1 dicembre 2008

Integrazione e matrimoni misti

Il tema dell’integrazione, in Svizzera come in Italia, è di grande attualità anzitutto perché è cresciuta in questi ultimi anni la sensibilità sociale per il fenomeno migratorio e la comprensione delle sue cause e delle sue finalità. Al tempo stesso si vogliono evitare per quanto possibile nei nuovi arrivati sentimenti di frustrazione e d’isolamento dovuti alle inevitabili difficoltà del primo impatto, spesso traumatico, in un Paese nuovo. Non da ultimo, facendo tesoro di esperienze negative del passato, si vorrebbe non dare adito a sentimenti xenofobi, che purtroppo sono sempre latenti, anche nelle migliori società.
All’integrazione sono dedicati ormai centinaia di studi e ricerche, per capirne la dinamica naturale più che per escogitare ricette. Anche recentemente a Roma è stato organizzato al Senato un convegno, in cui è stata presentata fra l’altro l’esperienza svizzera. Per quanto si legga, si ascolti e si ricerchi, non sarà tuttavia mai possibile capire fino in fondo i meccanismi che producono l’integrazione e quindi arrivare a definirla.
In questa materia sono pertanto legittime molteplici opinioni. Quando si parla d’integrazione, bisognerebbe tuttavia cercare di uscire dal vago e dal troppo teorico. L’integrazione è infatti qualcosa di molto reale, visibile e persino «misurabile», naturalmente tenendo presente che non si tratta di un fenomeno fisico, ma di un modo di relazionarsi con un Paese e soprattutto con i suoi abitanti. Non si tratta quindi solo in uno «stato d’animo», ma di comportamenti.
Nel breve spazio disponibile è impossibile affrontare da vicino questo problema, ma vorrei accennare solo a un indicatore misurabile dell’integrazione, che mi pare alquanto trascurato da molti studi e convegni, quello dei matrimoni misti. Detto semplicemente, in una comunità emigrata, quanto più alta è la frequenza dei matrimoni misti tanto maggiore è l’integrazione.
I matrimoni misti sono un indice d’integrazione perché essi suppongono in generale un buon livello di comunicazione con la popolazione locale e quindi una conoscenza del Paese ospite, delle sue istituzioni e delle sue consuetudini.
Osservando la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera è facile trovare una sorta di conferma di quanto appena detto. E’ noto che fino a pochi decenni orsono gli italiani residenti stabilmente non s’integravano, se non in misura molto ridotta, tanto è vero che erano in pochi a chiedere la naturalizzazione e relativamente pochi erano i matrimoni misti. Le ragioni erano molteplici, ma una era sicuramente la scarsa conoscenza della lingua locale (almeno nella Svizzera tedesca) e quindi la mancanza di comunicazione.
Va aggiunto che fino agli anni Settanta, né le istituzioni ufficiali né le grandi associazioni storiche facevano alcunché per favorire l’integrazione. In uno studio dei primi anni Settanta si trova questa testimonianza: «Non esistono praticamente rapporti tra italiani e svizzeri, se si escludono quelli puramente formali derivanti dai contatti quotidiani sui luoghi di lavoro, e dal vivere nella stessa città. Italiani e svizzeri, pur lavorando nelle medesime fabbriche, abitando talvolta fianco a fianco, usando gli stessi servizi e infrastrutture, si ignorano reciprocamente, svolgendo vite parallele, ma completamente separate. (…) Le discriminazioni non avvengono con limitazioni e prescrizioni, ma piuttosto in modo automatico, per cui alcuni quartieri, locali, abitazioni diventano “per italiani” e non vengono frequentati dagli svizzeri e viceversa. Da ambo le parti si riscontra la tendenza a mantenere le proprie caratteristiche ed abitudini, senza sentire l’esigenza di un interscambio ed anzi l’un gruppo etnico guardando con un certo senso di fastidio l’altro. Tale situazione è accettata come un dato di fatto dalle associazioni che non pensano di avere la forza sufficiente per mutarla, essendo essa troppo generale e diffusa e affondando le proprie radici in un costume generale e ormai consolidato» (De Marchi, 1972).
Dagli anni Settanta, quando sia la politica svizzera che quella italiana, insistono sulla necessità dell’integrazione soprattutto dei giovani della seconda generazione, cominciano a cadere molti pregiudizi e ostacoli, comincia la comunicazione e i progressi verso una effettiva integrazione in campo scolastico (quindi anche linguistico), sociale e professionale sono sempre maggiori. Aumentano notevolmente anche le naturalizzazioni e i matrimoni misti.
I cittadini italiani che chiedono la naturalizzazione svizzera sono relativamente pochi fino alla fine degli anni Sessanta, superando una sola volta, nel 1969 la soglia di 2000. Dagli anni Settanta in poi la tendenza è sempre all’aumento, tenendo ovviamente presente che la popolazione con la sola cittadinanza italiana diminuisce costantemente. Nel 1977 si è toccato per la prima volta il record di 5434 naturalizzazioni, che sarà poi superato nel 2000 con 6652 naturalizzazioni.
Per quanto riguarda i matrimoni misti (italiano/a-svizzera/o), le statistiche parlano chiaro. Se fino agli anni Sessanta i matrimoni tra svizzeri e italiani sono inferiori a quelli tra coniugi entrambi italiani, le proporzioni cominciano a invertirsi già dal 1970 (51,3% contro il 48,7%). Nel 1980 tali proporzioni diventeranno rispettivamente del 66,5% e 33,5%, nel 1990 del 67,2% e 32,8%, nel 2000: 76% e 24%, nel 2007: 83% e 17%.
Questi dati si commentano da sé. Occorre tuttavia avvertire che si riferiscono a italiani con la sola cittadinanza italiana. Se venissero inclusi nella statistica anche i doppi cittadini, le proporzioni sarebbero ancor più significative.
Se all’inizio del secolo scorso si parlava di una «questione degli italiani» (Italienerfrage) e di «inforestierimento» (intendendo soprattutto gli italiani) perché non erano affatto integrati, oggi gli italiani non pongono alcuna questione e il livello d’integrazione è quasi totale, a parte l’esercizio dei principali diritti politici. Una conquista ancora da realizzare, ma è solo questione di tempo.
Giovanni Longu
Berna 1.12.2008

