9 giugno 2010

6. Quarant’anni fa, 1970: svolta storica per l’immigrazione italiana in Svizzera


La votazione sull’iniziativa antistranieri di J. Schwarzenbach del 7 giugno 1970 ha segnato una svolta nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, grazie soprattutto ad una presa di coscienza della maggioranza del popolo svizzero non solo dell’esistenza di una forte componente straniera nella società, ma anche della necessità di un cambiamento nella politica migratoria svizzera. Nella popolazione straniera, soprattutto fra gli italiani, crebbe la consapevolezza che il mondo della migrazione stesse cambiando e richiedesse scelte fondamentali per il futuro.
Ovviamente questa presa di coscienza non è stata istantanea ma fu il risultato di un processo avviato alcuni anni prima del 1970 e che maturerà soltanto negli anni successivi. La data del 7 giugno 1970 non è tuttavia solo simbolica, ma rappresenta la certificazione democratica di un cambiamento di mentalità e della necessità di una svolta nella politica migratoria svizzera.
Presa di coscienza del popolo svizzero
La votazione sull’iniziativa antistranieri di J. Schwarzenbach del 7 giugno 1970 ha segnato nel popolo svizzero una svolta storica nel modo di considerare il mondo della migrazione. Se gli immigrati erano stati visti fino ad allora quasi esclusivamente come «braccia» per l’economia e generatori di «problemi» per la società benestante, le discussioni prima e dopo il 7 giugno misero in luce ch’essi erano soprattutto generatori di benessere e la loro nutrita presenza aveva una giustificazione.
Il fatto stesso che si sia recato alle urne il 74,7% degli aventi diritto di voto (allora solo uomini) esprime già una presa di coscienza della stragrande maggioranza del popolo svizzero sull’importanza della questione migratoria per la Svizzera. Respingendo l’iniziativa, ha voluto indicare non solo la contrarietà a soluzioni radicali e disumane come quella proposta da Schwarzenbach, ma che i problemi andavano affrontati tenendo conto degli interessi di tutti, svizzeri e stranieri.
Certamente, per garantire una convivenza meno conflittuale, gli immigrati dovevano rendersi conto che in Svizzera vigono delle regole e delle consuetudini che tutti devono rispettare, ma anche la società svizzera doveva fare di più. Agli immigrati che tanto contribuivano al benessere nazionale bisognava pur dare in cambio non solo una giusta paga ma anche condizioni di vita e di alloggio dignitose. Non si potevano far venire quando servivano e rimandarli al loro Paese quando non servivano più e non era dignitoso farli vivere in alloggi più simili a delle topaie che a vere e proprie abitazioni.
Si faceva strada la consapevolezza che con gli stranieri bisognasse trovare la maniera di convivere pacificamente. Dopotutto essi erano divenuti ormai colleghi di lavoro, utenti degli stessi mezzi di trasporto pubblico, spesso vicini di casa, frequentatori degli stessi supermercati e ristoranti, genitori dei compagni di scuola dei propri figli. Con queste persone si doveva trovare la maniera d’intendersi, di parlarsi, di collaborare.
Per soddisfare questa fondamentale esigenza, cominciarono a nascere agli inizi degli anni Settanta centri di contatto, gruppi misti svizzeri-stranieri, centri ricreativi comuni soprattutto per i bambini e i giovani. La paura dell’«inforestierimento» restava tuttavia ancora assai diffusa, com’erano diffusi numerosi pregiudizi nei confronti degli stranieri.
Verso una nuova politica migratoria
L’esito della votazione del 7 giugno fu interpretato dal Consiglio federale come una conferma della nuova politica migratoria già avviata in marzo dello stesso anno, che mirava alla riduzione e alla stabilizzazione della manodopera estera. A corroborare questa interpretazione intervenne anche la fiducia ottenuta dal sindacato e persino dallo stesso Schwarzenbach, sia pure a condizione che le misure decise a marzo dal governo venissero applicate con grande rigore.
Il Consiglio federale era deciso a proseguire la strada intrapresa, non certo per compiacere la destra, ma perché convinto fin dalla metà degli anni Sessanta dell’insostenibilità di una politica immigratoria basata essenzialmente sui bisogni dell’economia e sulla rotazione dei lavoratori immigrati. Era altresì convinto che parallelamente alla limitazione e alla stabilizzazione della manodopera estera occorresse facilitare l’integrazione o l’assimilazione, come si diceva allora, dei lavoratori immigrati.
Agli inizi degli anni Settanta, tuttavia, mancavano ancora gli strumenti giuridici (e forse anche la volontà politica) per agire di conseguenza. Occorre anche tener presente che l’intera materia era estremamente complessa e di non facile soluzione perché implicava il coinvolgimento non solo delle istituzioni politiche a livello federale, cantonale e locale, ma anche della popolazione svizzera e straniera. Si preferì la cosiddetta politica dei piccoli passi, che doveva iniziare con la riduzione e stabilizzazione degli stranieri, già di competenza del Consiglio federale, e lasciare l’integrazione come obiettivo a lungo termine.
Per farsi consigliare nella difficile materia, all’indomani della votazione sull’iniziativa Schwarzenbach, il Consiglio federale prese due importanti decisioni. Con la prima incaricò il Dipartimento federale di giustizia e polizia e il Dipartimento federale dell’economia di presentare un «Rapporto contenente misure per combattere il «problema dell’inforestierimento». Con la seconda decise di istituire una commissione consultiva di esperti, la Commissione federale degli stranieri (CFS), per fornire all’autorità politica pareri e suggerimenti su tutte le questioni legate alla presenza di cittadini stranieri in Svizzera nell’ambito sociale, economico, culturale, politico, giuridico, ecc. allo scopo di predisporre strumenti adeguati per promuovere l’integrazione sociale degli stranieri.
