3 settembre 2014

1914-18: la Svizzera e gli italiani rimpatriati


Quando il 28 luglio 1914 scoppiò la prima guerra mondiale, l’opinione pubblica internazionale riteneva che si trattasse di un conflitto di breve durata tra l’Austria-Ungheria e la Serbia. Bastarono pochi giorni per rendersi conto che il conflitto si sarebbe esteso e che sarebbe durato probabilmente a lungo. Per questo molti Paesi europei ordinarono nei primi giorni di agosto la mobilitazione generale. Anche la Svizzera decretò per il 1° agosto la mobilitazione generale, decisa a salvaguardare con ogni mezzo la propria integrità territoriale e il suo statuto di Paese neutrale. Altrettanto fecero nel giro di poche settimane la Germania, la Francia, la Russia, ecc. Non l’Italia che, sentendosi impreparata, dichiarò la propria neutralità.
L’indecisione dell’Italia fu dovuta apparentemente per motivi ideologici tra interventisti e neutralisti, in realtà soprattutto per l’impreparazione alla guerra, dopo le forti spese causate dalla guerra di Libia (1911-12). Come noto finirà per prevalere la corrente interventista e anche l’Italia, dal maggio 1915, si trovò coinvolta nella guerra contro l’Impero austro-ungarico e la Germania.

Molti italiani rimpatriati
La fase preparatoria coinvolse anche molti emigrati italiani richiamati per il servizio militare. Attraverso la Svizzera rientrarono molti italiani provenienti da tutta l’Europa. Non si hanno dati precisi su questi rientri (compresi quelli spontanei di intere famiglie), ma si stima che dalla sola Svizzera siano rientrati circa 70.000 italiani.
Riguardo ai rientri va ricordato che a spingere al rimpatrio le molte migliaia di giovani italiani abili al servizio militare non fu tanto, verosimilmente, l’amor patrio, quanto piuttosto l’obbligo legale per non essere dichiarati disertori. La legge italiana di allora sulla cittadinanza obbligava infatti al servizio militare in Italia anche coloro che avevano acquisito un’altra nazionalità e non ne erano stati esplicitamente esentati. Questo spiega forse perché dalla Svizzera partirono così tante persone, quasi un terzo dell’intera collettività italiana immigrata di allora. Essa riavrà la consistenza numerica che aveva prima della guerra soltanto quarant'anni più tardi, verso la metà degli anni ’50.

Conseguenze per la Svizzera
Naturalmente per la Svizzera non si trattò di una partenza senza conseguenze. Com’è facile immaginare, i posti di lavoro occupati dagli italiani andarono in gran parte persi, anche perché inoccupabili da parte degli svizzeri mobilitati per il servizio alle frontiere. Poiché molti lavoratori italiani erano addetti ai lavori ferroviari e all’edilizia, questi rami subirono durante la guerra sospensioni e ritardi e molte imprese chiusero l’attività. Mai forse come in questa occasione il lavoro degli italiani si rivelò importante e insostituibile.
Ciononostante, anche durante la guerra persistette un atteggiamento preoccupato e talvolta ostile nei confronti degli stranieri già manifestatosi nel primo decennio del secolo (paura dell’inforestierimento), che spinse le autorità federali a sviluppare una politica restrittiva nei confronti dei nuovi immigrati. Approfittando della chiusura delle frontiere a causa dello stato di guerra, la Svizzera cominciò ad applicare un rigido controllo degli ingressi, che mantenne anche al termine della guerra.

Verso una nuova politica migratoria svizzera
Il 1917 ha rappresentato per la storia della politica migratoria svizzera una data fondamentale. Se infatti, all’inizio del secolo in alcuni ambienti politici ed economici si chiedeva un maggiore impegno delle autorità per l’integrazione degli stranieri residenti in Svizzera da lungo tempo, da questo momento l’attenzione del Consiglio federale si focalizza sul controllo degli arrivi, ufficialmente per esigenze di una politica nazionale fondata sulla sicurezza, sull’interesse economico e sulla difesa di una identità culturale svizzera ritenuta ancora precaria.
Per perseguire con maggiore determinazione questa politica restrittiva nei confronti degli stranieri, il Consiglio federale, avvalendosi dei poteri straordinari concessi al governo durante la guerra, istituì sul finire del 1917 la Polizia degli stranieri, che divenne praticamente lo strumento politico-burocratico contro l’«inforestierimento». L’entrata e la dimora degli stranieri furono così sottoposte a un controllo generale di polizia degli stranieri, con cui il Consiglio federale intendeva regolare la politica migratoria.
Da quel momento la nuova disciplina federale sull’ingresso e il soggiorno degli stranieri, codificata poi sostanzialmente nella legge federale sulla dimora e il domicilio degli stranieri del 1931, costituirà la base giuridica fondamentale non solo per la lotta contro l’«inforestierimento» (autorizzando prevalentemente permessi «stagionali» e rendendo più difficile l’acquisizione del permesso di domicilio) ma anche per il controllo dei flussi migratori in funzione del mercato del lavoro, del clima sociale, della situazione degli alloggi, degli interessi morali ed economici del Paese.
Nel 1917 si chiudeva praticamente l’epoca dell’immigrazione libera garantita dai trattati bilaterali (quello tra la Svizzera e l’Italia risaliva al 1868) e iniziava quella dell’immigrazione selettiva e controllata che durerà fino al 1999, quando vennero firmati tra la Svizzera e l’Unione Europea gli accordi sulla libera circolazione delle persone.

Giovanni Longu
Berna, 03.09.2014