9 luglio 2014

Le riforme che l’Italia aspetta da … cent’anni!


Nella storia d’Italia, periodi di crisi simili a quello attuale ce ne sono stati. Cent’anni fa, ad esempio, la penisola era attraversata da nord a sud da una crisi occupazionale e sociale di enormi proporzioni. La disoccupazione era diffusa, la povertà aumentava, il malcontento non risparmiava alcuna classe sociale.
La situazione finì per provocare la caduta dell’ultimo governo presieduto da Giovanni Giolitti, creando le premesse per l’intervento italiano nella prima guerra mondiale e per l’avvento del fascismo. Non riuscì a fare meglio il suo successore, Antonio Salandra, che anzi peggiorò la situazione soprattutto dopo l’entrata in guerra dell’Italia (24 maggio 1915).

Richiesta di riforme sociali e istituzionali
In un intervento del giugno 1914 alla Camera dei deputati, che si accingeva a discutere un disegno di legge concernente «provvedimenti tributari», l’onorevole Nino Mazzoni, sindacalista socialista, chiese di non entrare in materia «deplorando che i nuovi oneri finanziari non siano accompagnati da provvedimenti di indole sociale». Il riferimento era alle casse vuote dello Stato in seguito alla costosissima guerra per la conquista della Libia (1911-1912) e ai tentativi del governo Salandra di far soldi introducendo nuove imposte, che gravavano soprattutto sul ceto medio.
Mazzoni addossava al sistema politico di allora (da cui erano esclusi i socialisti) la responsabilità dell’aggravarsi della «grave crisi economica» e della «condizione delle classi lavoratrici», provocando soprattutto nelle provincie meridionali miseria e disoccupazione «che trovano il loro sfogo nella emigrazione, le cui cifre in questi ultimi anni salirono spaventosamente».
Al governo il deputato socialista rimproverava di non fare nulla per i lavoratori della terra e per i consumatori, mentre sarebbe stata più che mai opportuna una «politica di provvidenze sociali e di lavori». Secondo lui, una tale politica presupponeva, già allora, «una radicale rinnovazione di tutti gli organi e di tutte le funzioni dell'Amministrazione dello Stato», ma il governo pensava ad altro.

Riforme tra mito e realtà
Matteo Renzi
Anche solo dai pochi accenni dell’intervento Mazzoni di un secolo fa è facile intuire le forti analogie tra la situazione di allora e quella di oggi, sebbene con una differenza sostanziale: oggi il governo è molto più attento alla situazione di crisi della società italiana. Questa differenza non basta tuttavia a dissipare il dubbio sull'efficacia delle misure annunciate dall'attuale governo di Matteo Renzi.
Stento a capire, ad esempio, quante delle numerose riforme annunciate dal presidente Renzi abbiano finora avuto un risvolto pratico. Già il continuo parlare di «riforme» in generale senza precisione alcuna ne hanno fatto una sorta di mito, che le colloca sul piano dell’irrealtà o al massimo delle buone intenzioni, ma senza alcuna efficacia pratica. Le riforme o sono reali e in atto o sono solo progetti, visioni, aspirazioni.
Se poi le riforme si riducono, nell’opinione pubblica, alla trasformazione del Senato in una nuova entità dai contorni ancora misteriosi, o alla nuova legge elettorale ancora in alto mare (ma di cui tra gli stessi sostenitori si va dicendo che sarebbe a rischio d’incostituzionalità) o alla riforma della Pubblica amministrazione di là da venire (senza indicarne nemmeno le linee guida), viene da chiedersi se tutti questi magari auspicabili cambiamenti sono davvero ciò che la crisi della società italiana di oggi ha bisogno.
Ho ascoltato con attenzione e riletto sulla stampa vari interventi di questi giorni del presidente del Consiglio dei ministri italiano, che anche di fronte ai capi di Stato e di governo europei continua ad insistere sulle riforme italiane, come se quelle prospettate e magari già in discussione fossero già attuate. Forse Renzi non si rende conto che gli europei, soprattutto quelli del nord, sono tipi pratici, poco propensi a credere e sempre pronti a giudicare, soprattutto quando dimostrano di saper fare bene i compiti e i conti.

Le riforme in lista d’attesa
Ho trovato sorprendente, ad esempio, la polemica che Renzi ha innescato con i tecnocrati e i banchieri europei immaginando forse che in Europa ci sia qualcuno che ritenga possibile che in una comunità come quella europea possano convivere indifferentemente Stati virtuosi e Stati che non sanno nemmeno tenere i propri conti in ordine.
Non ci vuole un economista per capire che un debito è sempre un fardello e il debito dello Stato sta diventando in Italia un fardello sempre più pesante per tutti, perché mancano i soldi da investire nei servizi pubblici, nella formazione, negli incentivi all’occupazione, ecc.
Mi auguro di poter sentir annunciare da Matteo Renzi o da qualche altro esponente del suo governo che finalmente il PIL cresce nuovamente, la disoccupazione cala, i giovani possono guardare più serenamente al futuro, le famiglie vivono più tranquille, i servizi pubblici funzionano, il sistema formativo italiano risale nelle classifiche internazionali, tutti i cittadini italiani pagano le tasse dovute, per cui lo Stato le diminuisce a tutti, i corrotti vengono sanzionati, solo i meritevoli fanno carriera, l’Italia è ridiventata competitiva, ecc. ecc.
Ma quando tutto ciò o una buona parte sarà possibile?

Giovanni Longu
Berna, 09.07.2014 

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