5 luglio 2011

Ma quale “Svizzera italiana”?*

Il prof. Angelo Rossi, nel suo intervento su «Il Caffè» di qualche settimana fa intitolato «Come rilanciare la Svizzera italiana», sembra dare per scontata una nozione univoca di «Svizzera italiana». In realtà, proprio le due pubblicazioni di «Coscienza Svizzera» a cui fa riferimento («Esiste la Svizzera italiana? E oltre?» e «Come può il Ticino contare di più a Berna?») escludono tale univocità.

Criteri definitori insufficienti

Finora il criterio utilizzato per definire la «Svizzera italiana» è stato quasi esclusivamente quello geografico-territoriale (sostanzialmente Ticino e Grigioni italiani). Da alcuni decenni, tuttavia, questo criterio è messo in discussione. Nel tentativo di superare questi limiti geografici si è inserito autorevolmente il prof. Renato Martinoni di San Gallo, soprattutto (nella sintesi che ne fa il prof. Rossi) «per togliere la Svizzera italiana dalla sua provincialità». Egli vorrebbe estendere il concetto di Svizzera italiana a «tutta la popolazione italofona della Svizzera».
Questa proposta, per altro non nuova, intende superare le difficoltà di una nozione troppo regionalistica o addirittura cantonalistica, ma non mi pare la risposta più adeguata per risolvere il problema di fondo. Essa ha tuttavia il merito di ricordare un dato accertato ma spesso dimenticato, ossia che gli italofoni sono ben più
numerosi dei ticinesi e per circa la metà risiedono fuori del Ticino.
La visione di Martinoni va superata, a mio parere, perché l’italofonia è un elemento fluido e da alcuni decenni in forte crisi nella Svizzera tedesca e francese. Del resto, proprio nell’ambito della discussione «La Svizzera italiana esiste? E oltre?», lo storico Marco Marcacci ha sollevato la questione se «la lingua è davvero il principale, se non unico, criterio per stabilire che cos’è o che cosa deve essere la Svizzera italiana? Altrimenti detto, tenuto conto della storia, dei costumi e della cultura politica elvetica, è realistico pensare alla Svizzera italiana come pura comunità dei parlanti o degli “italici”?». In realtà la domanda conteneva già la risposta.
Ma, se vanno superati i criteri geografico-territoriale e linguistico, come definire la «Svizzera italiana»? Credo che questa espressione, fin quando non se ne troverà una migliore, vada oggi reinterpretata, come lasciava intendere Marcacci, alla luce «della storia, dei costumi e della cultura politica elvetica» e soprattutto, aggiungo io, di quella realtà nazionale storico-culturale che si è venuta a formare nella seconda metà del secolo scorso.

La "Svizzera italiana" come espressione dell'italianità della Svizzera
Alla formazione di questa realtà hanno contribuito indubbiamente i ticinesi e i grigionesi con il loro ruolo guida e la loro presenza nelle istituzioni, ma anche i milioni di italiani di prima, seconda e successive generazioni. Né vanno sottovalutate la disponibilità e l’apertura all’innovazione e alla trasformazione che nei fatti ha sempre dimostrato la maggioranza degli svizzeri tedeschi e francesi. Insieme, ticinesi e italiani, svizzeri e stranieri, hanno creato in decenni di convivenza e di collaborazione un patrimonio culturale che fa parte dell’identità nazionale e contribuisce a fare della Svizzera un unicum nella storia europea. Questa componente è profondamente intrisa di «italianità» o «italicità», come alcuni studiosi propongono.
La «Svizzera italiana» dovrebbe esprimere l’essenzialità e la ricchezza di questa componente identitaria della Svizzera moderna. In questa direzione si è mosso, sembra, anche il Consiglio federale, quando ha indicato come percentuale di riferimento per gli italofoni dell’amministrazione federale un 7% che non corrisponde né ai ticinesi e grigionesi italiani né agli italofoni censiti come tali. Lo stesso orientamento si può notare nella chiave di ripartizione delle risorse della Radiotelevisione svizzera. Perché solo certi intellettuali e certi politici non riescono ad andare oltre i confini geografici e linguistici?
Diverso, in parte, è il discorso del secondo convegno e della seconda pubblicazione menzionata: «Come può il Ticino contare di più a Berna?». Legittimo interrogativo sul quale non ho risposte né proposte. Se tuttavia il Ticino chiede a Berna di rappresentare la «Svizzera italiana» intendendo il Ticino non mi sorprenderei se qualche svizzero tedesco o anche romando osservasse che in base a una logica proporzionale il Ticino ha già più di quel che corrisponderebbe alla sua forza numerica. Il Ticino potrà invece davvero contare di più se aggiungerà alle sue legittime rivendicazioni cantonali una vera rappresentanza dell’intera «Svizzera italiana» a respiro nazionale, superando non solo la dicotomia ticinese/italiano residente, ma anche ticinese/italiano di seconda e terza generazione. Trovo sempre sorprendente che per alcuni politici ticinesi appaia «esagerato» e «inaccettabile» (?) che a rappresentare l’«italianità della Svizzera» (ad esempio nell’amministrazione federale e soprattutto negli organismi elettivi) possano essere anche giovani italo-svizzeri nati e cresciuti nella Svizzera tedesca e francese.
Il tentativo di Ignazio Cassis di proporsi candidato per il Consiglio federale in rappresentanza dell’intera «Svizzera italiana» avrebbe potuto avere altro esito se in questa espressione fosse stata recepita (dagli svizzeri tedeschi e francesi ma anche dai ticinesi) l’esigenza di veder rappresentate ai massimi livelli tutte le espressioni più significative della nazione, anche quella «italiana» o «italica» che dir si voglia.

Giovanni Longu
Berna, 30.6.2011

* Testo pubblicato su: La Regione Ticino del 2.7.2011, Corriere del Ticino del 5.7.2011 (col titolo «Come definire la "Svizzera italiana"?»), Giornale del Popolo del 6.7.2011.