9 aprile 2014

Italia: riforme sì, ma quali e come?


In Italia, la discussione sulle riforme, di per sé molto complessa, si fa sempre più accesa e nessuno è in grado di prevederne il risultato finale. A furia di parlarne, spesso disordinatamente e sotto la minaccia «o si cambia o si muore», senza domandarsi mai se le singole proposte siano ragionevoli e non vi siano alternative valide, c’è il rischio che il tentativo del governo Renzi faccia la stessa fine di altri del passato. Tanto più che le forze in campo sono molte e i vari attori non hanno unanimità di vedute né una vera legittimazione popolare per agire con scienza e coscienza. Inoltre non va dimenticato che l’Italia è un Paese demograficamente vecchio e quindi «per natura» piuttosto conservatore.

Italia, Paese conservatore
Che l’Italia sia tra i Paesi più vecchi al mondo lo conferma l’Istituto nazionale di statistica (Istat), secondo cui l’indice di vecchiaia (ossia il rapporto tra anziani e giovani) è di 148,6 anziani ogni 100 giovani. In Europa solo la Germania ce l’ha più elevato (155,8). Anche la speranza di vita in Italia è tra le più alte del mondo: 79,4 anni per gli uomini e 84,4 anni per le donne.
Che sia un Paese conservatore lo dimostra ormai da molti anni la stabilità del panorama politico nazionale, sostanzialmente bloccato perché lo zoccolo duro dei principali partiti è molto solido e non consente un vero bipolarismo con ampie maggioranze. In questa situazione, con maggioranze spesso raffazzonate, nessun governo è riuscito finora a realizzare importanti (ossia efficaci) riforme strutturali, soprattutto di rango costituzionale.
Vi riuscirà il governo Renzi?
Mi sembra ragionevole dubitarne, sia per la strana maggioranza parlamentare che lo sostiene e sia perché non ha una vera e propria legittimazione popolare, non essendo il risultato diretto di elezioni politiche, ma di decisioni del partito di maggioranza. Inoltre, nemmeno il Parlamento è pienamente legittimato ad apportare all’impianto dello Stato riforme strutturali importanti sia per la mancanza, anche nei suoi confronti, di una chiara legittimazione popolare e sia perché non ha ricevuto dall’elettorato un mandato preciso per modificare la costituzione in questo o quel punto.
E’ vero che anche l’attuale Parlamento è giuridicamente legittimato a svolgere tutte le sue funzioni, come ha affermato la Corte costituzionale, ma nell’opinione pubblica resta qualche dubbio in quanto la stessa Corte ha dichiarato incostituzionali e quindi illegittimi alcuni aspetti della legge elettorale in base alla quale sono stati eletti, anzi nominati (!), quasi tutti gli attuali parlamentari. Andrebbe infatti ricordato che, eccettuati quelli eletti nella Circoscrizione Estero, non si tratta propriamente di eletti (ossia scelti; eleggere vuol dire scegliere!) ma di «nominati», in quanto gli elettori non hanno avuto la possibilità di scegliere i candidati preferiti, ma solo la lista in cui erano già indicati gli eleggibili.
Già per queste ragioni mi sembra fondato il dubbio che l’attuale governo possa attuare le riforme presentate dal suo instancabile capo in tutte le tribune come se fossero davvero a portata di mano e realizzabili in tempi certi e prestabiliti. Qualche osservatore ha visto in questa insistenza una sorta di ansia di Matteo Renzi per ricevere a posteriori, ossia visti i risultati, la legittimazione che non ha avuto all’inizio del mandato.
Sia ben chiaro, sono anch’io convinto che l’Italia abbia bisogno di riforme strutturali importanti e quanto prima si realizzano meglio è per gli italiani. Siccome però mi sembra azzardato pensare che in pochi mesi il governo riesca ad ottenere ciò che spera da un Parlamento molto frazionato (e per di più minacciato proprio dalle riforme, se attuate, di essere decimato alle prossime elezioni), tanto varrebbe dedicarsi con lo stesso entusiasmo e la stessa energia che ha dimostrato finora ai problemi più urgenti degli italiani.

Le priorità degli italiani
Stando a numerosi sondaggi, agli italiani di quel che stanno discutendo in questi tempi il governo e il parlamento interessa relativamente poco. Non li appassiona né la legge elettorale né la riforma o l’abolizione delle province e men che meno quella del Senato o il riordino del Titolo V della Costituzione. Agli italiani interessa che lo Stato funzioni bene (senza i privilegi della casta e l’eccessiva burocrazia) e intervenga efficacemente e presto nei settori vitali dell’occupazione (riconducendo la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ai valori della media europea), del reddito minimo garantito (busta paga più sostanziosa o assegno di disoccupazione o inoccupazione), della pressione fiscale, della legalità, della giustizia sociale.
A questo punto è facile l’obiezione: per rendere possibili e immediati questi interventi dello Stato sono indispensabili prima le riforme strutturali del Paese, richieste fra l’altro con (eccessiva) insistenza dall’Europa che conta. Ma si tratta di un’obiezione da respingere, almeno in questi termini, perché intanto il governo dovrebbe intervenire subito utilizzando i molti strumenti che ha già ora a disposizione e poi perché le riforme di cui tanto si discute non hanno la stessa urgenza degli altri interventi menzionati, per cui potrebbero essere lasciate alla libera discussione del Parlamento. Oltretutto la fretta è sempre una cattiva consigliera.

