima a livello mondiale. Il ministro italiano ha persino travalicato il linguaggio delle buone maniere tipico della diplomazia e delle relazioni ministeriali, chiamando i Ticinesi «mafiosi» e meritevoli di un salutare intervento dell’esercito. Certe cose non si dicono e nemmeno si pensano.
E’ vero che alcuni ministri, quelli economici e della giustizia, hanno contribuito a ripristinare un clima di ottimismo nelle relazioni italo-svizzere, ma non c’è dubbio che i gesti scortesi e le parole sconsiderate di altri rischiano di creare ferite che stentano a rimarginarsi. Purtroppo, anche molti «rappresentanti» della numerosa collettività italiana residente in Svizzera, invece di trovare argomenti per tranquillizzare i connazionali, giustamente preoccupati, hanno invece contribuito a generare confusione e ad esasperare i sentimenti d’insicurezza.
C’è solo da augurarsi che il 2010 rafforzi sia in Italia che in Svizzera i valori della democrazia, riporti il sereno al di qua e al di là della frontiera comune, e faccia ricordare a tutti che i due Paesi e i due Popoli si sono dichiarati fin dai loro esordi «pace perpetua» e amicizia fraterna.
Giovanni Longu
Berna, 30.12.2009

29 dicembre 2009

Legge sulle lingue senza illusioni

(Corriere del Ticino, 29.12.2009)
Il 1° gennaio 2010 entrerà in vigore la legge sulle lingue. Nel darne l’annuncio, qualche settimana fa, il Consiglio federale non ha suscitato alcun entusiasmo nemmeno tra coloro che l’attendevano da anni (la legge era già stata approvata il 5 ottobre 2007).
Per quel che concerne l’italiano, la legge non apporterà alcunché di significativo, anche perché è sotto gli occhi di tutti la debolezza della lingua di Dante sul piano nazionale e in particolare nell’amministrazione federale. Che rimedi può produrre una legge voluta da pochi e accettata (a malincuore) dalla maggioranza, oltretutto nata troppo tardi? Potrà davvero migliorare lo stato di salute dell’italiano in Svizzera?
A dubitarne sono in tanti, a cominciare dai politici: dall’on. Simoneschi Cortesi che si chiedeva qualche giorno se esiste ancora la Svizzera plurilingue, all’on. Cassis, per il quale l’italiano rimane in serie B o all’on. Marina Carobbio (ma non è l’unica) che per essere più convincente tra i colleghi del Palazzo deve sacrificare l’italiano a vantaggio del tedesco. Ancor più espliciti sono il programma nazionale di ricerca 56 che non ha trovato l’italiano nell’amministrazione federale e una delle tante testimonianze provenienti dal suo interno, secondo cui «a Palazzo l’italiano è una zavorra».
Affermare che l’italiano nell’amministrazione federale non esiste, mi pare eccessivo, ma bisogna intendersi. Non esiste (e non potrebbe esistere) come lingua di lavoro e nemmeno come lingua parlata, anche se nei contatti col pubblico molti servizi d’informazione sono dotati di persone che parlano anche l’italiano. Nell’amministrazione federale l’italiano è soprattutto una lingua di traduzione, anche se con molti limiti.
Quanto alla rappresentanza degli italofoni non giova farsi troppe illusioni. Saranno sempre pochi e anche per loro la lingua di lavoro non potrà essere l’italiano. All’incirca in questo periodo di cinque anni fa il consigliere federale Hans Rudolf Merz dichiarava senza mezzi termini che i funzionari italofoni erano sovrarappresentati in generale e solo nelle funzioni superiori erano «lievemente sottorappresentati». Da allora la situazione è peggiorata e dubito fortemente che migliorerà dopo l’entrata in vigore della legge sulle lingue. Soprattutto per due ragioni.
La prima: si continua a prendere come riferimento per la rappresentanza delle comunità linguistiche i soli cittadini svizzeri e non l’intera popolazione residente. Errore gravissimo sul quale ho richiamato più volte e inutilmente l’attenzione anche della Deputazione ticinese alle Camere federali. Se non vi si pone rimedio, con una rappresentanza di italofoni del 4,3% (dato dell’ultimo censimento del 2000) c’è ben poco da rivendicare. Si provi ad immaginare, in un ufficio federale di dimensioni medie, il 4,3% di un gruppo composto da una ventina o trentina di alti funzionari: il risultato non andrà oltre l’unità.
La seconda ragione per cui non bisogna farsi troppe illusioni è che manca un’autorità di controllo sul rispetto del plurilinguismo nell’Amministrazione federale. Quando questo controllo sarebbe stato utile, fine anni ’90 o inizio di questo decennio, non si è fatto nulla. Allora si doveva monitorare l’andamento delle rappresentanze linguistiche in base alle direttive federali (sono infatti del 1997 le prime istruzioni del Consiglio federale sul plurilinguismo). Un’autorità di controllo indipendente è mancata allora e non viene rivendicata nemmeno ora. Dalla Deputazione ticinese si chiede infatti solo un ombudsman, un mediatore e non un garante, e intanto ci si deve accontentare di un semplice «consulente per la politica delle lingue nell’amministrazione», il pur bravo Verio Pini.
Eppure un’autorità di controllo indipendente, un delegato al plurilinguismo a livello federale, sarebbe auspicabile. E’ strano che nessun parlamentare ticinese si sia accorto finora dell’anomalia di avere in (quasi) tutti gli uffici federali e in (quasi) tutti i dipartimenti un delegato al plurilinguismo (sia pure senza veri poteri di controllo) come previsto dalle Istruzioni del 1997 e 2003, mentre manca la persona delegata per l’insieme della Confederazione.
Mi rendo conto che non è facile chiedere e soprattutto ottenere una figura del genere, perché creerebbe non poche difficoltà a più di un Consigliere federale e a numerosi quadri dirigenti degli uffici (dove è soprattutto carente la presenza italofona). Ma è forse più facile accettare l’ipocrisia di avere sotto gli occhi una realtà che non corrisponde alle norme stabilite sul plurilinguismo? Esiste forse un ufficio dove la lingua italiana è lingua di lavoro, all’infuori dei gruppi di traduttori italofoni (che per altro devono comunicare con i vari committenti quasi esclusivamente in tedesco o francese)? E quanti sono i direttori e i quadri superiori che hanno sufficienti conoscenze attive o anche solo passive di italiano, come invece dovrebbero? Quanto potrà fare Verio Pini a cui faccio i migliori auguri? Non resta che sperare, ma senza illusioni!
Giovanni Longu
Berna 29.12.2009

20 dicembre 2009

Robbiani, l’extracomunitario

Così Dario Robbiani si era definito nel 1993. Ricordava che anche lui, quando divenne direttore di Euronews dovette «emigrare” e sottomettersi alla trafila burocratica degli extracomunitari, compresa la visita medica. Esattamente come gli svizzeri avevano sempre fatto «in modo indignitoso» con gli immigrati.
Dario Robbiani è stato dei pochi che durante la sua carriera giornalistica e politica si è sempre schierato dalla parte degli immigrati, denunciando con coraggio le privazioni e le violazioni a cui erano sottoposti. Rimproverava ai connazionali di essere chiusi nelle loro tradizioni, gelosi dei propri piccoli interessi, a tal punto da sentirsi «minacciati dai nuovi arrivati», i «Cìnkali», perché disposti ad accettare salari più bassi, pur di risparmiare «soldi, pochi, maledetti e subito». Rimproverava loro soprattutto la mancanza di apertura, la miopia di vedere negli immigrati «braccia lavorative» senza accorgersi che erano uomini, la cocciutaggine di preferire di essere «extracomunitari» piuttosto che aprirsi all’Europa.
Anche sul fronte della difesa della lingua italiana Robbiani è stato coraggioso, ma purtroppo inascoltato. L’italiano, sosteneva agli inizi degli anni ‘90, «è svizzero e non solo ticinese». E quando il parlamento elvetico ribadì il principio della territorialità delle lingue, egli non esitò a denunciare che in tal modo gli italofoni fuori del Ticino, ossia la maggioranza, erano solo «ospiti, forestieri». Ma in tal modo gli italofoni che erano quasi il 10% della popolazione svizzera finivano per contare solo poco più del 4%.
Ricordo così Dario Robbiani, da poco scomparso, ma non nel ricordo e nelle sue opere.
Giovanni Longu
Berna 20.12.2009

13 dicembre 2009

Associazioni italiane: dove sono i giovani?

