5 giugno 2013

Frontalieri italiani nuovamente alla ribalta


Su queste colonne ho manifestato più volte la mia difficoltà a comprendere il ritardo da parte italiana nella ripresa del negoziato con la Svizzera per trovare finalmente soluzioni soddisfacenti sia sul tema dell’evasione fiscale del passato (modello Rubik) e sia sul tema dei frontalieri. Per provocare almeno la volontà di una ripresa, nel 2011 i ticinesi avevano bloccato una parte dei ristorni dell’imposta alla fonte prelevata ai frontalieri. Ora sono nuovamente tentati di fare altrettanto, visto che finora nulla di significativo è avvenuto nel frattempo.
Sembrerebbe che l’Italia, che pure non si muove in acque tranquille, almeno economicamente, non abbia alcun interesse né ai soldi svizzeri che potrebbe incassare accettando, magari con opportuni ritocchi, il modello Rubik, né a ripristinare i buoni rapporti col Ticino ridiscutendo lo stato dei rapporti bilaterali soprattutto in materia di frontalierato.

Accuse ticinesi
Leggendo la stampa ticinese, si resta alquanto impressionati dalle accuse (evidentemente tutte da provare e documentare) che vengono mosse all'Italia. Ne cito solo alcune giusto per rendere l’idea: L’Italia continua a considerare la Svizzera un paradiso fiscale e pertanto continua a inserirla nelle cosiddette black list, che comportano notevoli difficoltà alle imprese svizzere; la reciprocità nell'applicazione degli accordi bilaterali non aziende ticinesi sono discriminate nei concorsi pubblici; nel Ticino, invece, arrivano quotidianamente «lavoratori distaccati» e «padroncini» sfruttando i vantaggi degli accordi con l’Unione Europea e sconvolgendo il mercato del lavoro locale; i ristorni all'Italia non vanno a finire direttamente nelle casse dei Comuni di frontiera; l’Italia non dà alcuna garanzia sulla realizzazione della ferrovia Mendrisio-Varese/Malpensa nella tratta fra Stabio (Ticino) e Arcisate (Varese), nonostante i reciproci accordi internazionali di terminare l’opera nei tempi previsti (2014); ecc. ecc.
esiste o è tutta a favore dell’Italia; di fatto le
Di fronte a queste e ad altre simili accuse non si tratta di dare ragione all'una o all'altra parte, ma di riavviare urgentemente il dialogo per trovare le soluzioni appropriate e giuste. Da parte sua il Consiglio di Stato (governo) ticinese prenderà posizione ufficiale solo in settembre, dopo aver esaminato nel dettaglio la situazione. E da parte italiana, quando arriverà una presa di posizione? Si attendono forse nuovamente le dure reazioni del Ticino?
Al riguardo alcune dichiarazioni di membri autorevoli del governo ticinese non lasciano dubbi: dopo l’accurato esame della situazione durante l’estate, il Consiglio di Stato (governo) ticinese intende intervenire con decisione presso il Consiglio federale perché intervenga con fermezza sul governo italiano. Secondo Norman Gobbi (Lega dei Ticinesi), «Noi abbiamo più frontalieri di tutta la Svizzera tedesca, ma Berna non se ne accorge, lo dimentica. (…) Noi l’ascia di guerra non l’abbiamo messa via e sottolineo che questa non è una tematica partitica, qui non c’è destra o sinistra, ma tra Svizzera e Italia vi sono due sistemi economici diversi, per certi versi incompatibili. A fronte di un sistema liberale ticinese e svizzero, dall'altra parte ce n’è uno corporativo e medievale (…)».

Attenzione alle conseguenze
In questo clima di attesa e di diffidenza, è emerso purtroppo che quella che sembrava una ghiotta opportunità per il futuro delle aziende ticinesi, l’Expo 2015 di Milano, rischia di diventare un evento fieristico e basta. Solo il 13% delle imprese ticinesi pensa di parteciparvi, molte sono ancora incerte. Se questa sorta di boicottaggio avvenisse sarebbe un brutto segnale non solo per i rapporti tra la Lombardia e il Ticino, ma anche fra l’Italia e la Svizzera.
Non va infatti dimenticato che proprio la Svizzera è stata il primo Paese invitato ufficialmente a partecipare all'Expo 2015 e il suo padiglione figurerà accanto a quello italiano. Nelle intenzioni degli organizzatori si pensava al rafforzamento delle relazioni bilaterali italo-svizzere e al coinvolgimento del Ticino per un’azione promozionale per le imprese ticinesi e svizzere nel settore dell’alimentazione con ricadute importanti sul lungo periodo.
Come mai le imprese ticinesi, contro il loro stesso interesse, sembrano mostrare scarso interesse all’Expo? Da un recente studio sembrerebbe la conseguenza oltre che di una scarsa informazione, anche di insufficienti garanzie e troppa burocrazia. Ma a pesare sull'incertezza di molte aziende a partecipare è difficile non vedere anche il clima generale che si respira negli ambienti imprenditoriali ticinesi di fronte agli ostacoli che incontrano ogniqualvolta cercano di penetrare nel mercato italiano.
Per questo e per mille altre ragioni, è auspicabile che i rapporti bilaterali si rafforzino e si sviluppino in un clima di reciproco rispetto, non dimenticando mai, da una parte e dall'altra, che in Svizzera vivono e lavorano più di mezzo milione di italiani, che hanno tutto l’interesse a guardare con serenità e affetto a entrambe le patrie.

Giovanni Longu
Berna, 5 giugno 2013

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