10 maggio 2017

Italiani in Svizzera: 15. Bambini «clandestini», una brutta storia



Gli italiani immigrati in Svizzera nel dopoguerra per motivi di lavoro non erano «clandestini», anche se molti erano entrati aggirando alcune disposizioni burocratiche italiane (cfr. L’ECO del 3.5.2017). Negli anni ’50 e ‘60 la collettività italiana immigrata registrò un aumento straordinario, non solo grazie ai nuovi immigrati, ma anche ai ricongiungimenti familiari (facilitati dopo l’accordo italo-svizzero del 1964) e a un forte incremento naturale. Quest’ultimo, in particolare, non previsto né dalla politica svizzera né da quella italiana, cominciò a creare non pochi problemi a partire dalla fine degli anni ’60. Uno dei più delicati riguardava i «bambini clandestini», figli di immigrati non ancora stabilizzati e non autorizzati a tenere con sé figli minorenni.

La situazione di partenza
Si è detto e scritto molto su questo argomento, analizzato dal punto di vista quantitativo e soprattutto qualitativo, dando luogo inevitabilmente a opinioni differenti, opinioni, si badi bene, e non certezze. Sui (presunti) «clandestini», infatti, è ovviamente impossibile disporre di numeri certi e, trattandosi di situazioni complesse che dipendevano da decisioni politiche in un Paese con sensibilità anche giuridiche diverse, è normale che anche le valutazioni siano differenti a seconda dei punti di partenza ideologici, politici e valoriali. Di assolutamente certo c’è solo che si è fatto male, qualche volta molto male, a bambini assolutamente innocenti e non adeguatamente protetti dalla politica, ma soprattutto dai loro genitori. Per analizzare il fenomeno oggettivamente conviene partire da alcuni fatti.
Nel dopoguerra, l’ondata di immigrati italiani (stagionali e annuali) che trovavano in Svizzera la soluzione ai loro problemi suscitava grandi speranze in molti connazionali desiderosi anch’essi di trovare un lavoro sicuro e ben pagato. Il miraggio delle retribuzioni alte praticate in questo Paese nel periodo dell’alta congiuntura e la facilità di trovar lavoro riuscivano persino a far dimenticare o a minimizzare negli interessati i rischi e le difficoltà dell’impatto con un mondo in gran parte sconosciuto e impenetrabile.
Per decenni, per esempio, la preparazione culturale e linguistica dei nuovi emigranti fu completamente trascurata dalle autorità predisposte alla gestione dell’emigrazione. Sotto questo aspetto la condizione di questi migranti era persino peggiore di quella degli emigranti dell’Ottocento-inizio Novecento, che bene o male disponevano di opuscoli informativi tipo «vademecum dell’emigrante», piccoli dizionari bilingui di sopravvivenza, indirizzi di riferimento.
Anche la conoscenza della legislazione quadro (legge sugli stranieri, permessi di soggiorno, diritti e doveri degli immigrati, ecc.) era carente, specialmente in coloro che non seguivano la procedura regolare del reclutamento. Ciò che interessava maggiormente agli emigranti di allora era il lavoro, la paga, il risparmio, meno i rischi sul lavoro (la prevenzione), l’alloggio, il vitto, i contatti sociali e un minimo d’integrazione.
Questa situazione, molto comune tra le persone celibi o nubili, ossia nella maggior parte dei primi immigrati, cominciò a creare seri problemi negli anni ’60 tra gli immigrati sposati con figli, per una ragione molto semplice: la politica immigratoria svizzera di allora e gli stessi accordi bilaterali italo-svizzeri d’immigrazione non prevedevano che gli stagionali, e per un certo tempo anche gli annuali, potessero portare con sé i figli minorenni. Non si trattava quindi di una lacuna legislativa o contrattuale, ma di una politica voluta espressamente in applicazione della legge sugli stranieri del 1931 e finalizzata ad impedire, per quanto possibile, il temuto inforestierimento.

Quando nasce il problema
Allo Stato non interessava propriamente se un lavoratore e una lavoratrice fossero sposati e convivessero, se avessero figli oppure no. Importava invece che entrambi lavorassero e non avessero in Svizzera figli a cui dover provvedere. Si riteneva infatti che durante la settimana nessuno dei due genitori avrebbe avuto il tempo sufficiente per dedicarsi convenientemente ai figli. Inoltre, difficilmente due stagionali avrebbero potuto permettersi un’abitazione dignitosa per alloggiare sé stessi e i loro figli e pagare la pigione per un intero anno anche se nei mesi invernali dovevano rientrare in patria. Per questo, molte autorità cantonali a cui competevano le autorizzazioni erano inflessibili.
Di fronte a questa intransigenza della legislazione e della politica svizzere, ci furono stagionali e annuali che, sfidando i regolamenti e le disposizioni della polizia degli stranieri, trattenevano con sé «clandestinamente» i propri figli, affidandone la custodia a terze persone (quando era possibile) o rinchiudendoli in casa sperando che le autorità non ne venissero a conoscenza (solitamente a seguito di denuncia). Se scoperti sarebbe stata inevitabile l’espulsione e spesso anche l’interdizione a rientrare in Svizzera per qualche anno. Nacque così il problema dei bambini cosiddetti «clandestini», perché non dichiarati alle autorità competenti.