9 ottobre 2008

UNITRE-Svizzera: centri di sapere e di comunicazione

Da alcuni anni l’UNITRE o Università delle Tre Età si presenta come un’opportunità di apprendimento e di socialità per chiunque voglia raccogliere una sfida tra le più moderne, soprattutto quando ci si trova per un’infinità di ragioni in una condizione d’isolamento o di limitatezza di rapporti sociali. Questa sfida si chiama “comunicazione”.
La nostra società è denominata “società dell’informazione” perché siamo letteralmente bombardati da un’infinità d’informazioni. Basti pensare ai quotidiani gratuiti, alla radio e alla televisione e da qualche tempo alle più sofisticate tecnologie telematiche (soprattutto Internet) che facilitano la diffusione delle informazioni di ogni genere. Quanto più cresce l’informazione, tanto meno tempo riserviamo alla comunicazione interpersonale. Se l’espressione “società dell’informazione” compare circa mezzo milione di volte in Internet, l’espressione “società della comunicazione” vi compare solo poche migliaia di volte e spesso come sinonimo della prima. La comunicazione è veramente in crisi.
Sotto questo profilo, i corsi offerti dall’UNITRE rappresentano una sfida e un’opportunità perché oltre che informazioni offrono occasioni intelligenti d’incontro e di comunicazione. Essi non servono esclusivamente o principalmente a elargire conoscenze, ma devono essere soprattutto occasioni di scambio e di dialogo interpersonale, interculturale e possibilmente intergenerazionale e persino interetnico. Impostati in questo modo, ponendo al centro l’interesse culturale e sociale dei partecipanti, dovrebbero essere un’opportunità da non perdere.
Quando esattamente tre anni fa, l’8 ottobre 2005, venne inaugurata la prima sede dell’Università delle tre età a Lucerna, a giusta ragione gli inizianti affermarono che il centro d’interesse dell’UNITRE, dei suoi corsi e delle varie attività connesse dev’essere sempre l’uomo, nel suo bisogno naturale di conoscere, di situarsi nel mondo, di relazionarsi con altre persone di culture, lingue, religioni, età diverse. Non per nulla nel logo dell’UNITRE alla U stilizzata è affiancata in basso a destra la lettera E con soprastante la cifra romana III che stanno per: Universalità, Umanità, Umiltà e Unione delle Tre Età.
Mentre in questo periodo stanno per concludersi le iscrizioni nelle varie sedi ormai numerose in Svizzera (consultare al riguardo il sito Internet: www.unitre.ch), c’è da augurarsi che i corsi vengano ben frequentati, anche se probabilmente, e come è giusto che sia, saranno più frequentati quelli che meglio rispondono alle problematiche maggiormente sentite e che insieme all’arricchimento personale favoriscono anche la comunicazione e il dialogo.
Giovanni Longu
Berna, 8.10.2008

21 luglio 2008

Rapporti italo-svizzeri: 140 anni di stretta collaborazione

Il 22 luglio 1868 veniva firmato il primo trattato di collaborazione in materia di emigrazione tra l’Italia e la Svizzera. Quell’accordo, denominato «Convenzione di stabilimento fra la Svizzera e il Regno d’Italia», oltre a dichiarare «amicizia perpetua e libertà reciproca di domicilio e commercio» tra la Svizzera e l’Italia, prevedeva che in ogni Cantone della Confederazione Svizzera, «gli Italiani saranno ricevuti e trattati riguardo alle persone e proprietà loro sul medesimo piede e nella medesima maniera come lo sono o potranno esserlo in avvenire gli attinenti degli altri Cantoni. E reciprocamente gli Svizzeri saranno in Italia ricevuti e trattati riguardo alle persone e proprietà loro sul medesimo piede e nella medesima maniera come i nazionali. Di conseguenza, i cittadini di ciascuno dei due stati, non meno che le loro famiglie, quando si uniformino alle leggi del paese, potranno liberamente entrare, viaggiare, soggiornare e stabilirsi in qualsivoglia parte dei territorio, senza che pei passaporti e pei permessi di dimora e per l’esercizio di loro professione siano sottoposti a tassa alcuna, onere o condizione fuor di quelle cui sottostanno i nazionali».
I rapporti italo-svizzeri in materia di emigrazione non potevano avere inizio migliore. Da allora sono andati intensificandosi e rafforzandosi. Non hanno mai avuto periodi di crisi e rari sono stati i momenti di tensione. Stando alle dichiarazioni ufficiali, le relazioni tra i due Paesi sono sempre state intense e, in generale, «eccellenti». Non c’è stato incontro ufficiale tra i rappresentanti dei due Paesi in cui non si sia sottolineata l’amicizia e la collaborazione.
Non altrettanto si può dire per le relazioni tra il popolo svizzero e gli immigrati italiani in Svizzera. I loro rapporti sono stati spesso contrassegnati da diffidenza, malintesi e persino atti di ostilità.
Non era ancora finito il secolo XIX che in Svizzera si registrarono numerosi episodi di violenza reciproca che richiesero l’intervento della polizia e persino dell’esercito. Rimasero a lungo nella memoria degli italiani gli episodi Berna e Losanna (1893) e soprattutto Zurigo (1896) quando si scatenò una vera e propria caccia all’italiano con atti di violenza, distruzioni e saccheggi di negozi, caffè e ristoranti italiani.
All’inizio del Novecento si cominciò a parlare di una «questione degli italiani» (Italienerfrage) e nei loro confronti sembrava lecita ogni accusa. Spesso erano osteggiati perché sembrava che rifiutassero l’integrazione ed evitassero persino i matrimoni misti. Ma le accuse più frequenti erano che portavano via posti di lavoro agli svizzeri, si accontentavano di salari molto bassi e si lasciavano manovrare da sobillatori anarcoidi. Nel 1908 intervenne con una pubblicazione il signor De Michelis, direttore dell’ufficio regio dell'emigrazione italiana nella Svizzera per difendere gli operai italiani dall'accusa di accontentarsi d'un minimo salario.
Nel 1900 entra nel vocabolario politico e giornalistico il neologismo «Überfremdung», che verrà tradotto in seguito «inforestierimento» e che farà da filo conduttore per l’intera politica migratoria svizzera fino ai giorni nostri. Il termine assumerà nell’opinione pubblica una connotazione fortemente negativa e sarà riferito per decenni soprattutto agli immigrati italiani. Esponenti della destra nazionalista se ne serviranno per sobillare le masse contro la «invasione degli stranieri».
Dopo la calma subentrata in seguito alla chiusura delle frontiere durante la prima guerra mondiale e alle restrizioni del dopoguerra, gli italiani cominciarono a venire in massa fin dal 1946, in forma sia regolare che clandestina e ricominciarono i problemi di convivenza.
Nel 1970 il malessere della popolazione svizzera nei confronti degli stranieri raggiunse probabilmente il culmine. La questione fu sottoposta al giudizio degli elettori con una iniziativa riuscita dei movimenti antistranieri. Il tema era scottante e la decisione drammatica. In caso di accettazione decine di migliaia di immigrati (soprattutto italiani) avrebbero dovuto lasciare la Svizzera. Si recò alle urne il 74,7% degli elettori, una percentuale mai più superata. L’iniziativa fu respinta, ma ben il 46% votò a favore. Si disse che a vincere sia stata la paura delle imprevedibili conseguenze economiche, sociali e internazionali che avrebbe provocato la riduzione forzata degli stranieri. Non fu una votazione a favore degli stranieri, per migliorarne le condizioni.
In gran parte degli stranieri, soprattutto tra gli italiani, l’esito di quella votazione lasciò molto amaro in bocca. Di lì a qualche anno il saldo immigratorio italiano avrebbe cominciato ad essere negativo.
Negli stessi anni Settanta per gli italiani decisi a rimanere e soprattutto per i giovani di seconda e terza generazione incomincia un lungo cammino verso la piena integrazione. Le difficoltà furono tante, soprattutto in ambito scolastico e professionale, ma già negli anni Novanta la collettività italiana risultava la più integrata.
Oggi gli Accordi bilaterali CH-UE facilitano ulteriormente i buoni rapporti tra italiani e svizzeri. Di fatto gli italiani sono considerati dall’opinione pubblica svizzera il gruppo etnico meglio integrato e quando si tematizzano problemi tipici dell’immigrazione e degli stranieri si tende automaticamente ad escludere gli italiani, considerati dagli svizzeri ormai dei «nostri». Del resto, a parte la variabile dei diritti politici (che si tende a relativizzare sempre più), per tutte le altre caratteristiche (integrazione linguistica, scolastica, sociale, professionale, culturale, economica, ecc.) le differenze diventano sempre meno percettibili.
Oggi regna nuovamente l’amicizia. Nel corso della visita di stato in Svizzera dell’allora presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 14.5.2003, il presidente della Confederazione Pascal Couchepin ebbe a dire che «l’amicizia tra i nostri due popoli non deriva semplicemente dalla prossimità geografica, ma è il risultato di una volontà comune fondata sulla condivisione degli stessi valori culturali e morali. Un legame forte si è creato grazie ai numerosi italiani che si sono stabiliti in Svizzera». Nella sua risposta anche il presidente Carlo Azeglio Ciampi sottolineò «le solide relazioni tra i nostri Paesi, rafforzate dal contributo di una comunità italiana in Svizzera, attiva e stimata».
Oggi c’è un collante formidabile che lega ancora di più i rapporti italo-svizzeri. E’ dato dalle migliaia di doppi cittadini italiani e svizzeri. Essi non appartengono a quella generazione che venne definita negli anni Settanta e Ottanta «Weder-noch-Generation», la generazione senza appartenenza né svizzera né italiana. Essi si sentono sia italiani che svizzeri, talvolta più italiani che svizzeri o più svizzeri che italiani, ma rappresentano comunque e sempre un punto avanzato della moderna integrazione che tende a superare confini nazionali, barriere linguistiche e culturali, tradizioni bloccanti.
Giovanni Longu
Berna, 21.7.2008

