18 dicembre 2013

Italiano irrinunciabile… perché?


Il 9 dicembre scorso, in occasione del 50° anniversario dell’adesione della Svizzera al Consiglio d’Europa, l’Ufficio federale della cultura e la Direzione del diritto internazionale pubblico hanno organizzato un Convegno su «Le lingue minoritarie in Svizzera: tra diritti e promozione della diversità. Le sfide attuali nell’insegnamento delle lingue in Svizzera».
Il livello e la qualità del Convegno sono stati messi in evidenza non solo dal pubblico molto numeroso e qualificato che gremiva la grande sala del Municipio (Rathaus) di Berna, ma anche dalle relazioni e dagli interventi dei rappresentanti di istituzioni (Consiglio federale, vari Uffici federali, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, Consiglio di Stato del Cantone di Berna, Consiglio di Stato del Cantone Ticino), di organizzazioni intercantonali, di associazioni d’insegnanti e del pubblico.

Contesto e contenuti
Il contesto era celebrativo, i 50 anni di adesione della Svizzera al Consiglio d’Europa, il contenuto divisivo, com’è ormai da anni quando si discute del plurilinguismo elvetico, vanto per chi vorrebbe ancora diffondere nel mondo la bella immagine di una Svizzera coesa, plurilingue e pluriculturale, preoccupazione per tutte le rappresentanze delle lingue minoritarie che vedono a malincuore la perdita costante di attrattiva e di utenti soprattutto dell’italiano, del romancio ma anche del francese.
Friedrich Dürrenmatt, in un discorso del 1° agosto 1967, diceva a proposito dei rapporti tra i vari gruppi linguistici e culturali che compongono la Svizzera: «il rapporto non è buono, anzi di per sé non esiste alcun rapporto. Abitiamo gli uni accanto agli altri, ma non insieme. Quel che manca è il dialogo, il colloquio, la curiosità reciproca, l’informazione». Da allora ad oggi, purtroppo, non si sono fatti molti passi avanti, anzi, sembrerebbe, se ne sono fatti parecchi indietro.
In numerosi interventi sullo stato e sull’insegnamento delle lingue minoritarie, specialmente del romancio e dell’italiano, sembrava quasi di sentire l’eco delle parole di Dürrenmatt. In effetti, le lingue minoritarie non godono oggi salute migliore che ai tempi del grande scrittore svizzero; stanno infatti perdendo sempre più il carattere nazionale e attrattiva tra gli studenti liceali svizzeri. Fuori del Ticino è sempre più difficile incontrare giovani di seconda generazione italiani e ticinesi che sanno ancora parlare discretamente l’italiano. L’italiano, come il romancio, si riduce sempre più a lingua regionale (Svizzera italiana). La stessa sorte toccherà al francese: nella Svizzera tedesca solo in pochi Cantoni ha una percentuale di parlanti superiore all’uno per cento; fa eccezione Basilea Città con il 2,5%.

Lingue minoritarie e regionali
L’italiano però sta peggio perché non ha la massa critica del francese, sebbene nella Svizzera tedesca e nei Cantoni plurilingui presenti generalmente percentuali superiori al 2 per cento, con punte del 10,2% nei Grigioni e del 4,4% a Glarona. Il grosso handicap dell’italiano è che diminuiscono sempre più gli italofoni (in seguito al rientro di molti italiani di prima generazione e alla totale integrazione di molti italiani e ticinesi di seconda generazione) e l’offerta dell’italiano nelle scuole pubbliche si riduce costantemente.


Proprio questa riduzione dell’offerta ha provocato un vigoroso intervento del consigliere di Stato ticinese Manuele Bertoli, in difesa del plurilinguismo e della primogenitura dell’italiano come lingua nazionale e ufficiale insieme al tedesco e al francese, fin dalla costituzione dello Stato federale (1848). Oltretutto, egli ha denunciato, questa trascuratezza della lingua di Dante avviene violando le regole che disciplinano l’insegnamento delle lingue nazionali in Svizzera. Basta dunque, ha insistito Bertoli, con questa inosservanza da parte di numerosi Cantoni svizzero-tedeschi, ultimo della serie Obvaldo, e basta con le parole («inutile anche organizzare convegni sulla necessità di promuovere le lingue minoritarie»): è tempo di passare ai fatti, cominciando dal mantenimento dell’italiano quale lingua di maturità in ogni liceo svizzero.

Cercare le motivazioni
A sostegno dell’intervento del consigliere Bertoli si sono levate diverse voci del pubblico e di alcuni relatori, ma a mio parere non si è fatto ancora alcun passo avanti rispetto alla situazione attuale e alla tendenza ormai sotto gli occhi di tutti. Del resto nemmeno Bertoli ha affrontato il tema della motivazione necessaria per imparare una lingua, aldilà delle considerazioni piuttosto ovvie della coesione nazionale, dei diritti delle lingue minoritarie, della primogenitura della lingua italiana e simili argomentazioni, utili ma non sufficienti.
La verità è che le motivazioni per apprendere l’italiano a livello di grande pubblico scarseggiano perché l’italiano, come diceva un ambasciatore d’Italia in Svizzera alcuni anni fa, non è o non sembra spendibile, anche in termini di convenienza economica.
Credo che la soluzione del problema dell’italiano non vada tanto cercato invocando nuove ordinanze federali o nuove leggi sulle lingue nazionali, ma piuttosto ricercando le giuste motivazioni per la salvaguardia di una lingua che non è solo una lingua. Ha detto bene, nel suo discorso inaugurale del Convegno, il Consigliere federale Alain Berset: «una lingua non è solo una lingua. Una lingua è più di una lingua. Essa rappresenta una cultura, esprime una maniera di vedere il mondo…».
In effetti, quando si parla di difesa della lingua italiana non si dovrebbe mai dimenticare che a questa lingua è legata strettamente una cultura vivente di ampia portata e anche una parte assolutamente non trascurabile della storia svizzera. Dimenticarla, considerarla secondaria e peggio ancora abbandonarla sarebbe un errore gravissimo.

Giovanni Longu
Berna, 18.12.2013

Italia: investire in formazione


Da oltre vent’anni i leader politici di ogni orientamento nei loro proclami verbali indicano la necessità di interventi prioritari nel campo della formazione, tanto quella di base quanto quella professionale. Di fatto questi interventi vengono trattati come secondari e rinviati «per mancanza di risorse». Sono convinto che manchino anche le idee, ma soprattutto la consapevolezza che senza un sostanziale miglioramento della formazione l’Italia continuerà il suo declino.
L’ultimo leader italiano di turno, Matteo Renzi, ha anch’egli messo tra i suoi impegni politici prioritari «il rilancio della cultura» e «la formazione» perché, secondo lui, «la scuola è il terreno sul quale si gioca il futuro del nostro Paese». Difficile non dargli ragione. Resta da vedere se, in attesa che venga il suo turno di governo, riesca a superare la fase declamatoria e populista stimolando da subito l’attuale governo Letta a fare meglio di quelli di Monti, Berlusconi, Prodi, Amato, D’Alema, Dini, ecc.

Non è pessimismo
Purtroppo anche il dinamico Renzi e il più moderato Letta dovranno fare i conti con le scarse risorse disponibili, la resistenza di una vecchia burocrazia, insegnanti demotivati e forse poco disponibili all’introduzione di criteri quali produttività e meritocrazia anche nel campo della scuola, programmi di studio poco proattivi, centri di ricerca scarsi e inadeguati. Pertanto anche stavolta, come ho manifestato altre volte in passato, dubito che nel prossimo futuro la scuola italiana possa fare il salto di qualità per divenire quel motore di rinnovamento di cui l’Italia ha bisogno in un mondo di competitori sempre più agguerriti e competenti.
Intanto i segnali negativi ci sono tutti, a cominciare dagli insegnanti. Secondo un quotidiano italiano, «i nostri docenti spesso non sanno usare un tablet, non conoscono l’inglese, non leggono un quotidiano, non conoscono la Costituzione e chiedono “Cos’è un comma?”».
Non si tratta evidentemente di pessimismo. Basta osservare le classifiche internazionali riguardanti ad esempio la scuola dell’obbligo, la formazione universitaria, la ricerca e l’innovazione, la formazione continua. Ebbene, l’Italia non figura mai ai primi posti e spesso si trova in fondo alla scala.

Allievi italiani sotto la media OCSE
Recentemente sono stati pubblicati risultati concernenti le prestazioni scolastiche degli allievi quindicenni a livello OCSE. In matematica, lettura e scienze naturali, i tre campi in cui gli allievi sono stati esaminati, gli italiani si classificano al di sotto della media OCSE. In matematica, ad esempio, ben 128 punti separano l’Italia dalla prima classificata Cina-Shanghai, in lettura 80 punti, in scienze 86 punti. Giusto per fare un confronto, la distanza che separa la Svizzera sempre dalla prima classificata è rispettivamente di 82, 61 e 65 punti.
Il quadro degli allievi italiani non è tuttavia uniforme. Infatti gli allievi del nord (soprattutto Trentino, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia e Alto Adige) sono decisamente al di sopra della media nazionale, mentre quelli del sud (Molise, Basilicata, Sardegna, Campania, Sicilia, Calabria) ottengono punteggi sotto la media.
La distanza notevole tra nord e sud anche in questa classifica non fa che aggiungere difficoltà a difficoltà nel rinnovamento e nello sviluppo della scuola italiana.