Ogniqualvolta si organizza un incontro per parlare di associazioni e associazionismo, inevitabilmente ci si domanda: dove sono i giovani? Ma la domanda da porsi sarebbe piuttosto: perché non ci sono giovani? Ha tentato di porsela, recentemente nel corso di un incontro a Bienne, un anziano militante dell’associazionismo, Walter Antelmi. Egli ha anche abbozzato una risposta: probabilmente i giovani disertano le nostre associazioni perché non siamo stati capaci di trasmettere loro i valori in cui credevamo. Mi pare difficile non dare almeno un po’ di ragione all’amico Walter. Ma la risposta a quella domanda è indubbiamente più complessa.
Prima generazione e giovani
E’ sicuramente vero che i giovani della seconda e soprattutto della terza generazione sono lontanissimi dallo spirito dell’associazionismo che ha caratterizzato per molti decenni l’immigrazione italiana in Svizzera, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Questa lontananza si spiega però solo in parte con l’incapacità degli adulti nel trasmettere valori quali solidarietà, impegno, intraprendenza, coralità, che stavano alla base dell’associazionismo impegnato.
Sarebbe azzardato colpevolizzare la prima generazione. Le esperienze associazionistiche di questi immigrati erano infatti legate molto spesso a esperienze traumatiche e sarebbe stato impossibile parlare delle prime senza inserirle in un contesto di grande sofferenza. Un padre e una madre, se possono, desiderano che i figli conservino solo bei ricordi del passato e invece, purtroppo, le prime generazioni fino agli anni Settanta potevano trasmettere (quasi) solo ricordi di sofferenza, tristezza, sfruttamento, isolamento, paura, rabbia di non poter comunicare col mondo indigeno. E’ dunque comprensibile che molti genitori non se la siano sentita di coinvolgere anche solo indirettamente le generazioni nate negli anni Settanta e Ottanta in questa loro storia, tanto più che le circostanze stavano velocemente cambiando.
Alle origini dell’associazionismo
Sta di fatto che molti giovani (ma anche meno giovani) non hanno mai avuto l’opportunità di riflessione sull’origine e sulla natura dell’associazionismo italiano del ventennio 1960-1980, il periodo della sua massima espansione in Svizzera. Anch’esso, come quello di un secolo prima, non nasceva da spirito d’avventura o dal desiderio di riempire in qualche modo il tempo libero del fine settimana, ma per risolvere problemi seri e in certo senso vitali.
Se le prime forme associazionistiche in emigrazione erano nate verso la metà dell’Ottocento per proteggere le famiglie in caso di infortunio, disoccupazione, malattia, morte di un loro congiunto (le famose società di mutuo soccorso), quelle degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso sono nate per tentare di risolvere altri pericoli, non meno gravi, legati sia alle caratteristiche degli immigrati e sia all’ambiente circostante. Vale forse la pena accennarvi.
Così descriveva la situazione un contemporaneo: «Non esistono praticamente rapporti tra italiani e svizzeri, se si escludono quelli puramente formali derivanti dai contatti quotidiani sui luoghi di lavoro, e dal vivere nella stessa città. Italiani e svizzeri, pur lavorando nelle medesime fabbriche, abitando talvolta fianco a fianco, usando gli stessi servizi e infrastrutture, si ignorano reciprocamente, svolgendo vite parallele, ma completamente separate. […] Le discriminazioni non avvengono con limitazioni e prescrizioni, ma piuttosto in modo automatico, per cui alcuni quartieri, locali, abitazioni diventano “per italiani” e non vengono frequentati dagli svizzeri e viceversa. Da ambo le parti si riscontra la tendenza a mantenere le proprie caratteristiche ed abitudini, senza sentire l’esigenza di un interscambio ed anzi l’un gruppo etnico guardando con un certo senso di fastidio l’altro» (Da Ros, 1975).
L’associazionismo tentò storicamente di dare una soluzione a questo problema d’incomunicabilità, non tanto facendo da ponte (salvo rare eccezioni), quanto proponendosi come una sorta di ciambella di salvataggio. Infatti, dice la stessa fonte, «tale situazione è accettata come un dato di fatto dalle associazioni che non pensano di avere la forza sufficiente per mutarla, essendo essa troppo generale e diffusa e affondando le proprie radici in un costume generale e ormai consolidato». E ancora: «se all’interno delle associazioni esiste fra i soci, almeno gli assidui, una certa coesione e confidenza (si danno generalmente del tu) ed anche una certa frequenza di rapporti, che permangono generalmente anche al di fuori dell’associazione, per quanto riguarda invece l’ambiente esterno, le associazioni paiono mantenere un certo isolamento».
Associazioni per sopravvivere
Per molti immigrati l’associazionismo era la garanzia di una sopravvivenza «umana» e dignitosa. Si trattava soprattutto di superare quella malattia allora diffusissima e pericolosa, che pur chiamata con nomi diversi (disagio, solitudine, nostalgia, senso di abbandono, paura), altro non era se non una profonda tristezza che ha accompagnato gran parte degli immigrati dal dopoguerra agli anni Settanta. Era la tristezza di chi si sentiva non solo sfruttato («ci trattavano come schiavi», si legge in molte autobiografie), ma anche considerato un estraneo: «era una sofferenza fisica e morale; eravamo buoni solo per il lavoro ma per il resto non eravamo accettati». Scriveva nel 1966 Tozzoli (Gli svizzeri visti da uno straniero):«Il miglior comportamento dello svizzero medio non oltrepassa il livello di un’educata indifferenza».
L’associazionismo ha rappresentato per parecchi decenni non solo l’antidoto alla solitudine e all’isolamento, ma anche un ambiente corroborante, che di fatto rendeva inutile (errore!) l’integrazione. Non va nemmeno dimenticato che per decenni gli immigrati italiani escludevano di fermarsi a lungo in questo Paese e il loro principale interesse era lavorare, risparmiare e ritornare in patria per costruirsi la casa e magari avviare un’attività in proprio. Anche la vita dei figli nati in Svizzera era tutta proiettata nella prospettiva del ritorno. Per questo la rete dei rapporti sociali dei primi immigrati si svolgeva quasi esclusivamente nell’ambito dell’associazionismo.
In effetti, il rischio di essere sopraffatti dalla solitudine e dalla tristezza era grande. Questo spiega anche la gran voglia degli italiani di quegli anni di organizzare incontri, dibattiti, soprattutto feste con tanto di cori, orchestre e artisti fatti venire appositamente dall’Italia. Le musiche e i canti erano soprattutto quelli folcloristici, atti più di altri a rafforzare il senso di appartenenza a una regione e a una patria. Le iniziative erano tante e nascevano dall’intraprendenza dei soci. Forse anche per questo carattere fortemente volontaristico esse avevano un grande successo, soprattutto nella grandi città (ad es. Zurigo, Ginevra, Berna, ecc.) ma anche nelle piccole.
Anche quando non si organizzavano feste, i centri italiani erano sempre animati. A Berna, ricordano alcuni anziani che frequentavano la Casa d’Italia, «era come una grande famiglia dove noi italiani passavamo le sere e le domeniche giocando, chiacchierando e festeggiando».
L’isolamento degli immigrati non era tipico solo della Svizzera tedesca, dove l’ostacolo maggiore era costituito dalla lingua. Anche in quella francese non era molto diverso, come ricorda una signora immigrata a Neuchâtel agli inizi degli anni Sessanta: «Tutti i sabati e le domeniche pomeriggio si andava fuori assieme, a bere un caffè a Neuchâtel nei posti dove all’epoca erano frequentati quasi da soli italiani. Ci si trovava fra noi, gli svizzeri in quel periodo ci evitavano, eravamo solo mano d’opera niente altro. Avevamo i nostri locali».
Associazionismo autosufficiente
Le associazioni erano divenute centri di italianità, luoghi d’incontro, di ricreazione, di discussione, di oblio della quotidianità e di ricarica umana. L’associazionismo finì per diventare una sorta di mondo separato, non in contrasto o concorrente con quello svizzero, ma parallelo, ben organizzato e autosufficiente. In questo mondo parallelo tutto «italiano», era possibile soddisfare quasi tutti i bisogni, dall’asilo alla scuola dell’obbligo, dalla ricreazione all’impegno sociale, dall’assistenza alla politica, dallo sport all’arte, dalla cultura alla beneficienza, ecc. Molte associazioni gestivano anche buoni ristoranti e alcune finirono per coincidere con i ristoranti stessi.
Solo in famiglia e nelle associazioni gli italiani della prima generazione si sentivano pienamente a loro agio. Non si rendevano conto, però, che questo mondo «italiano», nel giro di qualche decennio sarebbe divenuto evanescente ed effimero agli occhi della stragrande maggioranza dei giovani figli o nipoti e pronipoti di quegli immigrati.
Le nuove generazioni
E’ evidente, a questo punto, rispondere che i giovani non partecipano alla vita associazionistica tradizionale soprattutto perché non hanno gli stessi problemi dei loro nonni o genitori e hanno modalità diverse di manifestare i valori che stavano alla base dell’associazionismo.
La sofferenza che gravava sulle prime generazioni fortunatamente non si è trasmessa alle successive. La rabbia dell’incomunicabilità non ha più ragion d’essere perché l’ostacolo della lingua è stato naturalmente superato fin dalla scuola materna. Con l’accesso alla formazione professionale degli stranieri alla pari degli svizzeri sono andate via via scomparendo anche le differenze delle carriere e delle posizioni professionali. Sono radicalmente mutati anche i rapporti di lavoro e le relazioni sociali. In altri termini, l’integrazione ha creato attorno ai giovani di seconda e terza generazione un contesto sociale completamente diverso da quello dei loro padri e antenati. E’ dunque comprensibile che essi non abbiano affatto bisogno di un mondo parallelo «italiano», sicuramente non dell’associazionismo tradizionale italiano, ma nemmeno di quello più recente regionale e nazionale estremamente politicizzato e orientato quasi esclusivamente all’Italia.
Il problema della trasmissione dei valori è altra cosa, ma anche al riguardo occorre una certa prudenza nell’esprimere giudizi severi. Alcuni dei valori molto presenti nella prima generazione sono mutati nel tempo e riguardano l’intera società. Si pensi ad esempio al diverso modo di considerare il rispetto della famiglia o lo spirito di sacrificio o l’attaccamento al lavoro. Altri valori invece sono passati per intero, ma hanno nei giovani applicazioni differenti. Si pensi alla tenacia nello studio e nel lavoro, che ha portato molti giovani di seconda e terza generazione a carriere professionali di prim’ordine. Si pensi anche alla solidarietà e al volontariato, anche se vengono coniugati dai giovani d’oggi in altre forme rispetto all’associazionismo. Senza dimenticare che ai giovani d’oggi vanno riconosciuti anche capacità e valori nuovi rispetto a quelli del passato. Basti ricordare la loro apertura mentale, la notevole capacità di adattamento, l’accentuata capacità di apprendimento e d’interagire, un rapporto col denaro e col risparmio più sano che in passato, ecc.
Ciò che spesso nelle discussioni tra soli adulti non si riesce a capire è che i giovani italiani sono necessariamente «diversi» dalle generazioni precedenti e anche quando li si vuole considerare a tutti gli effetti «italiani» si dimentica che sono italiani in un modo «diverso» dai giovani che vivono in Italia. I giovani nati e cresciuti in Svizzera, anche se col solo passaporto italiano, sono molto probabilmente più svizzeri che italiani, perché hanno modi di pensare e di vivere fortemente impregnati della cultura locale. E questa diversità non è un minus, di cui eventualmente farsi colpa, ma una ricchezza, che va compresa, rispettata e valorizzata.
Giovanni Longu
Berna, 13.12.2009

