2 ottobre 2013

60 anni fa: la rivolta dei contadini italiani in Svizzera


Della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera si è scritto e pubblicato molto, purtroppo partendo spesso da punti di vista molto soggettivi (ideologici) e poco obiettivi (poca prospettiva storica, scarsa analisi delle fonti, pochi dati statistici). Ovviamente nell'amplissima letteratura disponibile ci sono anche lodevoli eccezioni, per lo più a carattere settoriale o monografico. Un esempio per tutti, il recente volume di Sonia Castro, Egidio Reale tra Italia Svizzera e Europa. Milano, Franco Angeli, 2011.
La lettura di questa accurata biografia dell’illustre personaggio mi offre lo spunto per rievocare la condizione degli immigrati italiani addetti all'agricoltura svizzera sessant'anni fa. Si tratta di una pagina della storia dell’immigrazione italiana in Svizzera poco conosciuta, che agitò la diplomazia dei due Paesi. Prima di trattarla da vicino mi sembra indispensabile accennare al contesto.

Egidio Reale, da esule ad ambasciatore

Egidio Reale
Dal 1947 era a capo della Legazione d’Italia (non ancora elevata al rango di Ambasciata) il Ministro plenipotenziario (un grado inferiore a quello di ambasciatore) Egidio Reale, già esule antifascista in terra elvetica dal 1927 al 1945 e ottimo conoscitore della storia, della cultura e della politica svizzera, ma anche degli immigrati italiani. Fin dal tempo dell’esilio egli godeva di molta stima non solo tra i connazionali, ma anche negli ambienti politici e tra gli stessi consiglieri federali, che lo ritenevano un interlocutore validissimo.
Nel 1953, quindi sessant’anni fa, su richiesta italiana, ma anche per evitare che Reale potesse essere nominato ambasciatore e lasciare la Svizzera per andare in altra sede, il Consiglio federale accettò di elevare la Legazione d’Italia al rango di Ambasciata e la promozione di Reale a primo Ambasciatore italiano in Svizzera.
Questo passaggio, apparentemente solo formale, rispecchiava bene anche il momento storico particolarmente delicato per l’immigrazione italiana in Svizzera, essendo in piena attuazione l’Accordo tra la Svizzera e l'Italia relativo all'immigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera del 1948, che proprio Egidio Reale aveva condotto a buon fine. Trattandosi per la Svizzera del primo accordo del genere e per l’Italia di una possibilità straordinaria per dare uno sbocco sostenibile e controllato al forte esubero di manodopera, entrambi i Paesi avevano interesse a uno svolgimento regolare e senza intoppi del flusso migratorio.

Immigrazione voluta e benaccetta
Giusto per dare un’idea dell’importanza di questo flusso, sia di entrata in Svizzera che di rientro in Italia, le cifre seguenti sono eloquenti (in parentesi i rientri): 1947: 105.112 (35.216); 1948: 102.241 (81.672); 1949: 29.726 (80.830); 1950: 27.144 (26.942); 1951: 66.040 (26.141); 1952: 61.593 (45.212); 1953: 57.236 (45.500); 1954: 65.671 (54.041); 1955: 71.735 (54.778).
Saltano subito agli occhi le prime cifre, davvero straordinarie, riguardanti gli arrivi in Svizzera. Una certa meraviglia dovette suscitarla già il risultato del 1947 in Egidio Reale, che in qualche modo ne fu il regista, tanto che nel novembre dello stesso anno comunicò a Roma con evidente soddisfazione di aver vistato il centomillesimo contratto di lavoro, ossia più del doppio di quanti ne erano stati registrati l'anno precedente.
Negli anni 1949 e 1950 il flusso si ridusse drasticamente (pochi espatri e molti rientri in Italia) in seguito a una passeggera contrazione dell’economia svizzera, ma riprese subito dopo a crescere ad un ritmo medio, nel periodo 1951-1960, di oltre 70.000 persone l’anno.
La differenza fra le entrate in Svizzera (586.498) e i rientri in Italia (450.332) nel periodo considerato (1947/55), è un altro dato che salta facilmente agli occhi. Questo significa che oltre ai permessi stagionali, i più numerosi (che comportavano il rientro dei titolari alla fine di ogni stagione, generalmente in dicembre), erano molti anche i permessi di soggiorno annuali (senza alcun obbligo di rientro), che contribuivano a far aumentare a ritmi impressionanti il numero degli italiani stabilmente residenti. Se alla fine della guerra risiedevano in Svizzera circa 100.000 italiani, nel 1950 erano già oltre 140.000 e appena cinque anni dopo, nel 1955 240.000.

