7 novembre 2012

Italianità del Ticino e della Svizzera: 5. Le «Rivendicazioni ticinesi»


Dal traforo del San Gottardo, che avevano contribuito a finanziare con 4 milioni di franchi («un autentico dissanguamento finanziario», secondo lo storico R. Romano), i ticinesi si aspettavano una grande ricaduta economica e un decisivo impulso allo sviluppo industriale del Cantone. Dovettero invece ben presto ricredersi perché la nuova ferrovia trasportava soprattutto prodotti provenienti dalla Svizzera interna e un numero crescente di svizzeri tedeschi attratti dal clima mite e dalle bellezze naturali del Ticino.

L’invasione dei confederati
La calata dei confederati nella Sonnenstube der Schweiz, il salotto soleggiato della Svizzera, contribuiva indubbiamente allo sviluppo del turismo ticinese, ma a beneficiarne erano soprattutto loro, i confederati. In tutto il Cantone si dovettero costruire nuove strutture ricettive, soprattutto alberghi, ma la loro proprietà e gestione restava per lo più in mano degli svizzero-tedeschi. A Lugano e Locarno i ticinesi detenevano meno dei 15% delle strutture alberghiere.
Per tutta una serie di fattori (clima, lavoro, accoglienza, condizioni di vita), molti confederati finivano per trasferirsi stabilmente in Ticino, ma pur restando un’esigua minoranza (ancora nel 1910 rappresentavano appena il 3,4% della popolazione residente), inducevano nei ticinesi una sensazione di invasione e d’«inforestierimento». Più che il loro numero preoccupava la loro influenza crescente non solo nell’economica ma anche nella politica, ben superiore a quella degli italiani, che costituivano oltre il 28% della popolazione.
Una situazione particolarmente conflittuale si determinò nella gestione della ferrovia del San Gottardo perché nelle assunzioni dei dirigenti venivano sistematicamente preferiti gli svizzeri tedeschi. Secondo gli impiegati ticinesi si trattava di una vera e propria discriminazione razziale. Effettivamente, ha scritto lo storico Georg Kreis, «il pensiero di quegli anni era fortemente impregnato di idee razziste, di preconcetti sulle caratteristiche del tipo germanico e neolatino. In quest’ottica, gli appartenenti alla razza germanica ritenevano di essere dotati delle migliori qualità; i ticinesi erano considerati, nel migliore dei casi, dei primitivi con gli zoccoli e i mandolini».

Il disagio crescente dei ticinesi
Per i confederati esisteva una «questione ticinese»: la presunta ambiguità dei ticinesi tra italianità ed elvetismo e i sospetti d’inaffidabilità e persino d’irredentismo (movimento politico tendente a riunire alla madrepatria territori e popoli ad essa legati per lingua e cultura ma appartenenti a uno stato straniero), quasi che, scontenti della madre «adottiva» svizzera, i ticinesi volessero tornare dalla madre «naturale» italiana. Non spiegavano altrimenti la forte presenza di italiani in Ticino con cui si facevano affari e l’ostilità nei loro confronti.
Dal punto di vista ticinese, invece, esisteva soprattutto un problema di «intedeschimento» del Cantone. Gli immigrati «regnicoli», infatti, per quanto numerosi non sfioravano nemmeno l’influenza esercitata dagli svizzero-tedeschi, proprietari di aziende industriali e strutture turistiche e a capo dei principali servizi amministrativi federali. Inoltre, gli svizzeri tedeschi non facevano nulla per assimilarsi, anzi se ne stavano isolati per conto loro, nelle loro associazioni, con i loro giornali in tedesco, potevano mandare i figli nelle loro scuole.
La penetrazione degli svizzero-tedeschi e con essi anche della lingua tedesca, creava negli ambienti cantonali, scrive lo storico M. Marcacci, un crescente disagio e insofferenza verso «l'imbastardimento linguistico e culturale del Ticino, complice la Confederazione che mostrava scarsissima attenzione alla lingua italiana nei servizi pubblici federali dislocati in Ticino e nella corrispondenza con le autorità e l'amministrazione cantonale».

Contro l’«intedeschimento»
Si schierarono apertamente contro l’«intedeschimento» e in difesa dell’italianità del Cantone Ticino molte personalità ticinesi e italiane quali Francesco Chiesa, Carlo Salvioni, Giuseppe Zoppi, Giuseppe Prezzolini, Teresa Bontempi, Rosetta Colombi, ecc. I loro interventi riempivano intere pagine di giornali e riviste provocando anche nella stampa confederata e negli ambienti politici nazionali intensi dibattiti.
Un episodio emblematico dell’atmosfera che regnava agli inizi del Novecento nei rapporti tra ticinesi e confederati fu quello del tentativo di alcuni intellettuali di creare in Ticino una sezione della Società Dante Alighieri. I promotori, allo scopo di evitare ogni fraintendimento, nel manifesto presentato nel 1908 sottolinearono il carattere esclusivamente «ticinese» dell’iniziativa: «Noi sottoscritti, cittadini ticinesi, ci siamo proposti di costituire una sezione della “Dante Alighieri”, la quale si componga di soli svizzeri italiani.…».

