2 gennaio 2013

La Svizzera e gli Stati uniti d’Europa


Si è appena chiuso un anno che ha messo a dura prova la capacità di resistenza di molte economie nazionali europee. La crisi finanziaria, la speculazione internazionale, la debolezza dell’euro, la fragilità di alcuni governi e il commissariamento di altri, la crescita della disoccupazione e dell’indigenza hanno messo in evidenza non solo la fragilità dei vari sistemi nazionali, ma anche la debolezza strutturale dell’Unione Europea (UE).
I Paesi maggiormente colpiti dalla crisi (Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia, Italia, ma anche Francia) hanno messo in luce come l’UE, lungi dall’essere una vera «unione», altro non sia che un’aggregazione di Stati disuguali e disuniti con una vistosa distanza tra gli Stati del Nord e quelli del Sud. Basta leggere i risultati dei principali indicatori socioeconomici dei vari Paesi per il 2012: prodotto interno lordo, debito pubblico, disoccupazione (con particolare attenzione alla disoccupazione giovanile), livello d’imposizione fiscale, reddito disponibile delle famiglie, ecc.
Un quotidiano ticinese, nelle pagine economiche delle scorse settimane conteneva titoli di questo tenore: Francia: record di disoccupati, sono oltre tre milioni; nel terzo trimestre calo del potere d’acquisto delle famiglie. Italia: per le imprese il futuro è nero; disoccupazione ai massimi storici; ripresa dell’economia solo nella seconda metà del 2013; molti italiani, spesso laureati, scelgono la Svizzera come patria di adozione. Grecia: istituti greci in sofferenza; fa capolino l’ottimismo. Germania: «Il PIL tedesco salirà anche il prossimo anno» (assicurazione del ministro tedesco delle finanze Schäuble); acquisti di Natale: giro d’affari record. Unione europea: alle banche aiuti per 1.616 miliardi di euro di aiuti pubblici (principali beneficiari: banche di Gran Bretagna, Irlanda e Germania); crescita dei movimenti populisti in tutta l’Europa, ecc.

Svizzera meglio della zona euro
Quanto basta per tenere alla larga da un’eventuale adesione la Svizzera, che al confronto, anche nell'anno appena trascorso presentava una pagella con le principali voci tutte in attivo: PIL in crescita, soprattutto al confronto col resto d’Europa; «L’economia interna continua a crescere e non risente della crisi europea»; buona tenuta dei consumi; eccedenza nella bilancia dei pagamenti; nel 2012 borsa svizzera positiva con un guadagno di quasi il 20%, ecc. Nei rapporti con l’Unione europea, la maggioranza del popolo, del parlamento e del governo preferisce di gran lunga la via maestra degli accordi bilaterali. Un’eventuale proposta di adesione, secondo tutti i sondaggi, sarebbe in questo momento nettamente respinta.
In occasione del ventennale del rifiuto del popolo svizzero di aderire allo Spazio Economico Europeo (SEE), nessuno svizzero, credo, ha mostrato segni di rimpianto. Molti, soprattutto le destre, hanno anzi festeggiato quel rifiuto, che non ha portato alcuno di quegli svantaggi che i fautori dell’adesione prevedevano se non si fosse entrati nello SEE, anzi ha contribuito a risparmiare alla Svizzera gran parte dei disagi che hanno subito molti Paesi dell’UE.

