11 marzo 2015

Difesa dell’italiano: come cogliere la sfida


Periodicamente la discussione sull'italiano in Svizzera dapprima si anima, poi si assopisce e per mesi è come se andasse in letargo. Adesso, come se sentisse l’avvicinarsi della primavera, comincia a rianimarsi. In queste ultime settimane (e non certo solo a causa della votazione dell’8 marzo scorso nel semicantone di Nidvaldo) diversi organi di stampa, la radio e la televisione hanno ripreso a fornire notizie sullo stato di salute del plurilinguismo e specialmente della lingua di Dante in questo Paese, dove da decenni ormai è data per gravemente malata, almeno nella Svizzera tedesca e francese.

Paesaggio linguistico svizzero (2000)
Finora le informazioni non facevano che attestare l’aggravarsi della malattia, ora invece segnalano anche qualche leggero miglioramento e soprattutto una maggiore consapevolezza da parte delle autorità federali sulla necessità e urgenza di rinforzare il plurilinguismo non solo nell'amministrazione federale ma anche nell'intero Paese. Nel complesso, tuttavia, le notizie non sono incoraggianti per il venir meno di alcune condizioni che avrebbero potuto rendere più efficaci i numerosi interventi oggi messi in atto da attori diversi in favore del plurilinguismo e dell’italiano. Anche la buona notizia sul miglioramento della situazione nell'amministrazione federale non basta, come si vedrà, a indurre all'ottimismo.

Miglioramenti nell'amministrazione federale
E’ comunque un fatto positivo che la Confederazione, di fronte al deterioramento del plurilinguismo costatato in questi ultimi decenni, abbia deciso d’intervenire cominciando col dare l’esempio al suo interno, nell'amministrazione federale. Resta naturalmente il rammarico che avrebbe dovuto intervenire prima e di propria iniziativa, mentre è stata praticamente costretta ad agire dopo le forti sollecitazioni soprattutto della Deputazione ticinese alle Camere federali, dell’intergruppo parlamentare «Italianità» e di associazioni a carattere nazionale come Helvetia Latina, Coscienza svizzera e il Forum per l’italiano.
Sta di fatto che oggi si assiste a una più equa rappresentanza delle comunità linguistiche tra il personale della Confederazione (con una buona progressione proprio degli italofoni), alla pubblicazione dei bandi di concorso anche in italiano, alla pubblicazione della maggior parte dei testi ufficiali e delle informazioni emananti dalle istituzioni federali anche in italiano, a una maggiore diffusione di un plurilinguismo attivo e passivo tra il personale della Confederazione a tutti i livelli.
Credo tuttavia che nemmeno nell’amministrazione federale si riuscirà mai a garantire un perfetto trilinguismo: l’italiano sarà sempre marginale. Anche se venisse raggiunto l’obiettivo indicato nell’Ordinanza sulle lingue (2010) del 7% (aggiornato in seguito al 6,5%-8,5%) della componente italofona, questa non costituirebbe in alcun modo una massa critica sufficiente per garantire un trilinguismo perfetto o anche solo per rendere effettivo il diritto degli italofoni all’uso dell’italiano come lingua di lavoro (come previsto dalla stessa ordinanza).