20 luglio 2008

La disgrazia del Lötschberg cent’anni dopo: 25 morti: eroi o vittime?

Ogni anno, ormai da cent’anni, il 24 luglio si commemora nel piccolo cimitero di Kandersteg (Oberland bernese) la tragedia che durante lo scavo della galleria ferroviaria del Lötschberg colpì un gruppo di 25 lavoratori italiani intenti alla perforazione della roccia al km 2,675 dall’ingresso di Kandersteg. Si trattò di una delle maggiori disgrazie sul lavoro che ha colpito immigrati italiani in Svizzera. Eroi o vittime?
La febbre ferroviaria
Tra il 1872, inizio dei lavori della galleria del San Gottardo, e il 1913, inaugurazione della galleria del Lötschberg, la Svizzera fu pervasa dalla febbre ferroviaria. Cantoni, Città e, dal 1902, anche la Confederazione volevano le proprie ferrovie, a scartamento normale o ridotto, a fune o a cremagliera, tranvie, ecc. Le reclamavano il progresso, interessi nazionali e internazionali, i commerci, le comunicazioni, il turismo e persino il prestigio. Si trattava anche di recuperare il forte ritardo rispetto alla Francia e alla Germania.
Una volta realizzato, fra enormi difficoltà tecniche e umane, il traforo del San Gottardo (1873-1882), nulla sembrava più impossibile. Nel 1906, era appena ultimata la seconda grande galleria transalpina, quella del Sempione, che già si poneva mano a un’altra opera gigantesca, la galleria del Lötschberg.
La preoccupazione di restare tagliata fuori dai grandi assi del traffico, indusse il Cantone di Berna a volere a tutti i costi un collegamento col Vallese e con la linea internazionale del Sempione, che collegava ormai il nord della Francia con Milano e il porto di Genova. Il tracciato era pronto (fin dal 1889)ed approvato (dal 1891) dalle Camere federali ai fini della necessaria concessione per la costruzione. Titolare della concessione era la Compagnia delle ferrovie delle Alpi bernesi.
Prima dell’avvio dei lavori, il progetto di attraverso del Lötschberg venne analizzato e perfezionato dall’elite degli ingegneri ferroviari del momento e vagliato anche da esperti internazionali. Influenzati probabilmente da una diffusa euforia della tecnica e da una fiducia quasi illimitata nella scienza, i pareri circa la fattibilità del tunnel risultarono quasi tutti favorevoli. La Compagnia non tenne conto di alcune proposte di ulteriori indagini, soprattutto in corrispondenza della vallata del fiume Kander. Oltretutto non c’era tempo da perdere perché il tunnel del Sempione era già entrato in funzione e per il prestigio di Berna era importante aprire nel più breve tempo possibile questa nuova perla delle trasversali alpine a 1240 m.s.l.m., l’altitudine massima per le ferrovie a scartamento normale in Svizzera. Potenti locomotive avrebbero superato pendenze straordinarie lungo le rampe di accesso fino al 27 per mille. Avrebbero collegato finalmente durante tutto l’anno Berna e l’Altopiano col Vallese. Di più, sarebbe stata la ferrovia di collegamento più veloce tra Nord e Sud, tra i grandi centri industriali della Germania e della regione parigina con Milano e Genova.
Dopo il benestare definitivo della Confederazione e la sicurezza dei finanziamenti necessari, l’esecuzione del lavori venne affidata il 15 agosto 1906 a un consorzio francese, l’«Entreprise Générale des Travaux du chemin de fer des Alpes Bernoises Berne-Lötschberg-Simplon». Il tunnel doveva essere terminato entro quattro anni e mezzo dall’inizio dei lavori e prevedeva una lunghezza di 13.735 m. L’Entreprise era libera nella scelta del tracciato, ma dati i tanti pareri favorevoli non furono effettuati ulteriori rilevamenti o sondaggi preliminari. La manodopera fu reclutata quasi interamente tra gli italiani, ormai sperimentati, affidabili e a basso costo. Vennero alloggiati in enormi baraccopoli soprattutto a Goppenstein e a Kandesteg.
Errore fatale
I lavori iniziarono il 1° ottobre 1906. Grazie alle perforatrici ad aria compressa e la potentissima dinamite capace di sbriciolare qualsiasi roccia, l’avanzamento in galleria era più rapido che al San Gottardo e al Sempione. Sul proseguimento dei lavori regnava da ogni parte il massimo ottimismo. Nessuno dubitava dell’accuratezza dei piani di lavoro. Certo gli infortuni, anche gravi, erano all’ordine del giorno, ma erano prevedibili. Per questo erano stati predisposti due ospedali, uno a Goppenstein e uno a Kandersteg. Nessuno s’immaginava che la progettazione di quella galleria contenesse un errore fatale che prima o poi si sarebbe manifestato, tragicamente.
Quel momento fu il 24 luglio 1908, alle ore 2.30, al km 2,675 dall’ingresso nord (Kandersteg). Completamente ignari di quel che stava per accadere, i 25 minatori che si apprestavano a far brillare le mine per l’avanzamento, si ritirarono in luogo sicuro (!), come d’abitudine. Non potevano sapere che a proteggerli era proprio quello strato di roccia che stava per saltare. In effetti, subito dopo lo scoppio, un’immensa massa di acqua, fango e detriti invase prepotentemente la galleria per oltre un chilometro travolgendo inesorabilmente tutto. Per i 25 minatori, tutti italiani e prevalentemente del sud, (perché «i lombardi non prestano più il loro lavoro per 4 fr. e 4,50 al giorno», come annotava un cronista) non ci fu scampo. Il ventre della montagna restituì un solo corpo e pochi resti di altri.
Ci furono momenti di tensione e di rabbia, soprattutto quando si seppe dalla stampa dell’esistenza di un rapporto geologico del prof. Rollier che aveva messo in luce la pericolosità di quel tratto del tracciato. L’analisi del terreno era stata evidentemente effettuata in maniera approssimativa perché un intero tratto della valle di Gastern dove scorre il fiume Kander era stato supposto (!) di roccia compatta mentre era costituito da detriti permeabili di sabbia, ghiaia e argilla. Con che coscienza e senso di responsabilità erano stati messi a rischio decine e forse centinaia di minatori?
