4 settembre 2013

Quell’estate calda di 50 anni fa (prima parte)



Durante il periodo estivo e autunnale di 50 anni fa, alcuni episodi incisero profondamente sulla storia dell’immigrazione italiana in Svizzera, che dagli inizi degli anni ’60 era in forte crescita e stava cambiando radicalmente. 
La classica goccia che fece traboccare il vaso fu l’espulsione di alcuni attivisti comunisti italiani e l’interdizione d’entrata in Svizzera comminata anche ad alcuni parlamentari dell’allora Partito comunista italiano (PCI) accusati di «attività politica illecita».

Tanto in Italia quanto in Svizzera si aprì un ampio dibattito sull'emigrazione/immigrazione italiana che coinvolse gli ambienti politici e sindacali, le rappresentanze diplomatiche e i rispettivi governi, i media e l’opinione pubblica.
Un richiamo alla situazione generale e ad alcuni antefatti contribuirà a conoscere meglio quel periodo, difficile e interessante allo stesso tempo, e a valutare la portata di quegli episodi e di quelle discussioni.

Inizi degli anni Sessanta
Agli inizi degli anni ’60, la Svizzera perseguiva una politica migratoria assai liberale finalizzata a soddisfare le esigenze dell’economia in forte espansione. L’immigrazione, fino ad allora proveniente soprattutto dall’Italia del nord, era molto facilitata.
In Italia, invece, stava per finire il decennio del «miracolo economico» (1953-1963) e per cominciarne un altro piuttosto turbolento caratterizzato dalle lotte sindacali del 1962-1963 (una sorta di anticipo di quelle del 1968-70), dalla fine del «centrismo» della Democrazia Cristiana (DC) e dall’inizio del centro-sinistra (1963).
L’economia cominciava a rallentare (crisi dell’industria automobilistica), anche se le migrazioni interne tra sud e nord continueranno per tutto il decennio. Proseguiva, intensificandosi, anche l’emigrazione verso i Paesi europei, soprattutto Germania e Svizzera, dove l’economia richiamava molta manodopera.

Immigrazione in forte crescita
Nel 1960 risiedevano stabilmente in Svizzera oltre 346.000 italiani, senza contare i circa 130.000 stagionali. Se negli ultimi cinque anni del decennio precedente i nuovi arrivi erano stati 70-80 mila l’anno (contro rientri in Italia dell’ordine di 50-60 mila), nei primi anni ’60 l’aumento degli arrivi è stato impressionante: 128.257 nel 1960, 142.114 nel 1961, 143.054 nel 1962 (contro rientri dell’ordine di 90-100 mila). L’incremento medio degli italiani in Svizzera era in quegli anni di circa 40.000 l’anno. Dal 1961, tuttavia, gli immigrati italiani provenivano soprattutto dal Mezzogiorno.
Gli immigrati italiani costituivano allora non solo la componente migratoria straniera più numerosa, ma da soli rappresentavano circa il 60% degli stranieri. Inviavano ogni anno ai parenti in Italia rimesse dell’ordine di 500-600 milioni di franchi. Molti svizzeri rimproveravano loro di guadagnare qui e spendere all’estero.

Rivendicazioni e reazioni
E’ facile immaginare che un numero così importante di stranieri (italiani) poteva generare qualche problema, tanto più che l’accordo di emigrazione tra l’Italia e la Svizzera del 1948 non aveva previsto quasi nulla riguardo alle abitazioni, alla formazione di nuove famiglie, alle esigenze dei figli (seconda generazione) come asili, scuole, ospedali, tempo libero, ecc.
Tra gli svizzeri, l'aumento della presenza straniera e i cambiamenti che stava provocando nella vita quotidiana era oggetto di ampio dibattito. Se l'industria e l'artigianato, che dipendevano dalla manodopera estera, difendevano una sorta di politica delle mani libere in materia d’immigrazione, i sindacati svizzeri temevano che i salari inferiori degli stranieri potessero spingere al ribasso anche quelli degli svizzeri e che si perdesse la tradizionale «qualità» svizzera dei prodotti. Una parte dell’opinione pubblica criticava gli stili di vita di molti stranieri ed era preoccupata per il proprio stesso futuro.
Alcuni movimenti xenofobi ne avevano approfittato per rispolverare lo slogan dell'inforestierimento (già utilizzato all’inizio del secolo) e lanciare iniziative contro gli stranieri. Nel 1961 era stato fondato a Winterthur anche un partito xenofobo denominato: «Azione nazionale contro l’inforestieramento del popolo e della patria». Vi avevano aderito soprattutto insegnanti di scuola, operai, piccoli impiegati e contadini. Il partito aveva subito preso posizione contro la disponibilità della Confederazione a ridiscutere l’accordo italo-svizzero in materia di emigrazione.
Lo stesso anno, non sottovalutando le critiche provenienti da diverse parti sulla situazione reale della popolazione straniera, le autorità federali avevano incaricato una commissione di esperti, in prevalenza economisti universitari, di esaminare il problema dei lavoratori immigrati in Svizzera dal punto di vista non solo economico ma anche demografico, sociale e politico.