6 dicembre 2009

60 anni fa il primo accordo italo-svizzero in materia di assicurazioni sociali

Quando nel dopoguerra gli italiani cominciarono ad affluire in massa nella Confederazione, probabilmente nessuno intuiva che quel flusso sarebbe durato parecchi decenni. In Italia era diffusa la speranza di farcela, dapprima ricostruendo quanto era stato distrutto dalla guerra, poi creando lo sviluppo all’inseguimento del benessere americano, intravisto con l’arrivo dei soldati americani ben equipaggiati ed espressione di una società ricca. Avevano portato insieme alla pace il boogie-woogie, il chewing-gum, la Coca-Cola, tanto cioccolato e marmellata, insomma un’immagine di benessere invidiabile.
Qualche segno di ripresa si era intravisto già nel 1946 e la Vespa, realizzata quell’anno, sembrava fatta apposta per alimentare il sogno della crescita. Anche il Piano Marshall americano sembrava promettere a breve termine lavoro per tutti. E’ vero che c’era ancora tanta fame e la disoccupazione colpiva non meno di due milioni di persone, ma si sperava che presto ci sarebbe stata la piena occupazione. Questo promettevano del resto i vari governi del dopoguerra. Intanto, almeno per un po’ sembrava utile o addirittura necessario riprendere la strada dell’emigrazione.
Non era tuttavia facile trovare in quel momento Paesi in grado di assorbire grandi numeri di immigrati. Per una combinazione fortuita di fattori (ad es. il divieto di emigrazione dei tedeschi e degli austriaci imposta dagli Alleati) la Svizzera si trovò nella condizione di poter accogliere decine di migliaia di italiani per i lavori stagionali, soprattutto opere del genio civile e dell’edilizia e attività agricole.
Per molti italiani fu una benedizione poter venire in Svizzera, dove, come scrisse un emigrato-poeta nel 1914, «il sudor con le monete d’oro si ripesa», mentre in Italia, nei primi anni del dopoguerra, l’inflazione galoppava e i salari perdevano continuamente potere d’acquisto. Passavano in secondo piano i disagi e le difficoltà da superare nel Paese d’immigrazione, come pure le fatiche e i pericoli legati al tipo di lavoro e l’insicurezza del futuro.
Fu così che già nel 1946 gli italiani cominciarono ad emigrare in Svizzera a decine di migliaia, per qualche stagione, si diceva, al massimo per qualche anno, in attesa di trovare il posto fisso in Italia. Nel 1947 e 1948 il flusso migratorio verso la Svizzera continuò intensamente, anche perché, per molti, la speranza nella ripresa italiana e nella piena occupazione si allontanava. Meglio tenersi il lavoro sicuro in Svizzera, anche se si trattava di occupazioni stagionali, perché gli svizzeri, con la legge sugli stranieri del 1931, avevano impegnato il governo federale a lottare contro l’inforestierimento, limitando l’immigrazione stabile e regolare.
Dapprima l’Accordo di emigrazione…
Vista la continuità dei flussi migratori, l’Italia ritenne opportuno stipulare con la Svizzera un apposito accordo, allo scopo di «mantenere e sviluppare il movimento emigratorio tradizionale dall’Italia in Svizzera». Negli ambienti politici si nutrivano forti dubbi su una prossima piena occupazione, tanto valeva offrire e ottenere garanzie riguardanti i lavoratori italiani immigrati in Svizzera.
In Italia, ricorderà qualche anno più tardi l’on. Lupis (PSI), «tutti i partiti politici erano d’accordo nel sostenere la necessità di trovare alla nostra sovrappopolazione quegli sbocchi che avrebbero permesso, come hanno permesso in epoca anteriore, di poter ristabilire un certo equilibrio». Lo stesso Nenni dichiarava nel 1946 che «l’emigrazione è una esigenza fondamentale per l’Italia».
In Svizzera, d’altra parte, l’economia che reclamava «braccia» trovava negli immigrati italiani la manodopera che cercava, senza per altro intaccare la politica governativa intenzionata a non far aumentare la popolazione straniera stabile.
Per queste ragioni, praticamente nessuno pose ostacoli alla firma nel 1948 dell’«Accordo tra la Svizzera e l’Italia relativo all’immigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera». Non da parte italiana, in quanto erano state ottenute sufficienti garanzie per i connazionali. L’Accordo prevedeva infatti, fra l’altro, che «i lavoratori italiani dovranno beneficiare in Svizzera dello stesso trattamento dei nazionali per quanto concerne le condizioni di lavoro e di rimunerazione», come pure la clausola che «le leggi e regolamenti relativi alle prevenzioni degli infortuni, all’igiene (compresa la lotta contro la tubercolosi) e alla protezione dei lavoratori si applicheranno ai lavoratori italiani come ai nazionali». Neppure da parte svizzera furono sollevate obiezioni rilevanti, perché l’Accordo riguardava esclusivamente i lavoratori «stagionali», che non venivano considerati nella popolazione residente e quindi non rappresentavano alcun pericolo d’inforestierimento.
… e poi la Convenzione sulle assicurazioni sociali
L’unica perplessità manifestata dalla delegazione italiana durante le poche sedute relative all’Accordo del 1948 riguardava le assicurazioni sociali, ritenute insufficienti. La delegazione svizzera non fu infatti in grado di fornire alcuna garanzia precisa, perché non aveva ricevuto al riguardo alcun mandato.
Le due parti convennero di rimandare a un successivo negoziato, da avviare al più tardi entro sei mesi dalla firma dell’Accordo del 1948, la trattazione delle assicurazioni sociali applicabili ai lavoratori italiani. E così fu. L’Accordo del 1948 venne firmato il 22 giugno 1948 e il 18 ottobre furono avviati i negoziati in vista di una «Convenzione tra l’Italia e la Svizzera relativa alle assicurazioni sociali». In pochi mesi si arrivò alla firma (4 aprile 1949) e, data l’importanza della materia, gli effetti furono fatti decorrere dal 1° gennaio 1948.
Per ammissione di entrambe le delegazioni, il risultato della Convenzione era quanto di meglio si poteva garantire in quel momento, ma entrambe erano consapevoli che la complessa materia delle assicurazioni sociali era in evoluzione e andava sicuramente ripresa. Non va dimenticato che solo nel 1947 il popolo svizzero aveva approvato l’assicurazione per la vecchiaia e i superstiti (AVS), e questa era appena entrata in vigore (1° gennaio 1948). Molto restava ancora da fare nel campo dell’assicurazione contro gli infortuni, l’invalidità, le malattie, la disoccupazione, ecc.
In Italia, soprattutto le sinistre, criticarono i magri risultati della delegazione italiana e, al momento della ratifica da parte della Camera dei Deputati (dopo che il Senato l’aveva già approvata), un loro rappresentante, l’on. Aldo Cucchi (PCI), lamentò soprattutto le presunte «deficienze» della Convenzione, specialmente nel campo dell’assicurazione malattie, dell’assicurazione infortuni, degli assegni famigliari e di altre assicurazioni.
Secondo il relatore di maggioranza favorevole alla ratifica, invece, tutte le critiche erano infondate perché la Svizzera garantiva con quell’accordo la parità di trattamento tra italiani e svizzeri, compatibilmente con la legislazione in vigore. Egli riconobbe alla Svizzera un grande «spirito di cordialità verso l’Italia» e vide in quell’accordo «un nuovo atto di amicizia della Svizzera verso l’Italia, che viene a riconfermare la cordialità e l’amicizia, nel nome del lavoro, fra le Repubbliche amiche d’Elvezia e d’Italia». La Camera dei Deputati ratificò la Convenzione con 255 voti favorevoli, 16 contrari e 81 astensioni.
Limiti della Convenzione
In effetti, con quella Convenzione la Svizzera s’impegnava a ben poco, non tanto per mancanza di apertura o di buona volontà, quanto per l’impossibilità della Confederazione di garantire certi diritti e prestazioni per carenza legislativa o difetto di competenza (ad es. nel campo degli assegni familiari). Anche nel campo dell’assicurazione vecchiaia e superstiti, di competenza federale, per rendere valida la Convenzione occorreva modificare un paio di articoli della legge da poco entrata in vigore.
Una difficoltà oggettiva era costituita dalla differenza delle rispettive legislazioni nazionali in materia, per cui in regime di reciprocità la Svizzera non poteva concedere ai cittadini italiani immigrati più di quanto l’Italia fosse in grado di assicurare ai cittadini svizzeri ivi residenti e, soprattutto, più di quanto era concesso agli stessi svizzeri residenti nella Confederazione. Per la stessa ragione, probabilmente, la delegazione svizzera dichiarò di non poter accettare, «nello stato attuale» la proposta della delegazione italiana di richiedere ai rispettivi governi d’impegnarsi «ad applicare in materia di assicurazioni sociali ai cittadini svizzeri in Italia e ai cittadini italiani in Svizzera il regime di cui beneficiano o beneficeranno in avvenire i cittadini della nazione più favorita».
Un’altra difficoltà era dovuta alla condizione particolare dell’immigrazione italiana, che aveva generalmente un carattere stagionale ed era sottomessa di fatto a un principio di rotazione per cui sarebbe stato difficile a moltissimi lavoratori italiani maturare i diritti alla pensione svizzera. Questa condizione particolare non sempre era stata tenuta presente dal legislatore.
Va anche aggiunto che per la Svizzera si trattava del primo accordo internazionale in materia di assicurazione vecchiaia e superstiti. Un accordo, dunque, molto importante, perché avrebbe dovuto far scuola per accordi analoghi con altri Paesi.
Resta il fatto che la Convenzione restò in vigore solo pochi anni per essere sostituita già nel 1951 con una più adeguata e successivamente più volte modificata in funzione dell’evoluzione dell’immigrazione italiana e della legislazione generale nel campo della sicurezza sociale.
Un avvio importante
Quella Convenzione, pur nella sua limitatezza, è stata tuttavia fondamentale per gli sviluppi delle relazioni bilaterali in materia. Non solo ha costituito un chiaro punto di partenza, ma ha messo in evidenza il principio di «garantire ai cittadini dei due Paesi, nella misura del possibile, il beneficio della legislazione italiana e della legislazione svizzera in materia di assicurazioni sociali» (Preambolo della Convenzione).
Essa ha anche stabilito il diritto dei rispettivi governi di ritornare sui singoli punti già regolati o in attesa di regolamentazione non appena la legislazione italiana o quella svizzera in materia avesse subito modifiche e miglioramenti. E di fatto, di lì a poco si sarebbero riaperte le trattative per un nuovo accordo, a riprova anche dell’interesse dei due Paesi a risolvere pacificamente le controversie.
Che gli accordi del 1948 e del 1949 fossero generalmente bene accolti dai principali interessati, i lavoratori italiani in Svizzera, lo dimostra il flusso degli arrivi: già molto intenso nei primi anni del dopoguerra (media di 85.400 l’anno nel triennio 1946-47-48), dopo una repentina frenata nel 1949-50 per ragioni congiunturali, proseguì a ritmi elevati negli anni seguenti (quasi 83.000 l’anno dal 1951 al 1960).
Molti immigrati di quell’epoca testimoniano nei loro ricordi che, in fondo, in quegli anni non si stava poi così male. Anche la stampa italiana rendeva spesso testimonianza della soddisfazione dei lavoratori italiani in Svizzera, considerati non solo «perfettamente ambientati», ma anche «rispettati» (Corriere della Sera, 1949).
Giovanni Longu
Berna 6.12.2009

29 novembre 2009

La CCIS e l’interscambio tra l’Italia e la Svizzera

La Camera di Commercio Italiana per la Svizzera (CCIS) celebra quest’anno il suo 1° centesimo anniversario. E’ stata infatti fondata il 2 maggio del 1909, raccogliendo l’adesione di un centinaio di membri . Da allora l’associazione è cresciuta acquisendo via via nuovi membri fino alle circa 800 aziende affiliate di oggi, dislocate soprattutto nella Svizzera tedesca ma anche in quella francese e nel Ticino.
Da 100 anni la CCIS onora gli impegni statutari «allo scopo di favorire lo sviluppo degli scambi commerciali tra l’Italia e la Svizzera e porgere aiuto morale, indicazioni e consigli ai commercianti dei due Paesi, ed in modo speciale ai soci» (art. 1 dello Statuto del 1909).
Lo scopo della CCIS non è mai cambiato nella sostanza, come non è mai mutato il dinamismo impresso all’istituzione dal suo primo presidente, quel Giuseppe de Michelis che all’inizio del secolo scorso, in qualità di «regio addetto all’emigrazione italiana in Svizzera», svolse da Ginevra un ruolo importantissimo nelle relazioni italo-svizzere generali.
La collettività italiana presente in Svizzera era già allora molto numerosa e importante. Il «Trattato di domicilio e consolare tra la Svizzera e l’Italia» del 1868 aveva praticamente spalancato le porte alla libera circolazione delle persone dei due Paesi e alla libertà d’industria e di commercio dei residenti. Molti italiani si erano stabiliti definitivamente in Svizzera. Al censimento del 1910 ne risultarono ben 202.809. In alcuni settori dell’economia, in particolare nelle costruzioni ferroviarie e in alcune industrie, erano una componente indispensabile. Fino ad allora, tuttavia, gli italiani non avevano ancora espresso il meglio di sé nell’imprenditoria. Nel 1905, mentre erano imprenditori o dirigenti industriali 25 svizzeri su 100, 18 tedeschi su 100, 13 austriaci su 100, 22 francesi su 100, ma solo 6 italiani su cento. Mancavano probabilmente le opportunità e gli stimoli necessari per fare di più e meglio.
La nascita della CCIS
La nascita della CCIS non poteva avvenire in un momento più propizio, anche perché sembrava aprirsi per la Svizzera una nuova fase di sviluppo, grazie alle moderne infrastrutture ferroviarie in fase di completamento. Anche gli scambi commerciali tra i due Paesi confinanti sembravano destinati a una forte crescita, perché le nuove linee ferroviarie veloci del San Gottardo e del Sempione avevano ridotto le distanze e avvicinato i grandi mercati del nord e del sud. L’Italia ne aveva cominciato a beneficiare, tanto che la Svizzera era divenuta il primo Paese destinatario delle esportazioni italiane (per un valore complessivo di 185,2 milioni di franchi (1909).
Per comprendere appieno l’attività della CCIS è forse utile ricordare sommariamente lo sviluppo delle relazioni commerciali tra l’Italia e la Svizzera. Occorre dire anzitutto che, nonostante l’Italia rappresentasse per la Svizzera un serbatoio importante di manodopera per la realizzazione delle grandi infrastrutture, lo era solo in parte come fornitore di beni. Il principale partner commerciale della Svizzera era tradizionalmente la Germania, seguita dalla Francia. Nel 1909 il valore delle importazioni dalla Germania era di 533,8 milioni di franchi e quello delle importazioni dalla Francia di 306,1 milioni. Il divario tra questi Paesi e l’Italia era enorme. Solo come fornitrice di seta l’Italia godeva di un primato assoluto (ben 107 milioni di franchi). Per i prodotti alimentari, le esportazioni dall’Italia (ca. 49 milioni di franchi) si avvicinavano a quelle dalla Germania, ma erano meno della metà di quelle dalla Francia. In campo automobilistico la superiorità di Francia, Regno Unito e Germania nei confronti dell’Italia era massiccia. Nel 1909 su 2276 automobili circolanti in Svizzera solo 108 era state prodotte in Italia e su 326 camion 3 soltanto erano stati fabbricati in Italia.
Per le esportazioni dalla Svizzera, l’Italia (con 82,5 milioni di franchi) rappresentava il terzo mercato dopo la Germania e la Francia e presentava un saldo per l’Italia di 85,6 milioni. Una situazione dunque confortante, che poteva essere ulteriormente migliorata.
Non fu facile tuttavia per la CCIS riuscire a sviluppare l’interscambio italo-svizzero. Solo dopo la seconda guerra mondiale è stato possibile registrare un progresso pressoché continuo fino ai giorni nostri.
Nel 1944 l’interscambio Italia-Svizzera toccò il suo punto più basso dall’inizio del secolo con appena 33,5 milioni di franchi. Luigi Einaudi, allora rifugiato in Svizzera, nel giugno 1944, in accordo col capo della Legazione d’Italia a Berna, Magistrati, cominciò a studiare «i mezzi migliori intesi a favorire, non appena possibile, la ripresa dei contatti economici tra l’Italia e la Svizzera» e a «compiere un’azione preparatoria intesa a studiare l’eventuale apporto che l’economia e l’industria svizzera intendessero dare alla ricostruzione» dell’Italia.
Sviluppo dell’interscambio
Il giornale «24 ore» del 7.5.1949 scriveva: «L’Italia farà ogni sforzo per migliorare gli scambi con la Confederazione elvetica». Ricordava inoltre che: «Subito dopo la guerra il mercato svizzero è stato il primo con il quale si sono riallacciati i rapporti commerciali; ciò che è stato facilitato anche dalla vicinanza dei due Paesi. Venne, infatti, già nell’agosto del 1945 stipulato il primo accordo commerciale da parte italiana proprio con la Svizzera, accordo che non ebbe applicazione per la mancata ratifica degli alleati. Tuttavia gli scambi ripresero con ritmo molto soddisfacente, malgrado la situazione in cui si trovava l’Italia in quell’epoca».
In effetti, già nel 1946 le esportazioni dall’Italia ripresero vigorosamente (227,7 milioni franchi) e così pure le importazioni dalla Svizzera (156,1 milioni). Da allora l’incremento dell’interscambio fu continuo. Nel 1950 aveva già raggiunto 843,8 milioni di franchi (con un saldo a favore della Svizzera di 196,6 milioni). Dieci anni più tardi, nel 1960, si era avuto il raddoppio (1683,3 milioni) con un saldo per l’Italia di 342,1 milioni. Nel decennio successivo, quando la collettività italiana in Svizzera aveva quasi raggiunto il massimo della sua consistenza, l’interscambio era quasi triplicato (4.696,5 milioni di franchi) con un saldo a favore dell’Italia di 549,1 milioni. Venti anni più tardi, nel 1990 l’interscambio superò i 18 miliardi (saldo per l’Italia 2.3 miliardi). Lo scorso anno, 2008, l’interscambio aveva superato abbondantemente i 40 miliardi (25,7 miliardi di euro). La Svizzera ha importato dall’Italia beni per 21,5 miliardi ed ha esportato verso l’Italia beni per 18,7 miliardi. Il saldo per l’Italia ha ormai raggiunto 2,8 miliardi.
Per la Svizzera, l'Italia è ormai, dal 2004, il secondo partner commerciale europeo, dopo la Germania (26,3%) e davanti alla Francia (8,9%), e il terzo a livello globale. L'Italia è oggi il secondo fornitore della Svizzera (11% delle importazioni) dopo la Germania e rappresenta per la Svizzera il terzo mercato di esportazione (9%). Per l'Italia, la Svizzera è il sesto mercato di esportazione e occupa l'11esimo posto tra i fornitori. L’Italia è anche un importante investitore in Svizzera (225 miliardi di euro), mentre la Confederazione è il sesto investitore in Italia.
Oggi, per alcuni osservatori italiani (pessimisti) le relazioni bilaterali tra la Svizzera e l’Italia sono in difficoltà a causa della recente polemica sullo «scudo fiscale». In realtà, la flessione negli scambi registrati negli ultimi mesi è più dovuta alla crisi economica che alle polemiche tra i ministri finanziari dei due Paesi. Stando infatti ai due ministri competenti per l’economia, Claudio Scajola e Doris Leuthard, incontratisi a Roma il 12 novembre scorso, le attuali difficoltà sono superabili e, quel che più conta, c’è da entrambe le parti la volontà di proseguire il dialogo e incrementare le relazioni economico-commerciali bilaterali, già attualmente «ottime».
Quanto la CCIE abbia contribuito allo sviluppo di questa cooperazione negli ultimi cento anni è difficile quantificarlo, ma è certo che vi abbia contribuito. Non c’è dunque che augurare alla Camera di Commercio Italiana per la Svizzera di proseguire i suoi sforzi per favorire lo sviluppo degli scambi commerciali fra i due Paesi per altri cent’anni e almeno con lo stesso successo.
Giovanni LonguBerna, 29.11.2009