Le responsabilità
I lavori nel tunnel nella zona nord furono subito interrotti, anche se per la Compagnia i lavori di scavo dovevano riprendere quanto prima, dopo aver sgomberato la galleria. L’impresa era di avviso diverso. Per questioni di sicurezza, preferì anzitutto rinunciare al tentativo di recuperare gli altri cadaveri e fece chiudere la galleria ritenuta ormai pericolosa a 1436 m dall’ingresso nord con un muro di 10 metri di spessore. Poi, per evitare altre disgrazie, ordinò quei sondaggi del sottosuolo che avrebbero dovuto essere effettuati prima di cominciare i lavori. L’esito delle perforazioni fino ad incontrare la roccia sconsigliò di proseguire lo scavo in linea retta, se non dopo una deviazione verso est prima di riprendere il tracciato originale. I lavori di scavo secondo il nuovo tracciato ripresero dopo sei mesi d’interruzione. Il tunnel risulterà 800 metri più lungo del previsto ossia 14.605,45 metri invece dei previsti 13.770.
Nel corso dell’inchiesta che venne ordinata per appurare le responsabilità, l’Entreprise si dichiarò all’oscuro del rapporto Rollier. Eppure doveva sapere che quel tratto di galleria poteva rappresentare qualche pericolo speciale, tanto è vero che il giorno stesso della disgrazia si apprese dalla stampa quanto era successo, sia pure ancora approssimativamente, e che in quel punto non c’era la prevista roccia, ma una sorta di giacimento formato da acqua, fango e detriti vari.
La principale imputata fu la Compagnia, che fu ritenuta responsabile delle conseguenze finanziarie della catastrofe. Il giudice, tuttavia, condannò anche l’impresa a pagare metà delle spese processuali.
Eroi o vittime?
La tragedia del 24 luglio 1908 gettò la collettività italiana, che forniva il 97 per cento della manodopera, in una profonda costernazione, ma anche la collettività svizzera fu profondamente colpita. I sentimenti erano tuttavia molto divisi perché un numero così alto di vittime in un sol colpo andava al di là di ogni prevedibile rischio.
Nel corso della cerimonia di sepoltura, a cui parteciparono moltissimi sia italiani che svizzeri, e rappresentanti dei governi italiano, francese e svizzero, quasi tutti gli intervenuti parlarono di disgrazia. Un ministro italiano, con un po’ di retorica, parlò di «irreparabile sciagura», di «orrendo disastro», e di «lotta immane delle civiltà contro le forze brutali della natura» in cui i 25 lavoratori italiani «hanno dovuto soccombere», aggiungendo che «sono caduti da forti sul campo di battaglia, lottando fino all’ultimo istante con le armi in pugno, contro un nemico insidioso che li assale a tradimento». Non accennò minimamente alle responsabilità, dando anzi assicurazione che da parte delle autorità preposte ai lavori era stato fatto «quanto era umanamente possibile». Ufficialmente le relazioni tra l’Italia e la Svizzera erano ottime e non sarebbero certo bastate le vittime del Lötschberg ad incrinarle.
Anche nelle successive commemorazioni ufficiali c’è sempre stata una certa retorica, nel tentativo, forse, di allontanare il più possibile anche solo il sospetto che all’origine dell’orribile tragedia ci potessero essere responsabilità umane. Tutto sommato era anche più tranquillizzante sottolineare l’evento eccezionale e drammatico, la sciagura, la catastrofe, una specie di ritorsione di un Moloch nascosto dentro le viscere della terra per vendicarsi dello sfregio subito.
Altri, un po’ cinicamente loro malgrado, non hanno esitato a considerare queste vittime lo scotto da pagare per la realizzazione di opere gigantesche come i tunnel ferroviari, tanto più che «non si potrà mai garantire una sicurezza assoluta». Ma già un cronista di quel tragico evento annotava quanto sia «triste che l'umanità non sappia procedere di un passo verso il progresso senza lasciare sul cammino tante vittime».
Non so quanto sia appropriata la frase incisa sul cippo che ricorda la tragedia nel cimitero di Kandesteg: «Frangar non flectar» (mi spezzo ma non mi piego), perché purtroppo quelle vite umane furono brutalmente spezzate e piegate. Avrebbero potuto, anzi dovuto, restare integre, se gli autori del progetto si fossero accertati della reale situazione geologica nella vallata della Kander, se la Compagnia avesse preso in considerazione il rapporto Rollier e se l’impresa di costruzione avesse a sua volta verificato se lungo l’intero tracciato originale i minatori italiani avrebbero incontrato solo roccia.
E’ però vero che nessun sacrificio umano è inutile e anche se produce solo il ricordo, che si rinnova ogni anno ormai da cent’anni, è un richiamo al valore e al rispetto della vita umana. Un bene da proteggere, da valorizzare, da difendere e da amare anche quando sembra umiliata dal destino avverso o dall’imperizia e talvolta dall’avidità e dall’irresponsabilità umane.
Il ricordo di quella tragedia ne richiama inevitabilmente altre, precedenti e seguenti, ma richiama anche un’epoca dell’immigrazione italiana in Svizzera, che costituisce una delle più complesse e importanti pagine della storia e della civiltà di questo Paese e che onora anche l’Italia. Furono uomini e donne dediti al lavoro, disposti a sacrifici che altri ormai si rifiutavano di fare, che aspiravano a una vita migliore. Furono, consapevolmente o senza rendersene ben conto essi stessi, protagonisti di una modernità di cui noi oggi cogliamo i frutti a piene mani. Anche per questo, dobbiamo ricordarli con riconoscenza.
Giovanni Longu