Formazione continua
Va forse meglio la formazione continua? Niente affatto. A livello europeo gli italiani sono tra i meno dediti alla formazione permanente, mentre ad esempio gli svizzeri sono tra i più virtuosi. Questo confronto mi sembra illuminante.
Mentre l’83% delle imprese in Svizzera dichiara di aver sostenuto almeno uno dei propri collaboratori nelle attività di formazione continua nel 2011 (con punte del 95-96% in campo finanziario-assicurativo, dell’amministrazione pubblica, istruzione, sanità e assistenza sociale), le imprese italiane risultano col 56% sotto la media europea (EU-27) dietro a Croazia, Portogallo e altri Paesi, e poco al di sopra di Malta e Lituania.
Queste cifre possono apparire poco significative, eppure stanno a denotare una situazione molto diversa non solo nel concepire l’importanza della formazione continua in azienda e fuori dell’azienda e conseguentemente l’impegno delle aziende a investire nella formazione e nel perfezionamento dei propri addetti. Non deve pertanto apparire strano che oggi, in Europa, le imprese che hanno meno difficoltà sono anche quelle che investono di più non solo nella ricerca e nell’innovazione, ma anche nella formazione del proprio personale.
Riformare la scuola e investire nella formazione dovrebbe essere chiaro a tutti che si tratta d’investire almeno nell’Italia del domani, se proprio per quella di oggi non ci sono più le condizioni.

Giovanni Longu
Berna, 18.12.2013

11 dicembre 2013

«Gli Svizzeri»… e gli Stranieri


Durante il mese di novembre, in quattro puntate, le emittenti televisive svizzere hanno presentato una serie di quattro filmati, che hanno ripercorso alcuni momenti fondamentali della storia della Svizzera. Dalle origini, che si confondono con la leggenda, fino alla costituzione dello Stato federale e agli indirizzi guida della moderna Confederazione (federalismo, solidarietà, sviluppo economico, sviluppo della formazione, ecc.).
Chi ha seguito attentamente la serie, si sarà forse domandato se davvero per fare la Svizzera sono bastati così pochi personaggi e così pochi episodi, sia pure di ampia portata. La risposta è certamente negativa, perché la Svizzera si è formata nel corso di parecchi secoli, attraverso molti personaggi e molti episodi salienti che non sono stati rappresentati nei filmati.

«Storia di un popolo felice»

Non so quali siano state le «vere» motivazioni che hanno spinto la SSR a proporre i quattro filmati e il gran numero di altre trasmissioni che ne facevano diretti o indiretti corollari. Ritengo tuttavia che non si volesse proporre agli spettatori una storia romanzata «all’americana» di come si è formata la Svizzera e nemmeno una ricostruzione storiografica puntigliosa di come si sono svolti «veramente» i fatti, ma qualcosa d’altro. Penso che lo scopo o uno degli scopi principali sia stato quello di stimolare non solo attraverso ricostruzioni cinematografiche, ma anche dibattiti, interviste, commenti scientifici, una riflessione comune sui valori all’origine e alla base dello sviluppo di un Paese a cui uno scrittore e pensatore svizzero, Denis de Rougemont (1906-1985), nel 1965 dedicò un libro intitolato (nella traduzione italiana): «La Svizzera. Storia di un popolo felice».
Se tale scopo sia stato raggiunto è difficile dirlo, ma credo che almeno in certa misura l’operazione sia riuscita, stando al successo di pubblico e alle numerose discussioni suscitate. Sulla ricostruzione dei fatti e dei personaggi non ci si poteva certo aspettare l’unanimità, ma in generale, a parte forse nel primo episodio, la fedeltà storica è sempre stata ben curata.
Senza nulla togliere alla qualità del prodotto e alla serietà dei produttori, a titolo integrativo vorrei aggiungere qualche osservazione su un altro «valore» e merito della moderna Confederazione fin dal suo inizio: l’integrazione dell’elemento straniero.

Dufour e la cultura francese
Già Guillaume Henri Dufour (1787/1875), protagonista del terzo filmato, dedicato essenzialmente all’impresa di pacificazione dei Cantoni sull’orlo di una guerra civile (nota come «guerra del Sonderbund»), ne è un valido esempio. Dufour, infatti, non è stato solo un abile generale, intelligente e ricco di umanità, ma anche una grande personalità impregnata di cultura francese, che aveva assimilato durante la formazione, iniziata a Ginevra e proseguita in Francia alla scuola politecnica di Parigi e alla scuola di applicazione del genio di Metz. Va ricordato inoltre che Ginevra in quel periodo, fino al 1813, era sotto controllo francese e non faceva ancora parte della Confederazione (in cui entrerà solo nel 1815), tant’è che il giovane Dufour servì per diversi anni nell’esercito francese, meritandosi importanti onorificenze, compresa quella di Gran Croce della Legion d’Onore. Rientrato a Ginevra nel 1817, venne integrato nell’esercito svizzero. Nel 1847 venne incaricato, come ben ricordato nel filmato, di porre fine alla guerra del Sonderbund.
Evidentemente, la formazione e l’esperienza francese non impedirono a Henri Dufour di divenire uno dei grandi personaggi «svizzeri» che hanno fatto la storia di questo Paese e uno dei massimi sostenitori della coesione nazionale.

Pellegrino Rossi, «l’uomo determinante»
Pellegrino Rossi
Nello stesso filmato, che si conclude con l’accenno alla pacificazione tra i Cantoni e alla costituzione dello Stato federale con l’approvazione della Costituzione federale (1948), avrebbe meritato almeno un accenno un altro personaggio importante, Pellegrino Rossi (1787-1848), che ne fu uno dei principali ispiratori. Economista, giurista e uomo politico italiano, con molteplici esperienze di governo in Francia e nello Stato pontificio, dopo il fallimento di una spedizione anti-austriaca in Puglia e Calabria si rifugiò a Ginevra, dove insegnò giurisprudenza e ottenne la cittadinanza svizzera.
Nel 1820 fu eletto deputato al Gran Consiglio e nel 1832 venne nominato rappresentante di Ginevra nella Dieta federale, l’Assemblea dei rappresentanti dei Cantoni. Si era in una fase turbolenta dei rapporti tra Cantoni, combattuti tra tendenze unitarie liberali e tendenze autonomiste e autoritarie. Allo scopo di trovare una forma di conciliazione Rossi fu incaricato di tracciare le linee di un nuovo Patto federale. Il «Patto Rossi», in cui l’autore proponeva l’istituzione di un governo federale quale «sintesi vivente dell’unità e delle diversità», fu rifiutato dai Cantoni e dalla maggioranza della Dieta. Questo rifiuto non ha impedito tuttavia che il già citato Denis de Rougemont scrivesse del personaggio: «l’uomo determinante in questo periodo, nel quale si forma la Svizzera federale, non è uno Svizzero ma un rifugiato italiano, il conte Pellegrino Rossi».

Non solo Escher e Franscini...
Nel quarto filmato i protagonisti sono Alfred Escher e Stefano Franscini, importanti nella storia della Confederazione moderna per aver contribuito a porre su solide fondamenta lo sviluppo e il successo di questo Paese. Soprattutto Escher, come ho già ricordato (v. L’ECO del 27.11.2013), ha indubbiamente grandi meriti nelle realizzazioni di alcune grandi imprese quali la ferrovia del Gottardo e il Politecnico federale, ma credo che proprio riguardo a entrambe vada associato oltre al nome di Franscini anche quello di Carlo Cattaneo, un altro rifugiato italiano.
Già Franscini integra bene nella sua personalità la cultura italiana, non solo in quanto ticinese, ma anche in quanto espressione di una profonda e ricca cultura italiana, che ebbe l’opportunità di assorbire e approfondire durante la sua formazione a Milano, sia attraverso gli studi umanistici e sia tramite contatti con illustri personalità, delle quali almeno una avrebbe meritato un richiamo nel filmato in questione, Carlo Cattaneo.

… ma anche Carlo Cattaneo
Carlo Cattaneo
Carlo Cattaneo (nato a Milano nel 1801 e morto a Castagnola-Lugano nel 1869), studioso, scrittore, uomo politico (federalista convinto), fu grande amico di Franscini, con cui condivise molte idee e molti progetti, certamente quelli della ferrovia transalpina del Gottardo (pensata da Escher fin dal 1833) e del Politecnico federale.
Per la scelta della linea del Gottardo tra le varie opzioni in discussione per l’attraversamento ferroviario delle Alpi, l’apporto del Cattaneo (esule a Castagnola dal 1849) fu fondamentale. Egli sosteneva la necessità di una linea ferroviaria che da Genova portasse al centro d’Europa passando in galleria sotto il San Gottardo. Secondo lui, prolungando la linea retta Genova-Alessandria-Novara fino a Zurigo, si poteva passare solo attraverso il Gottardo.
Per realizzare questa o quella ferrovia transalpina era comunque necessario l’accordo e il contributo finanziario del Regno d’Italia. Carlo Cattaneo cercò di guadagnare alla causa gottardesca lo stesso Cavour, senza riuscirvi, ma le sue idee fecero strada, anche se dovettero passare ancora molti anni prima che l’Italia si decidesse per la linea del Gottardo. In Svizzera, invece, fu più facile trovare consensi, perché ne era già convinto l’amico Franscini (dal 1848 consigliere federale), e dopo di lui anche il suo successore nel Consiglio federale Giovan Battista Pioda, oltre che il banchiere Escher.
Quando nel 1871 venne stipulata la Convenzione per la costruzione della ferrovia del Gottardo tra la Svizzera, l’Italia e la Germania, per l’esecuzione dei lavori l’Italia garantì 45 milioni di franchi svizzeri, la Svizzera e la Germania 20 milioni ciascuna.