14 novembre 2009

Giovanni Longu replica al Presidente del Comites Argovia sullo scudo fiscale

No alla disinformazione!
E’ stato pubblicato nell’ultima edizione dell’ECO uno scritto del signor Trotta, Presidente del Comites Argovia, il quale mi coinvolge in una polemica che avrei evitato volentieri, riguardo alla problematica dello scudo fiscale e altro. Se replico alle sue accuse e insinuazioni lo faccio soprattutto in nome di una corretta informazione dei lettori.
Anzitutto dico al signor Trotta che mi fa piacere che legga i miei articoli, mi dispiace semmai che non li capisca. Egli è ovviamente liberissimo di avere opinioni diverse dalle mie, ma non può attribuirmi intenzioni che non ho, tanto più che dichiara di non conoscermi se non attraverso i miei scritti. Non mi attribuisca soprattutto stupidaggini come quella che appare fin dall’inizio del suo intervento. Collegando il titolo e la frase successiva, stando alla punteggiatura utilizzata, sembra infatti attribuirmi di aver asserito in qualche scritto (dove, quando?) che «i cittadini italiani sono evasori».
Invito il signor Trotta a rileggersi i miei articoli e, se vuole polemizzare con me, a contestare i punti che non condivide con argomentazioni pertinenti e obiettive e non con generiche affermazioni. Potrei fermarmi qui e lasciare al lettore di trarre le conclusioni del caso. Desidero invece continuare perché il signor Trotta, che mi accusa di «salire in cattedra e dare lezioni» si ritiene in diritto di impartirne lui nella sua qualità di presidente di un Comites. Evidentemente non si rende conto che proprio quella carica gli dovrebbe suggerire un po’ più di prudenza e responsabilità in quel che afferma. Infatti, la disinformazione fatta da lui è ben più grave di quella di un comune cittadino che esprime al massimo le proprie idee.
Il signor Trotta, invece, oltrepassa tranquillamente il suo ruolo assumendo anche quello di politico che non gli compete e si lascia andare a una serie di affermazioni del tutto generiche (ad es. «i cittadini italiani non sono evasori», «i frontalieri italiani occupati in Svizzera pagano abbondantemente le tasse») o assolutamente gratuite e senza alcun fondamento (del tipo: «il terrore che sta seminando l’Agenzia delle entrate con l’invio di formulari incomprensibili…», la «gestione allegra del Governo di centro-destra, con conseguenze disastrose per le casse del nostro Paese», «l’ennesimo condono in favore dei furbi è immorale, se poi sono chiamati a pagarne le spese con una doppia imposizione fiscale i frontalieri…», ecc.).
Evidentemente il signor Trotta, supponendo che le espressioni usate siano farina del suo sacco, non si rende conto che semmai è lui e quanti usano espressioni del genere, a fare disinformazione. Dimostra infatti di non conoscere né la legge riguardante lo scudo fiscale né l’accordo sull’imposizione dei frontalieri del 1974. Se li conoscesse non scriverebbe quel che ha scritto, cercherebbe anzi di tranquillizzare le «migliaia di onesti lavoratrici e lavoratori» che, se sono in regola con le leggi dello Stato italiano e con gli accordi bilaterali e pagano le imposte su tutti i loro redditi là dove devono pagarle, non hanno assolutamente nulla da temere. Sui redditi da lavoro dei frontalieri la doppia imposizione fiscale è assolutamente esclusa. Insinuare quindi l’idea che l’Italia sia uno Stato vessatore che «punisce i deboli e gli onesti» mi pare indegno di un cittadino italiano che esercita una carica rappresentativa. E dovrebbe trarne le conseguenze.
Giovanni Longu
Berna, 14.11.2009

No ai crocifissi, no ai minareti?

La decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che impone all’Italia di rimuovere i crocefissi dalla aule scolastiche, non solo fa discutere ma giustamente preoccupa.
Premetto che è difficile per un credente, di qualsiasi fede, affrontare obiettivamente la problematica dei simboli della propria religione. Per chi crede, infatti, il simbolo non è mai un pezzo di legno o un edificio, ma è qualcosa di strettamente legato al significato che rappresenta. Ne parlo pertanto sforzandomi di prescindere dal mio credo per soffermarmi su alcuni aspetti poco convincenti delle motivazioni addotte dalla Corte di Strasburgo.
E’ anche sicuramente vero che in un mondo sempre più complesso, multietnico e multiculturale uno dei collanti insostituibili della convivenza sociale è la tolleranza reciproca, anche in materia religiosa. Non è più il tempo delle crociate e dell’indottrinamento forzato. L’Italia è sicuramente un Paese in cui già ora convivono etnie, culture e religioni diverse e pertanto è chiamata a dar prova di tolleranza e di capacità d’integrazione.
Valori religiosi irrinunciabili
Il processo integrativo è tuttavia lungo e difficile, eppure possibile, a condizione però che i valori fondamentali degli autoctoni e dei nuovi arrivati non vengano negati o calpestati. I valori religiosi, diceva il filosofo tedesco Jaspers, sono talmente irrinunciabili che per essi si può anche morire. Non vanno quindi trattati mai alla leggera.
Sotto questo profilo, non condivido la decisione della Corte europea di Strasburgo perché interviene in una materia che attiene più alla civile convivenza che alla giurisprudenza e merita più un incoraggiamento che un divieto.
Ritengo inoltre inconsistenti le ragioni addotte, secondo cui – sintetizzo – i crocifissi nelle aule scolastiche costituirebbero «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e sarebbero contrari alla «libertà di religione degli alunni».
Non credo che in alcuna scuola italiana si obblighino gli allievi a professarsi cristiani o a fare atto di sudditanza nei confronti della religione cattolica o a subire una sorta d’indottrinamento religioso. Se ciò avvenisse sarebbe riprovevole, perché spetta comunque all’individuo farsi liberamente i propri convincimenti sull’appartenenza religiosa, indipendentemente dai simboli che incontra a scuola, nelle piazze o agli angoli delle strade.
E’ vero che un simbolo come il crocifisso può suscitare in bambini di religioni non cristiane interrogativi sul suo significato e la sua storia, ma non turbamento a un punto tale da pregiudicare la loro «libertà di religione» o privare i genitori della libertà di educare i figli come meglio ritengono. Mi sembrano francamente affermazioni senza fondamento, che denotano semmai l’incapacità di molti genitori non cristiani di affrontare con i loro figli il tema religioso con quello spirito di apertura e tolleranza che sta alla base della convivenza di qualsiasi Stato democratico.
Del resto, se l’argomento della Corte di Strasburgo fosse solido non vedo come bambini stranieri non cristiani con vocazione a diventare cittadini italiani potrebbero seguire nelle scuole italiane di ogni ordine e grado lezioni di storia, di geografia, di arte, di letteratura e persino di scienza. Ovunque, infatti, il simbolo della croce compare ed è inimmaginabile senza di esso la storia e la cultura dell’intero Occidente.
La decisione della Corte di Strasburgo, se venisse applicata, potrebbe addirittura provocare un effetto perverso perché rischierebbe di alimentare sentimenti di intolleranza ancor più consistenti di quelli che vorrebbe eliminare. Non si può infatti escludere che la maggioranza finisca per trovare insopportabile di essere condizionata dalla minoranza proprio nella sfera religiosa tradizionale.
Qualora, com’è prevedibile, la sentenza dei giudici di Strasburgo non trovi applicazione, dovrebbe tuttavia indurre tutti, istituzioni e cittadini, ad avviare un grande sforzo d’integrazione nel pieno rispetto delle persone, delle culture e delle religioni.
No ai minareti?
Se in Italia c’è stata una levata di scudi quasi unanime contro la sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo intesa a vietare un simbolo religioso, in Svizzera è in corso da mesi una vivace discussione se vietare un altro simbolo religioso o quantomeno attinente ad una religione non cristiana. Si voterà infatti il 29 novembre su una iniziativa della destra intesa a vietare la costruzione di minareti.
Mi auguro che l’iniziativa venga respinta, per gli stessi motivi per cui non condivido la sentenza di Strasburgo nei confronti dell’Italia. Se il minareto è un simbolo religioso e non contrasta né col sentimento religioso degli svizzeri né con le leggi vigenti in materia di libertà religiosa o altre leggi federali o cantonali, non vedo perché i mussulmani non possano erigere i loro minareti. Oltretutto non sono mai i simboli che fanno danni, ma le persone che eventualmente se ne servono male.
In questa materia è preferibile centomila volte una situazione di tolleranza che d’intolleranza. L’accettazione dell’iniziativa significherebbe un passo indietro sul terreno dell’integrazione, mentre il suo rifiuto potrebbe contribuire ad accelerarla.
E’ interessante notare che già in passato gli stranieri avevano provocato un dibattito culturale-religioso. Basti pensare agli anni Sessanta e Settanta quando la confessione cattolica di italiani e spagnoli immigrati sembrava minacciare l’equilibrio religioso esistente allora in Svizzera. Ma non vi fu una guerra di religione e i cattolici poterono tranquillamente costruire migliaia di chiese, anche nelle città e nei cantoni a prevalenza protestante. E non si può dire che il discorso interreligioso ne abbia sofferto.
Sarà interessante osservare nei prossimi anni se la presenza in Svizzera di tanti simboli religiosi e tante religioni sconvolgerà sostanzialmente il panorama religioso attuale e se, contrariamente alle paure di certuni, proprio il discorso interreligioso non rappresenti un forte contributo all’integrazione e alla convivenza pacifica di comunità di origini e culture diverse. Una risposta potrà darla già il prossimo censimento del 2010, sempre che la domanda sull’appartenenza religiosa continui a figurare nel questionario di base.
Giovanni Longu
Berna, 14.11.2009

5 novembre 2009

Relazioni italo-svizzere in crisi a causa dello scudo fiscale?

