4 novembre 2015

Capire la Svizzera: 5. Libertà e paura

 

Nella storia della Svizzera, forse più che in molti altri Paesi europei, libertà e paura sembrano convivere in un rapporto singolare: dapprima la libertà vista come ideale da raggiungere supera ogni paura e difficoltà, poi, una volta conquistata, nella sua dimensione personale e statuale, genera la paura che si perda o venga ridimensionata da influenze esterne. Basta ricordare i primi articoli della Costituzione federale del 1848 e analizzare i risultati delle recenti elezioni del 18 ottobre 2015 per rendersene conto.

Dalla Costituzione del 1848 alle elezioni del 2015
L’articolo 2 della Costituzione federale del 1848 è chiaro: «La Lega ha per iscopo di sostenere l’indipendenza della Patria contro lo straniero, di mantenere la tranquillità e l’ordine nell’interno, di proteggere la libertà e i diritti dei Confederati, e di promuovere la loro comune prosperità». Se questo era lo scopo della nascente Confederazione, evidentemente la paura di perdere sia l’indipendenza che la libertà doveva essere tanta. E’ sintomatico che l’articolo 2 citato sia rimasto invariato in tutte le revisioni costituzionali fino all’ultima generale del 1999, quando quel tipo di paura sembrava aver perso di rilievo.
Toni Brunner, presidente dell'UDC,
visibilmente soddisfatto delle elezioni del 2015
Le elezioni per il Consiglio nazionale (corrispondente alla Camera dei deputati italiana) del 18 ottobre 2015 possono essere interpretate da diversi punti di vista, ma non si può escludere un consistente influsso della paura, sia pure di tipo diverso da quello del 1848 e anche del 1999. Molti analisti hanno messo in evidenza i cambiamenti rispetto alle precedenti elezioni del 2011, ma altri hanno preferito sottolineato quanto la paura abbia influito sul risultato finale. Anche il fatto che la maggioranza dei commentatori nazionali e internazionali lo abbia interpretato come una pericolosa svolta a destra dovuta alla vittoria schiacciante dell’Unione democratica di centro (UDC), considerata un partito di destra, conservatore, nazionalista, anti immigrati e anti-europeo, sta a denotare per lo meno il clima di paura in cui si è votato. Paura che a mio parere va tuttavia relativizzata.

Destra e sinistra: categorie inadeguate
Anzitutto trovo inadeguate e superate, anche se ancora ampiamente utilizzate, le categorie spaziali di destra e sinistra per qualificare eventi così importanti come le elezioni politiche di qualunque Paese, ma soprattutto della Svizzera, in cui la democrazia diretta è considerata la massima espressione della libertà e della identità del suo popolo. L’immagine di una destra e di una sinistra dà l’idea di una sorta di bivio in cui fa bene solo chi imbocca la sinistra, mentre rischia grosso e fa male chi imbocca la destra. Oltretutto, l’uso di tali categorie denota un pregiudizio di fondo, perché introduce in un discorso che dovrebbe restare politico categorie sostanzialmente etiche o ideologiche, ossia che la sinistra sia migliore della destra.
Ciò premesso, secondo un’analisi più obiettiva e meno ideologica del voto del 18 ottobre scorso, non mi pare che si possa parlare di una svolta (pericolosa) e nemmeno di una scelta (azzardata) dell’elettorato. Generalmente, infatti, in un Paese di lunga esperienza democratica come la Svizzera, i cittadini scelgono i partiti ed eleggono i propri rappresentanti con consapevolezza, anche perché i candidati sono di solito persone molto note, delle quali è facile conoscere gli orientamenti e la coerenza con cui sostengono le proprie idee.

Nel solco della continuità
Quanto alla «svolta», vorrei ricordare che anche le elezioni federali di quest’anno, sebbene rispetto a quelle del 2011 mettano in risalto alcune importanti variazioni (che secondo alcuni analisti rappresentano piuttosto «correzioni» di errori del passato) riguardo alla forza dei partiti, si sono svolte all’insegna della continuità perché confermano una tendenza in atto almeno da vent’anni. La fiducia del popolo svizzero nell’UDC non nasce in questi ultimi anni in cui si sono acuiti i problemi riguardanti il lavoro, gli immigrati, i rapporti con l’Unione europea (UE), ma cresce costantemente (a parte una battuta d’arresto nel 2011) da almeno un ventennio. Dal 14,9 per cento di consensi alle elezioni federali del 1995 l’UDC è passata nelle recenti elezioni al 29,4 per cento, il record di consensi per un partito politico svizzero dall’introduzione del sistema proporzionale, avvenuta nel 1919.
Per rendersi maggiormente conto della continuità col passato basterebbe inoltre ricordare che nello stesso lasso di tempo 1995-2015, tutti gli altri partiti di governo hanno perso consensi: il Partito socialista è passato dal 21,8 al 18,8 per cento, il Partito liberale radicale dal 20,2 al 16,4 per cento, il Partito popolare democratico dal 16,8 all’11,6 per cento. Etichettando i recenti risultati elettorali come una svolta o una virata più o meno marcata si dimentica questa tendenza già in atto da oltre un ventennio e di attribuire al popolo svizzero un cambiamento di orientamenti non corrispondente al suo carattere essenzialmente prammatico e poco ideologico.