In conclusione
I nomi di Pellegrino Rossi e Carlo Cattaneo sono emblematici della capacità della Svizzera d’integrare personalità straniere nel proprio sistema dei valori. Lungo tutta la storia svizzera è facile osservare quanto l’elemento straniero abbia trovato qui un terreno fertile per prosperare e contribuire al benessere generale. Basti pensare a Henry Nestlé, Carl Franz Bally, Karl Albert Wander, Charles Brown e Walter Boveri, Julius Maggi, Giovanni Segantini, Albert Einstein, i fratelli Gianadda, Nicolas Hayek, Ernesto Bertarelli, ecc. ecc.
Perché non si pensi che solo grandi imprenditori, scienziati e artisti possono mettere radici in questo Paese, l’Ufficio federale di statistica ci ricorda che oggi un terzo della popolazione svizzera è costituito da migranti o dai loro discendenti, che quasi 10% delle persone sposate formano una coppia bi-nazionale svizzera-straniera e che 42,6% dei bambini da 0 a 6 anni vivono in un’economia domestica con un passato migratorio. Nel marzo 2013, l’ex Consigliere federale Pascal Couchepin, parlando ad una classe di allievi vallesani, era pronto a scommettere che nei prossimi anni uno svizzero su due avrebbe sposato una persona di origine migratoria, tanto è presente in Svizzera la componente di origine straniera.

Giovanni Longu
Berna, 11.12.2013

27 novembre 2013

«Gli Svizzeri» e l’identità nazionale


«Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?». Questi o simili interrogativi stimolano da sempre la ricerca umana e la filosofia, ossia l’«amore per la sapienza», secondo il significato originario greco della parola «filosofia». Sono anche domande fondamentali per chiunque voglia tentare di dare senso e valore alla propria vita su questa terra.
Gli stessi interrogativi, sicuramente validi per gli individui, possono essere utili anche per una riflessione collettiva alla ricerca o alla riconferma dell’identità nazionale di un Popolo e di uno Stato. Su questo terreno, la ricerca delle origini e del destino collettivo può essere opportuna o addirittura necessaria, quando si attraversano periodi storici caratterizzati, come il nostro, da profonde mutazioni geopolitiche, economiche, sociali e culturali. In questi momenti è possibile che nasca il dubbio della propria identità nazionale e l’incertezza sulla rotta da seguire.

La Svizzera periodicamente s’interroga
La Svizzera non fa eccezione. Negli anni Sessanta, è stata attraversata da una vera e propria crisi d’identità. Si parlò del «malessere svizzero» che si stava diffondendo soprattutto tra gli intellettuali. Pesava, ad esempio, come una specie di senso di colpa, l’atteggiamento eccessivamente «neutrale» avuto dalla Svizzera durante la seconda guerra mondiale, specialmente nei confronti di Hitler. Pesava, soprattutto, la mancanza di una chiara visione del futuro.
Anche Max Frisch ne fu in qualche misura contagiato quando nel 1960 scriveva degli svizzeri: «non abbiamo alcun progetto su noi stessi, e quindi nessun futuro. Da noi si tratta sempre e soltanto di difendere, preservare, aggiustare, perfezionare». E nonostante la Svizzera fosse nata da «nient’altro che un pensiero utopico», Frisch, osservava: «Oggi, invece, non solo le utopie ma anche e soprattutto tutti i desideri radicali vengono per così dire sottratti allo svizzero insieme al latte materno».
Un altro grande scrittore svizzero, Friedrich Dürrenmatt, in un discorso tenuto il 1° agosto 1967, parlando dei rapporti allora esistenti tra i vari gruppi linguistici e culturali che compongono oggi la Svizzera notava: «Il rapporto non è buono, anzi di per sé non esiste alcun rapporto. Abitiamo gli uni accanto agli altri, ma non insieme. Quel che manca è il dialogo, il colloquio, la curiosità reciproca, l’informazione».
Quasi in contrapposizione al pessimismo di tanti suoi contemporanei, qualche anno più tardi un altro pensatore e scrittore svizzero, Denis de Rougemont, pubblicava «La Svizzera. Storia di un popolo felice» (1965). Voleva essere un segnale e un invito a guardare al passato, ma soprattutto al futuro.
Più vicini a noi, nel 1998, in occasione del 150° della Confederazione, il politico socialista Peter Bodenmann osservava un po’ sconsolato che mentre nel 1848 gli svizzeri in Europa erano politicamente i più rivoluzionari, oggi «la Svizzera è politicamente ed economicamente bloccata» e auspicava una maggiore apertura.
Come antidoto, lo stesso anno 1998, il presidente della Confederazione Flavio Cotti suggeriva di «proseguire il cammino intrapreso dai nostri avi, riconoscendo le circostanze storiche mutate ma fondandoci sui loro stessi valori». Non basta, infatti, proseguiva Cotti, «limitarci a contemplare gli indiscutibili successi del passato», ma dobbiamo saper «discernere la realtà attuale, progettare il futuro», ricordando che questo «in democrazia diretta, tocca indistintamente a tutte le cittadine e a tutti i cittadini».

La SSR suggerisce una riflessione
Non so qual è esattamente lo stato d’animo più diffuso oggi tra i cittadini svizzeri, ma non si può nascondere che molti non vedano davanti a sé un futuro roseo, che il dubbio e l’incertezza frenino il loro ottimismo, che le crisi internazionali facciano vittime anche in questo Paese, sebbene in numero minore che altrove, che un senso d’insicurezza serpeggi in diversi strati della popolazione.
In ogni caso, sono persuaso che ad ogni Popolo, periodicamente, giovi riflettere sulla propria solidità identitaria, sulla consistenza delle proprie forze, non solo materiali ma anche spirituali, e sulla propria collocazione nel mondo circostante. Bene dunque ha fatto la SSR (Società Svizzera di Radiotelevisione) a proporre in prima serata in tutte le reti televisive nazionali durante il mese di novembre una serie di quattro filmati (docufiction) allo scopo di stimolare una riflessione collettiva sulle origini della storia svizzera, dai miti di fondazione all’affermazione dello Stato federale moderno (1848).
Per raggiungere meglio lo scopo, oltre alle ricostruzioni cinematografiche di personaggi ed eventi della storia svizzera, sia all’interno dei filmati che negli studi televisivi esperti ed eminenti personalità hanno messo in evidenza il significato storico, politico, culturale e talvolta anche religioso delle singole narrazioni. Inoltre, per sottolineare l’attualità della riflessione collettiva, in tutti i media il tema «Gli Svizzeri» è stato ampiamente trattato in commenti, articoli di giornale, dibattiti televisivi e radiofonici, interventi in Internet.
Non so se sia possibile fare un bilancio in termini di numero di spettatori che hanno seguito tutti o parte dei quattro filmati e soprattutto in termini di «gradimento». Quel che mi pare certo è l’utilità di un simile esercizio, se non altro per stimolare la riflessione sui valori, in un’epoca in cui al riguardo sembrano regnare lo smarrimento e il relativismo: quali sono i valori? Chi lo decide?
Non credo che la SSR, nel proporre questi filmati, abbia inteso promuovere una sorta di esaltazione delle virtù elvetiche, ma ha sicuramente offerto una bella possibilità d’interrogarsi sull’identità nazionale, oggi e per domani, secondo il motto: «Solo chi sa da dove viene sa dove vuole andare». E un Popolo sano, uno Stato sano non vanno mai a casaccio, ma tendono sempre verso quegli ideali che generalmente sono sanciti nella Costituzione. Ebbene, gran parte dei grandi ideali iscritti nell’attuale Costituzione risale ai primordi della Confederazione. I vari filmati hanno cercato di metterne in evidenza più d’uno, incarnandoli nei personaggi-protagonisti.

«Gli Svizzeri»
Già nel primo filmato, dedicato al Patto del Grütli e alla battaglia di Morgarten, sono messi in luce i benefici dell’alleanza e della sua forza derivante dalla forma del giuramento «in nome di Dio onnipotente», ma soprattutto l’irrinunciabile voglia di libertà, da conquistare e difendere ad ogni costo.
E non ha molta importanza se nella rievocazione cinematografica quei valori appaiono incarnati in personaggi che per la storiografia moderna non sono nemmeno esistiti, perché è certo che comunque hanno avuto un’origine, verosimilmente proprio nelle epoche descritte nei filmati. Per questo, personaggi come Guglielmo Tell e Werner Stauffacher, benché appartenenti più alla leggenda che alla storia, possono continuare a sopravvivere nella coscienza popolare perché incarnano valori tuttora validi e irrinunciabili.
Basti pensare anche solo al motto che campeggia all'interno della cupola di Palazzo federale: «Uno per tutti - tutti per uno». Anche se ad ispirarlo non furono i tre confederati che giurarono di sostenersi a vicenda contro le pretese esagerate dell’imperatore asburgico nel 1291, non c’è dubbio che le origini storiche vanno ricercate nelle prime alleanze delle comunità montane che oggi vengono riconosciute come Cantoni primitivi. Così pure va ricercato nello spirito di quelle alleanze la voglia di emancipazione e di libertà dei confederati dalle origini ai giorni nostri.
Nel secondo filmato si tratta della politica di conquista degli svizzeri e delle lotte interne tra confederati e tra città e campagna. A giusta ragione è stato messo in evidenza il superamento dei conflitti sia verso l’esterno che verso l’interno grazie alla neutralità (secondo le esortazioni dell’eremita Nicolao della Flue di «non costruire il recinto troppo lontano» e di tenersi fuori dalla azioni del mondo) e mantenendo vivo lo spirito di conciliazione.
Nel terzo filmato, mentre si rievoca un momento molto critico della convivenza dei diversi Stati-Cantoni (1847), sull’orlo di una guerra civile, si mettono in luce attraverso il protagonista principale Guillaume Henri Dufour, anticipando persino alcuni concetti fondamentali della Rivoluzione francese, il senso della fraternità e dell’assurdità della guerra civile, che – afferma nel filmato - «porta con sé due sventure: la prima di essere stati vinti, la seconda di esserne stati vincitori». Nonostante fosse convinto che l’unità dei confederati dovesse prevalere contro il tentativo di separazione, era anche convinto che non si possono uccidere i propri fratelli. E qualora ciò fosse inevitabile, si dovesse aver cura di «non lasciare cicatrici al mio Paese».
In effetti, la brillante operazione di Dufour facilitò subito dopo la riconciliazione, che portò in breve tempo alla costituzione dello Stato federale con una Costituzione federale valida per tutti i Cantoni. A giusta ragione si dice nel filmato che mentre quasi tutte le rivoluzioni del ’48 sono fallite, quella svizzera ha prodotto lo Stato federale che resiste nel tempo ancora oggi.
Nel quarto ed ultimo filmato si parla della modernità. La Confederazione, ormai costituita e ben strutturata, si vide proiettata verso il futuro per agganciare il progresso già avviato nei Paesi del Nord e del Sud. I protagonisti indiscussi, nel filmato e in parte anche nella storia, sono Alfred Escher e Stefano Franscini. Il primo, uomo politico, imprenditore e banchiere, fondò il Credito Svizzero e, in collaborazione con Franscini, primo consigliere federale italofono, il Politecnico federale di Zurigo. La logica era chiara: senza la finanza non c’è impresa e quindi sviluppo economico, e senza formazione di alto livello non c’è innovazione e ricerca. La prima grande realizzazione d’importanza europea fu la Ferrovia del Gottardo, che venne battezzata come la via delle genti e della modernità. Un simbolo della Svizzera lanciata ormai con convinzione e con i mezzi necessari sulla via del progresso e dell’integrazione europea.
Giovanni Longu
Berna 26.11.2013