Quale futuro per l’Europa?
Soprattutto la situazione italiana, estremamente ingarbugliata e difficile da interpretare sia prima che durante il governo Monti, ha messo in luce non solo le numerose criticità tipiche italiane, dal sistema istituzionale al degrado dei partiti, dal dissesto idrogeologico al disservizio della pubblica amministrazione, dalla diffusione dell’illegalità all’assenza d’innovazione, ecc., ma anche il complicato rapporto tra lo Stato nazionale e l’UE. Mai come nell’anno appena trascorso si è sentito parlare di imposizione, commissariamento, diktat da parte dei «poteri forti» e dei burocrati europei. E mai come nel 2012 si è parlato dell’euro come di una moneta malata e a rischio di scomparire come moneta unica dell’UE. I rischi di uscita dalla zona euro sono stati prospettati sia per i Paesi deboli sia per quelli forti.
Ora che si comincia a intravedere la luce all’uscita del mitico tunnel, persino in Grecia, molti intellettuali e politici s’interrogano sul futuro dell’UE, visto che non è stata in grado di superare la crisi economica e finanziaria se non a costi sociali elevatissimi. E’ unanime tuttavia la consapevolezza che l’Unione europea deve rafforzarsi dotandosi di nuovi strumenti più efficaci ma allo stesso tempo più democratici.

Verso gli «Stati uniti d’Europa»
Viviane Reding
Non credo che esistano soluzioni facili, soprattutto a breve termine, neppure dotando di poteri speciali la Banca centrale europea (BCE). Ritengo invece che l’unica vera soluzione, da raggiungere inevitabilmente a tappe, si avrà solo quando l’Unione si trasformerà in «Stati uniti d’Europa». Ritengo altresì, anche alla luce delle ultime crisi e di quelle ancora possibili a causa del forte indebitamento di alcuni Paesi e allo squilibrio di molte economie nazionali, che la strada verso lo Stato federale debba essere intrapresa senza indugi.
In una recente intervista, Viviane Reding, vicepresidente della Commissione europea ha detto che «il progetto “Stati Uniti d’Europa” è l’unico antidoto a questa crisi». E a proposito di questo progetto ritiene che «per un’Europa federale sono possibili più modelli: un’“Europa alla svizzera”, una “Bundesrepublik Europa” oppure gli “Stati Uniti d’Europa”. Dopo matura riflessione ritengo quest’ultimo modello il più condivisibile, ma anche quello che definisce in modo più appropriato la struttura definitiva cui l’Unione europea aspira».
Concordo pienamente sul modello degli «Stati uniti d’Europa», ma non conosco la differenza rispetto a quello di un’«Europa alla svizzera», che è sempre stato considerato un riferimento fondamentale da tutti i principali movimenti federalisti europei. Di più, la Svizzera stessa si è riconosciuta almeno da un secolo a questa parte, possibile modello del futuro Stato federale europeo.