Bisogno di sicurezza per superare la paura
Resta da capire perché gli elettori sembrano privilegiare alcuni partiti e non altri. Le risposte vanno cercate, a mio parere, nella storia psicologica del popolo svizzero. Anche solo partendo dal 1848, l’anno di fondazione della moderna Confederazione, non si può fare a meno di osservare che i valori in cui gli svizzeri hanno sempre maggiormente creduto, ossia la libertà (soprattutto nella sua massima espressione della democrazia diretta) e l’indipendenza, non sono ritenuti definitivamente al sicuro, sia per ragioni interne e sia per ragioni esterne.
Si dirà che tutti i popoli considerano la libertà e l’indipendenza come valori irrinunciabili, ma non per questo li ritengono in pericolo. Questo è innegabile, ma nel caso del popolo svizzero mi pare di notare una maggiore sensibilità al riguardo, dovuta forse alla sua ancor fragile composizione, alla sensazione di accerchiamento con rischio d’invasione provata in alcuni periodi drammatici della sua storia e ancora presente almeno nel subconscio, alla paura di mettere a repentaglio il benessere faticosamente raggiunto. Di qui nasce, soprattutto in alcuni strati medio-bassi della popolazione, un bisogno di sicurezza, che solo un partito, l’UDC, promette in continuazione attirando consensi.

In Svizzera la paura è di casa
Sarebbe esagerato affermare che gli svizzeri vivano di paura, ma significherebbe non conoscerli abbastanza se si negasse che essi sono particolarmente sensibili alla paura, anzi vi convivono quotidianamente. Se il franco svizzero si rafforza rispetto all’euro c’è subito qualche giornale che intitola: «Con il franco forte la Svizzera scopre la paura: torna lo spettro recessione». Basta che il tasso di disoccupazione (attualmente è al 3,2 per cento!) aumenti di qualche decimale e già scatta l’allarme lavoro. Se la Banca nazionale svizzera comunica di non essere certa di poter distribuire alla fine dell’anno il dividendo di un miliardo alla Confederazione e ai Cantoni, gli enti pubblici cominciano a preoccuparsi.
L’economia svizzera è florida eppure si teme che non duri (la stessa paura che si registrava nel dopoguerra, nonostante il boom economico). Il franco forte fa mettere in evidenza le difficoltà dell’industria svizzera d’esportazione e nessuno sembra accorgersi che nel terzo trimestre 2015 la bilancia commerciale della Svizzera (esportazioni meno importazioni) ha registrato un’eccedenza record di 9,4 miliardi. Persino l’Amministrazione federale delle dogane ha intitolato il relativo comunicato stampa «3° trimestre 2015: il commercio estero vacilla». Nessun accenno all’export record dell’anno scorso.
Nel quotidiano, tuttavia, la paura non appare tanto, segno che il grado di soddisfazione generale del popolo svizzero è piuttosto alto (tre persone su quattro si dicono soddisfatte della loro esistenza), come ha recentemente confermato anche il «World Happiness Report» (Rapporto sulla felicità nel mondo) dell’ONU per il 2015, che colloca la Svizzera al primo posto (per inciso l’Italia figura solo al 50° posto) su 158 nazioni prese in considerazione. Nel commentare la notizia, il Corriere del Ticino intitolava: «Siamo i più felici del mondo e quasi non ce ne accorgiamo». Che è tutto dire.

La paura influenza molte decisioni
La paura si manifesta in maniera evidente solo in occasioni particolari, ad esempio, quando si vota su temi scottanti, per esempio quelli riguardanti direttamente o indirettamente gli stranieri o quelli sui rapporti tra la Svizzera e l’UE.
Negli annali della politica migratoria svizzera, la votazione più emblematica resterà quella sull’«iniziativa Schwarzenbach» anti-stranieri e soprattutto anti-italiana. Fece registrare una partecipazione record (74,7%), inferiore solo a quella sull’introduzione dell’assicurazione vecchiaia e superstiti nel 1947, ma mai più superata in seguito. Allora si disse che la spinta ad andare a votare era stata la paura: paura degli stranieri da parte dei sostenitori dell’iniziativa e paura che l’iniziativa venisse approvata da parte di tutti gli altri. La maggioranza del popolo svizzero (54% dei votanti, allora solo uomini, perché le donne non avevano ancora ottenuto il diritto di voto a livello federale) respinse l’iniziativa, ma quel rigetto fu attribuito proprio alla paura delle imprevedibili conseguenze che avrebbe comportato una sua accettazione.
Il clima degli anni Settanta del secolo scorso non c’è più stato, ma la paura dell’immigrazione di massa, di avere in Svizzera troppi stranieri e di non avere strumenti adeguati per gestire i flussi è ancora attuale. Il partito risultato chiaramente vincitore alle ultime elezioni, l’UDC, è stato preferito dagli elettori perché ha dato l’impressione di condividere questa paura, incentrando tutta la campagna elettorale sull’emergenza profughi, il controllo dell’immigrazione e l'antieuropeismo. Lo slogan adottato è stato semplice, ma efficace: «Restiamo liberi!». Dire che anche stavolta ha vinto la paura non è esagerato.

In conclusione
Si può convenire in linea teorica che la paura non è quasi mai una buona consigliera, come dice il detto, ma non necessariamente ogni paura è ingannevole e deleteria. Può persino contribuire a cercare le soluzioni migliori. Diceva il filosofo Spinoza che «non c’è speranza senza paura né paura senza speranza». In questa occasione la speranza è che la paura sia superata da un forte accordo tra i partiti maggiori (principio della concordanza) e dal rafforzamento degli accordi bilaterali con l’UE. Per mettere al sicuro la libertà e la democrazia non ci sarà anche in futuro niente di meglio della coesione nazionale e dell’intesa con l’Europa, di cui comunque, nel bene e nel male, la Svizzera fa parte.
Giovanni Longu
Berna, 4.11. 2015

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