8 novembre 2016

L’italiano in Svizzera, oggi (seconda parte)



Si è visto nell’articolo precedente che lo stato di salute dell’italiano in Svizzera è incerto e che per stabilizzarlo e possibilmente migliorarlo la Confederazione da sola non può fare molto. I Cantoni possono fare di più? E lo Stato italiano fa abbastanza? I corsi di lingua e cultura rispondono ancora agli stessi bisogni delle origini? E gli italofoni sono sufficientemente attivi nella valorizzazione dell’italiano? Provo a rispondere a questi interrogativi non certo facili.

La responsabilità dei Cantoni
I Cantoni sono i principali responsabili della politica linguistica sul territorio. La Costituzione federale su questo punto è chiara: «I Cantoni designano le loro lingue ufficiali» (art. 70, cpv. 2 Cost.). All’interno del loro territorio, sono dunque i Cantoni che decidono quali lingue insegnare e promuovere, ma le loro decisioni non possono essere arbitrarie. Per esempio, sono tenuti a «garantire la pace linguistica», a «rispettare la composizione linguistica tradizionale delle regioni», a prendere in considerazione «le minoranze linguistiche autoctone».
Un altro aspetto di cui i Cantoni devono tener conto nella loro politica linguistica concerne il plurilinguismo, considerato dalla Confederazione un bene primario per l’insieme della Svizzera e quindi anche dei Cantoni. Nella prescrizione: «la Confederazione e i Cantoni promuovono la comprensione e gli scambi tra le comunità linguistiche» (art. 70, cpv. 3 Cost.) l’obbligo di promuovere non riguarda solo la Confederazione ma anche i Cantoni. Nel linguaggio giuridico il presente indicativo (promuovono) equivale a un imperativo, pertanto anche i Cantoni «devono promuovere» lo sviluppo delle lingue nazionali a livello cantonale.
Quest’obbligo comune è esplicitato nella legge federale sulle lingue. Dopo aver indicato gli obiettivi («a. rafforzare il quadrilinguismo quale elemento essenziale della Svizzera; b. consolidare la coesione interna del Paese; c. promuovere il plurilinguismo individuale e il plurilinguismo istituzionale nell'uso delle lingue nazionali; d. salvaguardare e promuovere il romancio e l'italiano in quanto lingue nazionali»), la legge precisa che «nell'adempimento dei suoi compiti di politica linguistica e della comprensione tra le comunità linguistiche, la Confederazione collabora con i Cantoni» (art. 2 e 3, cpv. 2 LLing). Ciò significa, secondo il principio di sussidiarietà, che la Confederazione non agisce per conto proprio, ma in collaborazione con i Cantoni intesi quali attori principali.

I Cantoni possono e devono fare di più
Sotto questo profilo, i Cantoni fanno abbastanza? Ritengo di no, anche se ci sono eccezioni. Pertanto, nei confronti dei Cantoni meno sensibili e meno attivi, non solo la Confederazione, ma anche le numerose istituzioni interessate dovrebbero essere più attive ed esigenti. Mi riferisco in particolare al Gruppo interparlamentare «Italianità», agli organi istituzionali del Cantone Ticino, alla Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione, al Forum Helveticum, all’associazione «Coscienza Svizzera» e naturalmente anche alle rappresentanze diplomatiche e consolari italiane in Svizzera.
Quanto alle istituzioni ticinesi credo che non abbiano più alibi. L’articolo costituzione sulle lingue ricorda infatti che la Confederazione «sostiene [con aiuti finanziari]i provvedimenti dei Cantoni dei Grigioni e del Ticino volti a conservare e promuovere le lingue romancia e italiana» (art. 70, cpv. 5 Cost) lasciando intendere che tali provvedimenti possono e, a mio parere «devono», superare i limiti cantonali. Del resto anche la legge federale sulle lingue sembra suggerire questa interpretazione (cfr. in particolare gli artt. 1 e 22 LLing), nello spirito di un sano e legittimo superamento del principio della territorialità della lingua.
Mi sembra evidente, a questo punto, che solo se i Cantoni attueranno una politica linguistica aperta e favorevole al plurilinguismo, l’italiano continuerà ad essere lingua a diffusione nazionale e contribuirà a rafforzare il marchio svizzero di Paese plurilingue e rispettoso delle minoranze linguistiche. Per questo è necessario e urgente che tutti i Cantoni siano stimolati, motivati e spinti a sostenere i desideri degli italofoni, ma anche di numerosi francofoni e tedescofoni, di frequentare corsi d’italiano, fin dalle scuole dell’obbligo, di approfondire le conoscenze d’italiano, di organizzare eventi e quant’altro miranti a valorizzare la lingua italiana, ecc.