I tre pilastri vacillano
Ma fuori dell’amministrazione federale, in che stato si trova l’italiano? Non mi sembra purtroppo rassicurante. Fino a qualche decennio fa i tre pilastri su cui l’italiano poteva contare per la sua sopravvivenza era l’associazionismo degli immigrati italiani, i corsi di lingua e cultura che venivano organizzati per i loro figli e l’insegnamento dell’italiano nella scuola pubblica e all’università di molti Cantoni. Oggi questi tre pilastri sembrano vacillare.
L’associazionismo tradizionale sta scomparendo perché con l’esaurirsi dell’immigrazione del dopoguerra fino agli anni Settanta non è più in grado di rinnovarsi per poter interpretare i cambi di mentalità e di bisogni tipici delle nuove generazioni. I giovani di seconda e terza generazione non parlano più anche tra di loro l’italiano, figurarsi se hanno bisogno delle vecchie associazioni troppo legate al passato dei ricordi (spesso dei tempi peggiori) e al godimento della pensione. All’ordine del giorno dei loro incontri non vengono quasi mai tematizzati la nuova immigrazione, l’integrazione professionale, sociale e politica, i rapporti intergenerazionali, la valorizzazione della lingua italiana, ecc.
I corsi di lingua e cultura, il secondo pilastro, sembrano incontrare molti problemi, soprattutto finanziari (perché la revisione della spesa pubblica italiana, la cosiddetta spending review, non ha risparmiato nemmeno i corsi all’estero), ma anche e forse soprattutto, di carattere identitario (cosa sono, che funzione svolgono) e di prospettiva (ha ancora senso il loro carattere strettamente «italiano», nella gestione, nel finanziamento, nel controllo, nell’ottica di una sempre maggiore integrazione? Che prospettiva di sopravvivenza hanno?).
Il terzo pilastro, quello dell’insegnamento dell’italiano nella scuola pubblica e all’università, è da alcuni anni messo in grosse difficoltà dall’incertezza di numerosi Cantoni (competenti in materia d’insegnamento) su quale lingua «straniera» insegnare soprattutto nella scuola dell’obbligo. La concorrenza dell’inglese diviene sempre più insuperabile. Anche a livello universitario l’incoraggiamento all’uso dell’italiano (e più in generale delle lingue nazionali) è sempre più scarso, mentre trova influenti sostenitori (penso ai rettori dei due politecnici federali di Zurigo e di Losanna, al rettore dell’Università di Basilea e ad altri ancora) l’uso dell’inglese, soprattutto negli insegnamenti scientifici.

E’ possibile migliorare la situazione?
A ben vedere, realisticamente, questi tre pilastri su cui l’italianità al di fuori dell’amministrazione federale poteva contare solidamente si stanno rivelando fragili e insicuri. Le possibilità di un’inversione di tendenza sono scarse. Alcune associazioni, radicate da decenni nel tessuto migratorio italiano, potrebbero ancora rinnovarsi se oltre al gioco delle carte, alla festa annuale e a passatempi vari ampliassero la loro offerta all’organizzazione di conferenze, dibattiti, proiezioni, rappresentazioni teatrali, esposizioni, letture, visite guidate, escursioni, corsi ecc. Ma saranno davvero capaci di rinnovarsi?
Sui corsi ho già espresso in più occasioni la mia opinione: possono avere ancora senso e un futuro solo se integrati nell’offerta ordinaria delle istituzioni scolastiche svizzere e da queste gestite, eventualmente concordando una qualche forma di partenariato con le rappresentanze consolari italiane. Credo che l’Ambasciata dovrebbe farsi carico di un’aperta discussione in merito, nel contesto di un processo ormai irreversibile d’integrazione, in cui anche l’Italia avrebbe il suo tornaconto se venissero garantite all’italiano e all’italianità buone prospettive di sopravvivenza e perfino di sviluppo.
Circa l’insegnamento delle lingue nazionali nei Cantoni le difficoltà sono tante e complesse. Solo un accordo politico intercantonale potrebbe evitare che ciascun Cantone decida autonomamente senza tener conto del dettato costituzionale che impone di realizzare un’armonizzazione degli obiettivi nell'insegnamento delle lingue. E’ tuttavia possibile che la Confederazione finisca per esercitare la sua influenza garantita dalla Costituzione federale all’articolo sulle lingue (art. 70), ove si precisa che «la Confederazione e i Cantoni promuovono la comprensione e gli scambi tra le comunità linguistiche». Ma lo farà? E come reagiranno i Cantoni sovrani? Difficilmente invece interverrà nell'autonomia del sistema universitario per frenare l’utilizzazione crescente dell’inglese, anche perché si tratta ormai di una tendenza quasi planetaria.

Intervento politico, necessario ma insufficiente
Resta il fatto che se la politica svizzera non interverrà decisamente per riaffermare il principio del plurilinguismo (per esempio, privilegiando l’insegnamento delle lingue nazionali nelle scuole pubbliche) e non incoraggerà convintamente l’offerta di corsi d’italiano soprattutto nelle scuole dell’obbligo e nei licei, la coesione e l’identità nazionale rischieranno di indebolirsi ulteriormente.
Eveline Widmer-Schlumpf
E’ pertanto auspicabile che il plurilinguismo, uno degli emblemi più prestigiosi della Svizzera, e la salvaguardia dell’italiano e dell’italianità siano garantiti a livello politico, anche nell'ottica di un Paese che deve continuamente lottare per la sua compattezza e identità nazionale.
L’italiano in particolare si è dimostrato fin dal 1848 un fortissimo collante. Non per nulla l’italiano è ancorato saldamente nella Costituzione federale come lingua nazionale e lingua ufficiale. Ma non basta, dev'essere anche vissuto nella società e praticato a tutti i livelli. Una sfida difficile, ma che non andrebbe lasciata cadere. Oltretutto, come ha osservato recentemente la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf, chi conosce almeno due lingue, segnatamente all'interno di una impresa, ha un grande vantaggio anche economico.