Son volate parole grosse su questa vicenda, ma sulle parole a caldo va fatta sempre la tara. Il governo federale ha dovuto reagire «duramente» nei confronti dell’Italia soprattutto per stemperare le voci molto più critiche degli ambienti bancari e politici ticinesi. Con quanta convinzione l’ha fatto non è dato sapere.
Leggendo tra le righe la reazione del Presidente della Confederazione Hans-Rudolf Merz sulla interruzione delle trattative per un nuovo accordo sulla doppia imposizione fiscale si capisce bene che non c’è nessuna intenzione seria di abbandonare il dialogo con l’Italia. Ed è stato forse un lapsus terminologico che il Consigliere federale ora pensionato, Pascal Couchepin, abbia qualificato come «razzia» un’ispezione legittima nelle filiali di banche svizzere in Italia da parte degli agenti della Guardia di finanza. La razzia la compiono infatti i ladri, non i derubati. Inoltre, lo scudo fiscale concerne unicamente i cittadini italiani che detengono «illegalmente» capitali all’estero senza dichiararli al fisco italiano. Le banche e le istituzioni svizzere ne sono coinvolte solo indirettamente.
Sta di fatto che il clima nei rapporti italo-svizzeri si è un po’ raggelato ed è obiettivamente un peccato, anche se non mortale. Per evitare che gli stessi rapporti si deteriorino è necessario riprendere il dialogo.
Dialogo necessario
La ripresa del dialogo è non solo necessaria ma urgente. Si tratta anzitutto di abbandonare i toni minacciosi da entrambe le parti e trovare a tavolino soluzioni concrete e accettabili ai vari problemi sul tappeto, compreso quello riguardante l’evasione fiscale. E’ vero infatti che è un problema interno italiano, ma è anche un po’ svizzero, perché in una convivenza pacifica tra Stati non si deve nemmeno dare l’impressione che uno favorisca anche solo indirettamente atti delittuosi commessi nell’altro.
Per questo è necessario e urgente che si chiariscano le posizioni. L’Italia e il ministro Tremonti devono chiarire fin dove vogliono spingersi, perché se è legittima l’applicazione della legge italiana che mira a colpire l’evasione fiscale, le operazioni al riguardo vanno fatte nel rispetto delle convenzioni (anche quelle non scritte) internazionali. Anche la Svizzera, tuttavia, deve chiarire quale comportamento intende seguire per evitare di continuare ad apparire un «paradiso fiscale». Per liberarsi definitivamente da questa accusa (oggi in gran parte ingiustificata) dovrebbe mostrarsi più collaborativa con l’Italia intenzionata a snidare gli evasori fiscali che pensano di farla franca sapendo che in Svizzera vige il «segreto bancario».
Con questo non voglio certo dire che i metodi poco diplomatici (per usare un eufemismo) adoperati da Tremonti rappresentino il massimo del rispetto che si deve portare ad un Paese amico con cui la collaborazione più che un obbligo è una necessità. E dispiace che la vertenza in atto rischi di ripercuotersi sulle relazioni quotidiane tra svizzeri e italiani. Forse Tremonti, pensando allo scudo fiscale, si è dimenticato che in Svizzera vive una numerosa collettività italiana che qui ormai ha messo le proprie radici e ha sposato serenamente due anime, due patrie e due culture in una convivenza pacifica e senza ostacoli. Perché mettere in pericolo questa convivenza tranquilla?
Mi auguro che il ministro Tremonti faccia tesoro di questo «incidente» e si renda conto che se a lui interessano soprattutto i soldi degli evasori, ai cittadini italiani che vivono in Svizzera interessa soprattutto una leale ed efficace collaborazione tra i due Paesi. Se lo scopo è quello di far emergere il molto denaro sottratto al fisco italiano e giacente nei forzieri svizzeri, sarebbe stato sicuramente preferibile chiedere aiuto al governo federale piuttosto che mettersi a fotografare le macchine che varcano la frontiera e quant’altro o far vedere «chi siamo noi» sguinzagliando centinaia di agenti della guardia di finanza alla caccia dell’evasore che porta i soldi in Svizzera.
Relazioni italo-svizzere in pericolo?
Non credo che in una trattativa seria, soprattutto oggi, la Svizzera avrebbe negato la collaborazione, tanto più che ormai ha rinunciato all’assolutezza del segreto bancario e, dopo gli attacchi di Stati Uniti, Germania, Francia e Gran Bretagna, è disponibile a fornire assistenza amministrativa ai Paesi che la richiedono per combattere anche l’evasione fiscale oltre alla frode fiscale. Del resto, la Svizzera sa bene che con i vicini è più conveniente mantenere stretti legami che rapporti conflittuali.
Ha scritto l’on. Narducci, del Partito democratico contrario allo scudo fiscale, che a causa di questa controversia «i rapporti tra la Svizzera e l’Italia hanno verosimilmente toccato il punto di tensione massimo e a giudicare dalle posizioni assunte dai rispettivi governi pare piuttosto difficile un ritorno alla normalità in tempi relativamente brevi». Mi pare un’interpretazione pessimistica della realtà. Condivido piuttosto l’ottimismo dell’ambasciatore Giuseppe Deodato che qualifica ancora i rapporti bilaterali «straordinari», ma condivido soprattutto l’atteggiamento della Consigliera federale Doris Leuthard, che sulla vicenda ha usato toni più concilianti, affermando che con l’Italia «bisogna dialogare».
La via del dialogo è da prendere seriamente in considerazione da entrambe le parti anche perché gli interessi comuni sono enormi. Basti pensare che l’interscambio Svizzera-Italia sta andando a gonfie vele e l’Italia è il secondo partner commerciale della Svizzera dopo la Germania. La collettività italiana è ancora quella straniera più consistente e più radica sul territorio. Gli interessi in gioco sono davvero enormi e non si può stare a tergiversare sul da farsi.
Sono 148 anni che l’Italia e la Svizzera vivono rapporti non solo di buon vicinato ma di intenso scambio e di profonda amicizia. Quei soldi frodati al fisco italiano non possono essere considerati ragione sufficiente per interrompere un’ottima relazione che esiste sostanzialmente invariata da quando esiste la Confederazione e da quando esiste l’Italia unita.
Nella lunga storia dei rapporti italo-svizzeri, gli incidenti diplomatici si contano forse sulle dita di una mano. Ci fu solo un caso di rottura (all’inizio del secolo scorso col famoso affare Silvestrelli) ed ebbe origine probabilmente da una reciproca incomprensione e dal non rispetto delle rispettive competenze. Gli altri episodi critici, durante il periodo fascista e negli anni della forte immigrazione italiana in Svizzera furono superati con i tradizionali scambi di note diplomatiche e la rimozione di qualche personaggio poco gradito.
Nessun episodio fu veramente grave, nemmeno quando sotto la cenere covavano paure più che rancori e ogni Paese cercava di proteggersi da eventuali rischi con fortificazioni, piani di attacco e piani di difesa. Storicamente l’arma più efficace si è sempre dimostrata il dialogo e la collaborazione. Lo sarà, ne sono convinto, anche in questa occasione.
Giovanni Longu
Berna, 5.11.2009

1 novembre 2009

Immigrazione italiana tra catastrofismo e integrazione

Nei giorni scorsi, la stampa italiana ha dato risalto al rapporto 2009 della Caritas/Migrantes in cui si parla fra l’altro della presenza in Italia di oltre 4 milioni e mezzo di stranieri (7,2%) e della previsione di oltre 12 milioni nel 2050.
Come al solito, su questo rapporto e in genere sulla politica migratoria italiana, le opinioni si dividono. Per gli uni, gli immigrati sono una risorsa e la loro presenza è e sarà «necessaria per il funzionamento del Paese», per gli altri rappresentano un pericolo: «dodici milioni di stranieri nel 2050 sono una catastrofe sociale, demografica, geografica» (Il Giornale, 29.10.2009).
In realtà il «problema degli stranieri» non è solo un problema di statistica demografica o di convivenza civile, ma qualcosa di molto più complesso, un problema di civiltà al quale l’Italia non può sottrarsi. Il catastrofismo non aiuta a risolverlo.
Quanto alle cifre, credo che la previsione della Caritas (e dell’Istat) sia un tipico scenario possibile ma improbabile, perché basato su una premessa che generalmente non si verifica, ossia che il tasso di accrescimento degli stranieri continui ai ritmi attuali in un contesto identico o molto simile a quello odierno.
Basandosi su una tale premessa, alla vigilia della prima guerra mondiale, in Svizzera era stato previsto che attualmente ci sarebbero stati più stranieri che svizzeri. Agli inizi del Novecento, l’aumento del numero di stranieri sembrava inarrestabile. Si era passati dal 7,5% del 1888 al 14,7% nel 1910. Un semplice calcolo aveva indicato che se il tasso di crescita fino ad allora registrato fosse continuato per circa 80 anni (ossia fin verso il 1990), la proporzione degli stranieri avrebbe raggiunto il 50%. Di fatto, la proporzione degli stranieri, con tutti gli alti e bassi che aveva avuto dalla prima guerra in poi, era ancora del 14,8 nel 1980 e oggi, a quasi un secolo da quella previsione stramba, non arriva al 22%.
In realtà il ritmo di accrescimento di una componente demografica, ad esempio gli stranieri, può variare moltissimo in funzione di numerosi altri fattori che influiscono sull’immigrazione. Basterebbe, ad esempio, che si deteriorassero le condizioni economiche del Paese destinatario e già diminuirebbe l’interesse degli stranieri a stabilirvisi. Inoltre, gran parte degli emigranti rinuncerebbe volentieri a lasciare il proprio Paese se trovasse sul posto condizioni di vita e di lavoro dignitose. E’ quel che è successo all’Italia e alla Svizzera, passati nell’arco di pochi decenni da Paesi di forte emigrazione a Paesi di forte immigrazione. Lo stesso potrebbe succedere con gli attuali Paesi d’emigrazione.
Va inoltre ricordato che l’aumento del numero di stranieri non dipende solo dal numero di nuovi immigrati che si aggiungono a quelli già presenti, ma anche dall’autoincremento, ossia dal numero di figli degli stessi stranieri, che pur non essendo immigrati restano stranieri. Basterebbe però che il tasso di natalità degli stranieri diminuisse e diminuirebbe un elemento fondamentale della crescita degli stranieri. Questo è successo per esempio con gli italiani immigrati in Svizzera nel corso degli ultimi decenni del secolo scorso ed è probabile che succeda lo stesso fenomeno con gli attuali immigrati in Italia.
Un altro elemento che incide considerevolmente sia sul numero degli stranieri che sul loro tasso di crescita è il tasso di naturalizzazione. In genere, nelle società di accoglimento, sempre più giovani stranieri di seconda e terza generazione acquistano (facilmente) la cittadinanza del Paese ospite, sottraendoli così alle statistiche sugli stranieri. Un esempio lampante è dato proprio dagli italiani in Svizzera. Per un lungo periodo (circa 100 anni), in cui le naturalizzazioni erano poche, il numero degli italiani è andato sempre crescendo (con saltuarie flessioni), fino a superare il mezzo milione negli anni Sessanta del secolo scorso. Dall’inizio degli anni Settanta il numero degli italiani (con la sola nazionalità italiana) è costantemente diminuito (oggi sono rimasti ca. 290.000). Le ragioni della diminuzione (importantissima per la statistica svizzera sugli stranieri) non vanno ricercate solo nei massicci rientri della prima generazione del dopoguerra, ma anche nelle numerose naturalizzazioni (circa 150.000) dal 1970 ad oggi). Tanto è vero che sommando ai soli cittadini italiani quelli con la doppia nazionalità la collettività italiana dovrebbe aggirarsi attorno al mezzo milione, ossia il valore che aveva verso la fine degli anni Sessanta.
Questo per dire che l’allarmismo, per quanto riguarda gli stranieri in Italia è fuori posto. Certamente non significa che la situazione si «normalizzerà» da sola. Occorre che le istituzioni adottino una politica d’integrazione efficiente ed efficace.
Probabilmente la via maestra non è quella di adottare immediatamente una sorta di naturalizzazione automatica (jus soli) per tutti gli stranieri nati in Italia. Ogni tentativo in questa direzione in Svizzera è fallito (il primo è datato 1903, l’ultimo 2004). Da qualche anno, tuttavia, la Svizzera sta portando avanti una politica d’integrazione che comincia a dare i suoi frutti in ambito scolastico, sociale, professionale e persino politico. Sta cominciando a diffondersi, per esempio, il diritto di voto a livello comunale e la partecipazione degli stranieri in molti organismi consultativi.
Probabilmente il primo passo da compiere è a livello culturale e informativo, quello di abbattere i pregiudizi riguardanti gli stranieri. Il secondo e più importante è la pratica dell’integrazione, ricordando che l’integrazione non la fanno le istituzioni, ma queste devono favorirla. Devono integrarsi le persone, le culture, le religioni, rispettandosi reciprocamente in un quadro che è quello giuridico nazionale. E questo richiede una disponibilità e uno sforzo comuni, sia da parte di chi intende integrarsi e sia da parte della società civile che deve essere pronta e aperta all’accoglienza e al sostegno degli stranieri nel rispetto della loro identità personale, culturale, religiosa.
Credo che l’Italia in questo campo sta già facendo molto, ma quel che resta da fare è ancora di più. E’ un buon segno che se ne discuta già tanto, ma è urgente che l’integrazione sia praticata sul serio e senza preconcetti. Tra l’altro un po’ di ottimismo non guasta.

