4 giugno 2014

1914: 5.1 Naturalizzazioni in primo piano (prima parte)



Il tema della naturalizzazione dei giovani stranieri di seconda e terza generazione, che ha attraversato la vita politica della Svizzera fin dalla nascita della moderna Confederazione (1848), ha conosciuto uno dei momenti più intensi del dibattito politico nel 1914. Purtroppo non ha ancora trovato una soluzione soddisfacente, tant’è che se ne discute ancora oggi, sebbene non goda più dell’interesse e della passione che incontrava un secolo fa.

Attualità del problema
Il fatto che la discussione duri ininterrottamente da oltre cent’anni sta ad indicare la complessità della materia e la difficoltà a individuare una soluzione soddisfacente, ma forse anche la mancanza di coraggio e della volontà politica di considerare cittadini svizzeri giovani nati e cresciuti in questo Paese, pienamente integrati. Che sia giunta la volta buona? E’ auspicabile, ma senza farsi troppe illusioni. Anche la recente discussione in Parlamento, non ancora terminata, sulla revisione della legge federale sulla cittadinanza induce alla prudenza, perché della naturalizzazione «automatica» o a semplice richiesta non se n’è ancora sentito parlare.
L’argomento non può essere tuttavia considerato chiuso perché è sempre pendente l’iniziativa parlamentare della consigliera nazionale italo-svizzera Ada Marra del 2008, con cui si chiede che gli stranieri di terza generazione possano ottenere la cittadinanza svizzera su richiesta dei genitori o dei diretti interessati. E’ probabile che se ne riparli già quest’autunno, ma la prudenza è d’obbligo circa l’esito finale.
Nel frattempo, può essere interessante conoscere in che termini si poneva il problema cent’anni fa, per cogliere analogie e differenze rispetto al dibattito odierno.

1914: troppi stranieri e in forte crescita
Il problema delle naturalizzazioni, ossia l’acquisizione della nazionalità svizzera da parte di stranieri residenti e soprattutto dei giovani nati e cresciuti in Svizzera, era di grande attualità politica fin dall’inizio del secolo scorso. A sollecitare il dibattito erano alcune cifre riguardanti il numero degli stranieri e la loro proporzione sulla popolazione totale, ma soprattutto il ritmo della loro crescita.
Va detto per inciso che negli ultimi decenni dell’Ottocento e all’inizio del Novecento la Svizzera stava diventando un Paese economicamente sviluppato e con un diffuso benessere anche grazie alle migliaia di «ospiti» stranieri. Ciò che colpiva maggiormente l’opinione pubblica e i conoscitori delle statistiche era tuttavia la loro presenza sempre più vistosa, per molti sgradita o, come scriveva un attento osservatore zurighese, Carl Alfred Schmid, «inquietante in alto grado» tanto che «il benessere e la sicurezza della Svizzera appaiono seriamente minacciati da siffatto grandioso accumularsi di stranieri».

Effettivamente, in pochi decenni il loro numero era passato da 114.983 (1860) a 383.424 (1900). Anche la loro proporzione sulla popolazione era vistosamente aumentata come non si riscontrava in nessun altro Paese europeo. Dal 4,6% del 1860 si era passati all’11,6% nel 1900. Nel decennio successivo la popolazione straniera era ulteriormente cresciuta (1910: 565.296 / 15,1%). In alcuni Cantoni e nelle principali città gli stranieri raggiungevano proporzioni che sfioravano o addirittura superavano il 30% con punte oltre il 40%. Al confronto gli stranieri presenti in Italia rappresentavano appena lo 0,9%, in Germania l’1,3%, in Francia il 2,7%. Per molti svizzeri, ma anche per il Consiglio federale, la situazione cominciava ad apparire allarmante.
Gli stranieri aumentavano non solo per i continui arrivi soprattutto dai Paesi vicini, ma anche per l’incremento naturale. In confronto alle donne svizzere, quelle straniere mettevano al mondo molti più figli. Dai dati del censimento del 1910 risultava che oltre il 40% degli stranieri era nato in Svizzera. Si parlava sempre più apertamente del «problema degli stranieri» e dell’«inforestierimento», per lo più in associazione a una sorta di avvertimento di pericolo incombente.