20 novembre 2013

150 anni di amicizia tra la Svizzera e l’Italia


Inizia oggi 20 novembre 2013 all'Università delle Tre Età (UNITRE) di Soletta un corso sulle relazioni amichevoli tra l’Italia e la Svizzera, che durano ormai da oltre 150 anni. Si chiarirà anzitutto in che senso si può parlare di «amicizia» tra due Stati vicini. Poi, una volta individuati i settori in cui i rapporti italo-svizzeri sono (stati) più o meno importanti e più o meno problematici, si cercherà di seguirne l’evoluzione dalla proclamazione dell’Unità d’Italia (1861) ai giorni nostri.

La storia delle relazioni politiche, economiche e culturali tra la Confederazione e l’Italia, l’importanza fin qui avuta dalla numerosa collettività italiana e il senso generale della collaborazione e dell’amicizia italo-svizzera costituiranno i temi principali del corso.

Perché un corso sull'«amicizia» italo-svizzera?
La scelta del tema nasce anzitutto da una costatazione piuttosto amara: gli italiani, anche quelli residenti in Svizzera, conoscono molto poco la storia delle relazioni italo-svizzere. Dovrebbe essere invece normale che, soprattutto le giovani generazioni (ma anche le prime che hanno deciso di fermarsi più a lungo del previsto o definitivamente in questo Paese) conoscano questa storia almeno a grandi linee. In fondo si tratta di due Paesi non solo vicini territorialmente, ma anche storicamente, culturalmente, economicamente, socialmente. Oltretutto questa conoscenza può essere illuminante per capire che le buone relazioni bilaterali e multilaterali sono indispensabili agli Stati moderni per svilupparsi pacificamente e prosperare.
Statua delle due sorelle, Svizzera e Italia,
collocata alla stazione di Chiasso per ricordare
la prima grande impresa ferroviaria comune
Il 24 giugno 2012, la Sottosegretaria di Stato italiana Marta Dassù, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni di rapporti diplomatici tra Italia e Svizzera, a Milano, evidenziava il paradosso esistente nella relazione bilaterale Italia/Svizzera con queste parole: «Siamo vicini, abbiamo rapporti economici e commerciali molto rilevanti (l’Italia è come noto il secondo partner commerciale), la comunità di origine italiana che vive in Svizzera è di oltre 500 mila persone, 50.000 frontalieri italiani lavorano nel Ticino, l’Italia è una delle lingue ufficiali della Confederazione Elvetica, ma - questo è il paradosso - non ci conosciamo granché. Non ci conosciamo abbastanza».

Storia intensa e interessante
Il corso sui «150 anni di amicizia tra la Svizzera e l’Italia» vuol essere un tentativo per superare tale paradosso conoscendo meglio oltre 150 anni di storia comune, tra l’altro molto intensa e interessante.
Un’altra spinta ad affrontare questo tema all’UNITRE di Soletta è venuta dalla consapevolezza che la comunità italiana o di origine italiana in Svizzera non è solo rilevante numericamente, ma sta diventando sempre più importante anche politicamente, socialmente ed economicamente. Sarebbe un peccato che soprattutto le giovani generazioni non avessero nozione di come si è giunti a questa situazione, di come hanno interagito le politiche migratorie dell’Italia e della Svizzera, di quanto impegno hanno richiesto e ancora richiedono da parte di entrambi i Paesi il processo d’integrazione ancora in corso e allo stesso tempo la salvaguardia e la valorizzazione dell’italianità. Purtroppo molti giovani sono ignari di questi processi perché gli adulti a loro volta ne sono (stati) spesso protagonisti inconsapevoli. Si tratta quindi di recuperare un po’ di conoscenza della nostra storia comune.

Lontananza dall’Italia
Una terza ragione a giustificazione della scelta del tema delle relazioni italo-svizzere deriva dal desiderio di maggior chiarezza nei rapporti soprattutto istituzionali tra i cittadini italiani e l’Italia. La percezione assai diffusa che la collettività italiana di oggi è molto diversa da quella di 20-30 anni fa e che si sta ulteriormente allontanando a causa della sempre maggiore integrazione in questo Paese e del progressivo allentamento dei vincoli col Paese d’origine, pone numerosi interrogativi sul futuro e sulla natura dei legami che le nuove generazioni possono ancora avere con l’Italia.
Alcuni cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni sono emblematici. Uno degli effetti più evidenti dell’integrazione linguistica, scolastica, professionale e sociale dei giovani è stato il loro allontanamento quasi totale da tutte quelle forme di associazionismo sorte nel dopoguerra per cercare di risolvere problemi tipici della prima generazione. Anche i rapporti degli italiani qui residenti con le rappresentanze diplomatiche e consolari sono notevolmente cambiati, come sono cambiati i rapporti soprattutto tra le giovani generazioni e l’Italia delle istituzioni (Parlamento, Governo, Capo dello Stato, ecc.).
Gruppo di allievi e insegnanti dell'UNITRE di Soletta (2013)
Alcuni anni fa, quando i bambini e i ragazzi in età scolastica venivano interrogati a scuola sul Paese d’origine era facile trovare risposte del tipo, «amo l’Italia perché ci sono nati i miei genitori, perché c’è il sole e il mare, ecc.». Oggi alle stesse domande è più facile che i ragazzi italiani della stessa età rispondano, come è accaduto qualche anno fa a Zurigo, di essere preoccupati per l’Italia, di non riuscire nemmeno ad immaginare di andare a vivere in Italia, di essere innamorati della Svizzera, ecc.
Il corso cercherà di rispondere anche ad alcuni interrogativi che queste costatazioni pongono. Per esempio: Qual è (stata) la politica italiana nei confronti della lingua e della cultura italiana in questo Paese? Quale tipo di rapporti è auspicabile tra i giovani italiani e l’Italia? Servono ancora i cosiddetti «organismi di rappresentanza» tipo Comites e CGIE? Sono utili o addirittura dannosi i partiti politici italiani operanti in Svizzera? Ovviamente le risposte non sono garantite.

Aspetti del corso
Il corso seguirà l’ordine cronologico degli eventi (accordi bilaterali, incontri, visite di Stato, ecc.), dalla proclamazione dell’Unità d’Italia (17 marzo 1861) alla prossima visita in Svizzera del Capo del governo Enrico Letta. Si ricorderà che l’avventura dei rapporti bilaterali è iniziata con qualche esitazione, anche se la Svizzera è stata una delle prime nazioni a riconoscere Il Regno d’Italia.
I rapporti italo-svizzeri si sono poi sviluppati nel tempo con molto dinamismo, soprattutto agli inizi (si pensi alle intense collaborazioni in materia di costruzioni ferroviarie e alla libera circolazione delle persone). Ovviamente l’evoluzione dei rapporti non è avvenuta sempre in rapida progressione, anzi ci sono stati cali d’intensità, contrasti e persino regressi, ma ciononostante hanno raggiunto oggi un livello qualitativo e quantitativo molto elevato. Tanto che non c’è praticamente incontro ufficiale tra rappresentanti dei due Paesi, in cui i rapporti bilaterali non vengano definiti come «eccellenti» e non si sottolinei lo spirito di collaborazione e di amicizia che li contraddistingue.
E’ vero che nelle cerimonie ufficiali i riferimenti ai buoni rapporti bilaterali e alla solida amicizia mancano spesso di sincerità, ma nel caso della Svizzera e dell’Italia corrispondono alla storia e, nella sostanza, alla realtà, data soprattutto dalla presenza nella Confederazione di una collettività italiana (costituita sempre più di seconde e successive generazioni) che è evoluta costantemente non solo in numero ma anche in qualità, fino a diventare una componente stabile di prim'ordine in questo Paese.
Alla fine del corso, proprio alla luce dell’intensità e della qualità delle relazioni tra l’Italia e la Svizzera, ci si potrà domandare perché mai restino ancora aperte certe questioni che apparentemente non sembrano affatto corrispondere a quello spirito di amicizia e di collaborazione. Penso in particolare alle questioni fiscali, alle «liste nere» italiane, alla problematica sui frontalieri, ecc.
Per ogni periodo storico si cercherà di inquadrare gli eventi più importanti nel contesto delle relazioni generali tra i due Paesi, facendo notare di volta in volta i vantaggi reciproci o di una sola parte a seconda del «peso» e della particolare situazione politica, economica e sociale di ciascuna delle due parti.

