2 settembre 2015

Stravolgimento di sensi (terza parte)


Lo stravolgimento dei significati (originali) di molte parole ed espressioni italiane mi sembra un buon indicatore della trasformazione in atto nella nostra società, non sempre in senso positivo. Ecco di seguito alcuni esempi.
Famiglia
Quando mia nonna o i miei genitori parlavano della famiglia non c’era alcuna possibilità di non cogliere il senso preciso di questo termine. Era infatti evidente di che cosa si stava parlando, anche perché nella realtà italiana di quei tempi la famiglia era cementata dal matrimonio, religioso o civile. Era anche quella che veniva indicata come «la cellula fondamentale della società» e che lo Stato italiano si è impegnato nella Costituzione a riconoscere e tutelare come «società naturale fondata sul matrimonio» (art. 29, comma 1). Quanto al matrimonio, era evidente ai deputati dell’Assemblea
Costituente che si trattava di un vincolo tra un uomo e una donna.
Nel frattempo il termine «famiglia» è divenuto polisemico, ossia portatore di più significati. Per esigenze statistiche l’Istituto di statistica italiano (Istat) ne ha dato questa definizione: «un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, dimoranti abitualmente nella stessa abitazione», ma «una famiglia può essere costituita anche da una sola persona». Già questa definizione si presta a molteplici interpretazioni in senso sociologico e a svariate forme di famiglia.
Se prima per costituire una famiglia era essenziale il vincolo del «matrimonio» tra un uomo e una donna, oggi per essere considerata famiglia, almeno in senso statistico, è sufficiente la convivenza sotto lo stesso tetto di «persone» legate da «vincoli affettivi» e persino vivere da single. E’ facile capire quanto sia difficile parlare della famiglia, ma anche quanta sia la confusione che sta generando la discussione «a ruota libera» sulle coppie di fatto, sulle famiglie monoparentali, sui matrimoni gay, sulle unioni civili, sulle adozioni, ecc.
A tutto ciò si aggiunge da qualche tempo il tentativo di introdurre anche in Italia la cosiddetta «ideologia del genere», che pur dichiarando di voler combattere la discriminazione sessuale (soprattutto nel confronto degli omosessuali), di fatto intende minimizzare le differenze legate al sesso soprattutto nell’educazione e nei comportamenti. In alcuni Paesi è persino scomparsa la voce «sesso» (sostituita dal termine inglese genere», in inglese gender) nei documenti anagrafici e nell’iscrizione dei figli non si chiede più di indicare il padre e la madre ma il genitore 1 e il genitore 2.
Mi fermo qui perché il tema oltre tutto diventa scottante (ma comunque da riprendere). Mi auguro tuttavia che la prossima discussione parlamentare italiana sulle unioni civili (che vanno sicuramente regolamentate) apporti un po’ di chiarezza sull’intera questione e ridia alle parole come famiglia e matrimonio il loro senso originario e autentico. Spero anche che il prossimo Sinodo sulla famiglia voluto da papa Francesco sappia infondere almeno nei cattolici fiducia incondizionata nell’istituto naturale e sociale della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.

Migrazione, migranti
Dai tempi biblici è noto il fenomeno della migrazione di singoli individui, gruppi o anche interi popoli. Per millenni è stato ritenuto normale. Oggi molti si meravigliano che esista ancora e lo considerano un fenomeno «anormale», da contenere, da limitare, da respingere. Quanti si rendono conto che per limitarlo basterebbe ristabilire nei Paesi da cui si fugge condizioni di pace dove c’è la guerra e opportunità di sviluppo dove c’è miseria? L’Occidente impiega risorse immense per bloccare gli arrivi dei «migranti» (adopero questo termine ormai di uso comune anche se a mio parere improprio), ben poco per accoglierli «dignitosamente», quasi niente per risolvere alla radice (guerra, corruzione e sottosviluppo) il fenomeno.

Migranti, stazione Tiburtina (Roma)
Non sono trascorsi molti decenni da quando i rappresentanti governativi italiani visitavano le comunità degli italiani emigrati all’estero dicendo loro che rappresentavano per l’Italia una «risorsa» (in senso generale e non solo per le rimesse finanziarie). Chi dice più che i nuovi migranti che giungono quotidianamente in Italia (e nel resto d’Europa) sono una risorsa? Sono visti per lo più come un problema, un’emergenza, addirittura un dramma. Eppure anch’essi cercano solo un po’ di felicità, come disse papa Francesco, e un rifugio, hanno anch’essi tanta voglia di lavorare e di guadagnarsi da vivere onestamente.
Ci si scandalizza che giungano così numerosi, senza nemmeno chiedersi perché fuggano come dei disperati dai loro Paesi. Gli europei sembrano aver perso la memoria di quando partivano in massa in cerca di fortuna. Solo dall’Italia, in un solo anno all’inizio del secolo scorso, lasciarono il Paese 870.000 persone. Non sempre erano accolti e trattati bene. La storia dell’immigrazione italiana in Svizzera (giusto per ricordare un Paese confinante) potrebbe fornire innumerevoli esempi di discriminazioni, maltrattamenti, marginalizzazioni.
Gli immigrati hanno saputo resistere, molti si sono fatti strada, sono divenuti cittadini di questo Paese e sono fieri della loro riuscita e del contributo che hanno dato al benessere del loro Paese d’origine e di questo Paese di accoglienza. Per l’Europa che si sente impreparata all’emergenza migranti basterebbe recuperare un po’ di memoria e non fare loro quel che ingiustamente è stato fatto spesso ai migranti europei. Anche di questi nuovi migranti si dovrà dire: sono (stati) una risorsa importante per la vecchia Europa un po’ in affanno.