Come ridurre la percentuale di stranieri
Per ridurre la proporzione di stranieri, nei Cantoni maggiormente interessati s’invocò già negli ultimi anni dell’Ottocento un intervento della Confederazione, anche se allora la Costituzione federale non le concedeva molte possibilità. Certamente non quella, invocata da molti, di limitare gli arrivi. La Svizzera era legata da trattati internazionali con molti Paesi, che garantivano una sorta di libera circolazione delle persone. Fra l’altro vi si sarebbe opposta l’intera economia in forte espansione e bisognosa di manodopera estera. L’unica strada percorribile sembrava quella di facilitare l’acquisto della cittadinanza svizzera da parte degli stranieri «assimilati» o nati in Svizzera.
Il ragionamento era semplice: visto che gli stranieri sono tanti e in alcuni Cantoni rischiano di sopraffare la popolazione indigena, piuttosto che avere 100.000 stranieri che curano esclusivamente i propri interessi, è preferibile avere 100.000 compatrioti che si occupino anche della cosa pubblica. Tanto più che, secondo alcuni, qualora fosse scoppiata una guerra, così tanti stranieri avrebbero potuto rappresentare un pericolo. Solo i tedeschi residenti in Svizzera abili alle armi avrebbero potuto costituire ben 50 battaglioni (da 1000 soldati ciascuno), gli italiani 35, i francesi 16, gli austriaci 7. In caso di conflitto questi stranieri avrebbero dovuto lasciare la Svizzera mettendo in ginocchio l’economia.
Il Cantone di Zurigo, uno dei più interessati a trovare una soluzione, deplorava che a causa della mancanza dei diritti politici degli stranieri le istituzioni dovessero privarsi del loro efficace sostegno e auspicava che gli stranieri venissero accolti come cittadini elvetici, «affinché non condividano solo i diritti, ma anche gli interessi dei cittadini svizzeri». Si eviterebbe, fra l’altro, che gli stranieri, esonerati dall’obbligo militare e spesso anche dalla tassa sostitutiva, costituissero una forte concorrenza sul lavoro nei confronti dei cittadini svizzeri soggetti al servizio.
La maggioranza dei Cantoni, però, non vedeva di buon occhio un intervento diretto della Confederazione in materia, per cui, nel 1900, il suo primo tentativo di snellimento della procedura di naturalizzazione per meglio integrare gli stranieri fu bocciato in Parlamento. Poiché tuttavia anche il Consiglio federale riteneva che fosse un’anomalia che nel Paese ci fosse una notevole percentuale di stranieri, che a parte i doveri fiscali non avessero gli stessi diritti e doveri degli indigeni e avessero magari qualche vantaggio in più, l’anno seguente ripropose in Parlamento una proposta di revisione della legge sulla cittadinanza.

Nessun Cantone per lo «jus soli»
Il Consiglio federale, non ritenendo possibile secondo il diritto costituzionale vigente la concessione generalizzata e automatica della cittadinanza svizzera in base alla nascita sul suolo svizzero, propose di ancorare nella nuova legge in revisione la possibilità che ciò avvenisse in base al diritto cantonale, introducendo in tal modo una sorta di jus soli, inizialmente solo a livello cantonale. Sarebbe spettato ai singoli Cantoni decidere in materia di naturalizzazione.
Jakob Vogelsanger 
Fu durante la discussione per la revisione della legge sulla cittadinanza, nel 1902, che il primo consigliere nazionale socialdemocratico, Jakob Vogelsanger, propose una sorta di naturalizzazione «jus soli» per tutti i figli nati in Svizzera di stranieri domiciliati. La proposta fu respinta a favore della nuova legge sulla cittadinanza (1903), che lasciava ai Cantoni la possibilità di naturalizzare d’ufficio i bambini stranieri nati in Svizzera, introducendo come proposto dal governo federale lo «jus soli» a livello cantonale. Negli anni seguenti, tuttavia, nessun Cantone fece uso di questa possibilità e questo la dice lunga sulle tensioni allora esistenti tra Confederazione e Cantoni.
In realtà tale misura probabilmente non interessava né ai Cantoni né agli stranieri. I Cantoni volevano avere le mani libere per naturalizzare quanti e chi volevano secondo la convenienza; gli stranieri non premevano affatto per diventare svizzeri. Non ne sentivano il bisogno i tedeschi, ma nemmeno gli italiani, sia pure per motivi diversi. Degli italiani aveva detto nel 1900 C.A. Schmid che «si guardano bene di diventar svizzeri, se continuano ad essere considerati italiani».
Proprio al riguardo scriveva il Corriere del Ticino nel gennaio del 1912: «La quistione dei forestieri si acuisce ogni giorno di più. Il 15% della popolazione della Svizzera non è nazionale. Una percentuale simile si ha solo nelle giovani Repubbliche americane. Ma la piccola Svizzera ostacola un po’ l’assimilazione delle persone che vengono per stabilirvisi. Le enormi comodità che queste hanno di recarsi in Patria, di vivere la vita politica quotidiana del loro Paese, di raggrupparsi per tenere accesa la sacra fiamma nazionale, impediscono che in molto maggior numero siano coloro che domandino la nazionalità svizzera, pur apprezzando (ed alle volte sfruttando) le nostre istituzioni repubblicane e generose (…). Il fatto che così pochi italiani chiedono al Ticino d’essere incorporati, non manca di gravità. Se poi si esaminano le singole naturalizzazioni, si deve giungere a conclusioni tutt’altro che favorevoli per noi».

Necessità di approfondimenti
Il Consiglio federale, di fronte alla situazione e alle pressanti richieste di alcuni Cantoni, cominciò attorno al 1910 a prendere molto sul serio le questioni dell'inforestierimento e della naturalizzazione agevolata, ma prima di proporre qualsiasi misura voleva un approfondimento della complessa materia, comprese le implicazioni internazionali.
Erano già al lavoro fin dal 1908 gruppi di studio in alcuni Cantoni maggiormente interessati alla problematica, Ginevra, Basilea e Zurigo, ma nel 1912 venne costituita un’apposita commissione di esperti (tre per ognuno di questi Cantoni, per cui si parlò da qual momento anche di «Commissione dei nove»), incaricata di fare proposte concrete.
Parallelamente, fino allo scoppio della prima guerra mondiale, anche la stampa quotidiana seguiva con molta attenzione quanto veniva detto e pubblicato al riguardo, dimostrando quanto il problema degli stranieri in generale fosse diventato d’interesse pubblico. (Segue)
Giovanni Longu
Berna 4 giugno 2014