Giovanni Longu
Berna 1.11.2009

28 ottobre 2009

Finalmente il Museo Nazionale dell’Emigrazione!

Se ne parlava da anni e non si sapeva dove farlo, come farlo, e dove trovare i soldi per realizzarlo. In Italia, per certe cose mancano sempre i soldi, anche quando si tratta di recuperare la propria memoria storica! Sono trent’anni che l’emigrazione italiana (almeno quella di massa) è finita e se ne sta perdendo lentamente il ricordo. Finalmente, dunque, che un po’ di quella memoria sia conservata almeno in un museo nazionale.
Finalmente! Perché l’emigrazione, come ha ben detto il Presidente della Repubblica, al termine dell’inaugurazione del Museo, «è un capitolo essenziale della nostra storia». Non un semplice capitolo, uno dei tanti, ma un capitolo «essenziale» per capire la storia dell’Italia.
Si sta per celebrare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e non si può dimenticare che uno dei maggiori problemi che il nuovo Stato dovette affrontare fu quello dell’emigrazione. Fino ad allora era quasi inesistente e per lo più aveva un carattere stagionale nelle regioni settentrionali di confine. Poi divenne un fenomeno sempre più consistente. I primi governi cercarono di frenarne la crescita con ogni sorta di ostacoli. Si voleva evitare soprattutto di fornire attraverso gli emigrati un’immagine negativa dell’Italia quasi fosse in preda alla miseria e all’ignoranza. Ma i governi di allora e poi anche quelli successivi non seppero arrestare gli espatri garantendo a tutti, soprattutto ai giovani che abbandonavano le campagne, sufficienti possibilità di lavoro in Italia.
Tra i primi e più importanti flussi migratori dall’Italia non si può dimenticare quello verso la Svizzera. Basti ricordare che il primo accordo tra l’Italia e un altro Stato riguardante lavoratori italiani migranti fu quello con la Svizzera e risale al 1868, dunque pochi anni dopo l’Unità d’Italia.
Soprattutto negli ultimi decenni dell’Ottocento e agli inizi del Novecento furono milioni gli italiani che lasciarono l’Italia per produrre lavoro e ricchezza non solo nei Paesi che li ospitarono, ma anche nel Paese che li aveva espulsi dal mercato del lavoro come lavoratori in esubero, si direbbe oggi. Già, perché non va dimenticato – e mi auguro che il Museo lo ricordi e lo documenti – le rimesse degli emigrati hanno fatto gola a tutti i governi e sono servite non solo alle famiglie degli emigrati ma anche a riequilibrare la bilancia dei pagamenti dell’Italia con l’estero. L’emigrazione è stata per l’Italia una incredibile risorsa, anche sotto l’aspetto finanziario, che è giusto ricordare, almeno in un museo.
Vi ha accennato il Ministro degli Affari Esteri Frattini il giorno dell’inaugurazione del Museo: «Per comprendere come è cresciuto il Paese, per capire come si è sviluppata l'economia e la società italiana, è indispensabile conoscere e riconoscere che milioni di contadini sono stati costretti a lasciare le loro terre, che altri milioni di lavoratori hanno preferito abbandonare volontariamente un Paese privo di prospettive». Sarebbe bene che lo ricordassero tutti gli italiani e lo si insegnasse nelle scuole dello Stato.
Vari interventi, il giorno dell’inaugurazione del Museo, hanno sottolineato a giusta ragione i disagi e le sofferenze fisiche e morali che hanno caratterizzato molta parte della vita degli emigrati. Per rendersene conto basterebbe rileggersi qualche rievocazione storica dell’emigrazione d’oltreoceano o europea o anche solo della Svizzera, soprattutto in certi periodi in cui gli italiani erano disprezzati e malvisti. Attenti però a non limitarsi a questo aspetto, e mi auguro che il Museo ne tenga conto. L’emigrazione italiana nel mondo ha infatti prodotto ovunque anche genialità, stili di vita invidiabili e invidiati, cultura, arte, letteratura, scienza, gioia di vivere.
Non conoscendo il materiale espositivo del Museo, è difficile fare considerazioni specifiche al riguardo. Spero comunque che il Museo non sia solo una sorta di fotografia di un passato remoto e triste, da osservare magari con stupore e commozione. Mi auguro che sia in grado di parlare al presente, di coinvolgere il visitatore non solo risvegliandone la memoria del passato, ma anche suscitando in lui sentimenti di coraggio, intraprendenza, solidarietà, creatività, rispetto, e invitandolo a confrontarsi con la realtà immigratoria italiana di oggi.
«Oggi che accogliamo immigrati nel nostro Paese, e siamo diventati un Paese d’immigrazione», ha ancora detto il Capo dello Stato, «non dovremmo mai dimenticare di essere stati un Paese di emigrazione». Ciò significa che l’Italia intera, istituzioni e cittadini, devono impegnarsi a trattare con un occhio di riguardo gli immigrati, a evitare ogni forma di xenofobia e a favorire con ogni mezzo la loro integrazione. Non deve più capitare ai nuovi immigrati quanto è tante volte capitato agli italiani di mezzo mondo, di essere trattati come schiavi, discriminati, incolpati ingiustamente, assegnati ai lavori più difficili e pericolosi, ghettizzati ed emarginati. Mai più! Mi auguro che il Museo dell’Emigrazione dica anche questo.
Purtroppo questo Museo si trova solo a Roma e francamente mi pare insufficiente. Un Museo dell’Emigrazione dovrebbe sorgere in ogni Regione italiana e in ogni Paese del mondo, dove i discendenti degli emigrati italiani di fine Ottocento e gran parte del Novecento costituiscono ancora una collettività numerosa e importante. Penso per esempio alla Svizzera, dove la collettività italiana è particolarmente numerosa ed ha ereditato il patrimonio ricchissimo di una storia migratoria ormai lunga quanto quella italiana e, purtroppo, poco conosciuta.
A quando il Museo dell’Emigrazione Italiana in Svizzera?
Giovanni Longu
Berna 27.10.2009

26 ottobre 2009

Davide Piscopo lascia un vuoto

«Quel che è giusto è giusto»!
Davide Piscopo se n’è andato, la settimana scorsa, all’improvviso, lasciando un vuoto nella sua area politica in Svizzera che difficilmente potrà essere colmato. E’ stato uno di quei personaggi che s’imponeva per la sua singolarità. Assolutamente convinto delle sue idee di destra, è stato per almeno un trentennio avversato da quanti militavano sul fronte opposto. Era divenuto una sorta di cavaliere solitario e si era credo convinto che fosse ormai un perdente. L’ultima volta che lo incontrai, circa un anno fa, mi aveva detto che stava pensando di ritirarsi definitivamente da ogni incarico politico.
Conoscevo Piscopo da una trentina d’anni. Non condividevo le sue idee, ma lo rispettavo perché trovavo corretto in una democrazia il pluralismo delle idee. Lo incontravo sovente in incontri pubblici e celebrazioni ufficiali. Ma al di là delle battute di circostanza non abbiamo mai avuto occasione di affrontare seriamente alcun tema scottante. Del resto in comune non avevamo quasi nulla, a parte il reciproco rispetto.
A prescindere dai contenuti, nei suoi interventi apprezzavo la dialettica tagliente, la lucidità del ragionamento, una certa signorilità persino nell’affrontare gli avversari. Sapevo che rispettava le mie idee e apprezzava il mio modo di presentarle a voce e per iscritto. Più di una volta ricevetti i suoi complimenti. L’ultima volta è stata nel mese di agosto scorso. Aveva appena letto un mio articolo su «Marcinelle: la tragedia italiana e l'immigrazione clandestina», in cui contestavo Tremaglia a riguardo degli immigrati clandestini. Mi telefonò per dirmi che era d’accordo con la mia analisi, anche se contraddiceva quella del suo amico Tremaglia: «quel che è giusto è giusto», mi disse testualmente.
Non conosco assolutamente nulla di preciso della sua vita privata e nemmeno della sua vita professionale. Ho conosciuto il Piscopo politico e l’uomo pubblico impegnato a modo suo a risolvere i problemi dell’emigrazione. Il bilancio dei suoi tentativi lo tirerà qualche altro. A me resta il ricordo di una persona pubblica che si è coerentemente battuta per le sue idee e ha indubbiamente contribuito a introdurre nel dibattito politico degli italiani in Svizzera un confronto e una dialettica che non possono che far bene al formarsi di un’opinione pubblica intelligente e matura.
Giovanni Longu
Berna 25.10.2009