Condizione e sistemazione dei lavoratori del Lötschberg
Le condizioni di lavoro erano durissime, ma l’impresa aveva fatto tesoro delle esperienze del traforo del Gottardo e del Sempione. All’esterno si lavorava 10-11 ore al giorno, in galleria in continuazione, giorno e notte, compresi i giorni festivi in turni di 8 ore ciascuno. Le paghe variavano a seconda della categoria (garzone, manovale, artigiano, minatore, muratore) da 3,30 a 6,00 franchi al giorno. Nonostante le paghe assai modeste, gli operai riuscivano a mandarne mediamente in Italia circa un quarto (23%). Durante i lavori della galleria gli operai inviarono in Italia oltre 5 milioni di franchi (5.150.000 fr.)
Le installazioni per gli operai erano generalmente ben attrezzate. Era stata data molta importanza all’igiene personale. In galleria bisognava utilizzare solo i servizi igienici predisposti e al termine del turno di lavoro sia a Goppenstein che a Kandersteg gli operai potevano usufruire di docce. Tanto a Goppenstein quanto a Kandersteg era stato predisposto un ospedale per poter ospitare fino a 40 pazienti in caso d’infortuni. Questi erano purtroppo frequenti. Durante tutto il periodo dello scavo, se ne registrarono 4.660 con almeno un’incapacità lavorativa di almeno 6 giorni. I morti in galleria furono 64. L’impresa aveva stipulato per gli operai un’assicurazione contro gli infortuni a cui gli operai contribuivano con il 2% del loro salario.
Grazie ai mezzi tecnici a disposizione e alle esperienze di altri scavi, l’avanzamento in galleria (sommando la parte sud e la parte nord) era mediamente di oltre 12 m al giorno, contro i 6 m del Gottardo e i 10,4 m del Sempione. Lo sgombero dei detriti avveniva in 22 minuti al m3 (contro i 34 minuti del Gottardo e i 25 del Sempione).
Vista la lunghezza dei lavori, molti operai avevano portato con sé la famiglia. Complessivamente dalla parte sud tra Briga e Goppenstein vennero ospitate circa 3600 persone, nella parte nord tra Frutigen e Kandersteg 4350 persone. Sia a Goppenstein che a Kandersteg vennero organizzate le scuole, gestite dall’Opera Bonomelli, che potevano ospitare fino a 240 bambini. A Goppenstein c’erano inoltre 2 panetterie, 2 macellerie e 5 negozi di alimentari. L’impresa gestiva in proprio un magazzino di alimentari in cui si poteva acquistare una porzione di carne e verdura per 50 cts., un litro di vino rosso per 40 cts. (80 cts. per il vino bianco), un kg di formaggio Fr. 2.20-3.50, un kg di pane 0.35-0.40 cts., un kg di farina 55 cts., un kg di zucchero 55 cts. ecc.
Lavoravano in galleria da un minimo di 2010 a un massimo di 3250 persone al giorno. Erano quasi esclusivamente italiani provenienti per il 40% dal Sud Italia, il 30% dal Centro, il 15% dal Piemonte e il 12% dalla Lombardia. Il restante 3% era costituito da svizzeri, si legge nel rapporto finale sulla costruzione del tunnel inviato al Dipartimento federale delle poste e delle ferrovie.

