8 ottobre 2014

Accordo di emigrazione del 1964: 3. Conclusione del negoziato in un clima preoccupante


Dopo l’interruzione del negoziato per un nuovo Accordo di emigrazione in seguito alle esternazioni del ministro Sullo (in realtà per sostanziali disaccordi sui vari oggetti in discussione), l’Italia e la Svizzera preferirono trattare dapprima alcune questioni riguardanti le assicurazioni sociali dei lavoratori italiani emigrati. Le richieste italiane in questo campo sembravano più giudiziose e la Svizzera aveva interesse a concludere un nuovo accordo in materia perché avrebbe dovuto costituire la soluzione da adottare in seguito anche nei confronti degli altri lavoratori stranieri. La Svizzera aveva tuttavia avvertito che i problemi riguardanti le assicurazioni sociali non potevano essere disgiunti dagli interessi svizzeri in materia d’immigrazione di manodopera italiana in Svizzera.

La sicurezza sociale anzitutto

La trattativa per una nuova Convenzione sulle assicurazioni sociali, cominciata nel marzo 1961 a Berna e proseguita a Roma nel luglio dello stesso anno, sembrava avviarsi a una felice conclusione quando dopo la visita di Sullo in Svizzera (novembre 1961) anch’essa s’interruppe per forti divergenze tra le parti. In un paio d’incontri ufficiosi tra alti funzionari federali e il capo della delegazione italiana (aprile 1962 a Stresa e giugno 1962 a Lugano) vennero tuttavia trovati alcuni punti d’incontro lasciando intravedere una positiva conclusione di questo negoziato.
Persino la CGIL, il sindacato della sinistra italiana, dovette ammettere in un comunicato che la convenzione sulla quale si stava discutendo, «pur prevedendo per gli emigrati in Svizzera un trattamento inferiore a quello riservato agli italiani negli altri paesi del MEC, costituirebbe un'innovazione assai seria in quanto prevede un sistema di previdenze sociali e assicurerebbe ai lavoratori italiani emigrati in Svizzera vantaggi ai quali i lavoratori svizzeri stessi ancora aspirano».
In effetti, il 14 dicembre 1962, a Roma, fu firmata la nuova Convenzione tra la Confederazione Svizzera e la Repubblica italiana relativa alla sicurezza sociale. Per il governo italiano si trattava sicuramente di un successo, perché era riuscito ad assicurare agli emigrati italiani in Svizzera condizioni simili a quelle che si stavano affermano nel MEC. Anche per il Consiglio federale rappresentava un successo perché era riuscito a concedere niente di più del dovuto e del possibile, inoltre era riuscito a condizionare l’entrata in vigore di questa Convenzione alla conclusione dell’Accordo generale di emigrazione. Per la sua entrata in vigore si dovrà attendere pertanto il 1° settembre 1964.

Sbloccare la trattativa sull'Accordo di emigrazione
Procedeva invece a rilento la trattativa sull'Accordo di emigrazione, anzi per tutto il 1962 e 1963 non avanzò affatto, salvo in alcuni incontri ufficiosi tra il capo della delegazione svizzera Max Holzer e quello della delegazione italiana Gino Pazzaglia. Le posizioni governative, da una parte e dall'altra, sembravano rigidamente bloccate. Gli incontri e i rapporti personali tra i negoziatori rappresentavano comunque la volontà di cercare un’intesa in qualche punto intermedio tra le pretese italiane e la rigidità svizzera. La trattativa sulle assicurazioni sociali stava a dimostrare che con qualche rinuncia in più e qualche rifiuto in meno si potevano raggiungere obiettivi buoni se non ottimi.
Le difficoltà oggettive sembravano tuttavia persistere. Riguardavano soprattutto l’assicurazione malattia per i familiari in Italia, i ricongiungimenti familiari e il miglioramento dello statuto di stagionale, temi su cui la Confederazione andava ripetendo di non poter accondiscendere alle richieste italiane per mancanza di competenze e per esigenze di politica interna. Da parte sua, il governo italiano riteneva le rivendicazioni esposte nel 1961 come irrinunciabili.
In un articolo sul blocco delle trattative italo-svizzere, L’Unità del 29.12.1961 scriveva: «Il governo di Berna passa alla rappresaglia. Italiani emigrati in Svizzera vengono sostituiti con spagnoli». Non si trattava di una rappresaglia, ma di una sostituzione di poche migliaia di emigrati italiani addetti all'agricoltura e non più interessati a questo settore con braccianti spagnoli più disponibili. Quell'espressione dell’organo del PCI sta tuttavia a denotare il clima che si stava diffondendo nei primi anni Sessanta nei rapporti italo-svizzeri riguardanti i lavoratori emigrati.

Rischio di un deterioramento del clima sociale
In effetti oggi sappiamo che in quel periodo in alcuni ambienti economici e politici cresceva la paura di non poter più disporre come prima (ossia facilmente e a buon mercato) della manodopera italiana e di doverla eventualmente sostituire. Anche il governo federale, di fronte alle crescenti difficoltà di reclutamento della manodopera italiana (e spagnola), sondava possibili alternative. Si sa che già agli inizi degli anni Sessanta premevano per entrare in Svizzera greci, turchi, algerini, jugoslavi, oltre evidentemente agli spagnoli già presenti e in aumento.
Le caratteristiche della manodopera italiana, nonostante le difficoltà, apparivano tuttavia insuperabili e pertanto tutti gli ambienti interessati auspicavano una rapida conclusione del negoziato in corso con l’Italia. Oltretutto, man mano che il tempo passava senza prospettiva di un buon risultato, il clima sociale riguardante la numerosa collettività italiana rischiava di deteriorarsi. In alcuni ambienti della Svizzera tedesca cominciava a sorgere e a diffondersi anche un vero e proprio sentimento anti italiano e in particolare contro i meridionali.
Alcuni segnali preoccupanti di questo deterioramento furono le numerose espulsioni dalla Svizzera di attivisti comunisti italiani, accusati di mettere in pericolo la pace sociale e del lavoro. Qualche preoccupazione venne espressa pubblicamente anche dalla sinistra politica e sindacale.

