9 maggio 2012

Quanta italianità c’è a Berna! (4a e ultima parte)


Per ragioni politiche, economiche e sociali, tra le due guerre mondiali i flussi migratori dall’Italia verso la Svizzera, e quindi anche verso Berna, si sono praticamente arrestati. Questa situazione ha favorito in molti italiani l’integrazione nella società svizzera, fino a sfociare nella naturalizzazione, mentre ha spinto altri a rafforzare i vincoli d’italianità soprattutto attorno ad alcune associazioni storiche dell’immigrazione italiana in Berna.

Due istituzioni in particolare meritano di essere ricordate, il segretariato dell’Opera Bonomelli, istituito nel 1900 e la Società Dante Alighieri, costituitasi nel 1911. Accanto ad esse sorsero nel tempo numerose altre associazioni di tipo solidaristico, sportivo (ad es. la società di calcio Esperia fondata nel 1927 ed ancora attiva), musicale, culturale.

Durante il fascismo
Durante il fascismo, verso il 1923, ci fu il tentativo d’imporre anche a Berna un Fascio, ma non ebbe successo. Il regime, soprattutto attraverso l’Ambasciata (allora solo Legazione), riuscì comunque ad assicurare la sua influenza, ad esempio facendo chiudere nel 1927 l’ufficio dell’Opera Bonomelli di Berna, ritenuto non funzionale (ossia ostile) al regime.

Casa d'Italia (dal 1937)

Dieci anni più tardi, nel 1937, quando la collettività italiana acquistò la «Casa degli Italiani», grazie anche a un sostanzioso contributo dello Stato italiano e della fondazione intestata all’eroe Fulcieri Paulucci de’ Calboli, il regime riuscì ad imporre d’autorità non solo il presidente, ma anche le linee guida.
A prescindere dalle ideologie che sicuramente agitavano molti spiriti anche allora (bonomelliani, socialisti, anarchici, fascisti e antifascisti), la situazione della collettività italiana era relativamente tranquilla nel persistente isolamento.
Come già accennato, tuttavia, molti immigrati in questo periodo si naturalizzano per avere maggiori possibilità di lavoro e scompaiono dalle statistiche sull’immigrazione. Sono quelli meglio integrati, artigiani, lavoratori qualificati, impiegati, piccoli imprenditori.

Istituzioni italiane
La vita dell’immigrazione italiana in Svizzera, e anche a Berna, si rianima nel dopoguerra. I flussi di lavoratori italiani provenienti dapprima dal Nord e poi anche dal Sud d’Italia è continuo. Il principale punto d’incontro quotidiano, soprattutto in primavera quando arrivano gli stagionali, è la stazione di Berna. Persino il missionario vi si reca spesso perché sa di quante informazioni hanno bisogno i nuovi arrivati.
Sono soprattutto i missionari Scalabriniani che si fanno carico dei nuovi crescenti bisogni. Nel 1947 viene fondata la Missione Cattolica Italiana (MCI). Grazie ad alcune figure carismatiche e intraprendenti, la Missione diventa un influente centro di aggregazione e di assistenza non solo religiosa, ma anche sociale, assistenziale, ricreativa, culturale. La MCI, inoltre, come anche la Casa d’Italia, dispongono di una mensa che sforna ogni giorno centinaia di pasti caldi per persone che spesso non avevano la possibilità di cucinare nelle mansarde o nelle baracche dove alloggiavano.
Nel 1966, nel quartiere di Breitenrain, sorse per iniziativa di immigrati un’altra importante istituzione italiana (anzi fin dall’inizio «italo-svizzera») per la formazione professionale dei numerosi lavoratori immigrati senza specifica preparazione: il CISAP.
1972, il presidente della Confederazione Nello Celio in visita
al centro di formazione professionale CISAP
Merita di essere ricordato, anche se non esiste più, perché fu una delle prime forme di collaborazione italo-svizzera in questo settore, e per le sue benemerenze nel campo della formazione professionale degli adulti, tanto da meritare nel 1972 il pieno riconoscimento e la riconoscenza dell’allora presidente della Confederazione Nello Celio, andato a visitare il Centro, nel frattempo trasferitosi nel quartiere di Fischermätteli.

Gli stranieri hanno trasformato la città
Nei primi decenni del dopoguerra, l’arrivo in massa di stranieri, specialmente italiani (nel 1950 erano già circa 4000 e raggiungeranno 11.589 nel 1974), ha contribuito a trasformare i quartieri periferici di Berna e ad accrescerne la popolazione.
Tra il 1941 e il 1960, l’incremento è stato di 2269 persone nel quartiere della Länggasse, di 5297 in quello di Kirchenfeld-Schosshalde, di 7535 in quello di Breitenrain e Lorraine, di 5265 a Bümpliz, il quartiere che si è sviluppo soprattutto a partire dagli anni Sessanta. La popolazione totale di Berna è passata tra il 1950 e il 1960 da 146.499 a 165.768 abitanti, il massimo storico mai più superato. Gli stranieri nel 1960 erano già oltre 14.000, l’equivalente di una cittadina.
In ogni quartiere pulsava una certa vita italiana. Erano di proprietà o gestiti da italiani ristoranti, negozi di ogni tipo, piccole officine, garage, saloni da parrucchiere. La lingua italiana era non solo la seconda lingua ufficiale più parlata a Berna, ma anche la lingua «franca» di molti stranieri. La comprendevano e per lo meno tentavano di parlarla anche molti svizzeri, non solo capiofficina, capisquadra, capocantieri, bancari, negozianti, commessi, ma anche ingegneri, medici, dentisti, avvocati.
A cambiare, in quegli anni (per altro tristi perché coincisero col massimo della xenofobia scatenata dalla destra più intransigente specialmente contro gli italiani) non era solo la città, ma anche il volto umano di Berna. E’ cambiato persino il panorama religioso. Con l’introduzione della Riforma, Berna era divenuta rigidamente protestante. Solo con la proclamazione di Berna capitale federale, l’atteggiamento dei protestanti bernesi dovette aprirsi alle esigenze dei rappresentanti e dei funzionari federali cattolici, ma fu difficile ottenere una chiesa, fin quando venne costruita nel 1888 la Chiesa della SS.ma Trinità.
Allora i cattolici erano appena 3178. Nel 1910, grazie anche all’apporto degli immigrati, raggiunsero quota 9365 (11%), ma arriveranno a 41.374 nel 1970 (26%). Grazie agli immigrati italiani (e successivamente a quelli spagnoli e portoghesi), nei quartieri dove erano maggiormente presenti sorsero numerose chiese cattoliche. Di fatto, nel cinquantennio di massima immigrazione, tra il 1950 e il 2000, i cattolici a Berna sono passati da 23.295 a 65.504. Se nel 1950 i cattolici stranieri rappresentavano il 18%, nel 2000 erano circa un terzo.

