4 luglio 2016

Brexit: disfatta o opportunità?


Qualche giorno fa, conversando con amici, mi è stato chiesto se ritenessi giusta o sbagliata la Brexit, l’uscita della Gran Bretagna (GB) dall’Unione europea (UE). Ho risposto che se la decisione della maggioranza dei cittadini britannici sia stata giusta o sbagliata non lo stabiliscono i media o gli opinionisti e nemmeno i burocrati di Bruxelles (come hanno tentato di fare), ma gli stessi britannici tra qualche mese o anno. Ritengo sbagliato in partenza chiedersi se una decisione popolare presa democraticamente e legittimamente sia giusta o sbagliata. Non esiste infatti altro giudice esterno a un popolo sovrano che possa giudicare la «giustezza» delle sue decisioni. Essendo un convinto sostenitore della democrazia diretta, ritengo pertanto non solo che la scelta fatta dai britannici vada accettata e rispettata, ma che sia anche da ritenersi per principio giusta, fin quando gli stessi cittadini britannici non la considereranno sbagliata.



La Brexit non è una disfatta, ma un’opportunità
Ciò premesso, credo come molti che la Brexit avrà conseguenze serie sia per la Gran Bretagna (GB) che per l’Unione europea (UE), ma a differenza di quanti preconizzano conseguenze catastrofiche, soprattutto per la prima, non la ritengo una disfatta, anzi penso che potrà avere ripercussioni positive sia per la GB che per l’UE. E’ impensabile infatti che i britannici non faranno d’ora in poi più attenzione a tutto ciò che accadrà in campo economico, politico, sociale, finanziario, ecc. Mi immagino anche una crescita della maturità civile e del senso di responsabilità civico dell’intero popolo britannico. Penso inoltre che in futuro userà maggiore circospezione quando il referendum risulterà non un’emanazione dei diritti popolari ma una richiesta del governo per scopi poco trasparenti.
Anche per l’UE i benefici potrebbero essere molti a condizione anzitutto che i vertici delle istituzioni comunitarie si rendano conto che l’esempio della GB potrebbe essere seguito da altri Paesi, se non si interviene subito per rinsaldare i vincoli dell’Unione. Dovrebbero inoltre rendersi conto che ai cittadini europei l’UE piace sempre meno e pertanto dovrebbero prestare più attenzione alle richieste provenienti dal basso di maggiore vicinanza, trasparenza e democrazia. I cittadini vogliono un’Europa attenta, più che alla salute delle banche e all’andamento delle borse, al benessere dei cittadini, alla sicurezza, all’occupazione giovanile, alla protezione sociale… Diversamente il malcontento tra i cittadini non potrà che continuare a crescere e la Brexit diverrà contagiosa.
Un’altra condizione è che l’UE progredisca vistosamente sulla strada dell’Unione preconizzata da insigni europeisti nella forma di «Stati Uniti d’Europa». Occorre che a Bruxelles si riprendano quanto prima le procedure per darsi tramite referendum una vera Costituzione dell’Unione da approvare a maggioranza degli Stati membri, ma vincolante anche per i Paesi che non l’approvassero e volessero continuare a restare nell’Unione. Nemmeno la Costituzione federale svizzera, nel 1848, fu approvata da tutti i Cantoni, ma tutti vi si sottomisero pur di restare nella Confederazione e in questo modo la Svizzera ha assicurato la propria sopravvivenza.
Il timore che la Brexit contagi altri Stati è pernicioso e destinato a indebolire ulteriormente l’UE. Bisogna superarlo e cogliere questa opportunità dando prova di una decisa volontà comune di cambiare ciò che non funziona secondo lo spirito dei Trattati di Roma (1957). Non si dovrebbe tuttavia aver paura dei referendum, persino sulla permanenza di uno Stato nell’Unione, quando essi sono espressione dei diritti popolari (che vanno regolati, ma non negati o eccessivamente limitati, come invece avviene in diversi Paesi europei, Italia compresa!).

Attenti ai referendum «impropri»!
I referendum da guardare con sospetto sono quelli voluti o condizionati per fini impropri, generalmente da un capo di governo, ad esempio per ottenere una sorta di consacrazione popolare del suo progetto politico, per l’adozione di un determinato modello di Stato o di governo e persino per stroncare l’opposizione. In questo modo non si aiuta la democrazia a crescere né all’interno di uno Stato né all’interno dell’Unione. L’esempio della Brexit (voluto da David Cameron per avere una conferma popolare della sua politica nei confronti dell’UE) dovrebbe far riflettere.
A tali condizioni, credo che l’uscita della Gran Bretagna dall’UE possa rappresentare un’opportunità da non perdere per riflettere sul destino stesso dell’UE e per incamminarsi decisamente, sia pure a tappe, verso la trasformazione dell’Unione in una Federazione di Stati. In Europa esistono diversi modelli di federazione, compresa la Confederazione Svizzera, tanto varrebbe studiarli attentamente, adottarne uno come base e adattarlo alle finalità e alle condizioni particolari del nuovo Stato federale.
L’importante è cominciare subito, altrimenti gli egoismi nazionali prenderanno definitivamente il sopravvento e condanneranno gli europei all’abbandono del sogno degli «Stati Uniti d’Europa» che fu già di Victor Hugo nel 1849 e poi ripreso in varie forme dai grandi europeisti del secolo scorso Altiero Spinelli, Winston Churcill, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Jean Monnet, Robert Schuman. Questo abbandono, che non può essere voluto da alcun referendum di emanazione popolare, rappresenterebbe la vera disfatta dell’Europa e di milioni di europei.
Giovanni Longu
Berna, 4.7.2016