Aspetti positivi
La crescita della popolazione immigrata italiana (proveniente fino ad allora in gran parte dal Nord) stava anche a significare, nonostante molte affermazioni contrarie di certa letteratura sull'emigrazione italiana in Svizzera degli anni Settanta e anche recente, che almeno la maggioranza degli immigrati traeva dal bilancio migratorio personale un saldo positivo. Gli aspetti positivi prevalevano cioè sui pur numerosi aspetti negativi legati alla lontananza dal paese d’origine, ai sacrifici, alle incomprensioni e persino alle umiliazioni che talvolta capitava loro di subire. Del resto è risaputo che gli immigrati del dopoguerra, almeno fino alla fine degli anni ’50, erano non solo benaccetti ma anche stimati dai propri datori di lavoro, a tal punto che il Ministro Reale dovette una volta intervenire presso l’Associazione costruttori perché questa aveva dichiarato di voler assumere solo lavoratori del Nord.
Del clima favorevole che si respirava in quel periodo ne è anche prova l’aumento del numero dei matrimoni di svizzeri con donne italiane, limitati fino ad allora a poche centinaia l’anno, che nel periodo 1946/50 superarono abbondantemente il migliaio e nel periodo 1951/55 raggiunsero una media di 1625 l’anno. Anche per i matrimoni di italiani con svizzere la tendenza era analoga, sebbene in cifre assolute queste unioni continuassero a restare relativamente modeste (solo nel triennio 1953/55 superarono la soglia di 500 l’anno). Aumentavano, di conseguenza, anche gli italiani (soprattutto donne, a causa del matrimonio), che acquisivano la nazionalità svizzera: dagli 889 del 1947 passarono a una media di 1583 l’anno nel periodo 1948/53.

Problemi settoriali
Ovviamente, problemi dovevano essercene, indotti soprattutto dalla convivenza forzata di persone assai diverse per provenienza, cultura e storie personali; ma erano sicuramente di natura diversa e d’intensità ben inferiore rispetto a quelli che gli immigrati italiani conosceranno negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, provocati da movimenti xenofobi che fomentavano il disprezzo generalizzato degli stranieri. Inoltre, sessant'anni fa, molti problemi concerneranno solo gruppi o categorie di immigrati e non erano generalizzabili, fatta eccezione per quelli che non si era potuto risolvere nella difficile trattativa che portò all'Accordo di emigrazione del 1948 (statuto stagionale, periodo di attesa del permesso di domicilio, ricongiungimento familiare immediato, ecc.).
Occorre dire che ai tempi di Egidio Reale, grazie anche alla sua particolare sensibilità acquisita nel periodo dell’esilio dalla frequentazione di molti gruppi di immigrati, non solo la Legazione ma anche i Consolati erano attenti alle segnalazioni che provenivano soprattutto dal mondo del lavoro. Spesso, con interventi mirati, molte situazioni veniva chiarite e risolte, altre volte le questioni si rivelavano più complesse e difficili.

La protesta dei contadini italiani
Uno dei casi più complessi e di difficile soluzione fu quello riguardante gli italiani immigrati addetti all'agricoltura, che erano allora diverse migliaia. Per la Svizzera, pur essendo questo un settore strategico, era gestito praticamente in maniera autonoma dalla potente Unione dei contadini. In esso vigevano condizioni di lavoro, usanze, tempi di lavoro e salari assai diversi e svantaggiosi rispetto a quelli applicati ad esempio nell'industria. Quanto bastava per generare scontento tra gli addetti italiani. Molti lavoratori si lamentavano non solo degli orari di lavoro eccessivi (fino a 14 e persino 17 ore al giorno), ma anche delle pessime condizioni lavorative e salariali e persino di maltrattamenti subiti. Alcuni di essi, rientrati in Italia, erano riusciti a far scatenare in Italia una campagna di stampa contro i datori di lavoro svizzeri e a sollecitare un intervento chiarificatore e possibilmente risolutore da parte della Legazione d’Italia a Berna.
Il Ministro Reale, in effetti, già nel 1951 aveva segnalato al Ministero degli Affari esteri la difficile situazione, pur riconoscendo che si trattava del solo «punto oscuro» nel quadro dell'emigrazione italiana in Svizzera. Egli era anche intervenuto più volte personalmente presso le competenti autorità svizzere, ma apparentemente senza riuscire a ottenere sostanziali miglioramenti. La questione era stata persino trattata in seno al Consiglio federale, ma sembrava irrisolvibile. Nel 1953 fu avviata anche un’ampia inchiesta tra le imprese agricole svizzere, ma non diede risultati utili.

Soluzione non violenta
A risolvere la questione pensarono bene i diretti interessati, o meglio non più tanto interessati. Infatti, nonostante le pressanti richieste svizzere, gli italiani disposti ancora a venire e soprattutto a rimanere in Svizzera a coltivare i campi cominciarono a diminuire vistosamente a partire dal 1952. Si legge ad esempio nell'opera di Castro citata che «su 2400 braccianti reclutati dall'ufficio del lavoro di Mantova e diretti verso le campagne sangallesi nel 1953, a tre mesi di distanza soltanto sei erano restati in Svizzera e questi ultimi perché avevano trovato lavoro come manovali».
Era una sorta di rivolta senza violenza a condizioni di lavoro molto dure e mal retribuite, clausole dei contratti di lavoro non rispettate, assenza di sindacati in grado di far rispettare i contratti collettivi, cattive condizioni di vitto e alloggio e persino maltrattamenti.
La ribellione ebbe successo. Tanto è vero che nei censimenti federali della popolazione dal 1950 in poi la presenza di italiani nel settore agricolo scenderà da diverse migliaia a poche centinaia.

Giovanni Longu
Berna, 2.10.2013