22 ottobre 2009

La settimana della lingua italiana in Svizzera, ma non a Berna

Si svolge, in tutto il mondo, dal 19 al 25 ottobre 2009, la IX settimana della lingua italiana. Avrebbe dovuto essere, soprattutto in Svizzera, un’occasione per far conoscere all’intera popolazione che la lingua italiana non è solo iscritta nella Costituzione federale come una delle quattro lingue nazionali e ufficiali, ma è anche una lingua viva, conosciuta da almeno un settimo dell’intera popolazione.
Purtroppo le manifestazioni si concentrano ormai solo in poche località e non se ne parla nemmeno in molte altre. Quest’anno poi sembra tutto concentrato a Zurigo. Dispiace che soprattutto a Berna praticamente non si faccia nulla, nonostante abbiano sede nella capitale federale l’Ambasciata d’Italia, la Cancelleria consolare, un Seminario d’italiano, un Comitato della Dante Alighieri, una Casa d’Italia, una sede dell’UNITRE, numerose associazioni italiane, ma anche una sede della Pro Ticino e dei Grigioni italiani, senza dimenticare che c’è una Sezione d’italiano nella Cancelleria federale, servizi linguistici italiani in tutti i dipartimenti federali, ecc.
Come interpretare questa mancanza d’iniziative?
Per quanto riguarda l’Italia, credo che le cause siano da ricercare soprattutto nell’indiscriminato taglio delle risorse finanziarie destinate alla lingua e alla cultura da parte degli ultimi governi. Ritengo tuttavia che la carenza d’iniziative per valorizzare la lingua italiana esprima assai chiaramente anche la povertà d’idee e la rassegnazione degli operatori culturali al declino inesorabile dell’italiano nella Confederazione. Se non è così, perché almeno a Berna, tutto tace?
Per quanto riguarda la Svizzera, credo che le cause non siano tanto di natura finanziaria quanto piuttosto di natura organizzativa e soprattutto di coscienza politica. Quel che si dice a parole non è trasferito nella pratica, nonostante che l’italiano sia in Svizzera lingua nazionale (ossia non regionale) e lingua ufficiale.
Già a maggio il Dipartimento federale degli affari esteri invitava le rappresentanze svizzere all’estero a proporre e a realizzare progetti (in collaborazione con gli Istituti italiani di cultura e le Ambasciate d’Italia) per valorizzare la lingua italiana. Cito testualmente la motivazione che se ne dava: «Questa iniziativa costituisce una piattaforma di particolare significato per il nostro Paese perché offre la possibilità di ricordare la sua natura multiculturale e multilingue, di illustrare realtà storiche e attuali della sua comunità italofona, promuovendo nel contempo una delle lingue nazionali».
Non so quante iniziative siano state realizzate all’estero, ma sarebbe interessante conoscere quali iniziative concrete sono state realizzate in Svizzera, fuori del Ticino. Perché il Cantone Ticino, quale principale attore e deputato alla conservazione e alla valorizzazione della lingua italiana, non assume iniziative promozionali fuori del proprio territorio? Perché la Deputazione ticinese alle Camere federali non si attiva a sostenere, anche in queste occasioni uniche, il plurilinguismo e specialmente l’italiano? Perché la Cancelleria federale, di concerto con i servizi linguistici italiani dei Dipartimenti, non diventa anche animatrice e sostenitrice di iniziative aperte al pubblico per valorizzare la traduzione e la lingua italiana?
Forse si sta perdendo la coscienza che, pur con tutta la globalizzazione che si vuole inevitabile, la Svizzera continuerà a restare anche italiana e quando non dovesse più esserlo sarà sicuramente un po’ meno Svizzera o non lo sarà affatto.
Giovanni Longu

21 ottobre 2009

Lo scudo fiscale italiano fa arrabbiare la Svizzera

A oltre un mese dall’entrata in vigore del terzo scudo fiscale italiano per far rientrare o regolarizzare capitali detenuti illegalmente all’estero da cittadini residenti in Italia, il dibattito al riguardo è sempre più animato in Svizzera e soprattutto in Ticino. A differenza dei due precedenti «scudi» del 2001 e 2003, che destarono sorpresa più che preoccupazione, il terzo non sorprende ma preoccupa, perché accompagnato da un presunto sentimento antisvizzero se non da parte del governo italiano almeno da parte del ministro delle finanze Giulio Tremonti.
Si parla apertamente di «giochi sporchi», un indegno «accanimento contro la Svizzera», un atteggiamento «aggressivo» e «indecente» da parte di un Paese considerato tradizionalmente «amico». Ed è difficile negare che alcune dichiarazioni del ministro Tremonti abbiano urtato la sensibilità di molti finanzieri, banchieri e politici ticinesi, ormai convinti che fosse chiaro a tutti, anche a Tremonti, che la Svizzera non è più un «paradiso fiscale» e pertanto non può essere oggetto di una «campagna mediatica scorretta». A parte i toni, credo che la misura adottata dal governo e dal parlamento italiani abbia una sua giustificazione.
In un momento di crisi finanziaria ed economica come quella che stiamo vivendo, nessun governo a corto di mezzi e doverosamente impegnato a contenere il debito pubblico, rinuncerebbe a un rientro di capitali detenuti illegalmente all’estero, sia pure con misure odiose. Tanto è vero che non vi hanno rinunciato gli Stati Uniti, né la Germania, né la Francia. L’Italia non poteva essere da meno, tanto più che stima i capitali di cittadini italiani depositati illegalmente all’estero nell’ordine di 550 miliardi di euro.
Il fatto che la Svizzera si senta particolarmente attaccata, non solo dagli Stati Uniti e dalla Germania, ma ora anche dall’Italia, è dovuto al fatto che molto probabilmente nei forzieri delle banche svizzere si nascondono molti soldi «evasi» al fisco di questi Paesi. Per quel che riguarda l’Italia si stima che abbiano trovato rifugio in Svizzera dai 150 ai 200 miliardi di euro. Secondo Tremonti, questi soldi devono emergere dalla zona grigia in cui si trovano e lo Stato, facendo i suoi calcoli, può chiudere un occhio per il passato, ma li terrà bene aperti per il futuro.
Capisco l’arrabbiatura di banchieri e politici ticinesi, perché il rientro in Italia anche solo di una parte della cifra menzionata danneggerebbe non poco la terza piazza finanziaria svizzera, ma non va dimenticato che si tratta pur sempre di soldi di clienti italiani, sottratti all’imposizione fiscale in Italia.
Capisco anche l’analisi delle cause dell’evasione fatta da molti economisti e politici ticinesi, ma non le conclusioni, quando queste si configurano come una giustificazione di una così imponente fuga di capitali o un esplicito invito alle ritorsioni.
Secondo il finanziere ticinese Tito Tettamanti (Corriere del Ticino del 18.7.2009) le vere cause della fuga dei capitali italiani soprattutto verso la Svizzera sarebbero: «uno Stato (…) con un’amministrazione pubblica ipertrofica e poco efficiente, con un dibattito politico fazioso e incivile, con una classe politica (la casta) disistimata, con una magistratura lentissima e ideologizzata, con una, per molti anni, irresponsabile politica dell’immigrazione, con problemi di sicurezza, violenze, stupri quotidiani che non contribuiscono alla qualità della vita».
A conferma di quanto appena detto, Tettamanti aggiungeva: «A testimonianza del fallimento della politica basterà ricordare che mille lire negli anni Cinquanta corrispondevano a sette franchi svizzeri, e quarant’anni dopo, prima dell’entrata nell’euro, a ottanta centesimi. Deve stupire che da un simile Paese, che pure può contare su ingegnosi operai, eccellenti ricercatori, coraggiosi imprenditori, i capitali (ed anche i cervelli) fuggano?».
Il finanziere svizzero non arrivava a giustificare l’evasione fiscale in Italia e la buona accoglienza dei miliardi «evasi» in Svizzera, ma ci andava vicino, quando ammoniva i suoi concittadini che «non possiamo pensare di basare il futuro economico del Cantone sulla protezione all’evasione italiana anche se motivata».
Molti politici ticinesi di centro destra e soprattutto della Lega di Bignasca sono più o meno concordi su questo tipo di analisi e ne traggono conclusioni che francamente lasciano perplessi quando parlano di un’aggressione dell’Italia contro la Svizzera e chiedono a Berna contromisure. Essi fanno presente, ad esempio, che in Ticino lavorano 44.000 frontalieri e chiedono al Consiglio federale la revisione dell’accordo italo-svizzero del 1974 sui ristorni dei frontalieri come contropartita all’offensiva fiscale italiana e per garantire la reciprocità alla parte svizzera.
E’ difficile predire quanti capitali rientreranno effettivamente in Italia, ma a giudicare dalle preoccupazioni del sistema bancario e amministrativo ticinese, dovrebbe trattarsi anche stavolta, come già in occasione del primo (2001) e secondo (2003) scudo, di cifre consistenti. Le conseguenze per il fisco ticinese, soprattutto per le città di Lugano e Chiasso, potrebbero risultare notevoli, ma non mi sembra corretto parlare di «fuga di capitali» dalla Svizzera, trattandosi al massimo di «rientro» di capitali illegalmente detenuti all’estero.
Ciò che è auspicabile è che non subiscano danni i tradizionali buoni rapporti italo-svizzeri e che le ottime relazioni economico-finanziarie continuino a prosperare ma nella legalità e nel reciproco interesse. Credo che soprattutto l’Italia ma anche la Svizzera possano e debbano fare qualcosa di più in questa direzione. Sarebbe un peccato che la tradizionale e più che centenaria amicizia italo-svizzera si deteriorasse a causa di controversie facilmente risolvibili, e che il Ticino rallentasse il processo d’integrazione transfrontaliero per questioni di natura fiscale. In fondo, se l’Italia ha bisogno del Ticino per i rapporti sud-nord, anche il Ticino può svolgere compiutamente la sua vocazione di ponte se le relazioni transfrontaliere saranno improntate a reciproco rispetto e reciproca stima.
Giovanni Longu
Berna, 20.10.2009

15 ottobre 2009

Le ipocrisie della classe politica italiana

La libertà d’informazione in Italia non solo c’è ma si è vista come forse non mai nei giorni scorsi all’indomani della bocciatura del cosiddetto «Lodo Alfano» da parte della Corte costituzionale. Falsi e ipocriti quelli che sbraitando denunciano che non ci sia libertà di stampa.
C’è eccome. Lo si è visto non solo dalle contrapposizioni dei due schieramenti politici, ma anche dai toni usati. In pochi, tuttavia, hanno messo in evidenza l’ipocrisia che stava a monte di tutte le dichiarazioni, da una parte e dall’altra.
In Italia, purtroppo, l’ipocrisia dilaga perché in fondo quella italiana è ancora una società manichea, fondata sulla contrapposizione assoluta tra il bene e il male. E poiché ognuno si crede portatore sano del principio del bene, il male, il vizio, l’illegalità stanno inevitabilmente dall’altra parte. La stessa attitudine caratterizza i gruppi e soprattutto i partiti politici. In Italia si è sostanzialmente incapaci di fare autocritica e di riconoscere i propri limiti e i propri errori.
La bocciatura del Lodo Alfano è stata come una cartina di tornasole, che ha messo a nudo questo vizio di fondo dell’intera classe politica italiana, spaccata letteralmente in due, ma terribilmente unita nell’ipocrisia. Non sono infatti credibili né coloro che si sono schierati fieramente dalla parte del diritto, né coloro che hanno indossato le vesti delle vittime innocenti. E’ infatti evidente che in Italia è in atto uno spaventoso conflitto, anzi una «guerra incivile, che attraversa i poteri e contagia il Paese» (Marcello Veneziani) e i belligeranti non esitano a utilizzare qualsiasi mezzo per colpire e possibilmente distruggere gli avversari.
Il Lodo Alfano mirava sicuramente a consentire un’azione di governo più tranquilla al Premier Berlusconi, ma intendeva soprattutto sottrarlo agli attacchi a ripetizione della magistratura milanese. Questo aspetto però non compare mai nelle dichiarazioni della maggioranza e ancor meno dell’interessato all’indomani della bocciatura del Lodo. Anzi, ipocritamente, tutti hanno gridato solo allo scandalo di una Corte costituzionale di parte e sostanzialmente antidemocratica, perché cancellando il privilegio del Premier (delle altre alte cariche dello Stato manco si parla) ha violato in qualche modo il principio fondante della democrazia, secondo cui è il popolo che decide da chi e per quanto tempo vuol essere governato.
In molti hanno detto che il Lodo e la sua bocciatura non riguarda il governo ma solo il suo capo. Ipocriti, perché sanno bene che questo è il Governo Berlusconi e senza di lui si deve tornale al voto. E doppiamente ipocriti coloro che, dall’opposizione, riconoscono la legittimità di Berlusconi a governare purché si occupi dei problemi del Paese, che sono ben più importanti dei suoi problemi personali. Come se l’inquisito Premier potesse occuparsi a tempo pieno sia del governo che della sua difesa.
Ipocriti soprattutto coloro che inneggiano alla vittoria del diritto sui privilegi e all’affermazione del principio per cui la legge è uguale per tutti. Ai presunti «vincitori» ben più della legge e della democrazia importa che Berlusconi quanto prima tolga il disturbo, come se fosse un intruso, anzi peggio, un nemico del popolo, dimenticando completamente che è il popolo sovrano che l’ha designato a quella carica.
Ipocriti e bugiardi quanti consideravano il Lodo Alfano una sorta d’impunità per il solo Berlusconi e una violazione del principio di uguaglianza, ben sapendo che al massimo si trattava di un rinvio dei processi e delle persecuzioni. La verità è che i nemici politici di Berlusconi non sono in grado di batterlo politicamente e sperano che a metterlo fuori combattimento sia la magistratura. Ipocriti e presuntuosi, perché pur essendo minoranza nel Paese pretendono di rappresentarlo per intero e di rappresentare, loro soli, il principio del bene contro il principio del male.
Domande spontanee
Non voglio coinvolgere in questa riflessione il Presidente della Repubblica, di cui ho grande stima, e nemmeno la Corte costituzionale, a cui do atto di un comportamento «giuridicamente» corretto. Nondimeno, alcune domande mi sorgono spontanee.
Anzitutto, le alte cariche dello Stato, ad eccezione del capo del governo, e le massime istituzioni della Repubblica si rendono conto che il popolo sovrano ha chiesto ormai ripetutamente di essere governato per un’intera legislatura da una precisa maggioranza e da un determinato capo del governo in base ad un programma presentato agli elettori e da questi approvato? I veri interpreti della volontà del popolo sono il Capo dello Stato, la Corte costituzionale, la piazza istigata da pochi giustizialisti fanatici oppure la maggioranza parlamentare espressa con voto segreto in libere elezioni? Come si fa ad invocare il rispetto della Costituzione e il principio di uguaglianza (come se le disuguaglianze dei politici e dei magistrati non fossero sotto gli occhi di tutti!), senza alcuna considerazione della volontà chiara e netta del popolo italiano che ha chiesto in modo esplicito di essere governato da una coalizione guidata da Silvio Berlusconi?
Il Lodo Alfano, a prescindere dal suo aspetto tecnico-giuridico riconosciuto dalla Consulta come «incostituzionale», aveva una sua ragionevolezza in un Paese in cui il Governo sembra considerato dall’opposizione come un nemico del popolo più che lo strumento voluto dal popolo per risolvere i suoi molteplici problemi.
Non è possibile che tutto torni come prima, nonostante l’ipocrisia persistente, perché la vicenda del Lodo Alfano ha evidenziato che purtroppo la lotta politica si è talmente radicalizzata da non esitare a mettere in campo per annientare l’avversario qualsiasi arma, dagli appelli al Capo dello Stato per firmare o non firmare questo o quel provvedimento, al ricorso (legittimo) ai referendum, alle manifestazioni forcaiole di piazza, alla diffamazione a mezzo stampa, servizio pubblico compreso, alle calunnie, al gossip, ecc.
Peccato, non tanto per Berlusconi che saprà badare a sé stesso, ma per il Paese che sta franando, in senso non solo metaforico ma ahimè anche reale, e nessuno se ne assume la minima responsabilità.
Giovanni Longu
Berna 11.10.2009