26 maggio 2008

Clandestini e politica migratoria italiana

Il Governo Berlusconi, forte del sostegno e della spinta della Lega Nord, vuol far vedere i muscoli nei confronti degli immigrati clandestini. Leggendo i giornali e guardando la televisione sembrerebbe che la massima preoccupazione degli italiani sia la microcriminalità imputata prevalentemente agli extracomunitari, ai nomadi e ai rumeni.
E’ indubbio che la percezione dell’insicurezza sia molto diffusa; che lo sia soprattutto a causa della presenza sul territorio nazionale di un numero crescente di immigrati, molti dei quali clandestini, non è altrettanto certo. Eppure il Governo Berlusconi ha voluto fin dalla sua prima riunione dare un segnale forte contro l’immigrazione clandestina, definendola un reato da perseguire con ogni mezzo. In realtà il messaggio inviato mira soprattutto a dare una risposta tranquillizzante a quanti alla vigilia delle elezioni chiedevano al futuro governo una sorta di ripulisti generale, ben sapendo che il problema dell’immigrazione irregolare è assai complesso e di difficile soluzione.
Che il Governo debba preoccuparsi di contrastare l’immigrazione clandestina impedendo gli sbarchi dalle carrette del mare o respingendo (in che modo?) quanti tentassero di mettere piede in territorio italiano senza un valido documento può forse rientrare in una politica migratoria, ma non può certo esaurirla. Dichiarare reato l’ingresso clandestino in Italia può essere un elemento importante per agevolare i processi, ma non è un buon deterrente per chi è comunque intenzionato a raggiungere la Penisola per sfuggire alla miseria (o per delinquere). Senza dire che i clandestini vanno prima individuati, presi, processati, incarcerati (dove?) ed eventualmente espulsi (in attesa che ritentino!).
Non voglio dire che uno Stato di diritto non debba cercare di contrastare anche con misure severe la criminalità, ma trovo anzitutto inadeguato il linguaggio e inadeguato l’approccio.
Anzitutto il linguaggio. C’è in tutte le società con forte tasso d’immigrati la tendenza a criminalizzare facilmente gli stranieri (e la storia dell’emigrazione italiana lo conferma), perché ritenuti troppo numerosi, troppo poveri e quindi con forti tentazioni di «arrangiarsi» comunque, persino troppo (tendenzialmente) criminali. L’Italia non sembra fare eccezione e da qualche anno a questa parte la criminalizzazione degli stranieri (senza alcuna distinzione!) è in aumento, dimenticando d’un colpo la criminalità organizzata nostrana, la microcriminalità legata al consumo di droga, i consumatori della prostituzione, la violenza tra le mura domestiche e tollerando (perché giustificarla sarebbe troppo sfacciato) le aggressioni private e pubbliche contro i Rom e singoli immigrati presunti criminali.
Trovo anche l’approccio inadeguato. Il mondo della migrazione è molto complesso e non può essere risolto con norme solo negative: bloccando le frontiere (nessun Paese c’è mai riuscito!), introducendo il reato d’immigrazione clandestina con la presunzione di poter espellere più facilmente i colpevoli (dimenticando le procedure di uno Stato di diritto), organizzando ronde anticrimine (o antistranieri?), alimentando un clima di diffidenza e di esclusione nei confronti dello straniero (xenofobia?).
Ritengo più realistico e più efficace l’intervento dello Stato in materia d’immigrazione quando questo si riconosce, tanto per cominciare, Paese d’immigrazione. La prospettiva cambia infatti completamente: non sono solo gli immigrati che hanno bisogno dell’Italia (e tentano quindi di raggiungerla con ogni mezzo), ma è anche l’Italia che ha bisogno di immigrati. In questa ottica gli immigrati diventano una risorsa (non potenziali criminali) che va preparata, curata e integrata.
Vorrei far notare che questo orientamento dovrebbe essere considerato non come un punto di arrivo, ma come un punto di partenza di una corretta politica migratoria. Gli strumenti privilegiati per perseguirla non sono principalmente i controlli delle frontiere, i «centri di permanenza temporanea» (che bel eufemismo!), lo smantellamento degli insediamenti abusivi dei nomadi, «l’allontanamento di tutti coloro che risultino privi di mezzi di sostentamento legali e di regolare residenza» (dal Programma del Popolo della Libertà), ma ben altri. Questi sono soprattutto la cooperazione e il coordinamento in sede europea, gli accordi internazionali con i Paesi di provenienza degli immigrati, l’organizzazione dell’accoglienza, della prima sistemazione, dell’inserimento nel mercato del lavoro e nella società, l’integrazione e infine la naturalizzazione.
Solo all’interno di una simile politica migratoria, mi sembra, si possono e si devono perseguire i criminali, stando attenti a non fare di ogni erba un fascio, considerando ad esempio «clandestini» indifferentemente chi viola le disposizioni legali sull’ingresso, chi in Italia viene per commettere reati e sfugge alla giustizia,chi viola le norme sul soggiorno, chi pur violando le disposizioni sull’ingresso o sul soggiorno lavora stabilmente magari da molti anni (in nero), per non parlare delle ormai famose badanti, a favore delle quali si è levata pressoché unanime la voce della politica, o dei rumeni oggi comunitari e prima magari clandestini, o dei Rom, molti dei quali sono cittadini italiani. E come andrebbero considerati i bambini, gli anziani e gli invalidi dipendenti da immigrati clandestini?
Come si vede il problema migratorio è tutt’altro che semplice e anche per il Governo Berlusconi non sarà facile risolverlo. Personalmente mi auguro che l’Italia non faccia mai gli errori che altri Paesi hanno fatto proprio nei confronti di tanti italiani e che le nostre società si abituino alle trasformazioni e integrazioni tra lingue, culture, etnie e religioni diverse imparando a rispettare l’altro, il diverso, se non proprio come un fratello o una sorella almeno come persona di pari dignità e valore.
G. Longu
26.5.08

12 maggio 2008

Naturalizzazioni: perché la votazione del 1° giugno è tanto importante?

