5 marzo 2014

Renzi, scuola e lavoro


Del programma di Renzi presentato alle Camere per la fiducia si è detto di tutto e di più, ma sostenitori e oppositori sono stati una volta tanto unanimi nel ritenere che il nuovo (anche se non di zecca) governo va giudicato sui fatti. Sono anch’io della stessa opinione: la validità di un programma si misura solo sui risultati, da raggiungere in tempi ragionevoli.

In condizioni normali sarebbe paradossale e ingiusto attendersi in poche settimane o pochi mesi ciò che non è stato raggiunto in decenni. Dal governo Renzi, tuttavia, ci si attende molto e presto perché la situazione italiana è oggettivamente grave. Quasi tutti gli indicatori economici sono ancora negativi.

Non c’è tempo da perdere
Nel discorso programmatico alle Camere, prudentemente Renzi si è dato un tempo medio, né troppo breve né troppo lungo, per realizzare le riforme strutturali annunciate: legge elettorale, riduzione delle tasse, taglio del costo del lavoro, taglio delle spese, riforma della burocrazia, riforma dello Stato (Titolo V), ecc. Non c’è però tempo da perdere. Le attese sono tante, forse troppe.
Credo tuttavia che sia doveroso concedere a Renzi e al suo governo la fiducia necessaria, augurandogli di non fare troppi errori, soprattutto agli inizi. Alcuni errori li ha già fatti, ma non gravi, ad esempio nella scelta della compagine governativa, nella «rimodulazione» della Tasi, ossia la tassa sui servizi comunali, ecc. 
I primi cento giorni saranno fondamentali per la sua credibilità. Se entro questo tempo riuscirà a portare in porto almeno alcune riforme importanti, la navigazione del suo governo continuerà tranquilla, diversamente rischierà ogni giorno di naufragare. I mari della politica, si è visto proprio al passaggio da Letta a Renzi, sono infidi.

Renzi ce la farà?
Come ho detto, al nuovo governo bisogna dare fiducia, sia pure condizionata ai risultati che porterà. Ma è legittima la domanda se davvero Renzi riuscirà a realizzare, sia pure in tempi medi, tutto quello che ha promesso. Magari, verrebbe da esclamare, ma il dubbio oltre che legittimo è fondato. Esso non nasce da un ragionamento semplice ma efficace: perché dovrebbe riuscire Renzi dove tutti gli altri hanno fallito? Esso nasce dalla considerazione che alcune riforme annunciate sono estremamente impegnative non solo per il governo, ma anche per il parlamento e per l’intera società. Mi riferisco in particolare alle riforme della scuola e del mondo del lavoro.
In questi campi, gli interventi necessari mi sembrano di una tale portata, in termini non solo finanziari ma anche culturali, che un governo nato male (perché non è frutto di un chiaro risultato elettorale, ma di un intrigo di palazzo) e fragile (perché si regge su un’intesa tutt’altro che solida) difficilmente può farsene carico senza il sostegno di una larga maggioranza parlamentare e di un vasto sostegno sociale. Al governo Renzi manca sia l’uno che l’altro.

Il problema scuola
Forse per questo il programma del governo Renzi è apparso a molti osservatori ambizioso nelle apparenze ma alquanto incerto nella sua realizzabilità. Non resta che attendere i risultati dei primi cento giorni, il periodo in cui di solito i capi di governo cercano di realizzare il massimo del loro programma.
Essendo ancora agli inizi, sarebbe ingiusto somministrare già ora voti di approvazione o disapprovazione. Qualche osservazione dev’essere però consentita.
Mi si è aperto il cuore quando ho sentito Renzi, parlando a braccio al Senato, che annunciava il punto di partenza della sua rivoluzione: la scuola. Finalmente, mi sono detto, un primo ministro che si rende conto che alla radice dei peggiori mali d’Italia c’è la crisi profonda in cui versa il sistema scolastico italiano ormai da decenni.
Mi sono segnato alcune frasi: «di fronte alla crisi economica non si può non partire dalle scuole»; «è dalla scuola che riparte un Paese e nasce la sua credibilità». Finalmente, mi sono detto, un leader che capisce la centralità della scuola, ossia della formazione e della cultura, nel processo di sviluppo di un popolo e di un Paese. E già immaginavo il rilancio della scuola italiana e la gioia di poter scrivere presto che gli allievi italiani a tutti i livelli della formazione, da quella elementare a quella universitaria, nelle classifiche internazionali non occupano più posizioni medio-basse, ma si avvicinano a quelle d’eccellenza.