Centralità della collettività italiana
Un punto di vista privilegiato nell'esame delle relazioni italo-svizzere nel passato e nel presente sarà quello degli effetti diretti e indiretti prodotti sulla collettività italiana in Svizzera. Non verranno cioè esaminati i rapporti bilaterali soltanto per gli effetti che producono in termini di scambi commerciali, finanziari e persino culturali, ma si terrà presente in maniera speciale la ricaduta sugli italiani che vivono e lavorano in questo Paese.
Si esamineranno pertanto in modo speciale tutti gli accordi d’emigrazione intervenuti a partire dal primo accordo del 1868, i principali interventi dei due Stati per migliorare le condizioni di lavoro, economiche, sociali, salariali, abitative, ecc. dei lavoratori italiani immigrati, la politica italiana in materia linguistica e culturale, la politica svizzera in materia d’integrazione, di naturalizzazione e di salvaguardia dell’italianità.

Punto di vista europeo
Un altro punto di vista che verrà tenuto presente durante il corso è quello europeo. Oggi infatti non si può non osservare che entro i confini europei anche le relazioni bilaterali tra Stati hanno necessariamente anche una valenza europea. In effetti anche nelle relazioni italo-svizzere alcuni problemi (si pensi ad esempio alla tanto dibattuta questione dello statuto di stagionali vissuto drammaticamente da moltissimi lavoratori italiani soprattutto negli anni ’60 e ’70) sono stati facilmente risolti nel quadro più ampio delle trattative tra la Svizzera e l’Europa. Oggi, addirittura, gran parte dei rapporti italo-svizzeri rientra nella normalità dei rapporti Svizzera-Unione Europea (si pensi alla libera circolazione delle persone).
Una parte, tuttavia, forse la più solida nonostante non sia regolata da trattati, è veicolata dalla comunità italiana residente stabilmente in Svizzera con la sola cittadinanza italiana o con la doppia cittadinanza. In altre parole, la migliore garanzia per le buone relazioni tra l’Italia e la Svizzera è o dovrebbe essere la componente «italiana», soprattutto culturalmente, diffusa e importante in tutti i settori economici, sociali e culturali di questo Paese. L’integrazione degli italiani ne è un aspetto emblematico.
Giovanni Longu
Berna, 20.11.2013

13 novembre 2013

70° della FCLIS: 4. Considerazioni finali


Nella storia della collettività italiana in Svizzera dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, l’associazionismo costituisce senz'altro un capitolo essenziale. In esso le Colonie Libere Italiane (CLI) meritano un’attenzione particolare per l’influenza esercitata non solo sul fenomeno associazionistico ma anche sull'evoluzione dell’intera collettività italiana.
In questo articolo si cercherà di mettere in evidenza alcuni punti di forza e di debolezza della FCLIS nel corso della sua lunga attività, con riferimento particolare ai primi decenni dalla sua costituzione.

I successi delle CLI
Nel dopoguerra le CLI si sono battute per migliorare la situazione dei lavoratori italiani, sfruttando, soprattutto nei confronti della politica italiana, il proprio prestigio derivante dalla loro origine antifascista e dalla loro diffusa presenza tra la popolazione immigrata.
Esse hanno contribuito in maniera determinante alla presa di coscienza dei lavoratori italiani riguardo alle loro condizioni, ai loro diritti come pure alle loro responsabilità. Hanno saputo infondere in molti di essi uno spirito combattivo e responsabile, stimolando anche notevoli energie per supplire almeno in parte alle molte deficienze dell’apparato pubblico sia italiano che svizzero, ad esempio nei settori della scuola, della formazione professionale, della cultura in generale.
Di fatto, la collettività italiana immigrata, inizialmente penalizzata da molte carenze linguistiche, scolastiche, professionali, ma anche da discriminazioni, ostilità, atteggiamenti xenofobi diffusi nella popolazione, ha superato innumerevoli ostacoli e ha finito per affermarsi come una delle comunità meglio integrate in Svizzera. Il contributo delle CLI in questo percorso è stato notevole. Quali sono stati i principali punti di forza delle CLI?

A. Punti di forza:
Libera Stampa del 3.1.1948
1. L’origine antifascista delle CLI e della FCLIS ad opera di forti personalità della politica e della cultura ha inciso profondamente, soprattutto agli inizi, sugli ideali della nuova organizzazione, sullo spirito battagliero dei suoi aderenti, sui valori di riferimento e sui metodi di lotta per l’affermazione dei diritti e il miglioramento delle condizioni degli immigrati.
In particolare sulle problematiche della scuola e dell’elevazione culturale degli immigrati l’influsso del prof. Fernando Schiavetti è stato fondamentale. Altrettanto si deve dire di Egidio Reale, soprattutto dopo la sua nomina a rappresentante d’Italia in Svizzera, nella lotta alle discriminazioni e nel consolidamento delle assicurazioni sociali.
2. La vicinanza ai problemi reali degli immigrati. Nessuna associazione ha saputo cogliere con la stessa intensità la molteplicità e complessità dei problemi e delle richieste degli immigrati italiani riguardanti le condizioni di lavoro, le assicurazioni sociali anche per i familiari rimasti in Italia, la disponibilità di alloggi a pigioni accessibili, i ricongiungimenti familiari, la formazione scolastica e professionale, ecc. E nessuna associazione ha saputo fare proprie queste esigenze adoperandosi in svariati modi per trovare soluzioni soddisfacenti, riuscendo talvolta a mobilitare migliaia di persone.
3. L’attività rivendicativa irrinunciabile della FCLIS ha saputo stimolare la classe politica italiana (o almeno una parte di essa), solitamente poco interessata alla questione migratoria, a farsi carico anche dei
problemi dei lavoratori emigrati. Non sempre, anzi quasi mai, alle richieste seguivano risposte concrete e adeguate, ma è facile costatare negli atti parlamentari italiani quanto fossero frequenti, soprattutto negli anni ’50 e ’60 gli interventi riguardanti la situazione degli emigrati in Svizzera, provocando talvolta accesi dibattiti.
Anche nei confronti delle istituzioni politiche e sindacali svizzere la FCLIS ha rappresentato uno stimolo a conoscere meglio le problematiche lavorative e sociali degli immigrati. Ai congressi delle Colonie intervenivano, come osservatori, personalità italiane e svizzere di primo piano, che ritenevano evidentemente utili quegli incontri. Da parte sua, la FCLIS è stata anche sempre presente, quando ne ha avuto la possibilità, nei gruppi in cui maggiormente si discuteva e si proponevano soluzioni ai principali problemi concernenti gli stranieri, dalla «Commissione federale degli stranieri» al «Forum degli stranieri».
4. La convinzione che la collettività immigrata fosse una risorsa è stata forse il principale punto di forza nel tentativo, purtroppo solo in parte riuscito, di diffondere tra i lavoratori immigrati, non solo italiani, una coscienza positiva e ottimistica. Occorreva che gli immigrati si rendessero conto di avere la possibilità non solo di criticare e di rivendicare diritti, ma anche di promuovere responsabilmente iniziative appropriate per la soluzione di alcuni problemi, ad esempio nel campo dell’assistenza scolastica, nel settore della formazione e del perfezionamento professionale, a lungo trascurato dai governi, nell’apprendimento delle lingue, nell'assistenza sociale, nella gestione del tempo libero, ecc. L’assenza o il disinteresse delle istituzioni pubbliche, italiane e svizzere, non doveva essere solo motivo di biasimo, ma anche stimolo a una supplenza efficace.

B. Punti di debolezza
La storia dell’immigrazione italiana in Svizzera dal dopoguerra ad oggi non è fatta tuttavia solo di successi, totali o parziali, ma anche d’insuccessi, errori e soprattutto ritardi nel raggiungimento degli obiettivi della parità dei diritti e dell’integrazione. Anche sotto questo aspetto ritengo che la parte di responsabilità delle CLI sia notevole. Quali sono (stati) i principali punti di debolezza?
1. La pretesa della FCLIS di essere l’unica rappresentante dell’emigrazione italiana in Svizzera, forse giustificata durante la guerra, è stata sicuramente un errore in seguito. Era infatti prevedibile, ad esempio, che le MCI e altre associazioni vicine non avrebbero visto di buon occhio il tentativo della FCLIS di marginalizzarle in questo ruolo di rappresentanza.
La reazione fu che già nella metà degli anni ’60 si costituirono, soprattutto nel Cantone di Berna, nuove associazioni e federazioni di associazioni al di fuori della FCLIS, probabilmente su iniziativa o comunque col sostegno dell’allora Console Mancini. Alcuni dirigenti locali delle Colonie parlarono allora di «manovre» per dividere l’emigrazione. Più tardi, agli inizi degli anni ’70, altri gruppi vicini alle Missioni decisero di creare la «Federazione delle associazioni degli italiani emigrati in Svizzera» (FAIES) come «gruppo apolitico e interconfessionale» in aperta opposizione alla FCLIS e ad altre organizzazioni orientate politicamente, che aspiravano ad una posizione egemonica (Tarcisio Tassello).
Le conseguenze furono un ritardo enorme nell’approdo a forme di collaborazione e d’intesa tra le principali forze dell’emigrazione organizzata, che verranno raggiunte faticosamente solo negli anni ’70 e ’80 con i vari Comitati d’intesa nazionale, cantonali e regionali.
2. L’orientamento strettamente «italiano», che ha caratterizzato fortemente gli inizi della FCLIS ha forse impedito di osservare, dalla fine degli anni ’50, la trasformazione della collettività italiana immigrata da «colonia» di cittadini italiani espatriati temporaneamente in una «componente» sempre più stabile di cittadini solo per il passaporto ancora italiani, ma tendenti sempre più all'integrazione.
Uno dei risultati fu che, molto presto, i giovani, sempre meno propensi a un prossimo rientro in Italia, non si sentirono coinvolti nelle problematiche e nelle attività delle Colonie e in genere delle associazioni tradizionali. Nel 1985 scriveva al riguardo una militante: «Ed i giovani, la seconda generazione, perché nelle nostre file non c’è stato quel ricambio che ci aspettavamo?». Se lo chiedevano ormai in molti, ma forse era troppo tardi.
In seguito le CLI cercheranno di recuperare il tempo perduto dedicando molte energie alle problematiche dell’integrazione, del voto degli stranieri a livello amministrativo, delle naturalizzazioni. In parte vi riusciranno.
3. La contiguità col Partito comunista italiano (PCI) è stata probabilmente l’aspetto che ha maggiormente indebolito l’efficacia dell’azione delle CLI. E’ vero che la FCLIS si è sempre proclamata apartitica, ma in vasti settori dell’opinione pubblica essa appariva non solo di sinistra e filocomunista, ma addirittura dominata dal PCI.
Evidentemente non si faceva abbastanza in questa direzione. Tra le persone espulse dalla Svizzera negli anni ’50 e ’60 per «attività comunista», molte erano infatti esponenti delle CLI. Molti dirigenti delle Colonie erano spiati e schedati dalla Polizia federale. Fino agli anni ’70 non era solo Schwarzenbach a ritenere che le Colonie Libere avessero perso da tempo la qualifica di «libere» per il loro assoggettamento al PCI. Erano in molti a pensarlo. Anche in alcuni sindacati svizzeri si esitava a dar credito alle CLI a causa di una presunta relazione privilegiata col PCI e con la CGIL piuttosto che con l’USS.
4. La linea fortemente contestataria e spesso intransigente è stata un’altra fonte di difficoltà della FCLIS soprattutto sul fronte delle rivendicazioni nei confronti della Svizzera. Una diversa strategia, più dialogante e più disponibile al compromesso (quella vincente in Svizzera) avrebbe forse portato più velocemente alla partecipazione degli stranieri a livello locale (magari a titolo solo consultivo), all’abolizione non tanto dello statuto dello stagionale ma delle forme di falsa stagionalità, al beneficio di alcuni miglioramenti della condizione migratoria già previsti nel disegno di legge federale sugli stranieri del 1976 e che invece entreranno in vigore solo nel 2008 (!).