Il tema della prossima votazione del 1° giugno verte su un aspetto procedurale delle naturalizzazioni e per la sua natura troppo tecnico-giuridica non è di quelli che appassionano particolarmente l’opinione pubblica. Non credo pertanto che gli elettori si recheranno più numerosi del solito alle urne. Eppure l’esito della votazione avrà un’importanza straordinaria sulla politica migratoria svizzera.
Ho già scritto in un precedente articolo (Naturalizzazioni: perché se ne parla ancora?, L’ECO n. 20) che di questo tema si discute in Svizzera fin dal 1848. E’ bene anche sapere che la votazione del 1° giugno ha una grande rilevanza politica. Il rigetto dell’iniziativa dell’Unione democratica di centro (UDC) – che qui do per scontato – contribuirebbe infatti a mantenere aperta la strada a un progressivo adeguamento della politica svizzera di naturalizzazione ai principi di uno Stato di diritto e agli standard dei Paesi europei. Al contrario, l’approvazione dell’iniziativa rischierebbe di peggiorare la situazione, reintroducendo elementi d’incertezza e di arbitrio contrari a uno Stato di diritto e già denunciati dal Tribunale federale. Un sì all’iniziativa farebbe regredire di parecchi decenni l’attuale politica di naturalizzazione, avviata verso la normalità.
Il federalismo, a prescindere dai vantaggi e dagli svantaggi che, a seconda delle opinioni, comporta, è all’origine delle difficoltà che il processo di naturalizzazione ha incontrato finora. Nel 1848, poiché il tema degli stranieri non rivestiva ancora a livello federale grande importanza (riguardava infatti meno del 3% della popolazione), si preferì lasciare la questione delle naturalizzazioni nella competenza esclusiva dei Cantoni.
Quando la proporzione straniera divenne più consistente, emersero anche i comportamenti molto eterogenei dei Cantoni e da più parti si chiese alla Confederazione di disciplinare la materia della naturalizzazione. I Cantoni furono piuttosto restii e la legge sulla cittadinanza del 1876 poté imporre solo alcuni requisiti minimi (ad es. il soggiorno in Svizzera da almeno due anni e la previa autorizzazione della Confederazione). Per il resto, ogni Cantone continuò a naturalizzare secondo regole e interessi propri.
Sul finire del XIX secolo (quando la proporzione degli stranieri aveva superato la soglia del 10%), il problema si ripresentò con maggior vigore e diversi Cantoni chiesero alla Confederazione criteri più precisi e la possibilità di naturalizzare facilmente quegli elementi «adatti alla nazione svizzera» perché già «assimilati» o «assimilabili». Venne inoltre chiesta l’introduzione della naturalizzazione automatica per i nati da genitori stranieri già residenti in Svizzera (jus soli). La Confederazione non poté accordare tutto quanto richiesto, ma con la legge del 1903 sull’acquisto della cittadinanza svizzera si lasciavano liberi i Cantoni di facilitare le naturalizzazioni e persino d’introdurre la naturalizzazione automatica. Il risultato fu che nessun Cantone se ne avvalse.
Frattanto la proporzione degli stranieri continuava a crescere e già si parlava di «inforestierimento» (Überfremdung), provocando gravi disagi nella convivenza tra svizzeri e stranieri. In alcune grandi città la parte di stranieri superava abbondantemente il 30-40%, a Lugano addirittura il 50%. Per evitare che la situazione degenerasse, da più parti venne invocata una nuova legge federale che regolasse in modo adeguato lo strumento delle naturalizzazioni.
Mentre la Confederazione si apprestava a rivedere la legge del 1903, lo scoppio della prima guerra mondiale provocò la chiusura delle frontiere, relegando di fatto il problema degli stranieri e delle naturalizzazioni tra quelli meno prioritari. Molti stranieri dovettero abbandonare la Svizzera al richiamo dei loro Paesi, per altri alcuni Cantoni provvidero a una rapida naturalizzazione (oltre 50.000 in 5 anni, con una media annua di più di 10.000, più del doppio della media abituale).
La guerra aveva ridotto la proporzione degli stranieri ma non aveva eliminato i problemi. Per regolare l’afflusso degli stranieri venne creata la famosa Polizia degli stranieri (1917) e per mettere ordine in materia di naturalizzazione fu approvata una nuova legge sulla cittadinanza (1919) che portava a sei anni il requisito del soggiorno in Svizzera e rendeva più rigidi i criteri di «assimilazione» perché la richiesta di naturalizzazione potesse venire accolta. Un’iniziativa popolare (1920) chiedeva addirittura un periodo di soggiorno di sedici anni e criteri più severi. L’iniziativa fu respinta in votazione popolare, ma i criteri per la naturalizzazione divennero sempre più severi (revisione parziale della legge sulla cittadinanza del 1928).
Con la nuova legge sulla cittadinanza del 1952 veniva garantita la naturalizzazione fin dalla nascita ai nati in Svizzera da madre (già) di nazionalità svizzera, mentre per la naturalizzazione ordinaria si richiedeva un soggiorno di almeno 12 anni. I criteri per la naturalizzazione vennero inaspriti a tal punto che le naturalizzazioni ordinarie durante gli anni ’50 e ’60 si aggiravano attorno a 2000 l’anno. Del resto, in quei decenni, tutta la politica degli stranieri (basata sulla legge federale sugli stranieri del 1931) mirava al ricambio periodico degli immigrati, non prevedeva misure d’integrazione e considerava la naturalizzazione una sorta di premio a chi dopo molti anni riusciva a dimostrare di essere veramente «assimilato».
Dagli anni Settanta in poi la politica nei confronti degli stranieri introduce, accanto alle misure di contenimento e di stabilizzazione della manodopera estera, misure d’integrazione e un alleggerimento dei criteri per ottenere la cittadinanza svizzera. Le naturalizzazioni ordinarie progredirono costantemente dalle 5331 del 1970 alle 30.031 del 2006.
Dal 1983 il Consiglio federale ha cercato in più occasioni di rendere la naturalizzazione più accessibile, soprattutto per la seconda e terza generazione di stranieri, ma invano. Nel 2003 le Camere federali approvarono una modifica della Costituzione e della legge sulla cittadinanza allo scopo di agevolare la naturalizzazione dei giovani stranieri di seconda generazione e concedere la naturalizzazione automatica ai giovani di terza generazione. Fu un successo effimero perché la modifica venne bocciata l’anno seguente con un referendum.
Da diversi anni, soprattutto l’UDC, si batte per rendere la naturalizzazione più difficile, spesso con argomenti molto discutibili, nel tentativo di far credere che facilitando la naturalizzazione si aprirebbe la strada alle «naturalizzazioni di massa», all’aumento della criminalità e alla «perdita dell’identità svizzera». In realtà, anche raddoppiando la quota di naturalizzazioni, la Svizzera risulterebbe ancora tra i Paesi più restrittivi dell’Unione Europea.
In questa ottica va vista anche l’iniziativa su cui il popolo svizzero voterà il prossimo 1° giugno. Bocciando l’iniziativa si darebbe un segnale forte affinché la politica di naturalizzazione della Svizzera prosegua nella direzione intrapresa, per conformarsi maggiormente ai principi dello Stato di diritto e ai criteri più diffusi a livello europeo.
L’approvazione dell’iniziativa significherebbe invece bloccare il processo di avvicinamento all’Europa, far arretrare la Svizzera di decenni in fatto d’integrazione e coesione sociale, negare a decine di migliaia di svizzeri di fatto (perché stranieri solo sulla carta) di esserlo anche di diritto, con grave danno all’intera società.
Giovanni Longu
(L’ECO, Berna 12.5.08)

10 maggio 2008

Federalismo e solidarietà. Riuscirà il governo Berlusconi a conciliare le due esigenze dell’Italia di oggi?

