19 febbraio 2014

Nello Celio e l’immigrazione italiana (seconda parte)


L’Accordo di emigrazione
tra la Svizzera e l’Italia del 1964 comportava indubbi miglioramenti delle condizioni di lavoro e di vita degli italiani immigrati in Svizzera. Si trattava, tuttavia non di un cedimento alle richieste italiane, come interpretava la destra xenofoba, ma di rimedi ragionevoli a una situazione divenuta intollerabile. Erano anche rimedi vantaggiosi non solo per i diretti interessati, ma anche per la Svizzera nell’ottica di una politica estera aperta all’Europa e nella prospettiva molto realistica di un fabbisogno duraturo di manodopera estera.

La buona politica contro la xenofobia
Il dibattito al Consiglio nazionale della primavera del 1965 sulla ratifica dell’Accordo italo-svizzero era stato preceduto da una campagna antistranieri molto aggressiva. Nel periodo natalizio del 1964 la città di Zurigo, roccaforte della destra xenofoba, era stata inondata da opuscoli rossi e verdi, ingiuriosi nei confronti soprattutto degli italiani. I più scalmanati pretendevano che «l’infiltrazione straniera» venisse fermata in ogni modo perché «la loro invasione appare nociva e pericolosa come quella delle cavallette», «significa tradimento all'avvenire dei nostri figli e all'eredità spirituale tramandataci dai nostri padri».
Mentre al Consiglio degli Stati la discussione si era svolta in maniera spedita e oggettiva, tanto è vero che si concluse con l’approvazione dell’Accordo all’unanimità, al Consiglio nazionale durò a lungo, con sedute anche notturne, e con una vivacità di toni piuttosto inusuale.
Ben 64 deputati chiesero di intervenire. Più che di un sereno dibattito sui pro e contro la ratifica dell’Accordo si trattò soprattutto di vere e proprie arringhe pro o contro la politica del governo in materia di immigrati. Pesava enormemente l’aria antistranieri e antitaliana che si respirava fuori dell’aula. Alla fine l’Accordo fu approvato a larga maggioranza con 117 voti a favore e 26 contrari.

Curare l’amicizia con l’Italia
A guidare la maggioranza c’erano due deputati destinati in seguito a posti di grande responsabilità nel Consiglio federale, Kurt Furgler e Nello Celio. Di questa maggioranza faceva parte anche un altro deputato ticinese, Enrico Franzoni, del Partito popolare democratico. In un suo appassionato intervento fece valere, contro la valutazione negativa di una miope xenofobia, le buone ragioni di un’immediata ratifica: perché conformi «alle nostre tradizioni in politica estera, alla nostra dignità, ai rapporti di amicizia e di buon vicinato che abbiamo sempre avuto con l'Italia». Inoltre, ricordò che i miglioramenti previsti dall’accordo a favore dei «lavoratori che noi abbiamo voluto avere e che hanno collaborato in misura notevole allo sviluppo dell'economia svizzera» erano del tutto conformi «alla nostra concezione giuridica e morale della persona e della famiglia».
Franzoni aggiunse anche una considerazione che conserva tutta la sua attualità ancor oggi: «Ricordiamo infine che in quest'Europa, che sotto una forma o l'altra tende all'unificazione, abbiamo bisogno di amici, e Dio solo sa quanti amici e quanta simpatia abbiamo perso in questi ultimi anni in Europa». Un concetto evocato anche da altri e soprattutto dal consigliere federale Hans Schaffner che invitava ad aver cura della tradizionale amicizia con l’Italia, tenendo conto che «anche nella nuova Europa avremo bisogno di amici!».

Celio e la politica migratoria
La sede del CISAP di Berna nel 1972
Quando l’anno seguente (1966) Celio venne eletto al Consiglio federale, anche se non gli toccò un dipartimento direttamente coinvolto con la politica migratoria, partecipò ugualmente all’elaborazione di una nuova politica migratoria. Si trattava non solo di arginare il movimento antistranieri dell’Azione Nazionale di James Schwarzenbach, ma anche di adottare misure idonee per favorire l’«assimilazione» (non si parlava ancora di «integrazione») e l’eventuale naturalizzazione degli stranieri.
Celio era infatti convinto non solo che si dovesse contrastare con fermezza i movimenti xenofobi che minavano i veri valori della Svizzera, ma che occorressero anche nuove proposte e nuove visioni. A distanza di quasi mezzo secolo, i recenti dibattiti in materia di politica migratoria, d’integrazione e di naturalizzazione rivelano quanto Nello Celio fosse non solo un uomo del suo tempo ma anche un precursore.
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera (novembre 1969) dichiarò, con la franchezza che caratterizzava tutti i suoi interventi: «Io combatto con tutti i mezzi leciti l’iniziativa di Schwarzenbach che non si difende né sul piano umano, né tecnico, né politico. E’ un grosso errore. Moralmente è anche un insulto agli svizzeri. Operazioni di questa natura sono assolutamente inconcepibili. La Svizzera ha sempre avuto un’alta percentuale di stranieri e non per questo ha mutato il suo carattere. I naturalizzati del passato sono oggi perfetti cittadini elvetici… Io non avrei la più piccola esitazione ad inserire la seconda generazione di immigrati nella compagine svizzera. Certo una politica di assimilazione più vasta dev’essere fatta».