E la riforma elettorale?
Delle grandi riforme riguardanti il funzionamento dello Stato, a mio parere, di urgente ce n’è solo una: l’approvazione di una buona legge elettorale. Purtroppo quella (provvisoria) approvata dalla Camera dei deputati non mi pare soddisfacente perché anche in questa versione gli elettori non hanno ancora la possibilità di scegliere tra persone ma solo tra liste. L’impostazione della legge contiene inoltre il rischio di un eccessivo accentramento dei poteri in un unico partito e un’unica persona. Sarebbe grave se per garantire la governabilità si sacrificasse proprio la democrazia.
E’ sintomatico che il disegno di legge non sia il frutto di uno studio pluridisciplinare ma il risultato di un accordo tra due capipartito, Renzi e Berlusconi, ossia due avversari politici, l’un contro l’altro armati (parafrasando Alessandro Manzoni) per la presa del potere, da esercitare possibilmente senza tanti ostacoli.
Non mi ha sorpreso, invece, che sia stata concepita una legge elettorale valida solo per la Camera dei deputati. Nel disegno complessivo di riforma dello Stato proposto dal governo, infatti, il Senato, se mai continuasse ad esistere, non sarebbe più «elettivo» (secondo le affermazioni martellanti di Matteo Renzi).
A questo punto però il discorso si complica e qualche sospetto avanza. Il governo, o Renzi che è la stessa cosa, sembrerebbe agganciare la legge elettorale alla riforma del Senato, a tal punto da escludere nuove elezioni fin quando non sarà approvata in via definitiva la riforma costituzionale del Senato nei termini da lui fissati (un punto fermo è appunto la sua non elezione). Ossia, non prima della fine della legislatura, salvo che la riforma venga bocciata, perché allora, ha ripetuto il Premier in più occasioni, «si va tutti a casa». Ma c’è da crederci?

Riforma del Senato
Sta di fatto che la riforma (in un primo tempo si parlava addirittura di abolizione) del Senato appare anche a Renzi più difficile del previsto, viste le perplessità all’interno del suo stesso partito, da parte del presidente del Senato Pietro Grasso, di insigni costituzionalisti e di numerose altre personalità.
Alla base dei contrasti c’è a mio parere soprattutto una mancanza di chiarezza di pensiero e d’informazione. Se infatti l’obiettivo, su cui più o meno tutti i protagonisti concordano, è chiaro, ossia il superamento del «bicameralismo perfetto», le divergenze aumentano su tutto il resto. Accenno solo ad alcune.
Anzitutto non è chiara l’attribuzione principale del nuovo Senato. Chi sa esattamente cosa significa «Camera delle autonomie»? Non ho sentito finora alcuna risposta soddisfacente, perché in Italia i livelli di «autonomia» sono molteplici e di portata assai differente. Basti pensare anche solo alle differenze esistenti tra Comuni, Province (posto che non si riesca ad eliminarle) e Regioni, Regioni ordinarie e Regioni a Statuto speciale, ecc.). Come verrebbero rappresentate le varie autonomie? Né sono chiare le competenze che avrebbe questo organismo, soprattutto se venisse privato totalmente della potestà legislativa o del potere di controllo sull'operato dell’esecutivo (ad esempio nel campo della gestione finanziaria).

Mancanza di chiarezza e semplicità
Seguendo alcuni dibattiti televisivi mi sono reso conto di quanto poco possano interessare le discussioni tra «addetti ai lavori», i quali non sembrano avere le idee chiare nemmeno loro. Secondo qualcuno, ad esempio, il bicameralismo perfetto (due Camere con gli stessi poteri) sembrerebbe la causa di tutti i mali d’Italia, senza essere nemmeno sfiorato dal dubbio che i mali o almeno molti di essi possono dipendere anche dal cattivo funzionamento delle istituzioni.
Ho sentito persino il costituzionalista Michele Ainis (ma potrei citare anche altre personalità) affermare che il bicameralismo perfetto esiste praticamente solo in Italia, ignorando che esiste, per esempio, anche in Svizzera. Lo stesso Ainis mi ha inoltre sorpreso quando, in una trasmissione televisiva, parlando del suo modello di riferimento per il nuovo Senato, ossia il Bundesrat tedesco, ha aggiunto «notoriamente non eletto», senza specificare come viene costituito. Eppure non occorre essere costituzionalisti per sapere che negli Stati federali i componenti della cosiddetta «Camera alta» (spesso chiamato Senato) non sono eletti a suffragio universale ma solo dagli elettori dello Stato di cui diventano rappresentanti. Sono comunque pur sempre eletti per quella funzione.
Tornando alla legge elettorale, se la si volesse rendere applicabile in tempi brevi, basterebbe integrarla con un articolo che preveda l’elezione dei membri del Senato con modalità differenti in base agli ordinamenti delle varie entità autonome. Perché, invece, si insiste sul suo aggancio alla riforma del Senato? E perché, per riformare il Senato non si comincia a precisare quali sono le sue competenze e come deve espletarle? E in generale, per risparmiare costi ed accrescere efficienza, perché non si dimezza il numero dei parlamentari e le loro indennità, cominciando con l’eliminazione dei senatori a vita nominati? E quando si comincia a responsabilizzare, anche finanziariamente, gli enti autonomi, cominciando dalla Regioni?
Evidentemente chiarezza, semplicità, responsabilità… non sono tipiche virtù italiche.

Giovanni Longu
Berna, 9.4.2014

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