Negoziato difficile
Da parte loro, gli immigrati italiani, sempre più coscienti della loro condizione e ben organizzati in associazioni assai combattive, non perdevano occasione per denunciare le difficili condizioni di lavoro, salariali, assicurative, abitative, ecc. Alcuni problemi sociali si stavano accentuando soprattutto in seguito ai ricongiungimenti familiari, all'aumento dei giovani di seconda generazione, a presunte discriminazioni sul posto di lavoro.
Gli italiani chiedevano in particolare maggiori garanzie per il posto di lavoro, l’assicurazione malattia anche per i familiari in Italia, migliori condizioni abitative, l’abolizione dello statuto di stagionale, l’eliminazione delle discriminazioni, ecc. Cercavano di esercitare una certa pressione almeno sulle autorità italiane sollecitando un deciso intervento su quelle svizzere.
In effetti, ai problemi sociali derivanti dalla presenza di una «massa» di immigrati, sempre più spesso con famiglia, si prestava ancora poca attenzione, a livello federale, sia perché non erano ritenuti particolarmente gravi e sia perché in una logica federalistica erano di competenza prevalentemente cantonale e comunale e, per certi aspetti, delle imprese.
Sotto il profilo politico generale, la Confederazione era interessata soprattutto a impedire che il numero degli stranieri residenti stabilmente sul suo territorio aumentasse eccessivamente. Era infatti grande e diffusa la paura dell’«inforestierimento», ossia della presenza di «troppi stranieri» e della dipendenza economica dall'estero. Anche per questo l’immigrazione era considerata essenzialmente «temporanea», in funzione dell’andamento congiunturale e non era (ancora) pensabile che diventasse «strutturale».

Esternazioni del ministro Sullo
Le autorità consolari e diplomatiche italiane, al corrente delle problematiche sollevate dai connazionali, avevano chiesto all'inizio del 1961 di rinegoziare l’accordo d’emigrazione del 1948 tra la Svizzera e l’Italia.
Il negoziato per un nuovo accordo d’emigrazione era apparso difficile fin dalle prime battute soprattutto a causa delle aspettative italiane che i negoziatori svizzeri consideravano «eccessive».
Fiorentino Sullo (1921-2000)
A rendere ancor più difficile il negoziato erano intervenute anche alcune intemperanze italiane. Forse convinto che, alzando la voce, gli svizzeri avrebbero concesso più facilmente quanto l’Italia chiedeva, nel novembre del 1961 era giunto in Svizzera l’allora ministro del lavoro F. Sullo, ufficialmente «a scopo d’indagine». Voleva raccogliere testimonianze di prima mano sulle reali condizioni dei connazionali immigrati, in vista della ripresa delle trattative italo-svizzere, avviate a luglio a Roma e momentaneamente interrotte.
Oltre ad indagare, il ministro rilasciò numerose interviste nelle quali elencava diverse rivendicazioni provenienti dagli ambienti migratori italiani (ricongiungimento familiare, scuola, assicurazione malattia, assistenza sociale, alloggio ecc.) da presentare alla Svizzera. Creò tuttavia non poco imbarazzo a Palazzo federale non solo la via poco diplomatica di presentare tali rivendicazioni, doppiando in questo modo i lavori negoziali in corso, ma anche la velata minaccia secondo cui «il governo di Roma, ove non si addivenisse ad un accordo soddisfacente potrebbe anche decidere speciali provvedimenti, volti a limitare l'emigrazione in Svizzera della mano d'opera italiana nuova, o ad avviarla soltanto verso quei cantoni che già riconoscono all'operaio italiano vantaggi evidenti».
Non solo gli ambienti politici, ma anche l’opinione pubblica e i media di tutti gli orientamenti, furono molto irritati dalle esternazioni di Sullo, contribuendo ad alimentare i movimenti xenofobi che si stavano sviluppando soprattutto nel Cantone di Zurigo.
(Continua)

Giovanni Longu
Berna 4.9.2013

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