Italianità diffusa
Negli anni ’60 e ‘70 gli italiani erano ancora concentrati in pochi quartieri (Lorraine, Länggasse, Kirchenfeld, Bümpliz-Bethlehem), oggi sono sparsi in tutta la città. Eppure in molte pubblicazioni relative alla storia e alla trasformazione di quei quartieri si ricorda con un sentimento frammisto di simpatia e di nostalgia l’epoca in cui gli italiani erano lì, a dare colore e calore a una vita che sembrava bloccata dalle ristrettezze e dalle preoccupazioni. In molte di queste pubblicazioni è riprodotto qualche angolo caratteristico e caratterizzato dall’«italianità», un termine che volutamente non viene quasi mai tradotto. Sta a significare in particolare quel senso della vita, accettata con una certa leggerezza che la rende più sopportabile. Annotava, probabilmente un nostalgico ma soprattutto attento osservatore di quei tempi del dopoguerra che, in fin dei conti «…non manca l’allegria, alla quale ormai vanno abituandosi anche gli svizzeri».
Oggi a ricordare l’«italianità» diffusa a Berna non ci sono solo i palazzi o le celebri fontane rinascimentali o le tante «ville» racchiuse entro bellissimi parchi o ancora i numerosi e talvolta blasonati ristoranti italiani, per non parlare del Centro Paul Klee, progettato dall’architetto genovese Renzo Piano, e inserito come tre colline nel paesaggio circostante. Ci sono anche le piazze. Quando negli anni '60-'70 si volle ristrutturare completamente la stazione centrale, l’alternativa era se conveniva privilegiare il «Passage», sotto la stazione, o la «Piazza» (così anche in tedesco!), sopra la stazione. Com’è noto fu preferito il concetto di Piazza, il Bahnhofplatz o Piazza della Stazione.
La Piazza, già celebre, nelle città italiane del Rinascimento, è divenuta anche a Berna un lungo d’incontro corale, in cui ci s’incontra, si parla, si discute, si manifesta, si ricorda che i veri cittadini sono nella Piazza non nel Palazzo. In quest’ottica, credo, è avvenuta negli anni scorsi anche la trasformazione dell’intero complesso delle tre piazze Weisenhausplatz, Bärenplatz e Bundesplatz da aree di parcheggio per automobili in altrettanti luoghi d’incontro quotidiani e di eventi speciali.

Italianità dentro e fuori casa
Sarà anche vero che i bernesi sono attaccati alle tradizioni, ma è altrettanto vero che, se continuano ad amare i loro piatti tipici come la Berner Platte o il Rösti, sono divenuti anche grandi consumatori di pastasciutta e di pizza. Ormai non c’è famiglia svizzera che non conosca il sugo di pomodoro o alla bolognese e persino il pesto genovese. Per non parlare dei sapori, delle verdure, dei formaggi (tra cui spiccano sicuramente il parmigiano, la mozzarella e il gorgonzola), degli oli extravergine e dei vini provenienti dal Bel Paese.
Anche nella moda del vestire e del calzare i gusti dei bernesi sono nel frattempo cambiati e il made in Italy è sempre un’attrazione ammiccante da numerose vetrine.
Persino fuori casa, nei terrazzi e nei giardini, soprattutto nella bella stagione l’italianità fa bella presenza di sé. Sono infatti diffusissimi gli olivi, le palme, gli agrumi, i fichi e altre pianticelle o arbusti mediterranei, anche se fanno fatica a sopravvivere nei mesi invernali. E proprio quest’anno l’«italianità davanti alla casa», come scriveva pochi giorni fa un quotidiano bernese, ha subito danni irreparabili.
Irreparabile? Certamente no, perché si può stare certi che i bernesi non vi rinunceranno più. L’italianità, in tutti i sensi, è divenuta ormai una componente essenziale non solo della città, ma anche dei suoi abitanti! L’italianità a Berna si confonde ormai nella mentalità stessa della città. Berna rimane certamente una città svizzero-tedesca, ma è divenuta anche così tanto italiana!
(Fine. Gli altri articolo sono apparsi il 4.4, 18.4, 2.5.2012)

Giovanni Longu
Berna 9.5.2012

Nessun commento:

Posta un commento