Patria
Termine desueto, non solo perché i concetti di padre e madre sembrano affievolirsi, ma perché sembra venir meno il sentimento della relazione filiale tra cittadini e Stato. Chi sente ancora lo Stato come «padre» o come «madre»? Basta seguire un paio di trasmissioni alle televisioni italiane per rendersi conto della totale assenza non dico dell’amor patrio o di un minimo di orgoglio nazionale, ma anche solo del rispetto delle istituzioni, per non parlare del dovere della solidarietà sancito dalla Costituzione.
Lo Stato, osservato attraverso le sue istituzioni, è visto quasi esclusivamente come un intransigente esattore, spendaccione, incapace di estirpare la malavita, la corruzione e l’evasione fiscale, un giustiziere ingiusto perché debole coi forti e forte coi deboli. Il governo, incapace di risolvere i problemi reali dei cittadini, dei disoccupati, dei poveri, dei pensionati, dei giovani senza futuro, fa di tutto per scaricare le proprie responsabilità sull’Europa, sulle corporazioni, sulle sue stesse istituzioni, pubblica amministrazione in testa, o su alcune istituzioni dello Stato, come la riforma del Senato (inutile secondo me per come è stata impostata, senza tener conto delle particolarità territoriali). Roma «mafia capitale» non è purtroppo un brutto esempio isolato, ma un indicatore attendibile del livello di degrado presente in molte realtà istituzionali italiane.
Un tempo ci si rivolgeva allo Stato con rispetto e fiducia, oggi l’uno e l’altra sembrano scomparsi. Se prima gli si chiedeva forse troppo e gli si dava troppo poco, oggi lo Stato è soprattutto oggetto di critiche. Lo Stato, e qui intendo in particolare l’Italia, sta diventando sempre più «patrigno» o «matrigna».
Un po’ tutti ci dimentichiamo facilmente che «lo Stato siamo noi», come affermava Piero Calamandrei, che allo Stato si deve poter chiedere, ma si deve anche dare: diritti e doveri sono inscindibili. Già Aristotele, nel IV secolo avanti Cristo, osservava che i «cittadini» all’origine dovevano sapere in egual misura «comandare» e «obbedire». E l’osservazione più moderna di Rousseau (1712-1778), che vedeva nel popolo sia «il sovrano» che l’insieme dei «soggetti», è facile ritrovarla in diversi passaggi della Costituzione italiana. Purtroppo questa visione è in gran parte scomparsa, almeno nei convincimenti personali e collettivi, come anche l’amor patrio, riesumato di tanto in tanto in occasione di qualche rievocazione storica.

Scuola
Un tempo si diceva: a scuola si va per imparare. Lo diceva anche Don Lorenzo Milani nella famosa Lettera a una professoressa. Non c’era bisogno di aggiungere altro. Oggi invece persino il parlamento italiano è costretto a precisare in una legge approvata il 9 luglio scorso sulla «riforma della scuola» che essa è finalizzata alla «buona scuola», lasciando intendere, ben a ragione, che non lo sia.
Don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana
Peccato poi che in questa legge (per altro strana perché composta di un unico articolo e di ben 212 commi/paragrafi) non venga mai indicato in che cosa consista la «buona scuola», ma si esaurisca nella regolamentazione di aspetti gestionali (attorno alla figura cardine del «dirigente scolastico», una specie di plenipotenziario) senza toccare i fondamenti della scuola. Se si tratterà anche di una «buona riforma» lo si vedrà tra qualche anno ai test «PISA», sul numero dei laureati, sulla classifica internazionale degli atenei italiani, sul numero e sulla qualità dei brevetti, in una parola sulla competitività del sistema formativo italiano. Per il momento il dubbio è forte, perché non s’intravede affatto la riforma sostenibile degli obiettivi, dei metodi, della preparazione dei docenti della scuola di ogni ordine e grado. (Fine. I precedenti articoli sono stati pubblicati il 22.7.2015 e 5.8.2015).

Giovanni Longu
Berna, 2.9.2015