Verso la metà degli anni ’50, quando il problema dei ricongiungimenti familiari non era ancora acuto, le autorità cantonali svizzere furono invitate dalla Confederazione a non essere troppo severe e a tener conto di «ragioni di umanità» nel trattamento delle richieste. Da allora, con l’incremento dell’immigrazione, il fenomeno è andato diffondendosi e acuendosi, tanto da diventare tema di discussione durante la trattativa italo-svizzera per il nuovo accordo sull’immigrazione (1964) e sempre più nell’opinione pubblica.
Con l’accordo del 1964 le condizioni e i termini per i ricongiungimenti familiari furono tuttavia resi meno gravosi per gli immigrati italiani, ma per alcuni di essi ritenevano insopportabile restare mesi e mesi senza vedere i propri familiari.

Negli anni ’70 il problema divenne politico
Dal film di A. Bizzarri "Lo Stagionale"
Nel 1971, nel periodo della massima intensità d’impiego di lavoratori stagionali, il tema dello «stagionale» e dei loro figli divenne oggetto di un commovente film dell’emigrato-regista Alvaro Bizzarri, «Lo stagionale». Ma a sollevare il problema nell’opinione pubblica fu soprattutto l'inchiesta del 1971 della giornalista romanda Anne-Marie Jaccard dedicata ai «bambini dell'ombra», diecimila «piccoli stranieri», figli di stagionali e annuali italiani e spagnoli introdotti in Svizzera «clandestinamente», una situazione «scandalosa».
«Diecimila bambini clandestini in Svizzera?» s’interrogava un giornale di San Gallo nel 1972, ritenendo la cifra esagerata. Lo stesso anno, al consigliere nazionale socialista Fritz Waldner, che interpellava il governo a proposito di questi «diecimila bambini in età scolastica che non vanno a scuola», il Consiglio federale rispose anzitutto che riteneva quella cifra esagerata e che se un bambino non va a scuola è solo perché i genitori lo sottraggono al controllo delle autorità. Fornì anche la seguente interpretazione del fenomeno: probabilmente si trattava di figli di immigrati che lavoravano da molti anni in Svizzera gran parte dell’anno, ossia «falsi stagionali». Il Consiglio federale aveva già provveduto l’anno precedente a trasformare 8000 permessi stagionali in permessi annuali e rendere così possibile il ricongiungimento familiare.
La risposta del Consiglio federale appare in verità solo in parte plausibile: se ammetteva che la situazione era divenuta insostenibile anche per lo stesso governo, è lecito chiedersi perché, avendone gli strumenti, non ha esercitato anche prima la vigilanza sulla reale durata dei permessi stagionali e soprattutto perché non ha provveduto subito a trasformare i permessi dei «falsi stagionali» in permessi annuali, consentendo così i ricongiungimenti familiari.

Le responsabilità
Ciononostante, la cifra iniziale di diecimila bambini «clandestini» è stata ripetuta per molti anni acriticamente da quasi tutti coloro che si sono occupati del fenomeno, pur sapendo che non è verificabile in alcun modo, soprattutto se non si specifica a che data o a quale periodo si riferisce e la durata della «clandestinità», se pochi mesi o anni.
Non è certo un contributo alla verità l’affermazione di Gian Antonio Stella: «è la storia di migliaia di bambini nascosti in casa dai genitori che non avevano il diritto, secondo le rigidissime leggi svizzere, di portare la famiglia a Berna o a Ginevra. Piccoli fatti entrare di straforo e costretti a vivere come Anna Frank. Sepolti vivi, per anni, in un appartamento di periferia. Senza poter ridere, giocare, piangere. Senza poter uscire, andare ai giardini, farsi qualche amichetto». Naturalmente Stella non si è mai chiesto se le informazioni in suo possesso fossero sufficienti e attendibili. Gli è bastata una fonte, Marina Frigerio: «erano trentamila quei nostri bambini nascosti, secondo la Frigerio, verso la metà degli anni Settanta…».
Ha scritto anni fa il giornalista Daniele Mariani che da alcuni racconti di bambini costretti a vivere nascosti emergono «le pagine più buie della storia dell’emigrazione italiana in Svizzera». Non so se sono state le più buie, certamente sono tra le più toccanti e le più tristi, perché fanno emergere molti lati oscuri dell’emigrazione/immigrazione italiana in Svizzera.
A questo punto è forse inutile soffermarsi oggi sul numero dei casi e sulle responsabilità di allora, ma ritengo che sia lecito parlare di una complicità diffusa fra tutti i responsabili dell’emigrazione, dell’immigrazione e dei genitori interessati. Ognuno avrà avuto sicuramente delle attenuanti, ma non c’è dubbio che nessuna di queste entità ha messo chiaramente e decisamente al primo posto l’interesse del bambino, della sua crescita, della sua formazione, della sua felicità in una condizione «normale». (Segue)
Giovanni Longu
Berna, 10.5.2017

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