Quale riforma scolastica intende Renzi?
Ho continuato ad ascoltare con interesse il neopresidente del Consiglio Renzi, ma pochi istanti dopo mi sono reso conto di aver preso un abbaglio, perché avevo interpretato male il suo messaggio. Il mio entusiasmo si è azzerato di colpo. Renzi infatti non parlava della scuola e della cultura come motori di sviluppo, ma di edifici scolastici, di muri e di aule scolastiche.
Da ex sindaco e responsabile dell’edilizia scolastica, stava annunciando nel concreto il suo programma: «Domani chiederò per lettera a tutti gli ottomila sindaci e ai presidenti delle province superstiti una lettera per chiedere il punto della situazione sull'edilizia scolastica, seguendo una suggestione di Renzo Piano, che ha parlato di rammendare i nostri territori, le nostre periferie». In effetti Renzi aveva in testa un piano per l’edilizia scolastica da miliardi di euro.
Gli investimenti del governo per adeguare agli standard moderni le vecchie scuole e crearne delle nuove (magari belle e anche con laboratori e palestre) saranno indubbiamente utili, ma non vorrei che il governo Renzi si limitasse al «rammendo» suggerito da Piano o alla costruzione di involucri e contenitori. Mi piacerebbe che pensasse seriamente anche ai contenuti e agli obiettivi, all’insegnamento, alla preparazione degli insegnanti, alla qualificazione degli istituti, alle attività di ricerca, all’internazionalizzazione delle università, ai poli di eccellenza, alla formazione continua, ecc.

Riforma del lavoro in un'economia post industriale
Un altro grande piano di riforme previsto da Renzi è quello riguardante il mondo del lavoro. Anche al riguardo vedo il rischio del «rammendo». Non c’è dubbio che i primi interventi del governo devono essere indirizzati a rimettere in moto il sistema produttivo (riducendo il cuneo fiscale) e ad abbassare il catastrofico tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile. Ma il governo italiano deve andare oltre. Chiusa in tempi brevi la fase emergenziale, deve avviare un serio e moderno piano occupazionale tenendo presente che il modello a cui ispirarsi non può più essere quello di un’economia manifatturiera, ma quello di un’economia post industriale ad alto valore aggiunto.
In un mondo globalizzato, se l’Italia vuole competere con la Germania, la Francia o la Gran Bretagna, tanto per citare alcuni Paesi comparabili, deve sapere che i nuovi posti di lavoro si otterranno non creando nuove fabbriche, ma nel settore delle nuove tecnologie e sviluppando il terziario. Il flusso degli occupati dal secondario al terziario è una dinamica irreversibile in Europa e anche l’Italia deve seguirla, se vuole restare nel plotone che avanza e non in quello della sussistenza.

Lavoro e formazione
Non vorrei che un governo del «fare», come vuol essere quello di Renzi, si riducesse a fare il muratore, l’assistente sociale o il collocatore, ma impiegasse risorse finanziarie e mentali soprattutto a rimettere in sesto la macchina dello Stato, creando efficienza e senso di responsabilità, eliminando gli sprechi, che sono tantissimi in tutti i settori, introducendo nel pubblico come nel privato criteri di efficienza, produttività e meritocrazia, investendo nella ricerca e nell’innovazione.
Un governo progressista non è solo quello che mira a garantire a tutti un minimo salariale, ma soprattutto quello che mette in condizione tutti i salariati di raggiungere livelli salariali elevati e proporzionali alle loro capacità e responsabilità. Se i salari non sono agganciati a questi elementi e alla produttività tutti gli equilibri sociali prima o poi saltano.
E’ evidente a questo punto quanto la formazione sia fondamentale non solo per una preparazione professionale moderna e orientata al futuro, ma anche per la formazione di cittadini consapevoli e responsabili, senza complessi d’inferiorità o di subalternità in Europa.
Giovanni Longu
Berna, 5.3.2014