Purtroppo, solo nel giugno 1996 la CFS riuscirà a elaborare un «Abbozzo per un concetto d’integrazione» e solo nel 2000 un testo più elaborato su «L’integrazione dei migranti in Svizzera: fatti, settori d’attività, postulati». In numerosi interventi, tuttavia, il Consiglio federale ribadiva che l’integrazione degli stranieri rientrava nelle priorità della politica federale nei confronti degli stranieri. Gli ostacoli dovettero essere evidentemente molti.
Verso una nuova presa di coscienza degli immigrati italiani
Subito dopo la votazione del 7 giugno, un misto di sollievo per lo scampato pericolo e di sconforto per il numero così elevato di svizzeri che avevano votato a favore dell’iniziativa invase gli animi degli italiani. Fu probabilmente in quei momenti che molti presero la decisione di rientrare quanto prima in patria nella convinzione che il clima sociale in questo Paese fosse diventato irrespirabile e nella speranza di riuscire a trovare un posto di lavoro dipendente o autonomo in Italia, dove l’economia, pur avendo esaurito il dinamismo del boom del decennio precedente, continuava ad essere vivace e ad attirare persino immigrati stranieri.
La maggioranza degli italiani decise tuttavia di restare, anche se con motivazioni diverse. Alcuni (una netta minoranza) perché già integrati e con figli già inseriti nella scuola locale, altri perché avevano pianificato una permanenza più lunga in Svizzera o perché convinti che soprattutto nel Mezzogiorno non esistessero nemmeno le premesse per uno sviluppo economico e altri ancora per i motivi più disparati, spesso di carattere familiare (matrimoni misti, integrazione della seconda generazione, ecc.). Per tutti, comunque, il dopo-Schwarzenbach fu un motivo di riflessione e di discussione.
Se si esclude la minoranza ormai integrata professionalmente e socialmente (costituita soprattutto da immigrati provenienti dal Nord Italia nei primi anni del dopoguerra), la maggioranza degli italiani che avevano scelto di restare, almeno per il momento, fu presa inizialmente da un forte sentimento di «autodifesa» nei confronti di una società ritenuta genericamente poco accogliente se non addirittura ostile. Fu in quegli anni che si sviluppò una serie impressionante di organizzazioni di ogni tipo, soprattutto in funzione rivendicativa (nei confronti dell’Italia) e di tutela (nei confronti della Svizzera).
Una minoranza di italiani, tuttavia, capì immediatamente che la storia dell’immigrazione stava cambiando e bisognava creare le premesse per una buona integrazione almeno delle seconde generazioni.
Discussioni e scelte fondamentali
Tra le due componenti si aprì una stagione di vivaci discussioni. Tra le più accese si possono ricordare quelle sulla scolarizzazione dei bambini italiani. Se il rientro in patria dei genitori non era ancora deciso o immediato, tanto valeva, dicevano in molti, che i bambini frequentassero la scuola pubblica. L’influente Federazione delle colonie libere italiane aveva fatto questa scelta già nel suo congresso del 1967. Di fatto molte scuole private italiane vennero chiuse e si cercò d’integrare i corsi di lingua e cultura italiane nell’orario scolastico svizzero.
Oltre al tema della scuola venne molto dibattuto quello della formazione professionale. Gran parte degli immigrati arrivati in Svizzera negli anni Sessanta non avevano avuto alcuna preparazione. Appariva dunque fondamentale, per coloro che intendevano restare e integrarsi, apprendere correttamente non solo la lingua del posto ma anche una professione o qualificarsi in quella che praticavano come aiutanti o manovali. In quel decennio fiorirono numerose attività indirizzate a questo scopo, spesso organizzate da associazioni di immigrati e sostenute sia dalle autorità italiane che da quelle svizzere e dai sindacati. L’Italia, impossibilitata a far fronte a un eventuale massiccio rientro di lavoratori emigrati, vedeva di buon occhio ogni iniziativa volta a creare migliori condizioni agli italiani residenti in Svizzera.
Un altro tema caldo di discussione di quel periodo riguardava la naturalizzazione. Per molti, «comprarsi» la cittadinanza svizzera appariva un tradimento di quella italiana, per altri era la conclusione logica di un processo, utile soprattutto a coloro che erano nati e cresciuti in questo Paese. Fino al 1970 solo una volta il numero delle naturalizzazioni aveva superato di poco la soglia di 2000. Dal 1970 il loro numero andò crescendo, dapprima timidamente poi fortemente fino a raggiungere nel 1977 il record di 5434 naturalizzazioni, che resisterà per oltre vent’anni.
Per una valutazione globale di quel periodo ci vorrebbe ben più spazio di quello disponibile. Il 1970 ha rappresentato sicuramente per l’immigrazione italiana una svolta fondamentale. Negli anni immediatamente successivi una parte di italiani ha ritenuto ormai conclusa la propria esperienza migratoria, mentre la maggioranza di essi ha scelto di restare. E’ stata per tutti una scelta giusta? Solo gli interessati possono dare una risposta. Oggettivamente si deve però affermare che la collettività italiana è tra le meglio integrate in Svizzera. (Fine).
(Gli altri articoli di questa serie sono apparsi il 10.3., il 7.4., il 28.4., il 5.5. e il 2.6.2010)
Giovanni Longu
Berna, 9.6.2010

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