Ticino irredentodi Ferdinando Crespi, 2004

Il manifesto sollevò tanti entusiasmi, ma anche tante contrarietà, perché alcuni ambienti cattolico-conservatori ritenevano la Dante Alighieri in mano della massoneria, anticlericale e irredentista. Soprattutto il Bund di Berna, quotidiano ritenuto organo ufficioso del Consiglio federale, parlò della sezione ticinese della Dante come di una sorta di cavallo di Troia dell’irredentismo italiano e accusò la «Estrema Sinistra» ticinese di «aizzare gli spiriti contro gli svizzeri tedeschi» e di «sciovinismo linguistico». Gran parte delle reazioni della stampa confederata era sulla stessa lunghezza d’onda e temevano il rischio di «disvizzerizzazione ed italianizzazione del Canton Ticino in senso nazionalistico-irredentista».
Viste le forti opposizioni, si dovette rinunciare a quel progetto, ma si sperò di metter mano subito a un altro progetto, quello di avere in Ticino un «Istituto ticinese di alta cultura», una «Università della Svizzera Italiana», una «Università Ticinese». Le altre regioni linguistiche del Paese si erano già dotate di università. Solo la Svizzera italiana non aveva nemmeno un istituto superiore. Lo scopo era evidente: «la nostra situazione di svizzeri italiani crea la necessità di una scuola superiore non solo per salvaguardare i diritti della nostra cultura latina (...) ma anche per permetterci di fare comodamente i nostri studi nel Cantone, senza dover rivolgerci agli Atenei d'Italia o delle altre parti della Svizzera, ciò che crea spesso delle difficoltà non lievi (...)». Così scriveva uno studente ticinese da Ginevra sul Corriere del Ticino nel 1912.
Da parte sua, lo scrittore Francesco Chiesa ammoniva: «La redenzione del Ticino non può essere fatta dalla Svizzera, non può essere compiuta dall'Italia: essa deve venire dal Ticino stesso. Unico mezzo potente a tale scopo: la fondazione di un istituto ticinese di alta coltura». Se ne discusse molto, ma anche questa idea venne presto abbandonata per l’impotenza del Cantone a realizzarla né da sola né in collaborazione con la Confederazione.

Le «Rivendicazioni ticinesi»
Cons. fed. Giuseppe Motta
Le reazioni contro l’«intedeschimento» intanto crescevano e dopo la guerra ripreso vigore. A dare man forte ai concittadini intervenne anche l’allora consigliere federale Giuseppe Motta, il quale sostenne nel 1919 che «la forza e la ragione d’essere della Confederazione stanno nella libera unione di stirpi diverse; quanto più moralmente forte sarà ognuna di codeste stirpi, tanto più politicamente forte sarà la Confederazione stessa. La differenza delle lingue è il nostro privilegio ed orgoglio; perciò, nell’interesse comune, proteggiamole sforzandoci di mantenerle schiette e pure il Ticino dev’essere fiero della sua alta missione internazionale: quella di rappresentare al mondo intero l’elemento italiano della “piccola società delle nazioni!”. La nostra funzione è nobile ed ha un valore profetico; mostriamocene degni! La cura dell’italianità del Ticino è cura giusta e nello stesso tempo patriottica: dalla floridezza del nostro Cantone non può che derivare maggiore splendore della Confederazione tutta».
Il sentimento della duplice appartenenza all’Italia e alla Svizzera era ormai molto diffuso e irrinunciabile in tutto il Cantone. E quando i tempi sembrarono maturi, nel 1924, prima ancora che imperversasse in Ticino la propaganda fascista, i ticinesi presentarono al Consiglio federale le famose «Rivendicazioni».
Cominciavano col ricordare le «lacrime» e il «sangue» costati ai ticinesi durante la plurisecolare dominazione elvetica che «ha lasciato il Cantone spoglio degli elementi essenziali della civiltà». Si chiedeva poi, oltre a una serie di rivendicazioni economico-finanziarie, la chiusura delle scuole tedesche per i figli dei dipendenti delle ferrovie federali, un contributo straordinario per le scuole ticinesi e la concessione di un sussidio per la «difesa» della lingua e della cultura italiane. Forse per avvalorare le richieste, si accennava anche al pericolo dell’irredentismo italiano, che occorreva bloccare sul nascere. Si rivendicava in sostanza soprattutto il diritto dei ticinesi di appartenere a un Cantone «rappresentante non degenere della razza e della cultura italiana».
Nella Svizzera tedesca, evidentemente, non tutti condividevano le rivendicazioni ticinesi e in un libello del 1926 imputavano all’insipienza degli stessi ticinesi il loro sottosviluppo e a una gioventù senza valori e senza ideali.

Sostegno federale per la lingua e cultura italiane
Di fronte al rischio che le «rivendicazioni» ticinesi fornissero un pretesto a Benito Mussolini, da poco al potere in Italia, per ingerirsi negli affari interni della Svizzera, il Consiglio federale si affrettò a dare ampia soddisfazione al Ticino. Fu deciso ad esempio di versare al Cantone un contributo non indifferente di 450.000 franchi l’anno per la difesa della lingua e della cultura italiane. Sta di fatto che il fascismo in Ticino, nonostante i cospicui aiuti finanziari inviati da Mussolini, ebbe uno scarsissimo seguito.
La propaganda fascista e la corrente irredentista erano serviti in un certo senso al Ticino come «un’arma di pressione sul governo centrale». Con la caduta del fascismo essa venne meno, ma le rivendicazioni ticinesi continuarono… praticamente fino ai nostri giorni, anche se ormai da decenni l’italianità del Ticino, grazie anche al contributo italiano, come si vedrà in seguito, è unanimemente dichiarata fuori pericolo, col conforto delle statistiche ufficiali.
Giovanni Longu
Berna, 7.11.2012