3 ottobre 2012

Italianità del Ticino e della Svizzera: 1. Tanto per intenderci!


Questo è il primo di una serie di articoli che saranno presentati in questa rubrica su alcuni temi che ruotano intorno ad espressioni quali «italianità», «Svizzera italiana», «rappresentanza italofona» e simili. Sono temi ed espressioni di cui si discute correntemente, non sempre con la chiarezza che meritano, anche se pretendere in questa materia l’univocità dei termini sarebbe assurdo e quindi è escluso a priori. Inoltre, nella discussione attuale, spesso prevale l’attenzione al particolare e al contingente più che all’essenziale e al duraturo. Occorrerebbe rovesciare la scala delle priorità, relativizzando i fenomeni passeggeri e privilegiando i valori che nelle relazioni italo-svizzere hanno superato ogni tipo di ostacoli, persino la temporanea rottura diplomatica (a seguito del caso Silvestrelli nel 1902; cfr. L’ECO del 25.07.2012).
In quest’ottica bisognerebbe anche saper distinguere quelli che sono i rapporti istituzionali tra la Svizzera e l’Italia dai rapporti tra svizzeri e italiani residenti in Svizzera, pur senza negare l’influenza dei primi sui secondi. Purtroppo anche i contrasti recenti e non ancora definitivamente appianati tra la Svizzera e l’Italia distolgono l’attenzione dei media e dei cittadini dai forti legami che hanno tenuto sempre saldamente uniti i due Paesi confinanti e dalla pacifica e proficua convivenza e collaborazione che si è solidamente sviluppata nel tempo tra immigrati italiani e cittadini svizzeri.
Del resto, anche i rapporti italo-svizzeri andrebbero visti alla luce di una lunga tradizione e non di singoli episodi, seppur gravi. Sono stati resi solidi ed eccellenti non solo dalle necessità legate alla continuità territoriale dei due Paesi, divisi da un confine sempre più permeabile, ma anche, e soprattutto, da una comunanza di valori fondamentali che hanno sviluppato interessi reciproci di natura commerciale, finanziaria, culturale, turistica, migratoria (in entrambe le direzioni). Evidentemente, la comunanza della lingua tra l’Italia e la parte meridionale della Svizzera ha enormemente facilitato qualunque tipo di scambi. Anche solo in questa ottica la lingua italiana (e la cultura ad essa collegata) andrebbe difesa e salvaguardata con ogni sforzo in tutta la Svizzera.

Obiettivi
Lo scopo principale di questa serie di articoli è quello di cercare di introdurre nel dibattito attuale sull’italianità del Ticino e della Svizzera qualche richiamo storico sull’origine e sull’evoluzione delle problematiche connesse, sviluppatesi nell’arco di quasi due secoli di storia. Non c’è evidentemente alcuna pretesa di completezza, trattandosi di materia vastissima e già oggetto di studi approfonditi soprattutto in Ticino e ai quali farò spesso riferimento.
Non nascondo che uno degli obiettivi che mi propongo è anche quello di contribuire a superare vecchi pregiudizi e incomprensioni che ancora pesano sui rapporti tra svizzeri e italiani e soprattutto tra ticinesi e italiani, specialmente in Ticino. Sono infatti convinto che solo liberando il terreno da luoghi comuni di antica matrice culturale e sterili contrapposizioni sia possibile trovare l’intesa necessaria per poter riaffermare oggi come un secolo fa i diritti di quanti rivendicano in Svizzera un’appartenenza a un’area culturale «italiana». Per raggiungere gli obiettivi sperati è indispensabile un’ampia convergenza di idee, di intenzioni e di azioni tra tutti gli appartenenti a quest’area.
Riaffermare i diritti della minoranza di cultura italiana in Svizzera è non solo possibile, ma potrebbe essere anche enormemente più facile che in passato. Le risorse umane oggi disponibili sono molto più numerose e più efficaci di quelle di un secolo fa. Basti pensare ai parlamentari federali italofoni e italofili che hanno dato vita di recente all’Intergruppo parlamentare «Italianità» (copresidenti Silvia Semadeni e Ignazio Cassis), alla nuova presa di coscienza del Consiglio di Stato ticinese di avere compiti «nazionali» per la salvaguardia della lingua italiana anche fuori del territorio cantonale, ai politici di origine italiana presenti in numerosi legislativi ed esecutivi cantonali e comunali, alle migliaia di insegnanti (dalle elementari all’università), giornalisti, ricercatori, scrittori, professionisti di lingua italiana, alla fitta rete di associazioni italiane (ancora in grado di mobilitare migliaia di persone), ai media di lingua italiana (dalla carta stampata alla radio e alla televisione) e alla massa critica di potenziali italofoni che sfiora il milione di cittadini. Per di più, l’«italianità» linguistica e culturale è oggi presente in tutte le parti della Svizzera, anche se spesso non emerge e non rivendica visibilità.

