5 agosto 2015

Stravolgimento di sensi (seconda parte)


Tra le tante parole ed espressioni che negli ultimi tempi sono usate con un significato diverso e almeno in parte stravolto rispetto a quello originario, le tre seguenti mi appaiono particolarmente interessanti.

Competenza
In senso giuridico la competenza di una persona è il suo potere decisionale. In questo senso si parla di «autorità competente». Per il senso comune, tuttavia, la competenza è legata soprattutto alle conoscenze e alle capacità umane, organizzative e gestionali di una persona ritenuta «competente» (che sa, che conosce l’ambito in cui opera). Perciò si ritiene comunemente che una persona, per esempio ai vertici di una azienda pubblica o privata, debba avere non solo il potere, ma anche le capacità richieste dalla funzione che esercita.
Nella pubblica amministrazione, invece, la scelta di un dirigente spesso non avviene in base alle sue capacità, ma a convenienze ed equilibri politici e persino all'appartenenza a cerchie ristrette dell’autorità di nomina, secondo logiche compensative risalenti al Medioevo.
Ho sempre ritenuto deleteria la scelta dei dirigenti pubblici in base al colore politico piuttosto che alle loro capacità personali. In queste condizioni risulta infatti assai difficile esigere efficienza e responsabilità. Ritengo che, soprattutto nel pubblico, capacità e responsabilità personali siano caratteristiche imprescindibili. L’efficienza di uno Stato si misura più sulla qualità della sua amministrazione o burocrazia che sulla qualità della sua classe politica.

Democrazia
Tutti i dizionari importanti ricordano l’origine di questo termine, dal greco, col significato di «governo del popolo». Oggi, purtroppo, nemmeno in Svizzera dove vige ancora un residuo di «democrazia diretta» (perché il popolo più volte l’anno è chiamato a scegliere e a decidere) il termine è usato in maniera convinta. C’è sì molta fiducia nelle istituzioni – fatto raro ormai in numerosi Paesi occidentali – ma molti cittadini ritengono che la voce del popolo non sempre arriva chiara e forte nelle stanze del potere.
E in Italia? Lo stato della democrazia è sicuramente peggiore perché oltre alla mancanza di ascolto delle voci (spesso lamentose) del popolo manca quasi completamente la fiducia nelle istituzioni. Del resto, se l’esempio viene dall’alto, non si vede come si possa avere fiducia in un Parlamento dove deputati e senatori, dimentichi degli elettori che li hanno eletti, passano con estrema facilità da un gruppo (partito) all'altro e votano non senza vincolo di mandato (come vorrebbe la Costituzione), ma secondo la disciplina imposta dal partito.
Lo Stato, che dovrebbe essere l’espressione della democrazia, è visto sempre più dai cittadini come un’organizzazione a sé stante, spesso oppressiva ma soprattutto distante dagli interessi del popolo. Quale fiducia possono avere nello Stato i giovani senza lavoro, i disoccupati, le persone povere o a rischio di povertà, i piccoli imprenditori, i meridionali che si sentono sempre più abbandonati, ecc.? Se questa è democrazia…!

Unione europea
Quando nel 1957, con i Trattati di Roma, si decise la costituzione della Comunità economica europea (CEE), cominciò a diffondersi l’idea che il sogno bimillenario di un’Europa unita poteva diventare realtà. Poco più di un secolo prima, Victor Hugo, ispirandosi agli unici due modelli allora esistenti, gli Stati Uniti d’America e la Svizzera, aveva preconizzato per l’Europa che Stati originariamente sovrani e spesso in guerra tra loro si sarebbero confederati e avrebbero garantito ai propri cittadini una salda democrazia: «Giorno verrà in cui voi tutte, Nazioni del Continente, senza perdere le vostre qualità peculiari e la vostra gloriosa individualità, vi fonderete strettamente in una unità superiore e costituente la fraternità europea…».
Dopo quindici anni di esperienze positive, nel 1973 la CEE dei sei Stati fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) cominciò ad accogliere nuove adesioni (Danimarca, Irlanda e Gran Bretagna). Bastò tuttavia la crisi petrolifera del 1973 per mettere in evidenza la fragilità politica dell’istituzione comunitaria. Ciononostante, la CEE continuò ad ampliarsi fino a comprendere gli attuali 28 Stati membri, divenendo via via un mercato sempre più vasto con regole sempre più vincolanti.
Nel 1992, per dare un forte segnale del cambiamento che intendeva attuare successivamente, col Trattato di Maastricht la CEE decise di cambiare nome e di chiamarsi Unione europea (UE). Prima e dopo Maastricht la CEE/UE adeguò in una prospettiva unitaria i suoi principali organismi. Insomma sembrava che finalmente la politica orientata al bene comune dei cittadini avesse preso il sopravvento sul mercato e sugli interessi nazionali. Illusione!
La crisi greca ha messo in luce non solo la situazione deprecabile della Grecia, ma anche la profonda crisi dell’UE, che vede allontanarsi, verrebbe giusto da dire «alle calende greche» (!), la realizzazione del sogno di molte generazioni di una «unione» europea, rispettosa dei diritti dei cittadini e protesa al loro sviluppo in tutti i sensi. Gli egoismi nazionali sembrano prevalere e impedire quella cessione di sovranità (non necessariamente intera) indispensabile per costituire un vero Stato federale, gli Stati uniti d’Europa. In questa situazione l’euroscetticismo dilagante dovrebbe far riflettere. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 5.8.2015