3 agosto 2016

Marcinelle resta un monito



Perché rievocare ancora la tragedia di Marcinelle? - mi sono chiesto prima di stendere le righe che seguono. Certamente perché quest’anno ricorre il 60° anniversario di quella che è stata una delle più grandi tragedie occorse all’emigrazione italiana di tutti i tempi (Belgio 8 agosto 1956: in una miniera di carbone muoiono 262 minatori, tra i quali 136 italiani). In seguito a quella tragedia, l’8 agosto è stato dichiarato dal governo italiano «Giornata del sacrificio e del lavoro italiani nel mondo». Trovo tuttavia un’altra buona ragione per ricordare: gli insegnamenti di quella tragedia non sono stati ancora pienamente realizzati, anche se molti progressi sono stati fatti soprattutto nel campo della sicurezza.

Responsabilità dirette…
Per rendersi conto della gravità della tragedia basta ricordare brevemente i fatti e le cifre. A provocare la catastrofe fu un tragico incidente, certamente evitabile, avvenuto nella miniera di carbone del «Bois du Cazier» a Marcinelle, sobborgo di Charleroi, in Belgio. Alcune centinaia di persone lavoravano ad una profondità di oltre 900 metri, quando un cortocircuito provocò un vasto incendio e la liberazione di gas asfissianti in diverse gallerie. Una morte atroce, non per tutti immediata, colpì 262 minatori, tra i quali 136 italiani. Solo pochi minatori riuscirono a mettersi in salvo.
Ritengo doverosa, ancora oggi, la domanda: quella tragedia poteva essere evitata? Altrettanto doverosa mi sembra la risposta: certamente sì. Fu facile, allora e forse anche oggi, addossare le responsabilità maggiori all’insufficienza dei sistemi di sicurezza di quella e di molte altre miniere belghe e quindi ai padroni della miniera, al governo belga più interessato a «vincere la battaglia del carbone» che a garantire la sicurezza dei lavoratori, ma anche ai sindacati belgi che non vigilarono a sufficienza e persino alla CECA, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio che controllava il mercato ma non le condizioni di lavoro e di sicurezza nelle miniere. In seguito alle innumerevoli denunce il Belgio dovette cambiare la sua politica mineraria, alcune miniere furono chiuse, come quella di Marcinelle, altre messe in sicurezza.

… e indirette
Sulla stampa italiana di allora non ho trovato invece quasi nessun rimprovero alla politica emigratoria italiana. Molte furono le interpellanze parlamentari sulla tragedia, ma pochissime accennavano alle responsabilità politiche del governo. Eppure ce n’erano tante e pesanti.
Prima della tragedia di Marcinelle, quasi nessuno si accorse dei difetti del «famigerato» (così fu considerato in seguito) accordo tra l’Italia e il Belgio, con cui l’Italia s’impegnava a favorire l’emigrazione nelle miniere del Belgio di circa 50.000 lavoratori, circa 2000 ogni settimana, e il Belgio a vendere mensilmente all’Italia almeno 2500 tonnellate di carbone per ogni mille operai inviati. L’Italia disastrata aveva assoluto bisogno del carbone per la ricostruzione e lo sviluppo, ma anche di esportare la manodopera in esubero. Erano tutti d’accordo, persino Nenni e Togliatti, per cui il capo del governo italiano De Gasperi e il ministro belga Van Hacker poterono firmare tranquillamente il 23 giugno 1946 il relativo Protocollo d’intesa.
Nemmeno in seguito, le autorità e i politici italiani s’indignarono per le condizioni miserevoli che dovevano sopportare i minatori italiani in Belgio, ben diverse da quelle sbandierate nella propaganda per attirare emigranti volontari che dovevano sostituire i fiamminghi non più disposti a lavorare in miniera. Vivevano ammassati in baracche invece che in case, fuori degli abitati, senza famiglia e separati dalla popolazione locale. Giungevano in Belgio senza alcuna preparazione e abbandonati a sé stessi. «Eravamo trattati come bestie o poco più, in balia di tanti eventi» denuncerà in seguito un ex minatore.

Un articolo costituzionale disatteso
Quando si cominciò a considerare la reale situazione degli emigrati si gridò allo scandalo perché cittadini italiani erano come «venduti per un sacco di carbone». Lo scandalo maggiore però era, a mio avviso, che si lasciasse partire e poi si abbandonassero al loro destino migliaia di persone senza alcuna preparazione linguistica e professionale, senza punti di riferimento e senza tutele. (Questo, purtroppo, riguardava non solo gli emigranti in Belgio, ma in generale tutti gli emigranti in Francia, in Svizzera, ecc.). Eppure, dal 1° gennaio 1948 era in vigore la nuova Costituzione italiana che all’articolo 35 recita:
«La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Riconosce la liberta di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero».
Purtroppo questo fondamentale articolo costituzionale, che non riguarda evidentemente solo gli emigrati, è stato abbondantemente disatteso. Se, al contrario, fosse stato applicato, almeno nella parte riguardante l’emigrazione, certamente sarebbero state evitate numerose disgrazie dovute a errore umano, la seduzione di una propaganda ingannevole sul lavoro sicuro e le retribuzioni elevate, le condizioni di sfruttamento e di frustrazione che dovettero subire milioni di emigrati nel dopoguerra per carenza d’informazione, di formazione, di assistenza. L’Italia, o meglio, la politica era assente, non formava e non tutelava affatto il lavoro italiano all’estero. Il ricordo di Marcinelle e di altre numerose disgrazie rimane ancora oggi, nonostante i numerosi progressi compiuti, un monito per il governo italiano.
Berna, 3.8.2016

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