7 maggio 2009

Terremoto in Abruzzo, una lezione per tutti

Ha tremato l’Abruzzo, ma dovrebbe tremare tutta l’Italia per i mali che l’affliggono. Il terremoto dell’Abruzzo è l’ennesimo segnale di una situazione fortemente deficitaria non solo in materia di protezione antisismica, ma anche del rispetto delle regole del vivere civile.
Il terremoto della provincia dell’Aquila ha causato 295 morti, centinaia di feriti, decine di migliaia di senza tetto, un enorme patrimonio edilizio, architettonico ed artistico andato in frantumi. L’Italia intera ha partecipato al cordoglio delle vittime e ha dato prova di grande generosità verso i superstiti. Per i morti è stato proclamato il lutto nazionale ed è stata data loro una degna sepoltura con un rito funebre celebrato il Venerdì Santo, per i cristiani giorno della memoria del massimo sacrificio nella storia dell’umanità, ma che prelude alla Pasqua della Resurrezione. Per gli sfollati si è trovato prontamente un riparo in tendopoli funzionali, abitazioni private e alberghi. Per il patrimonio edilizio e architettonico è stata assicurata una pronta ricostruzione.
Raccontato così, l’esito di quella tragedia del 6 aprile scorso sembrerebbe invogliare alla speranza e indirizzare l’attenzione soprattutto alla ricostruzione, con tante grazie alla Protezione civile e ai numerosi volontari che si sono prodigati immediatamente per salvare il salvabile e al governo che è intervenuto prontamente per alleviare i disagi attuali e iniettare fiducia per il futuro.
In realtà le conseguenze del terremoto sono tutt’altro che passate. Continua infatti lo sciame sismico, anche se va attenuandosi, e continuano il dolore e i disagi per chi ha perso familiari, amici, il lavoro e la casa, mentre per molti sopravvissuti la prospettiva del rientro nella normalità e nelle loro abitazioni resta lontana. Molte ferite stentano a rimarginarsi.
Polemiche sterili
Tra le conseguenze del terremoto non va dimenticata, purtroppo, anche l’ondata di polemiche che come da cattivo copione si è aggiunta ai naturali disagi e che non dà segno di stemperarsi. All’indomani del terremoto, sembrava un sogno la gara di solidarietà e di generosità che si era attivata non solo nella regione terremotata ma in tutta l’Italia e che vedeva in prima linea la efficientissima macchina della Protezione civile. Persino i contrasti sempre in prima pagina tra maggioranza e opposizione sembravano attenuarsi di fronte all’emergenza che richiedeva il contributo di tutti.
Ma il sogno è durato poco. E’ bastata una trasmissione televisiva di grande successo, ma a giudizio di molti di pessima conduzione, per scatenare un mare di polemiche, molte delle quali pretestuose, inutili e sicuramente inopportune nel momento in cui sono state sollevate.
Mentre ancora si cercavano eventuali sopravvissuti sotto le macerie, c’è stato chi, in base a semplici congetture, ha alzato il dito contro chi avrebbe dovuto allertare la popolazione prima del disastro e contro chi non avrebbe pianificato a dovere l’emergenza terremoto. «Polemiche sterili e fuori luogo», sono state definite da taluni. Soprattutto dopo che scienziati veri (e non presunti) andavano dichiarando che allo stato attuale della scienza non esistono sistemi in grado di prevenire puntualmente (ossia in tempi e luoghi precisi) i terremoti. Se sono così imprevedibili non era nemmeno possibile predisporre in anticipo un piano di emergenza perfetto. Purtroppo il terremoto è ancora un nemico subdolo.
La polemica, una volta cominciata, è proseguita a valanga, coinvolgendo un po’ tutti, perché certi edifici, soprattutto pubblici, non sarebbero crollati se fossero stati costruiti secondo le norme antisismiche. E mentre il Presidente della Repubblica esprimeva «apprezzamento senza riserve per il governo e per la Protezione civile» certi agitatori della polemica a tutti i costi dissentivano apertamente. L’ammonimento del Presidente «nessuno è senza colpa, dev’esserci un esame di coscienza senza discriminanti né coloriture politiche» si trasformava suo malgrado in un atto d’accusa solo verso alcuni chiamati in causa come pianificatori, architetti, ingegneri, costruttori, verificatori e naturalmente uomini politici più o meno conniventi con associazioni criminali.
Purtroppo in Italia da alcuni anni sembra che i processi con tanto di accusa e difesa si celebrino più in televisione che nelle aule di tribunale, senza rendersi conto che soprattutto in situazioni drammatiche come quelle di un terremoto è per lo meno prudente non pretendere di sostituirsi a giudici, pubblici ministeri e avvocati. E’ compito della giustizia ordinaria e sta ad essa accertare eventuali responsabilità. E poi quando si sollevano certi coperchi si dovrebbe avere il coraggio di indicare tutto quel che emerge nella pentola. In un Paese grande come l’Italia le responsabilità, soprattutto per quel che riguarda il degrado ambientale e l’incuria del patrimonio abitativo e degli edifici pubblici, sono ampiamente ripartite e toccano sia il pubblico che il privato.
Guardare al futuro
Bene ha detto ancora il Presidente della Repubblica in riferimento alle vittime e ai danni provocati dal terremoto in Abruzzo, ma anche alle indagini in corso della magistratura: «non possiamo non ritenere che abbiano contribuito alla gravità del danno umano e del dolore umano comportamenti di disprezzo delle regole, disprezzo dell'interesse generale e dell'interesse dei cittadini».
Parole sagge, difficilmente contestabili, quelle del Presidente Napolitano, da tener presente sia guardando al passato per individuare gli eventuali colpevoli, ma soprattutto guardando al futuro «per evitare che questi fatti si ripetano e perché si possa fare prevenzione, non con fantasiose profezie o impossibili previsioni, ma apprestando mezzi indispensabili perché case ed edifici resistano».
A mio parere, tuttavia, il messaggio del Capo dello Stato va oltre la contingenza del terremoto dell’Abruzzo. L’Italia ha bisogno urgente di cambiare sistema non solo in materia edilizia, ma in generale. Il «pressappochismo» è una palla al piede che priva l’Italia dello slancio che potrebbe e dovrebbe avere per essere competitiva in Europa e nel mondo. Occorrono regole chiare, ma soprattutto che vengano rispettate. E non c’è dubbio che il sistema più efficace per farle osservare è la sanzione certa, effettiva e talvolta esemplare, per evitare che i soliti furbi, avidi, potenti e mascalzoni cadano facilmente in tentazione. Attenti, tuttavia, le regole valgono per tutti, dal semplice cittadino alle più alte cariche dello Stato. Il monito all’esame di coscienza e a comportamenti virtuosi ci riguarda tutti.
Giovanni Longu
Berna 20.4.2009

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