I pionieri
L’idea degli Stati uniti d’Europa è ultracentenaria, risalente addirittura al XV e XVI secolo. Allora quell'idea era pura teoria. Fu solo dopo la Rivoluzione francese che cominciò a calarsi nella realtà di un’Europa lacerata da contrasti e da guerre e che invece avrebbe potuto vivere in pace e prosperare se i vari Stati si fossero uniti sotto forma di Stati uniti d’Europa.
Giuseppe Mazzini è stato uno dei primi pensatori che maggiormente affrontò la questione del futuro dell’Europa da un punto di vista politico. Per il bene dell’Europa riteneva che una volta sbarazzatasi dei regimi autoritari la soluzione migliore consistesse in una federazione di Stati. Per promuoverla, nel 1834 fondò a Berna la Giovine Europa insieme a 5 polacchi, 5 tedeschi ed altri 6 italiani. L’idea piaceva, ma i tempi non erano maturi per trasformarla in realtà.
Un altro grande visionario degli Stati uniti d’Europa fu Victor Hugo (che usò l’espressione in un celebre discorso del 1849 a Parigi), che s’ispirava agli unici due modelli esistenti, gli Stati Uniti d’America e la Svizzera, in cui Stati originariamente sovrani erano passati a uno Stato dapprima confederale e poi federale e garantivano ai propri cittadini una salda democrazia.
Dal discorso di Victor Hugo del 1849, l’idea degli «Stati uniti d’Europa» ha fatto innumerevoli proseliti, tra cui vanno annoverati sicuramente i preparatori e i realizzatori dell’Unione europea, quali, per citarne solo alcuni, Altiero SpinelliWinston Churcill, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Jean Monnet, Robert Schuman.
Il ruolo della Svizzera
In questo movimento di pensiero, si dimentica spesso non solo che uno dei principali modelli ispiratori è sempre stato il federalismo solidale della Svizzera, ma anche che proprio in questo Paese si sono svolte importanti manifestazioni miranti a diffondere e rafforzare il progetto degli Stati uniti d’Europa.
Emilio Bossi (1870-1920)
Fin dagli inizi del Novecento cominciò a diffondersi l’idea di una sorta di Confederazione Europea, sul modello della Svizzera. Già il libero pensatore Emilio Bossi, nel 1906, riteneva che i comuni ideali di libertà e le sue istituzioni democratiche fanno della Svizzera un «primo nucleo di federazione di popoli d’indole e lingua e razza diversa» e «primo passo verso i futuri Stati uniti d’Europa».
Nel 1919, in occasione della discussione parlamentare sull'adesione della Svizzera alla Società delle Nazioni, nata per volontà delle grandi potenze all'indomani della prima guerra mondiale per evitare in futuro altri conflitti così distruttivi, il ticinese Achille Borella fu uno dei principali sostenitori dell’adesione. Riteneva incompatibile «con la dignità di una nazione, quale la Svizzera, la strana pretesa di volersi creare spettatrice indifferente d'ogni lotta giusta od ingiusta, che, per avventura, sorgesse fra le altre nazioni», tanto più che fin da prima della guerra «si era sempre parlato, specie da noi, degli Stati Uniti d’Europa…».
A Borella diede man forte Otto de Dardel sostenendo a sua volta il dovere della Svizzera di partecipare, insieme a tutte le nazioni democratiche, allo sforzo di avvicinamento «che prelude alla costituzione di questi Stati uniti d’Europa dei quali noi siamo stati l’embrione e la cellula organica».
In Svizzera si continuerà a parlare di Stati uniti d’Europa. Nel 1929, a Ginevra, Aristide Briand a nome del governo francese tenne un discorso in cui auspicava tra gli Stati europei «una sorta di legame federale… senza intaccare la sovranità delle nazioni che entrassero a far parte dell’associazione». Ginevra, Lugano e Zurigo divennero centri importanti del movimento federalista europeo.
Churcill dopo il celebre discorso di Zurigo nel 1946
Cento anni dopo l’auspicio di Victor Hugo, toccò in sorte a uno dei vincitori della seconda guerra mondiale, Winston Churcill, rilanciare l’appello a costituire quanto prima gli Stati uniti d’Europa in un celebre discorso tenuto a Zurigo il 19 settembre 1946: «Tra i vincitori c’è una babele di voci confuse. Tra i vinti il cupo silenzio della disperazione. A ciò sono approdati gli europei divisi in tanti Stati nazionali… e tuttavia esiste un rimedio che se fosse adottato spontaneamente da una grande maggioranza di popoli in numerosi paesi potrebbe, come per miracolo, trasformare interamente la situazione e rendere tutta l’Europa, o almeno la maggior parte di essa, libera e felice come la Svizzera dei nostri giorni… Noi dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa…».

Per un’adesione della Svizzera
Con la Svizzera, il progetto di Stati uniti
d'Europa avanzerebbe notevolmente
Il progetto di Stati uniti d’Europa fatica ad avanzare. Darebbe sicuramente un forte impulso alla sua realizzazione l’adesione convinta e solidale della Svizzera, tanto più che la Confederazione potrebbe benissimo proporsi come modello ampiamente realizzato e assolutamente adottabile a livello europeo. Certamente ne beneficerebbe essa stessa e sicuramente l’Europa che non riesce per troppi veti incrociati e compromessi a superare gli ostacoli, che forse domani saranno ancora maggiori di quelli attuali.
Giovanni Longu
Berna 2.1.2013
  


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