3 novembre 2010

Alptransit e i «ratti» del Ticino

Nella grande festa del 15 ottobre scorso per la caduta dell’ultimo diaframma della galleria più lunga del mondo, quella sotto il San Gottardo di ben 57 chilometri, a giusta ragione ne è stata evidenziata l’importanza per le relazioni nord-sud dell’Europa. Ciò che forse non è stato sottolineato abbastanza è che questa arteria ferroviaria rafforzerà ulteriormente i rapporti di continuità (e non solo contiguità) tra il Ticino e l’Italia del nord fino a Genova.
Ho detto in altra occasione che tutto ciò che concerne il Gottardo, dalla prima galleria ferrovia al tunnel autostradale e alla nuova galleria di base ha molto d’italiano per diverse ragioni. Qui voglio solo ricordare che quando si cominciò a parlare di un attraversamento ferroviario attraverso le Alpi, la linea del Gottardo non era né l’unica né l’opzione preferita. Per diverso tempo la direttrice che sembrava rispondere meglio agli interessi di Zurigo (in contesa con Basilea) e dei Cantoni orientali per raggiungere i porti del Mediterraneo era quella attraverso il Lucomagno. E anche il Ticino finì per convincersene (decisione del Gran Consiglio del 15 settembre 1853), nonostante che il 13 luglio avesse sostenuto la costituzione di un «comitato per promuovere la costruzione di una ferrovia attraverso il S. Gottardo».

Tra il Lucomagno e il San Gottardo decise l’Italia
Sull’opzione del Ticino per il Lucomagno influì l’intervento a favore di questa scelta della Camera di Commercio di Genova del 1° settembre 1853, che inviò subito «due suoi delegati all’uopo in Svizzera». Per la ripresa dell’opzione del Gottardo furono in seguito determinanti, come noto, l’ingegnere ticinese Pasquale Lucchini e l’italiano esule in Ticino Carlo Cattaneo, che dal 1859 si batterono con argomenti tecnici, economici e geopolitici per conquistare a favore della ferrovia del Gottardo giornalisti, banchieri e governanti.
Secondo il Cattaneo il passaggio sotto il Gottardo era la via più vantaggiosa per collegare il Mediterraneo, ossia Genova, con la Svizzera e la Germania, «quella gran via delle nazioni, prestabilita già dalla natura quando tracciò la gran valle del Reno e i due mari d’Italia sopra un medesimo asse continuo, la cui direzione, obliqua al meridiano, riunisce all’occidente e al settentrione il mezzodì e il più remoto oriente».
Com’è noto finì per prevalere la scelta del Gottardo, soprattutto dopo la decisione determinante del Regno d’Italia e della Germania e dopo l’apertura del Canale di Suez nel 1869. A distanza di quasi un secolo e mezzo, si riparla del Gottardo e della capacità tecnologica straordinaria dell’uomo, ma sembra scomparsa la grande visione del Cattaneo, che anticipava quel che è stato chiamato il «corridoio dei due mari», tra Rotterdam e Genova.
Eppure, credo che il significato del tunnel di base del Gottardo stia proprio in questa capacità di avvicinare il nord e il sud attraverso il Ticino. Già, attraverso il Ticino, che mai come finora riacquista la sua vocazione di ponte, di piattaforma di scambio tra due mondi, tra due culture, tra due economie diverse. Con AlpTransit, infatti, il Ticino supera una volta per tutte il micidiale ostacolo delle Alpi nei suoi collegamenti durante tutto l’anno col resto della Svizzera e l’avvicina fortemente alla Lombardia, in cui s’incunea profondamente, e al resto dell’Italia.

Sgradevole campagna «bala i ratt» contro i frontalieri
In questa visione appare oltremodo sgradevole la campagna condotta dall’Unione democratica di centro (UDC) ticinese contro i frontalieri. Proprio oggi in cui il Ticino può guardare più ottimisticamente a sud sembra addirittura allontanarsene, ancora una volta per paura del presunto invasore, il povero frontaliere incapace persino di negoziare un salario più elevato e di farsi le proprie ragioni.
E’ inutile che il capo di quel partito in Ticino tenti di giustificarsi affermando di non avercela affatto contro i frontalieri italiani. Mi fa venire in mente Schwarzenbach quando anch’egli, ad una precisa domanda, mi rispose che non ce l’aveva affatto contro gli italiani., ma contro certi padroni che approfittavano della manodopera italiana. E quando gli chiesi perché non se la prendeva con i padroni mi diede una risposta disarmante: perché solo colpendo i suoi dipendenti il padrone capisce. Non è da meno Pierre Rusconi quando anch’egli accusa gli imprenditori ticinesi che «dovrebbero mettersi la mano sulla coscienza perché non si può avere il swiss made come marchio di esportazione e poi invece del swiss made non gliene frega assolutamente niente e preferiscono guardare solo le proprie tasche». Perché, signor Rusconi, non se la prende direttamente con gli imprenditori e porta maggiore rispetto ai 45 mila frontalieri che, benché sottopagati, contribuiscono a fare andare avanti l’economia ticinese?

Per fortuna che in Ticino l’UDC non è molto rappresentativa e che i ticinesi non hanno perso la memoria di quando anch’essi erano migranti e spesso dovevano guadagnarsi da vivere lavorando nel milanese. In fondo la storia è una ruota che gira… sempre.

Giovanni Longu
Berna 3.11.2010

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