Willi Ritschard
Preoccupazioni politiche e sindacali
Il 21 giugno 1962 il consigliere nazionale socialista Willi Ritschard inoltrò un postulato per la riduzione del numero dei lavoratori stranieri. Nella motivazione della sua richiesta evocava anche la situazione paradossale dei lavoratori italiani, che qui non si trovavano per nulla a loro agio, ma non tornavano in patria nonostante ditte italiane con inserzioni nei giornali svizzeri cercassero lavoratori italiani. Al postulante, che invocava fra l’altro un plafond del numero di stranieri in continuo aumento e a rischio di creare una forte dipendenza soprattutto economica dall’estero, il consigliere federale Hans Schaffner rispose di condividere le sue richieste anche a nome del Consiglio federale.
Ernst Wüthrich
In campo sindacale, fu soprattutto Ernst Wüthrich, presidente del principale sindacato nazionale dei lavoratori metallurgici e orologiai, a dare forza alle preoccupazioni del mondo operaio nei confronti di una politica immigratoria federale che vedeva crescere a dismisura il numero dei lavoratori immigrati, creando forti rischi non solo di «inforestierimento», ma anche di perdita della qualità del lavoro svizzero. Riteneva che «una delle conseguenze più temibili di questo cospicuo ricorso alla mano d'opera estera risiede nel rischio di veder abbassata la qualità del prodotto svizzero, e ciò tanto più in quanto anche all'interno si registra una migrazione nei vari settori economici.- infatti molti operai qualificati lasciano l’officina per gli uffici o per lavori tecnici. Si tratta di una specie di promozione professionale. I posti così lasciati liberi sono il più delle volte occupati da lavoratori che non sempre sono i più abili, chiamati ad un lavoro che dovrebbe essere affidato ad operai svizzeri qualificati».
L’8 gennaio 1963 si tenne a Berna nella sede della Polizia federale una riunione di rappresentanti della Polizia federale, della Polizia federale degli stranieri, dell’Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro e dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali riguardante «attività dei sindacati italiani in Svizzera» e in particolare del patronato INCA facente capo «all'importante sindacato comunista e nenniano CGIL». Alcuni interventi dei partecipanti lasciarono chiaramente intendere che l’Unione sindacale svizzera non vedeva di buon occhio l’attività dei sindacati italiani in Svizzera. Quanto poi all'attività dell’INCA, la polizia federale fu invitata a continuare «la sorveglianza degli uffici dei sindacati italiani».
Il 1° marzo 1963 il Consiglio federale intervenne con un decreto, valido un anno, per limitare l’ammissione di lavoratori stranieri entro il livello della manodopera estera raggiunto nel dicembre 1962. In effetti il numero dei nuovi permessi accordati scese a 445.000 (ossia quasi 11.000 in meno del 1962).

Sblocco della trattativa e firma dell’Accordo
La situazione venne finalmente sbloccata a Berna in un incontro tra alti funzionari italiani e svizzeri (29 novembre 1963) in un clima disteso e deciso a giungere il più presto possibile a una soluzione soddisfacente per entrambe le parti. Il 13 gennaio 1964 il capodelegazione italiano presentò all'omologo svizzero le «richieste» (non più rivendicazioni) italiane riguardanti agevolazioni dei ricongiungimenti familiari, miglioramenti dello statuto degli stagionali, ammissione dei lavoratori annuali all'assicurazione contro la disoccupazione.
Le richieste italiane apparvero alla controparte finalmente ragionevoli e discutibili. Anche il tema caldo dei ricongiungimenti familiari poteva essere preso in seria considerazione, nonostante fosse intimamente legato al problema della penuria di alloggi e all'esigenza di una politica restrittiva dei permessi per limitare l’inforestierimento. Nell'opinione pubblica svizzera, infatti, si era fatta strada l’idea che non fosse più sostenibile, anche nell'interesse dell’economia e dell’intera società civile, mantenere separate le famiglie, soprattutto quando concerneva lavoratori annuali ormai residenti stabilmente in questo Paese.
Di fatto, nel giro di pochi incontri si giunse a dirimere tutte le questioni essenziali e a preparare un testo di accordo pronto per la firma. Finalmente, il 10 agosto 1964 il nuovo Accordo fra la Svizzera e l'Italia relativo all'emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera fu firmato a Roma, con grande sollevo e soddisfazione delle parti contraenti.
La delegazione svizzera, probabilmente a richiesta di quella italiana e sperando in una rapida ratifica parlamentare, era disponibile ad una entrata in vigore «provvisoria» dell’Accordo fin dal 1° novembre 1964. Entrerà invece in vigore solo il 22 aprile 1965. I principali contenuti dell’Accordo e il perché del rinvio della sua entrata in vigore saranno l’oggetto del prossimo articolo. (Continua).

Giovanni Longu
Berna 8.10.2014

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