Il contributo di tutti
Alla domanda se sia ancora possibile migliorare la situazione, la risposta non può essere che affermativa, ma a una condizione, che ciascuno faccia la sua parte: la politica, la Confederazione, le associazioni, gli italofoni. Senza il contributo di tutti l’impresa appare disperata. In questo momento vorrei sottolineare in particolare il necessario contributo delle istituzioni italiane, in primis dell’Ambasciata e dei consolati italiani.
E’ triste, per me, costatare che quasi sempre nei resoconti dei media e nelle discussioni su questa problematica è quasi sempre assente il punto di vista «italiano». Eppure proprio l’Italia dovrebbe avere tutto l’interesse a salvaguardare l’italianità della Svizzera, per i fortissimi legami storici, linguistici, culturali, turistici, commerciali tra i due Paesi confinanti. Basterebbe qui ricordare che l’Italia è per la Svizzera il secondo partner commerciale dopo la Germania e uno dei principali partner in molti altri campi.
Oltretutto l’italianità è un patrimonio costruito con la partecipazione tutt’altro che irrilevante di milioni di immigrati italiani, che andrebbe preservato e valorizzato. Come può l’Italia, a caccia di miliardi provenienti dalla Svizzera, dimenticarsi di questo ben più importante capitale storico e culturale? E come può la rappresentanza diplomatica italiana in Berna non farsi promotrice di interventi coordinati e duraturi per la valorizzazione di questo patrimonio di cui andar legittimamente fieri?

Giovanni Longu
Berna, 11.03.2015

8 marzo 2015

Festa della donna 2015


Non solo mimose, chiedono oggi le donne. Giustissimo. E nemmeno che si ripeta come un ritornello che le donne lavorano come gli uomini ma sono sottopagate e che nella carriera sono spesso discriminate. Hanno ragione. Bisogna superare la dimensione economico-sindacale. Esse chiedono soprattutto di essere riconosciute e rispettate come donne. Infatti, le donne sono donne anche quando non lavorano, non siedono nei consigli di amministrazione, non stanno tutto il giorno fuori casa per contribuire al reddito familiare.
Non va inoltre dimenticato che le donne «lavorano» anche quando non portano a casa un salario e anche se la nostra società tecnologicamente avanzata non è ancora riuscita a contabilizzare correttamente il volontariato, la cura della casa, l’educazione dei figli, l’assistenza ai malati. Spesso si tratta anche di un lavoro faticoso, delicato, complesso. Inoltre, amministrare una casa è talvolta più difficile della gestione di un’azienda e far quadrare i conti quando le risorse sono poche richiede spesso molta più abilità di quanta ne è richiesta a un contabile aziendale.
Potrei continuare, ma sarebbero forse proprio le donne a bloccarmi chiedendomi: e allora perché ci sono ancora tante differenze nella società, tante discriminazioni, tante ingiustizie…? E non saprei rispondere. Forse sta anche alle donne far capire agli uomini che molte differenze e discriminazioni sociali e professionali sono ingiustificate perché solo frutto di sovrastrutture mentali arbitrarie, comodi pregiudizi, complessi di superiorità inconfessabili, un’ancestrale volontà di dominio.
Solo quando saranno abbattute tutte queste barriere mentali e sociali si capirà che uomini e donne sono complementari nelle funzioni, ma sostanzialmente uguali, cioè di pari valore, persone e basta. E «persona» non ha genere, è maschio e femmina. Allora, forse, non ci sarà più bisogno di dedicare una giornata speciale alle donne, ma si potrà celebrare tutti insieme il valore assoluto della «persona umana», creata, per chi ci crede, nientemeno che a immagine di Dio. Speriamo. Intanto, BUONA FESTA
DELLA DONNA!

Giovanni Longu
Berna, 8 marzo 2015