Il federalismo e la lotta all’immigrazione clandestina sono da sempre i cavalli di battaglia della Lega Nord di Umberto Bossi. Da qualche tempo si sono avvicinati alle sue idee anche i due partiti maggiori di centrodestra e centrosinistra, che hanno inserito nei loro programmi elettorali per le ultime elezioni sia il federalismo che la lotta alla clandestinità. Il Popolo della Libertà ha addirittura stretto un’alleanza elettorale e di governo con la Lega Nord. Ora che la coalizione di centrodestra ha vinto con ampio margine sugli avversari e si appresta a governare il Paese ci s’interroga già se Berlusconi, prossimo Presidente del Consiglio dei Ministri, riuscirà a conciliare le diverse anime presenti nella coalizione in materia sia di federalismo che di clandestini.
Poiché sembra unanime in Italia l’avversione agli stranieri clandestini, non credo che il prossimo governo incontrerà ostacoli di sorta a varare provvedimenti atti a gestire meglio non solo il problema dei clandestini, ma anche quello più generale dell’integrazione degli stranieri, lasciando magari ancora in sospeso il problema del diritto di voto agli immigrati regolari. E’ possibile che al riguardo anche la Lega sia disposta a compromessi.
Il punto più delicato per la stabilità del governo mi sembra il cosiddetto «federalismo fiscale» fortissimamente voluto dalla Lega, che non ha ancora trovato la sua legge appropriata. Che questa sia la volta buona? Tanto più che Umberto Bossi, autocandidatosi al Ministero per le riforme, ha promesso ai Leghisti la realizzazione del federalismo fiscale entro pochi mesi dall’insediamento del governo. Ma non è detto che si trovi così in fretta un compromesso soddisfacente, e già ci si domanda cosa succederebbe qualora si raggiungesse un ampio consenso (anche da parte dell’opposizione) su una proposta non corrispondente alle attese della Lega. Gli scenari sono diversi, ma è troppo presto per entrare nel merito.
La delicatezza del problema è data soprattutto dalla difficoltà di conciliare esigenze apparentemente (ma non necessariamente) contrapposte tra le diverse Regioni italiane. Se infatti per alcune (soprattutto al Nord) sembra prioritaria l’autonomia finanziaria, per altre è primordiale superare velocemente il divario che le separa dalle Regioni economicamente più prospere. Lo Stato centrale dovrebbe essere garante delle esigenze delle une e delle altre, ma dovrebbe specialmente promuovere lo sviluppo economico delle regioni più deboli e rimuovere gli squilibri economici e sociali. Solo da questi pochi cenni risulta evidente che il cosiddetto «federalismo fiscale» non può essere considerato un normale intervento legislativo.
A rendere delicata la questione contribuisce anche il linguaggio. Purtroppo del «federalismo fiscale» non esiste una definizione precisa e comprensibile da tutti, per cui l’uso di questa espressione suscita ogni sorta d’interpretazione. In effetti, la parola stessa «federalismo» se da un lato può richiamare concetti quali «unità», «coesione», «solidarietà» (uno per tutti, tutti per uno), dall’altro può evocare anche «autonomia», «sovranità» e persino «indipendenza». Che le ultime evocazioni non siano affatto velleitarie lo conferma lo stesso logo della Lega Nord, ossia «Lega Nord per l’indipendenza della Padania». E il programma elettorale della Lega per le ultime elezioni recita esplicitamente alla voce «Federalismo»: «Stato federale articolato in tre macroregioni rappresentate da un Senato federale. Le macroregioni avranno sovranità in termini di potere legislativo, amministrativo e giudiziario». Le macroregioni avranno anche la loro bandiera. La Padania, ebbe a dire qualche giorno fa Bossi, ha già la sua bandiera, diversa dal tricolore dell’Italia. Sarebbe interessante sapere da Bossi e dagli altri ministri leghisti se a Roma si sentano più ministri della Repubblica o rappresentanti della Padania.
A rendere problematico il modello di federalismo fiscale di tipo leghista è tuttavia soprattutto la sostanza. Non è infatti chiara la risposta alla domanda: chi ci guadagna e chi, eventualmente, ci perde? E’ evidente che la risposta dovrebbe essere: tutti guadagnano, nessuno perde. Ma in tal modo ancora non si capirebbe cosa occorra fare per superare il divario esistente tra Sud e Nord, tra un Sud sottosviluppato e un Nord supersviluppato (anche senza il federalismo). E’ credibile che basti il federalismo fiscale per rendere più omogenea l’Italia o più virtuose le amministrazioni pubbliche inefficienti?
Inoltre, a chi ha una qualche dimestichezza con la storia e la geografia risulta a prima vista davvero difficile capire che c’entri il «federalismo» con l’Italia di oggi, che non è uno Stato federale, a differenza della Svizzera o della Germania o dell’Austria che invece lo sono fin dalla nascita. Come si fa ad innestare il federalismo in uno Stato unitario? Probabilmente ci si capirebbe di più se si parlasse semplicemente di «autonomia finanziaria» delle Regioni, ma ormai l’espressione è invalsa nell’uso sia specialistico che comune e non potrà essere certo un sostenitore del federalismo svizzero a farla cambiare.
Per capirne di più non resta che andare a rileggersi l’art. 119 della Costituzione, che rappresenta allo stato attuale il fondamento della futura legge in materia di «autonomia finanziaria» delle Regioni. Esso recita:
«I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. (…) Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio. / La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante. Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite. Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni. (…)».
E’ sulla base di questo articolo che il ministro Bossi dovrà elaborare il suo disegno di legge sul «federalismo fiscale» o comunque lo si voglia chiamare, e non potrà non tener conto dei principi in esso contenuti. Al momento non ci sono scappatoie possibili, a meno che la nuova maggioranza non intenda rimettere mano alla riforma del Titolo V della Costituzione (che tratta fra l’altro dell’autonomia finanziaria delle Regioni), ma in tal modo i tempi si allungano e Bossi non potrà mantenere la sua promessa con gli elettori.
Che questo articolo della Costituzione non sia del tutto conforme al pensiero di Bossi (e forse anche dell’attuale maggioranza) è dato dal fatto che esso fu approvato con la sola maggioranza di centrosinistra nel 2001, proprio alla vigilia delle elezioni che decretarono la vittoria alla coalizione di Berlusconi. La riforma venne tuttavia confermata successivamente da un referendum popolare. La nuova maggioranza tentò invano di riformare la Costituzione anche in quella parte riguardante la stessa materia, ma la riforma fu bocciata da un altro referendum. Che farà a questo punto il Berlusconi ter? Accetterà la proposta di federalismo fiscale della Lega Nord presentata alle elezioni politiche del 2008, che prevede che le regioni padane debbano avere a disposizione il 90% del gettito fiscale del proprio territorio? Inviterà Bossi a tener maggiormente conto delle esigenze di tutte le Regioni e del principio della solidarietà sociale conformemente all’art. 119 della Costituzione, in modo che la perequazione fiscale consenta davvero al Sud di vincere definitivamente il sottosviluppo, l’illegalità, l’inefficienza? Oppure ci si renderà conto che per risolvere i mali dell’Italia, del Nord, del Centro e del Sud, isole comprese, non bastano il federalismo e la perequazione finanziaria, ma occorrono soprattutto maggior rispetto per la cosa pubblica, un forte richiamo al senso dello Stato, la tolleranza zero in fatto di illegalità, abusi, inefficienza e, perché no?, sanzioni esemplari ai recidivi?
Giovanni Longu
Berna 10.05.2008