Contributo dell’Italia
Quanto all’apporto che le rappresentanze diplomatiche e consolari italiane in Svizzera possono fornire per valorizzare a livello nazionale il patrimonio di lingua e di cultura che milioni di italiani hanno contribuito ad accumulare in questo Paese, ritengo opportuna una riflessione partendo dal passato e guardando al futuro. Essa è tanto più necessaria e urgente perché quel patrimonio è andato in parte già perso e rischia di assottigliarsi sempre più, anche se resterà la memoria storica affidata ai libri, alle fotografie, ai filmati e ad alcuni manufatti prestigiosi.
So che il contributo dello Stato italiano per la valorizzazione di tale patrimonio è stato ingente, ma finora era soprattutto legato all’immigrazione. Ora che questo fenomeno da alcuni decenni non esiste più, almeno nelle proporzioni conosciute fino ai primi anni Settanta del secolo scorso, secondo me l’ottica degli interventi andrebbe modificata.
Nei primi decenni del dopoguerra era giusto che gli sforzi (finanziari) dell’Italia fossero destinati prevalentemente a sostenere le iniziative scolastiche, di assistenza scolastica e di formazione e perfezionamento professionali dei lavoratori italiani e dei loro figli. Ma ora che i grandi flussi immigratori dall’Italia sono cessati e che il quadro di riferimento giuridico e ambientale degli italiani residenti in Svizzera è mutato, è ancora il caso che l’Italia continui a sostenere in misura altrettanto predominante le stesse iniziative?
Fino al 1971 gli interventi dello Stato in materia di assistenza scolastica ai figli degli immigrati italiani all’estero si basavano su un decreto regio del 1940. Negli anni Sessanta, il crescere della popolazione italiana immigrata e il moltiplicarsi delle iniziative scolastiche per i bambini italiani, soprattutto nella prospettiva di un prossimo rientro in patria, resero necessaria una nuova base legale (legge 153 del 1971) per definire meglio, nella struttura e nei fini, gli interventi dello Stato nelle materie indicate. 

Inserimento dei corsi di lingua e cultura nella scuola svizzera
Nel 1967, quando fu presentato al Senato il relativo disegno di legge («Iniziative scolastiche, di assistenza scolastica e di formazione e perfezionamento professionali da attuare all’estero a favore dei lavoratori italiani e loro familiari emigrati»), un punto qualificante della discussione riguardò le modalità dell’attuazione dei corsi. Soprattutto i senatori del gruppo comunista sottolinearono che ciò dovesse avvenire «in linea principale» attraverso accordi con gli Stati interessati, «perché l'insegnamento stesso avvenga con l'inserimento della nostra lingua nelle scuole dei Paesi di residenza degli emigrati [grassetto mio]. Ove per determinate ragioni ciò non si rendesse possibile, occorre istituire corsi di lingua, diretti e gestiti dagli organi periferici del Ministero degli esteri, in accordo col Ministero dell'istruzione».
L’«inserimento della nostra lingua nelle scuole dei Paesi degli emigrati», dunque anche in Svizzera, non era solo una richiesta del Partito comunista di allora, ma anche un auspicio del governo, come dichiarò nel 1968 il Sottosegretario agli Esteri senatore Oliva in una riunione a Basilea con tutti i dirigenti e insegnanti addetti all’istruzione ed alle varie forme di assistenza scolastica per i figli dei lavoratori italiani in Svizzera.
Purtroppo tale auspicio non è stato recepito né nella legge 153 del 1971 né nel più recente decreto legislativo n. 297 del 1994 e i corsi di lingua e cultura vengono ancora attuati come interventi autonomi dello Stato italiano. Il problema tuttavia resta e mi chiedo: è davvero impossibile inserire i corsi di lingua italiana nell’offerta svizzera? Non «nell’orario scolastico», come auspicava recentemente l’ambasciatore d’Italia Marco Del Panta, ma nell’offerta generale della scuola svizzera, almeno nei Cantoni e nei Comuni dove la presenza di italiani e italofoni è significativa.
Se in riferimento alla Svizzera l’impegno dell’Italia è, come si legge nel sito dell’Ambasciata, «quello di destare continuamente l’attenzione affinché la lingua italiana abbia lo spazio che le compete», non vedo intervento più efficace di quello di cercare con ogni mezzo, non escluso quello finanziario, l’inserimento di corsi d’italiano nei programmi scolastici svizzeri (e non solo nell’orario scolastico). Credo che la via del compromesso, eventualmente sotto forma di cogestione, cofinanziamento o altro, sia possibile e pertanto da tentare.

Il contributo degli italofoni
Mi sembra evidente, tuttavia, che una delle condizioni indispensabili per il raggiungimento di qualsiasi traguardo auspicato e auspicabile, sia il supporto convinto degli italofoni. Per smuovere la politica, motivare i Cantoni, spingere ad agire le rappresentanze diplomatiche e consolari italiane, è indispensabile che a monte ci sia una sostenuta mobilitazione e conseguente pressione degli italofoni, degli amanti della lingua e della cultura italiana, degli insegnanti d’italiano ad ogni livello, dei media in lingua italiana, delle associazioni, di tutti gli interessati al rispetto, alla pratica, alla diffusione e alla valorizzazione della lingua e della cultura italiane. Insieme, tutti questi protagonisti potrebbero creare una massa critica tale da rendere possibile almeno in parte quel che al momento è solo auspicabile.(Fine)
Giovanni Longu
Berna, 8.11.2016