Conclusione
Il discorso sulle CLI è evidentemente ancora aperto perché la FCLIS ha appena celebrato il suo 70° anniversario e non intende certo interrompere la sua lunga tradizione di lotte e di partecipazione alle vicende degli italiani in Svizzera. Non è dunque possibile, almeno a chi scrive, tirare un bilancio di una storia così complessa e ancora in corso. Starà semmai al lettore farsene un’idea, ricordando magari che è già molto difficile definire l’emigrazione o l’immigrazione, capirne i problemi, abbozzarne le soluzioni, figurarsi riuscire a inquadrare un’organizzazione così particolare come la FCLIS nella complessità dell’emigrazione/immigrazione, delle politiche emigratorie/immigratorie, delle relazioni italo-svizzere, dei condizionamenti internazionali. A chi scrive non resta che augurare alla FCLIS lunga vita, conservando lo spirito dei fondatori e modulando le attività in funzione dei sempre nuovi bisogni. (Fine. Gli altri articoli sono apparsi il 16.10, 23.10 e 6.11.2013)
Giovanni Longu
Berna, 13.11.2013




6 novembre 2013

70° della FCLIS: 3. Successi e ostacoli


A pochi anni dalla costituzione della FCLIS, superato lo smarrimento conseguente al rientro in Italia di gran parte degli esponenti dell’antifascismo che erano stati all’origine delle Colonie libere, il movimento riprende vigore, modificando via via il principale centro d’interessi, ma conservando l’entusiasmo iniziale. Se nella visione degli iniziatori c’era stata soprattutto la preparazione del rientro in Italia per la ricostruzione in senso democratico di un Paese distrutto anche moralmente, la FCLIS del dopoguerra sente come propria missione irrinunciabile anzitutto la «sfascistizzazione» delle organizzazioni degli immigrati italiani in Svizzera compromesse col fascismo.

Missione difficile
Purtroppo il compito si rivelò assai più difficile del previsto e l’«epurazione» trovò ostacoli di non facile superamento anche nel prudente atteggiamento delle autorità elvetiche, preoccupate ormai più della «minaccia comunista» che dei rigurgiti fascisti. Del resto, proprio i «residui fascisti», ripresisi a loro volta insieme alle loro associazioni dopo la fine ingloriosa del regime, cercarono da subito di gettare discredito sui «rossi delle colonie libere», considerandoli il vero pericolo in grado di minare la pace sociale che sembrava regnare anche tra gli immigrati italiani.
La FCLIS respingeva qualsiasi connotazione partitica ricordando che gli iniziatori antifascisti avevano voluto fondare a Olten «non un partito bensì un centro di attivismo democratico che non legava a nessun determinato programma politico ma che presupponeva solo la fede delle libertà fondamentali del cittadino». Voleva essere apartitica sì, ma non apolitica. «La Colonia non è apolitica perché non abdica al pensiero. La Colonia, eccetto per i fascisti, è la Casa naturale di tutti, è il Paese, qui in terra elvetica. Non apolitica né agnostica, ma accoglie tutti i pensieri e tutte le tendenze politiche».
In effetti, questo cercava di essere la FCLIS e per questo riscosse da subito molto credito tra gli immigrati italiani, soprattutto tra coloro che possedevano una certa formazione (anche politica) e un buon livello culturale. La forza di attrazione delle Colonie era dovuta non solo alla novità che rappresentavano nel panorama dell’associazionismo tradizionale, ma anche per la convinzione con cui i dirigenti si presentavano, denunciavano, rivendicavano e proponevano. Nei loro discorsi non c’era alcuna esitazione, si sentivano come investiti di una missione «storica», «fatale»: erano convinti di compiere un dovere incondizionato, quello di instaurare nelle «colonie italiane» della Svizzera la democrazia e la pratica della libertà. «Questa funzione di iniziare alla pratica della libertà le collettività italiane uscenti da una specie di medioevo spirituale, è una delle funzioni più nobili e più attuali delle colonie libere», scriveva Libera Stampa nel 1946.
Lo stesso quotidiano ticinese, che ospitava settimanalmente informazioni sulle Colonie libere italiane, preciserà una settimana più tardi: «Chi poteva portare ai nostri connazionali la prima parola di libertà? I cancellieri ed i segretari dei consolati? I consoli fascisti preoccupati della sfuggente pagnotta? I cavalieri ed i commendatori delle colonie [fasciste]? Di gruppi cattolici o liberali organizzati che avessero condotto in Svizzera una lotta politica durante i lunghi anni della dittatura non v'era traccia da noi. E allora? Dov'erano gli uomini? Era nella logica della storia che quegli italiani, i quali per un ventennio avevano tenuta viva la fede nella libertà e che per essa avevano sofferto, fossero i primi ad iniziare il risveglio democratico delle colonie. Era fatale che fossero essi e se non avessero agito avrebbero mancato ad un dovere».

Problematiche migratorie in un’ottica italiana
Tutte le Colonie, che andavano costantemente aumentando, incoraggiate dalle risoluzioni dei Congressi annuali e dagli appelli degli organi centrali, si sentirono coinvolte in questa missione di libertà e tutte cercavano in varie forme di occuparsi non solo della vecchia immigrazione ma anche della nuova.


L’attenzione alle problematiche migratorie era divenuta ormai assolutamente preminente, sebbene sempre in un’ottica che considerava ancora gli immigrati italiani in Svizzera come una «colonia italiana», una sorta di enclave in terra elvetica, che doveva essere difesa e protetta per evolversi secondo parametri che l’antifascismo aveva identificato nei valori della libertà riconquistata e della democrazia, ma sempre mantenendo legami stretti con la madrepatria. Del resto, soprattutto nel dopoguerra fino agli anni Sessanta, l’emigrazione in Svizzera era considerata dagli italiani (istituzioni e individui) una fase temporanea, non solo per effetto della politica immigratoria svizzera di allora, basata sulla rotazione della manodopera, ma anche perché il proposito o il miraggio di quasi tutti gli emigrati (prima generazione) era il rientro in patria. La nuova politica italiana, dal punto di vista soprattutto delle sinistre, avrebbe dovuto eliminare alla radice le cause dell’emigrazione. Anche per questo, almeno fino agli anni Settanta, la parola d’ordine del Partito comunista italiano (PCI), fatta propria anche dalla FCLI era «Ritornare per votare, votare per ritornare!»

In effetti, dopo il 1946 e per almeno un ventennio, le CLI affrontarono in quest’ottica gran parte delle problematiche degli immigrati italiani, soprattutto all'inizio molto complesse e obiettivamente di difficile soluzione. Si pensi anche solo ai problemi che lasciava aperti l’Accordo di emigrazione tra la Svizzera e l’Italia del 1948 (sul quale la FCLIS si mostrò alquanto critica), ai problemi che poneva la stagionalità dei contratti (statuto di stagionale), alle difficili condizioni di lavoro di molti immigrati soprattutto in alcuni rami economici (agricoltura, alberghi e ristoranti, dove talvolta si era costretti a lavorare anche 10-12 ore e più al giorno), alle difficoltà legate alla penuria di alloggi a buon mercato, e poi via via ai problemi che investiranno dagli anni ’60 in poi la seconda generazione, ecc. ecc.