7 ottobre 2009

Il servizio pubblico e la libertà di stampa in Svizzera e in Italia

La settimana scorsa, soprattutto in Italia, si è manifestato per la libertà d’informazione e contro i pericoli di una sua limitazione. Indirettamente, ma non velatamente, la manifestazione era diretta contro Berlusconi (proprietario di televisioni e giornali) e il suo governo, accusati di voler controllare l’intera informazione italiana, compreso il servizio pubblico. Insomma contro il «regime» Berlusconi.
Questo genere di manifestazioni m’insospettisce e mi preoccupa perché non è mai ben chiara la vera ragione della denuncia e perché il rischio di strumentalizzazione è troppo forte. Tanto è vero che questi assembramenti sono quasi sempre monocolore e contro avversari politici ben precisi. Alla manifestazione di Roma i manifestanti erano soprattutto sostenitori della stampa di sinistra.
Il vero scopo della manifestazione non mi è chiaro e probabilmente non lo era nemmeno ai numerosi partecipanti. Non c’è infatti in Italia, e non ci potrebbe essere dato il quadro giuridico nazionale e internazionale, alcuna minaccia alla libertà d’informazione, garantita dalla «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» approvata dall’ONU (1948), dalla «Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali» (1950), dalle direttive europee, dalla Costituzione e dalle leggi italiane, ecc.
Informazione e lotta politica
La ragione del disagio di certa stampa e di certi giornalisti va forse ricercata in una spregiudicata interpretazione di tutti i documenti citati. Oppure si crede e si cerca di far credere che solo la stampa d’opposizione è «libera», mentre tutto il resto è schiavo del padrone. E poiché, in Italia, da qualche tempo «il padrone» è lui, sempre più stabilmente al potere, si vorrebbe far credere che la stampa e i media in generale sono sempre più imbavagliati da Berlusconi.
Probabilmente la realtà è molto meno drammatica di come la si dipinge e certa stampa sembra mossa non tanto dalla libertà d’opinione e d’informazione, ma dall’odio politico per cui vorrebbe essere totalmente libera di dire, scrivere e mostrare tutto quel che ritiene funzionale alla lotta politica. A ben vedere, infatti, molte delle presunte «informazioni» sono distorsioni, interpretazioni capziose della realtà. Non sono «notizie» perché «la notizia è comunque e sempre un fatto vero» (Wikipedia).
Si deve anche aggiungere che in nessuno Stato di diritto, garante della libertà di opinione, d’espressione e di stampa, può esistere un diritto illimitato di dire quel che si pensa (anche le falsità, le calunnie, le ingiurie) o di rendere pubblico qualsiasi fatto realmente accaduto (anche se conosciuto illegalmente, fraudolentemente, o se concerne direttamente la sfera privata della persona). Certa stampa e certi giornalisti vorrebbero invece una libertà «assoluta», ossia svincolata da ogni limite, da ogni regola e da ogni controllo.
Il controllo dello Stato
Bisognerebbe inoltre stare attenti alle confusioni e alle mistificazioni. Un conto è la libertà di opinione e di espressione in generale e ben altra cosa è la libertà d’informazione nel servizio pubblico. La «libertà d’informazione», in questo caso, presuppone sempre un «interesse pubblico». E poiché questo interesse è difficile da definire (ma non può essere lasciato all’esclusiva valutazione del singolo giornalista o conduttore), in tutti i Paesi democratici interviene lo Stato con apposite leggi e convenzioni a regolamentare il servizio pubblico.
Solo in Italia, a certuni e a certa stampa, sembra scandaloso che lo Stato intervenga al riguardo, magari per sottrarlo alla strumentalizzazione politica o per impedirne un uso spregiudicato da parte di singoli personaggi avidi di notorietà o giornalisti e conduttori faziosi e irresponsabili. Eppure è del tutto evidente che in Italia le interferenze politiche sul servizio pubblico sono esagerate, che certe trasmissioni televisive sono faziose, che certi giornalisti e conduttori si servono del mezzo televisivo come clava per colpire avversari politici, in barba al pluralismo e al senso di equilibrio di cui dovrebbero dar prova e in barba al servizio pubblico.
Sulla legittimità dello Stato a intervenire sul servizio pubblico la «Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali» (1950) è chiara. Dopo aver ricordato il diritto di ogni persona alla libertà d’opinione, d’espressione e di ricevere o comunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche, precisa che gli Stati possono sottoporre «a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, di cinema o di televisione». Inoltre, «l’esercizio di queste libertà, comportando doveri e responsabilità, può essere sottoposto a determinate formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni previste dalla legge (…) per la sicurezza nazionale, l’integrità territoriale o l’ordine pubblico, la prevenzione dei disordini e dei reati, la protezione della salute e della morale, la protezione della reputazione o dei diritti altrui, o per impedire la divulgazione di informazioni confidenziali o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario».
Il servizio pubblico in Svizzera e in Italia
Ispirandosi a questi principi, la Svizzera regola il servizio pubblico con la legge federale sulla radiotelevisione» e con la Concessione rilasciata all’ente televisivo svizzero (la SRG SSR idée suisse), in cui si specifica, per esempio, che «nei suoi programmi la SSR promuove la comprensione, la coesione e lo scambio fra le regioni del Paese, le comunità linguistiche, le culture, le religioni e i gruppi sociali. Essa promuove l’integrazione in Svizzera degli stranieri, il contatto fra gli Svizzeri all’estero e la patria nonché la presenza della Svizzera all’estero e la comprensione per le sue aspirazioni. Prende in considerazione le particolarità del Paese e i bisogni dei Cantoni».
Dice inoltre che con i suoi programmi la SSR deve contribuire «a) alla libera formazione delle opinioni del pubblico mediante un’informazione completa, diversificata e corretta, in particolare sulla realtà politica, economica e sociale; b) allo sviluppo culturale e al rafforzamento dei valori culturali del Paese nonché alla promozione della cultura svizzera…»; c) alla formazione del pubblico, segnatamente mediante trasmissioni periodiche di contenuto educativo….».
La Concessione dice anche che «i singoli settori dei programmi si conformano al mandato e si distinguono per la credibilità, il senso di responsabilità, la rilevanza e la professionalità giornalistica». Ce n’è quanto basta e va aggiunto che generalmente il servizio radiotelevisivo svizzero è ritenuto serio.
In Italia il servizio pubblico radiotelevisivo è regolato per il 2007-2009 (dunque in scadenza) dal «Contratto nazionale di servizio tra il Ministero delle comunicazioni e la RAI – radiotelevisione italiana s.p.a.».
All’articolo 2 si precisa fra l’altro che l’offerta dev’essere anzitutto «rispettosa dell’identità valoriale e ideale del nostro Paese, della sensibilità dei telespettatori e della tutela dei minori» ed ha tra i suoi compiti prioritari «la libertà, la completezza, l’obiettività e il pluralismo dell’informazione».
All’art. 4 si precisano le varie tipologie dell’offerta televisiva, una delle quali è l’«approfondimento». In riferimento ai temi politici si parla, credo a giusta ragione, di «confronti» (e non di semplice informazione da parte di un giornalista o un conduttore) , aggiungendo che essi potrebbero basarsi «sul contradditorio delle opinioni e delle posizioni», proprio per mettere in evidenza la completezza e il pluralismo dell’informazione da parte del servizio pubblico, lasciare ai telespettatori le proprie valutazioni conclusive.
Alcune trasmissioni di «approfondimento» sono in Italia oggetto di controversie proprio perché ritenute prive di un vero contradditorio, vistosamente pilotate, carenti sotto l’aspetto dell’obiettività e del pluralismo. Di alcune, come Annozero, si dice addirittura che siano faziose e tendenziose.
Il quarto potere
Si potrebbe dire a questo punto che «de gustibus non est disputandum», nel senso che i telespettatori possono avere legittimamente opinioni diverse, ma proprio la pluralità di opinioni e soprattutto la contrapposizione di opinioni totalmente divergenti impongono una seria riflessione sul servizio pubblico, specialmente televisivo, divenuto il quarto potere dello Stato. Ormai non si può prescindere dal fatto che i mass media possano influenzare le opinioni dell’elettorato e che il potere dei media, sebbene debba essere regolato, non può sottostare a nessun altro potere, tanto meno a quello del governo.
In questa ottica sarebbe giustificata ogni manifestazione che mirasse a garantire la libertà d’opinione e di espressione, perché è nell’interesse pubblico che i media siano liberi, anche di discutere la politica del governo e di criticarla. Ciò che non è accettabile è invece rivendicare un diritto per farne un uso improprio o addirittura illegittimo. Ma stando nel lecito, nel rispetto delle leggi e dei diritti degli altri, la libertà di opinione e di espressione è sinonimo di democrazia. Se è concessa persino all’on. Di Pietro quando apostrofa il Capo dello Stato, perché non dovrebbe essere consentita ai giornalisti e agli opinionisti?
E’ la democrazia, governo del popolo, che vuole la più ampia libertà di parola e d’informazione, senza censure e senza limiti, se non quelli dettati dalle leggi e dal buon senso. La libertà di stampa è l’unica che può mettere a nudo le debolezze i difetti dei governanti. Guai se non esistesse questa libertà, perché altrimenti il re nudo si crederebbe davvero invisibile come nella favola di Andersen e perciò inarrivabile e inattaccabile anche nel caso che usasse male il suo potere.
«Il re è nudo» della favola deve però restare una metafora. Purtroppo invece molti giornali e giornalisti vorrebbero vedere davvero Berlusconi denudato, ricorrendo persino a testimonianze di persone tutt’altro che interessate alla verità, addirittura scaltre e spregiudicate tanto da munirsi di registratori anche in camera da letto. La sfera privata delle persone e il gossip non rientrano in un sano interesse pubblico e pertanto nemmeno tra i compiti del servizio pubblico.
So che non è facile, per un personaggio pubblico, la distinzione tra pubblico e privato, ma per favore, certi luoghi e certi comportamenti non sono di alcun interesse pubblico, salvo forse per Santoro e altri come lui. I problemi di cui il popolo italiano vorrebbe essere meglio informato sono ben altri e sui quali purtroppo si fa ben poco sia in prima che in seconda serata.
Giovanni Longu
Berna, 7.10.2009