IL punto di partenza e le conseguenze
Il ragionamento era tutto sommato semplice, ma non banale. Il punto di partenza, per Celio, era la convinzione che l’immigrazione, sia pure regolamentata, fosse una condizione permanente per la Svizzera, perché «la nostra economia per sopravvivere (…) dovrà sempre far ricorso a quelle braccia di cui non dispone».
Il Presidente Celio mentre s'informa sulle
attività del CISAP a favore degli immigrati.
Gliele illustra Piera Caponio, segretaria del
Centro, nel corso di un'intervista (4.5.1972)
Una tale costatazione, però, imponeva l’accettazione inevitabile anche delle conseguenze che ne derivavano: «Se vogliamo rimanere quel che siamo, molto deve cambiare da noi, e particolarmente dobbiamo renderci conto che gran numero di stranieri deve essere inserito, dopo un termine di attesa, nella società per facilitarne l'assimilazione». Di qui il tema tanto caro a Celio dell’integrazione, dell’informazione e della formazione degli immigrati.
Non si trattava per lui di un impegno generico o di un dovere formale imposto dalla carica che ricopriva in seno al Consiglio federale, ma di una profonda convinzione, che nasceva dall’idea stessa dello Stato e del bene comune. Pur essendo un uomo dell’economia, riconoscerà molti anni dopo il politico socialista Helmut Hubacher, Celio «dava la precedenza al bene comune e sapeva indicare la rotta con autorità e chiarezza». Per il bene comune della Svizzera, secondo Celio, anche una buona politica nei confronti degli stranieri era importante.

L’amore per il Paese e l’amore per il prossimo
E una buona politica doveva cominciare dal rispetto, anzi dall’amore per il prossimo, come sottolineò già da semplice deputato a conclusione del suo intervento al Consiglio nazionale nella primavera del 1965: «Guardiamoci dal trattare questo problema [dell’immigrazione] alla luce di un falso patriottismo, di un egoismo sordo che guarda solo ai facili consensi della piazza. L'amore per il paese, per le sue particolarità peculiari, per il suo volto, non deve farci dimenticare l'amore per il prossimo, e neppure ignorare che anche l'economia, il benessere, il lavoro sono un elemento di conservazione di taluni ideali che solo una vita socialmente progredita può garantire».
Il Presidente Celio in visita al CISAO (1972)
Celio ricordò questo concetto anche da neopresidente della Confederazione nel corso dell’allocuzione di Capodanno del 1972: «Evitiamo di pensare unicamente a noi stessi; volgiamo la mente anche alle altre genti sparse nel mondo, dalla cui sorte dipende anche il nostro avvenire. Auguriamoci di poter realizzare sulla terra, con l'aiuto dell'Onnipotente, la pace e la giustizia, suprema aspirazione dell’umanità; anche qui ciascuno di noi è chiamato a dare il suo contributo».

Una visita «non protocollare»
Quanto Celio fosse attento ai problemi dei lavoratori immigrati e fosse sincero nelle sue esternazioni al riguardo lo testimoniò anche una sua visita a un centro di formazione professionale per emigrati, il CISAP di Berna, il 3 novembre 1972. Per l’istituzione, per il personaggio, per la circostanza (l’inaugurazione di un moderno laboratorio linguistico elettronico), per il messaggio lanciato, quel giorno segnò una data storica non solo per il CISAP, ma anche per l’immigrazione italiana in Svizzera. E’ probabile che sia rimasto memorabile anche per Nello Celio.
Anzitutto merita ricordare il saluto di benvenuto dell’Ambasciatore d’Italia Adalberto Figarolo di Gropello, che ringraziò l’illustre ospite perché «molti problemi dell’emigrazione sono stati risolti grazie al suo personale intervento».
Dopo aver visitato i vari reparti del centro sotto la guida del direttore Giorgio Cenni ed aver inaugurato il laboratorio linguistico, il presidente Celio manifestò tutta la sua ammirazione per quanto aveva appena visto. «Devo dire che qui si vedono cose meravigliose e vorrei rendere a tutti coloro che partecipano e che contribuiscono a queste iniziativa l'omaggio del Consiglio Federale. Si vedono cose meravigliose perché si vede innanzitutto della gente che dopo le ore di lavoro si dedica ancora allo studio, alla pratica, all'apprendimento di un mestiere, perché in ognuno di noi, o almeno in molti di noi è sempre viva la volontà di salire nella vita, di essere qualcosa di più di quanto non si è stati, e soprattutto di guardare ad un avvenire migliore...».
Celio prova il nuovo laboratorio linguistico del CISAP
Nel suo breve discorso spontaneo ma non di circostanza, il presidente Celio sottolineò anche il carattere particolare della sua visita, ossia di essere venuto «non per assolvere un compito protocollare, ma per dimostrare innanzitutto la simpatia del governo di questo Paese per il CISAP e per tutte le iniziative che tendono a integrare e ad elevare la sorte dei lavoratori di qualsiasi genere, a qualsiasi nazione appartengano». E ancora: «sono venuto qui per dimostrare che il governo svizzero vuole seguire con la più viva attenzione la vita degli stranieri che operano nel nostro Paese, perché se è vero che noi diamo lavoro, se è vero che noi diamo possibilità di guadagno, è altrettanto vero che questa gente contribuisce a rafforzare la nostra economia e ci consente di produrre, e dà di più di quanto noi diamo, cosicché, per saldo, come si dice in contabilità, sono ancora questi operai, questi lavoratori stranieri che sono in credito nei confronti del Paese».
Anche per queste testimonianze e per la sua coerenza Nello Celio, a cent’anni dalla nascita, merita di essere ricordato.
Giovanni Longu
Berna, 19.02.2014