1 gennaio 2014

Il 2014 come sarà?


Ricordate la poesia di Gianni Rodari su «L’anno nuovo»? Tratta della curiosità di molti, o forse di tutti, di sapere in anticipo come sarà l’anno appena iniziato, e soprattutto se sarà «bello, brutto o metà e metà?». Il poeta chiudeva la sua poesia, con una perla di saggezza: sicuramente anche quest’anno avrà quattro stagioni che si succederanno nell’ordine prestabilito come i mesi, le settimane e i giorni e «per il resto anche quest'anno / sarà come gli uomini lo faranno». Già, tutto (o quasi tutto) dipenderà da quel che gli uomini e ovviamente anche le donne vorranno e faranno. Ciò non toglie, ovviamente, che ciascuno si auguri un anno migliore di quello appena trascorso e nutra qualche aspettativa. Anch’io ne ho un paio.

Il premier Letta a Berna
Storicamente, le visite ufficiali di capi di stato e di governo italiani in Svizzera hanno sempre contribuito a risolvere problemi gravi e a rafforzare la collaborazione tra i due Paesi amici. Mi auguro pertanto che la prossima visita de Presidente del Consiglio Enrico Letta avvii quanto meno la soluzione dell’annosa questione sulla fiscalità dei capitali italiani depositati nelle banche svizzere e non dichiarati al fisco italiano. Non credo che sarà una trattativa facile, perché in vista del (futuro) scambio automatico delle informazioni bancarie, la Svizzera chiederà in cambio di trattare anche la questione dei frontalieri, l’attività delle banche svizzere in Italia, l’abolizione delle liste nere che la riguardano e altro ancora.
Spero, tuttavia, che il premier Letta non tratti solo questioni fiscali o di reciprocità in campo finanziario, ma affronti anche il problema dell’impegno italiano per la promozione della lingua e della cultura italiana in Svizzera. Con una popolazione italiana o italo-svizzera di oltre mezzo milione di persone, ritengo che l’Italia debba farsi carico, almeno al pari della Svizzera, delle esigenze linguistiche e culturali di questa popolazione. Trovo sconcertante la scarsa partecipazione delle istituzioni e delle organizzazioni italiane al dibattito pubblico che si sta svolgendo in questi ultimi anni in Svizzera su questi temi. La collettività italiana ha diritto di sapere qual è la politica linguistica e culturale in Svizzera del governo, dell’ambasciata e dei consolati italiani. Mi auguro che il premier Letta possa dare anche al riguardo qualche indicazione chiara.

Coltivare la memoria
Nel 2014 mi auguro anche che tra gli italiani, italo-svizzeri e simpatizzanti cresca la consapevolezza di una grande responsabilità che incombe sia sulle prime generazioni che sulle generazioni successive, ossia quella di mantenere viva la memoria del passato migratorio.
Le prime generazioni di immigrati venuti in Svizzera negli anni del dopoguerra fino agli anni Settanta del secolo scorso hanno ormai concluso la loro esperienza lavorativa. Molte persone addirittura non ci sono più, altre sono rientrate definitivamente in Italia, ma sono ancora numerose quelle che rimaste qui a godersi insieme a figli e nipoti una tranquilla e meritata pensione. 
Purtroppo della fase pionieristica, dell’esperienza migratoria travagliata in tutti i sensi, si sta perdendo persino il ricordo. Le rievocazioni storiche a carattere più o meno scientifico ne parlano in termini molto freddi e asciutti, fatti di numeri, statistiche, votazioni, politiche pro e contro, ma trascurano inevitabilmente gli aspetti più umani degli immigrati, della sofferenza, dell’umiliazione, del sostegno reciproco, della vicinanza della religione attraverso le Missioni cattoliche, della simpatia e della solidarietà vissute nelle associazioni ma anche con molti svizzeri, dell’attaccamento al lavoro e alla famiglia, della volontà irrinunciabile di lasciare ai figli la possibilità di una vita migliore.
Credo che si farebbe un torto gravissimo alle prime generazioni se il ricordo della loro esistenza ed esperienza non venisse conservato e tramandato. Le seconde e terze generazioni dovrebbero essere le testimonianze viventi delle loro origini migratorie. Forse in passato molti hanno preferito rimuovere dalla propria coscienza queste origini, disertando luoghi e manifestazioni che le ricordasse, giungendo persino a negarsi la possibilità di coltivare la lingua italiana e preferendo assumere totalmente le caratteristiche dei coetanei svizzeri. Oggi, sembra, il richiamo delle origini e il bisogno di valorizzare la propria storia personale e familiare stanno crescendo.

Compito anche delle associazioni
Credo che sia anche compito delle associazioni, soprattutto di quelle meno legate al passato e di quelle meno disorientanti troppo legate al presente poco entusiasmante della politica italiana, far sì che il ricordo di una storia migratoria italiana collettiva non vada perso e che i giovani che in questa storia affondano le loro radici accrescano la consapevolezza che la loro riuscita, la loro enorme potenzialità, la loro superiore apertura mentale è anche il risultato dell’esperienza dei loro genitori e nonni.

BUON ANNO!


Giovanni Longu
Berna 1.1.2014

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