Evitare gli errori del passato
Fortunatamente sono anche scomparsi quasi del tutto in gran parte della Svizzera i sentimenti xenofobi e anti-italiani che erano presenti già negli ultimi decenni dell’Ottocento e poi negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Sul finire dell’Ottocento, i contrasti erano dovuti soprattutto allo scontro di due mentalità e culture assai diverse o ritenute tali. Ha scritto recentemente lo studioso Fabrizio Mena: «Nell’ultimo terzo dell’Ottocento, l’assai rapida irruzione di una comunità italiana numerosa quanto variegata in una società ticinese ancora fondamentalmente rurale suscitò ben presto incomprensioni e conflitti, rafforzando sentimenti xenofobi latenti, visto che già nel 1831 un giornale aveva denunciato il “mal celato odio verso ogni straniero che venga ad abitare nella nostra repubblica” e l’atteggiamento di molti emigrati ticinesi, “ingrati odiatori di quegli stranieri medesimi, alla buona accoglienza de’ quali sono debitori della loro fortuna e del loro benessere”».
Ricorda ancora Mena: «All'epoca dei cantieri della Gotthardbahn, la convivenza fra gli immigrati e i ticinesi si dimostrò subito difficile. Il medico italiano assegnato al cantiere di Airolo assicurava che “l'odio ed il disprezzo contro la nostra nazionalità” si era manifestato dall'inizio, quando gli operai erano ancora pochi: “non potevano traversare il villaggio senza sentirsi sussurrare negli orecchi scherni ed insulti (...) se l'essere forestieri qui è un torto, l'essere Italiani è un'infamia”. Già sul finire del 1873, del resto, la tensione fra le due comunità era culminata in una rissa nella quale diverse persone erano finite accoltellate, e una di loro, un abitante di Airolo, mortalmente. Episodi di violenza si verificarono anche in seguito, un po' in tutte le località che ospitavano i cantieri ferroviari, sovente fra gli stessi operai, diffondendo lo stereotipo dell'italiano turbolento, facinoroso, facile al coltello, frequentatore di osterie, bevitore, cattivo esempio per la popolazione».

Guardare ai risultati
Dalla costruzione della linea ferroviaria del San Gottardo sono trascorsi più di 130 anni e nessuno sicuramente ricorda nemmeno per sentito dire episodi di violenza o anche solo atteggiamenti di disprezzo tra le due comunità. Tempi passati! Tutti invece, percorrendo la linea del Gottardo e attraversando quella che è stata a lungo tempo la galleria ferroviaria più lunga del mondo, costruita quasi esclusivamente da italiani, beneficiamo di un manufatto che ha contribuito notevolmente non solo allo sviluppo del Ticino, ma anche allo sviluppo delle relazioni internazionali tra nord e sud.

Il risultato (inizialmente solo sperato o progettato) dovrebbe sempre qualificare gli operatori che hanno contribuito a raggiungerlo. La ferrovia del Gottardo, ma non solo quella, è un risultato eccellente della collaborazione internazionale e in particolare della collaborazione tra svizzeri e italiani.
Solo i risultati contano. Bisognerebbe rifletterci anche guardando all’insieme delle relazioni bilaterali complessive, che hanno portato a questi risultati. La Svizzera, oggi, dimostra nei confronti dell’Italia il maggiore interesse complessivo (commerciale, turistico, culturale). Nonostante le difficoltà dei rapporti negli ultimi anni l’interscambio tra i due Paesi è sempre molto elevato. L’Italia rappresenta il secondo partner commerciale della Svizzera dopo la Germania. In campo turistico, l’Italia è la seconda meta preferita dagli svizzeri. I rapporti culturali tra i due Paesi sono sempre molto intensi, soprattutto nei campi della formazione e della ricerca. La Svizzera sarà presente con un grande padiglione all’Esposizione universale del 2015 a Milano. La Svizzera è il Paese che ha l’unica università italofona fuori d’Italia. In Svizzera vivono e lavorano circa 520.000 italiani, compresi i doppi cittadini, con una cultura radicata profondamente nell’italianità e un’integrazione totale nella vita e nelle prospettive di questo Paese.

Una condizione essenziale
Nello sviluppo di questi rapporti, il Ticino ha sempre svolto un ruolo fondamentale come «ponte fra la Svizzera e l’Italia» (Didier Burkhalter, 2010). Occorre tuttavia essere in chiaro: la condizione fondamentale perché il discorso sull’italianità in Svizzera abbia successo oggi presuppone incondizionatamente un’ampia convergenza di idee e di azioni tra le due componenti principali, ticinesi e italiani. Che tra loro non sia corso sempre buon sangue è risaputo; ma che si continui ancora a ignorarsi reciprocamente e persino a insultarsi (talvolta con immagini di topi e di formaggi assai eloquenti) è assolutamente incomprensibile e in contrasto con la logica che vorrebbe compattezza e unità d’intenti per salvaguardare valori comuni, quali il lavoro, la lingua, la reputazione, il rispetto delle idee, l’aspirazione a un maggiore benessere. Per non parlare della trovata strampalata, ma non per questo meno offensiva, di quel populista ticinese anti-italiano che recentemente ha proposto nientemeno che la costruzione di un muro tra la Svizzera e l’Italia per arrestare i flussi dei frontalieri italiani che ogni giorno entrano in Ticino per lavorare, sottraendo a suo dire occupazione agli svizzeri. (Continua).

Giovanni Longu
Berna, 3.10.2012