3 dicembre 2014

Ricordando Carlo Liberto


Carlo Liberto (a destra) mentre riceve dal presidente
 dell’ASIS G. Longu  il «Premio ASIS alla carriera» nel 2002

Dieci anni fa, il 3 dicembre 2004, moriva a Berna all’età di novant’anni Carlo Liberto, poeta e scrittore, lasciando un grande vuoto che non è stato più colmato. Chi ha conosciuto da vicino l’ex funzionario dell’Ambasciata d’Italia in Svizzera, decano e medaglia d’oro della Società Dante Alighieri di Berna, membro attivo dell’ASIS (Associazione degli scrittori di lingua italiana in Svizzera), conserva ancora in maniera indelebile il ricordo di un uomo gentile, colto, aperto al mondo, ottimista, di uno scrittore e poeta versatile, raffinato, ironico, di un pittore capace, amante dei colori vivaci e tenui, delle luci e delle ombre, delle sfumature.
Lo conobbi circa quarant’anni fa quando, funzionario dell'Ambasciata, intratteneva i giornalisti della cosiddetta stampa d'emigrazione sui problemi della collettività italiana, allora ben più numerosa di adesso (compresi gli stagionali) e con problemi ben più gravi di quelli attuali. Lo frequentai anche in seguito, soprattutto in occasione di conferenze organizzate dalla Dante Alighieri di Berna dei tempi migliori e soprattutto negli incontri dell’ASIS, allora ancora molto attiva.
Dell’uomo Liberto mi colpiva soprattutto la sua visione della vita, serena ma non rassegnata, caratterizzata da tanta saggezza, bonarietà e distacco intelligente e consapevole dagli eventi quotidiani. Condividevo il suo senso profondo della famiglia e dell’amicizia. Un giorno, quando da pensionato costatava che il numero degli amici andava riducendosi di continuo, mi confidò che gli rincresceva un po’ «essere passato ormai tra la specie dei dimenticati», ma non più di quel tanto, perché i veri amici sono quelli, pochissimi, che restano, e che comunque gli restava sempre la famiglia. 
In altra occasione, giugno 2000, non avendolo notato tra i partecipanti all'abituale ricevimento dell'Ambasciata per la festa della Repubblica, gli scrissi chiedendogli se l'assenza fosse dovuta a motivi di salute. Mi rispose, molto schiettamente: «sì, al ricevimento dell'Ambasciatore non c'ero, semplicemente perché, per la prima volta in tanti anni, non sono stato invitato. La colpa è un po' mia per non avergli fatto "la doverosa visita". All'inizio della sua missione, passavo un periodo poco tranquillo, poi avvicinandosi la festa del 2 giugno non volevo aver l'aria di sollecitare l'invito, Poco male». Liberto era fatto così.
Facile immaginare la sofferenza di Carlo quando dovette arrendersi al destino che esigeva il ricovero della moglie in un istituto. Eppure anche dopo, almeno a mia conoscenza, non si è mai lasciato andare, non ha mai dato segno di sconforto o di abbandono. E’ stato un uomo con forti sentimenti, ma anche con un profondo senso della misura, in tutto, anche nell'ultimo periodo della sua vita, quando, suo malgrado, dovette essere ricoverato a sua volta. Era consapevole che «la vecchiaia è una malattia che avanza celermente, inesorabilmente, senza alcuna speranza in un futuro migliore».
E’ possibile che la solitudine gli sia passata vicino, in questa fase «autunnale» (com'egli la chiamava) della sua vita, ma non credo che l’abbia angustiato particolarmente. Sa molto di autobiografico un aforisma ch’egli pubblicò in una piccola ma preziosa raccolta intitolata «Le frecce morbide»: «La solitudine, per quanto profondamente dolorosa,  si può anche accettare, purché il cervello e le gambe funzionino ancora. E poi c’è sempre un interlocutore divino».
Dell’artista, soprattutto dello scrittore di aforismi, apprezzavo e continuo ad apprezzare la sottile ironia disseminata nei fortunati volumetti, piccoli nel formato ma molto succulenti nei contenuti, Minimassime (1984), Vantaggio alla battuta (1990) e Le frecce morbide (1994). Liberto è stato anche un valido poeta, che ha dato alla luce numerose poesie in parte raggruppate nella raccolta Equinozio d'autunno (1996).
Considero Carlo Liberto una delle figure che ha maggiormente caratterizzato il panorama culturale della collettività italiana di Berna (anche se aveva numerosi estimatori anche nel resto della Svizzera, particolarmente in Ticino) degli ultimi decenni del secolo scorso. Per questo ritengo che meriti un ricordo a dieci anni dalla scomparsa.

Giovanni Longu
Berna, 3.12.2014