Condizioni del successo: diffusione e organizzazione
Per poter intervenire efficacemente su ogni problematica la FCLIS riteneva indispensabile un’ampia diffusione sul territorio con molte Colonie e soprattutto molte adesioni in modo da legittimare i singoli interventi in rappresentanza di tutta l’emigrazione. Aveva inoltre bisogno di un’efficiente organizzazione interna e un proprio organo di stampa (Bollettino per i soci, poi Bollettino delle Colonie Libere Italiane e successivamente Emigrazione italiana) in grado di informare e sensibilizzare sulle problematiche migratorie non solo i membri delle Colonie ma anche l’opinione pubblica e persino una parte della classe politica italiana, quella di sinistra da sempre più attenta alle rivendicazioni sociali della classe operaia.
Forte di un ampio consenso e di un apparato organizzativo efficiente ed efficace, la FCLIS è riuscita a mobilitare in più occasioni migliaia di italiani e a sottoporre alle autorità italiane (molto meno a quelle svizzere) una serie impressionante di rivendicazioni, alcune destinate magari non immediatamente a buon fine, altre all'insuccesso per impraticabilità oggettiva o disattese in nome del superiore interesse dei buoni rapporti tra l’Italia e la Svizzera o per esplicito rifiuto di quest’ultima.
Si possono citare, a titolo di esempio, le battaglie per l’epurazione dei fascisti, la petizione per il rilascio del passaporto gratuito a tutti gli emigrati, le rivendicazioni di assicurazioni sociali identiche a quelle degli svizzeri, il riconoscimento del diritto all'assistenza sanitaria per i familiari residenti in Italia e degli assegni per i figli a carico anche se rimasti in Italia, la richiesta della FCLIS di partecipare in rappresentanza dell’emigrazione alla trattative bilaterali tra l’Italia e la Svizzera, per non parlare della costante richiesta dell’abolizione dello statuto di stagionale.

Ostacoli svizzeri e italiani
Va tuttavia ricordato che questa linea contestataria e rivendicativa della FCLIS non era sempre ben vista né dalla parte svizzera né da quella italiana.
Per gli svizzeri, almeno dal 1948 esisteva nei confronti di tutte le organizzazioni di sinistra, soprattutto quelle straniere, una pregiudiziale anticomunista che le rendeva quantomeno sospette e inaffidabili. Molti degli italiani espulsi negli anni ’50 e ’60 per «attività comunista» facevano parte delle Colonie e molti dei suoi attivisti erano schedati dalla polizia. Forse anche per questo la FCLIS non fu mai accettata al tavolo delle trattative bilaterali.
Non si può nemmeno dimenticare che alcune posizioni della FCLIS urtavano la sensibilità dei sindacati svizzeri, come quando nel 1972, vennero accusati esplicitamente di essere troppo vicini al padronato. Per tutta risposta venne accusata (insieme alle ACLI e ad altre organizzazioni) di non fare abbastanza per invitare i compatrioti ad aderire ai sindacati svizzeri. L’anno seguente fu lo stesso presidente dell’Unione Sindacale Svizzera (USS) Ezio Canonica, molto stimato negli ambienti italiani, a mettere in guardia le organizzazioni italiane e in particolare la FCLIS dal volersi sostituire al sindacato. E un altro esponente del sindacalismo elvetico, Ernst Wüthrich, si meravigliava che si desse ancora tanto ascolto alle Colonie Libere Italiane.
Nemmeno la parte italiana, tuttavia, era disposta a dare sempre seguito alle rivendicazioni delle Colonie, in parte perché sarebbero state ritenute inaccettabili dalla controparte svizzera e quindi inopportune e in parte perché, a livello parlamentare, a Roma, venivano strumentalizzate soprattutto dal PCI in funzione antigovernativa, quando a dirigere la politica migratoria e la politica in generale c’erano governi democristiani anticomunisti.

Ciononostante…
Ciononostante, almeno fino agli anni Settanta, le Colonie Libere Italiane godevano in Svizzera di un grande seguito. Quando nel 1968 si celebrò il XXV anniversario della fondazione, la FCLIS contava ben 116 associazioni con circa 15.000 tesserati. Al loro interno, le Colonie organizzavano di tutto: incontri, dibattiti, conferenze, consulenza, assistenza, letture, corsi professionali, feste per bambini, feste ricreative, sport, tornei, proiezioni cinematografiche, esposizioni, ecc.
Alla fine degli anni Settanta, quando molte associazioni tradizionali erano ormai in crisi di ricambio e disertate dalle seconde generazioni, le Colonie Libere Italiane erano ancora tra le poche che vantavano per lo meno una certa notorietà tra i giovani, insieme alle Missioni Cattoliche Italiane e a poche altre associazioni sportive.
(Continua nel prossimo numero)

Giovanni Longu
Berna, 6 novembre 2013

5 novembre 2013

Chiude l’INCA-Svizzera, nato sotto una cattiva stella


E’ noto che l’INCA-CGIL sede svizzera chiude le attività per fallimento. E’ sempre triste leggere simili notizie quando riguardano istituzioni nate per la difesa dei lavoratori, ma lo è ancor di più quando la notizia del fallimento si aggiunge a quella del malaffare e della truffa accertata proprio nei confronti di lavoratori che cercavano assistenza.


Evidentemente la sede svizzera dell’INCA (Istituto Nazionale Confederale di Assistenza) non era nata sotto una buona stella. In quanto emanazione del sindacato italiano CGIL, che la Polizia federale svizzera riteneva «comunista e molto potente», il patronato era considerato anch'esso comunista, anzi una sorta di centrale di propaganda. Allora, il semplice sospetto che qualcuno e a maggior ragione un’associazione o un gruppo organizzato fosse «comunista» o di estrema sinistra era sufficiente per allertare la Polizia federale e avviare indagini.
L’INCA, consapevole che sarebbe andato incontro a un netto rifiuto se avesse chiesto di aprire a Zurigo un proprio ufficio con una struttura propria, nell'immediato dopoguerra agì attraverso un cartello sindacale locale che si occupava anche dei lavoratori italiani. Bastò tuttavia che un certo Regolini, delegato dell’Unione Sindacale Svizzera (USS), fosse intervenuto nel 1948 a un congresso organizzato a Milano dall’INCA-CGIL per insospettire la Legazione (ambasciata) di Svizzera in Italia. L’Ufficio federale delle arti e mestieri e del lavoro (UFIAML) chiese informazioni all’USS. Questa rispose affermando che il delegato svizzero aveva in effetti rappresentato la posizione dei sindacati svizzeri che consideravano la difesa dei lavoratori italiani nei confronti del padronato come «uno dei loro compiti principali», anche nell'interesse dei lavoratori svizzeri. Se infatti i sindacati, con il sostegno delle autorità, erano riusciti ad ottenere che i lavoratori stranieri dovessero essere impiegati «alle stesse condizioni salariali e di lavoro degli svizzeri», questo evitava che i lavoratori stranieri potessero venir usati, come era avvenuto spesso in passato, per comprimere i salari anche degli svizzeri.
Solo nella seconda metà degli anni ’50 l’INCA poté aprire un proprio ufficio a Zurigo. Vi riuscì senza troppe difficoltà perché a dirigerlo venne chiamato un avvocato svizzero, tale Bernhard Weck, il quale si era cercato come collaboratore un altro svizzero, un ticinese. Sebbene il Weck fosse noto per le sue «opinioni di estrema sinistra», non rischiava l’espulsione dalla Svizzera, come sarebbe stato il caso se si fosse trattato di un cittadino italiano.
All'ufficio INCA di Zurigo non riuscì invece, per diversi anni, di ottenere il permesso di far venire funzionari direttamente dall'Italia né di aprire nuovi uffici in altre città svizzere. La pregiudiziale anticomunista in quel periodo era molto forte, tanto che nel 1962 il Ministero pubblico della Confederazione incaricò la polizia zurighese d’indagare sulle reali attività del patronato. Ne risultò che i responsabili dell’ufficio «non tentavano d’influenzare politicamente i lavoratori italiani e si occupavano correttamente della difesa dei loro interessi». Dunque via libera alle sue attività e ai suoi funzionari? Niente affatto.
Nel gennaio 1963 si tenne a Berna un incontro riservato fra rappresentanti della Polizia federale, della Polizia federale degli stranieri, dell’UFIAML e dell’Ufficio federale delle assicurazioni sociali riguardante «attività dei sindacati italiani in Svizzera» e in particolare del patronato INCA. Benché non risultasse «alcuna agitazione comunista tra i lavoratori italiani», tutti i partecipanti concordarono che «l’attività in Svizzera dell’INCA (come pure quella degli altri due sindacati italiani) non era auspicabile» e che «la polizia federale dovesse continuare a sorvegliare gli uffici dei sindacati italiani». Inoltre, il responsabile dell’UFIAML fu incaricato di invitare «discretamente» le associazioni padronali a non intrattenere alcun contatto con i sindacati italiani in Svizzera. Che tempi!
Ciononostante, da allora l’INCA-CGIL ha operato in Svizzera per cinquant'anni tutelando migliaia di lavoratori, fino al recente «caso Giacchetta», il funzionario di Zurigo accusato e condannato per aver truffato numerosi lavoratori italiani. E’ dunque triste apprendere che il primo ente di patronato italiano insediatosi in Svizzera nel dopoguerra sia costretto a chiudere definitivamente i battenti per «fallimento», non solo sotto il peso dei debiti e della condanna dei tribunali, ma anche della vergogna per il danno arrecato alle decine di famiglie dei lavoratori truffati. E qui la cattiva stella non c’entra.

Giovanni Longu
Berna, 5.11.2013

23 ottobre 2013

70° della FCLIS: 2. Primi anni


La fondazione della Federazione delle Colonie Libere Italiane nel novembre 1943 fu salutata con grande interesse non solo dagli ambienti antifascisti, ma anche – secondo il resoconto fattone dal quotidiano socialista ticinese Libera Stampa – da «scuole, società ricreative, mutue, cooperative, gruppi sindacali, ecc.». In breve tempo, alle prime dieci Colonie se ne aggiunsero altre quindici, che giustificarono ben tre convegni federali, due a Zurigo (1944) e uno a Berna (1945), e un Congresso a Lugano (1945).

Consolidamento
Si trattava soprattutto di rafforzare la Federazione (con statuti, presidenza, comitato federale, un organo di stampa, ecc.), coordinare le attività delle Colonie nell'ambito dell’antifascismo e della Resistenza, seguire una linea comune nei confronti delle istituzioni fasciste e neofasciste presenti in Svizzera, sensibilizzare il maggior numero possibile di lavoratori emigrati ai valori democratici che avevano guidato la Resistenza.
Il nuovo organismo, sentendosi come investito di un compito arduo ma non impossibile, rivendicava per sé «la rappresentanza unitaria di tutti gli italiani dimoranti in Svizzera e rimasti fedeli alle grandi tradizioni di libertà e di umanità». Questa «rappresentanza» venne sancita ufficialmente dal Terzo Convegno delle Colonie Libere della Svizzera, tenutosi a Berna nel marzo 1945, a cui parteciparono i delegati delle 25 Colonie esistenti, approvando all'unanimità la seguente risoluzione: «La Federazione delle C.L.I. della Svizzera, riunita a convegno in Berna il marzo 1945, rivendica anzitutto alle Colonie libere e alla loro Federazione costituitasi a Olten il 21 novembre 1943, il merito di aver preso un'iniziativa che ha valso a trarre l'emigrazione italiana in Svizzera dallo stato di disorientamento e di inerzia successo agli avvenimenti del luglio e settembre del 1943 [e] riconferma, e per questa iniziativa e per l’autorità morale e politica che le Colonie Libere hanno saputo acquistarsi, la sua qualità di unica rappresentante dell’emigrazione italiana nella Svizzera».

Attività di assistenza e impegno culturale
Nasceva anche da questo sentire l’entusiasmo delle prime Colonie, almeno fino alla fine della guerra, nel fornire assistenza ai fuorusciti e agevolare gli scambi d’informazioni tra questi e gli ambienti della Resistenza in vista del rientro in Italia degli antifascisti per «preparare in libera terra la vita dell’Italia di domani».
Grande era anche l’impegno informativo e culturale delle Colonie nell'ambiente dei lavoratori immigrati. In ogni CLI si organizzavano incontri, dibattiti, scambi di idee sul nuovo modello di Stato da realizzare in Italia, sulla democratizzazione delle istituzioni dell’emigrazione, sulla tutela dei diritti dei lavoratori immigrati, ecc.
Le Colonie si distinsero tuttavia fin dall'inizio soprattutto nell'attività di assistenza. Fra tutte si distingueva quella di Zurigo che nel 1944 costituì l’«Assistenza italiana di Zurigo», per «soccorrere i cittadini italiani indigenti o colpiti da sventura, che hanno stabile dimora in Zurigo o vi sono di passaggio».
Solidarietà ai nuovi immigrati, ma anche cultura
Le CLI dimostrarono grande sensibilità e solidarietà quando nel 1946 cominciarono ad arrivare i «nuovi immigrati». Si prendevano cura di loro ben sapendo delle difficoltà iniziali che avrebbero incontrato sul lavoro e nella società. E perché fossero maggiormente tutelati nella loro dignità e nei loro diritti li consigliavano, molto saggiamente, di «prendere immediato contatto con le organizzazioni sindacali del paese che li accoglie perché in esse potranno più profondamente conoscere i problemi del lavoro ed avere più esatta coscienza della posizione che come uomini e come cittadini essi hanno nel processo della produzione». Considerando poi la triste esperienza che avevano vissuto in Italia sentivano il dovere di «invitarli a delle conferenze, procurar loro dei libri che elevino lo spirito, aiutarli nelle difficoltà pratiche, stringere con essi fraterni rapporti di amicizia» in modo che, tornati ai loro paesi d'origine, potessero così portare con sé «qualche cosa di più dei loro risparmi».
In effetti, la FCLIS intendeva caratterizzare la propria attività in Svizzera non solo politicamente, ma anche socialmen
te e culturalmente. Ebbe, ad esempio, notevole successo, nel 1944, una grandiosa esposizione di opere dell’Ottocento (provenienti in gran parte dalla prestigiosa Collezione Balzan di Zurigo), organizzata a Bellinzona su iniziativa della locale CLI. Accompagnavano l’esposizione anche conferenze a carattere artistico e storico, alcune delle quali tenute da personalità ben note alla FCLIS e al grande pubblico quali Egidio Reale, Fernando Schiavetti, Bruno Caizzi, Luigi Menapace e altri.

Il bilancio della FCLIS, già dopo solo un anno di vita era ritenuto alquanto positivo. La Federazione si era rafforzata, aveva cercato di «allargare i quadri della vecchia lotta antifascista» in modo da «render partecipe il più grande numero possibile di italiani della responsabilità e dell'onore di lottare per la libertà del paese». Aveva anche cercato di contrastare, talvolta però senza riuscirvi, la riorganizzazione «sotto mentite spoglie» delle organizzazioni fasciste «in presunte associazioni apolitiche, aperte all'influenza e al dominio di tutte le vecchie figure delle colonie fasciste». Si trattava di un impegno della FCLIS che andava proseguito per liberare «la grande massa degli italiani, disorientata e disillusa dal disastro fascista (…) dalle insidie che ancora le tendono i superstiti nuclei fascisti».

Contrasti e incertezze
Dall'inizio del 1945 l'epurazione dei fascisti è un tema ricorrente
nei dibattiti della FCLIS  (estratto da Libera Stampa del 20.01.1945
Al suo interno, tuttavia, la FCLIS era meno solida di quel che voleva apparire. Furono notevoli, infatti, fin dall'inizio le divergenze e i motivi di contrasto.
Uno dei punti più controversi riguardava l’epurazione dei fascisti dalle organizzazioni e istituzioni fasciste o che in qualche misura erano state compromesse col regime (Consolati, Dante Alighieri, Case d’Italia, Istituti di cultura, scuole, gruppi sportivi, ecc.). In Svizzera si voleva «sfascistizzare» gli apparati del regime o vicini al regime per dare l’esempio di come «ripulire tutta la società italiana dal sudiciume fascista» e «prepararsi a compiere i doveri e a esercitare i diritti di un popolo libero». Si riteneva necessario «dare un ordinamento democratico alla vita delle collettività italiane», nelle quali il fascismo era profondamente penetrato. Ma come riuscirvi?
Qual era in particolare l’atteggiamento giusto da tenere nei confronti dei funzionari statali (consoli e dipendenti pubblici)? Le divergenze erano notevoli. Mentre in alcune CLI dominavano i fautori di una radicale epurazione e di un totale ricambio del personale soprattutto nei consolati, in altre predominava uno spirito più conciliante, soprattutto nei confronti dei funzionari meno compromessi col fascismo.
Un altro elemento di contrasto all’interno della FCLIS, destinato ad avere conseguenze pesanti sull’evoluzione della Federazione, sull’efficacia della sua intensa attività e sui rapporti con le istituzioni e le autorità svizzere, fu sin dall’inizio l’incertezza della sua linea politica, nei fatti più che nelle parole o negli Statuti. Alla FCLIS avevano infatti aderito molte persone con orientamenti politici diversi e non erano disposte a vedere che qualcuno in particolare prevalesse sugli altri. Si trattava di trovare il giusto equilibrio e preservare il carattere pluralistico della Federazione. Un compito che si rivelò per la FCLIS più difficile del previsto.

La FCLIS vista dall’esterno
All'esterno del mondo delle Colonie, oltre a quello dei fascisti o neofascisti, non tutti condividevano la (presunta) pretesa della FCLIS di considerarsi l’unica vera depositaria dei valori della Resistenza e di rappresentare l’intera emigrazione italiana antifascista. Già in occasione dell’esposizione a Bellinzona del 1944 l’Unione Operaia Ticinese non aveva gradito di essere stata in qualche modo scavalcata dalla FCLIS.
Fernando Schiavetti
Anche il mondo cattolico si mostrò piuttosto diffidente nei confronti delle CLI non tanto per divergenze sull’antifascismo e sui metodi per democratizzare le istituzioni quanto per l’atteggiamento di contrapposizione delle CLI alle Missioni, considerate sommariamente fin dall’inizio (forse a causa dei Patti Lateranensi?) in qualche modo conniventi col regime fascista. Già in occasione della riunione costitutiva del 21 novembre 1943, il primo presidente Fernando Schiavetti aveva indicato quale scopo della Federazione quello di «entrare a contatto con le masse emigrate, influenzate fino a quel momento dall’attivissima propaganda fascista e clericale, di sottrarla alla politica ambigua delle nostre rappresentanze consolari e di orientarle verso generici ideali di democrazia e libertà».
Alla fine della guerra gran parte dei fuorusciti durante il fascismo rientrarono in Italia e molte Colonie si trovarono improvvisamente prive dei promotori e animatori che avevano favorito la costituzione e il rafforzamento della FCLIS. In molte Colonie dev’esserci stato un momento di smarrimento e probabilmente alcune di esse persero totalmente lo slancio iniziale.

Disappunto di Egidio Reale
Egidio Reale
I dissidi interni in alcune Colonie e la perdita di slancio un po’ in tutte, non sfuggirono a quell’attento osservatore che fu e sarà (perché tornerà in Svizzera a rappresentare la Repubblica Italiana) Egidio Reale, uno dei protagonisti della nascita della FCLIS. Nel settembre 1946 confidava all’amico Chiostergi: «Ho l'impressione che le colonie "nostre", cioè quella parte delle colonie che difesero i valori dell'italianità durante gli anni del fascismo, languano, mentre riprendono vigore coloro che sostennero l'antico regime e ora si propongono di sfruttare quello nuovo. Le sezioni della Dante di Ginevra, Basilea, Zurigo hanno scarsa efficienza e sono insidiate da altre organizzazioni culturali che già esistono o che si tenta di creare. Le colonie libere vivono una vita grama. I contrasti tra italiani non mancano e le autorità consolari non sono in grado di creare quella unione di spiriti che sarebbe più che mai necessaria […]».
Per la FCLIS s’imponeva un rilancio non solo delle attività, ma anche dello spirito delle Colonie.
(Continua nel prossimo numero)
Giovanni Longu
Berna, 23.10.2013