5 ottobre 2011

L’Italia tra secessione e utopia

In Italia, nonostante le difficoltà economico-finanziarie che dovrebbero mettere d’accordo tutte le forze responsabili del Paese almeno sulla necessità di tentare di arginare la crisi, il clima politico tra opposizioni e governo, ma anche all’interno della maggioranza diventa ogni giorno più rovente. Più che il bene comune sembra prevalere l’interesse di parte.

Il continuo litigio tra opposizioni e governo, che si avvale ormai di qualunque mezzo lecito o al limite della legalità, compresi l’uso di un linguaggio spregevole e il linciaggio mediatico, non sembra attenuarsi. Sembra anzi avviarsi a scontri ben più duri, almeno a sentire certe voci provenienti della sinistra più minacciosa. Evidentemente nei principali leader politici sembra venuto meno non solo il senso dello Stato, ma anche il buon senso. Inutile cercare nei loro discorsi proposte serie e sostenibili per la crescita e l’avvio di una stagione di riforme. Il loro vero obiettivo sembra la distruzione dell’avversario, sfruttando tutte le sue fragilità.
Di fronte a questa situazione, molti cittadini cominciano a preoccuparsi seriamente e l’antipolitica è ormai come un fiume in piena. La delusione nei confronti di buona parte della classe politica è palpabile. Gli elettori non intendevano certo dare agli eletti carta bianca per usare i privilegi della casta come spranghe per colpire gli avversari. Volevano che, stando nella maggioranza o all’opposizione, concorressero democraticamente al bene del Paese. Purtroppo molti di essi si stanno invece rivelando indegni del mandato ricevuto, perché in un momento in cui sarebbe auspicabile coesione e impegno comune sembrano preferire le divisioni, lo scontro e possibilmente l’annientamento dell’avversario.

Tre tendenze dell’antipolitica
In questo momento drammatico della vita politica italiana sembrano farsi strada tre tendenze dell’antipolitica. Una è quella di cercare di alzare la voce più degli altri persino in tono minaccioso, la seconda è quella un po’ credulona nella buona sorte che ha sempre assistito l’Italia, la terza si affida all’utopia.

La prima tendenza è riemersa clamorosamente in questi ultimi mesi con l’invocazione della «secessione» da parte del «popolo padano». Apriti cielo! Tutte le opposizioni e persino qualche voce della maggioranza ha additato la Lega Nord come antitaliana e secessionista. Persino il Capo dello Stato si è sentito in dovere di ribadire che «il popolo padano non esiste» e che la secessione si scontrerebbe inevitabilmente con l’articolo 5 della Costituzione secondo cui «la Repubblica è una e indivisibile», anche se «riconosce e promuove le autonomie locali».
Lungi da me sottovalutare la gravità di quell’invocazione, ma non mi scandalizzo. Trovo più scandaloso che le forze politiche non si trovino d’accordo nel promuovere le giuste «autonomie locali» e continuino a tollerare per interessi elettorali che tra le regioni italiane ci siano troppe disparità nello sviluppo, nell’impiego delle risorse e nelle prestazioni fornite ai cittadini. Ci sarebbe in Italia meno lotta politica e più equità sociale se anche tra le regioni vigessero i principi della produttività e della meritocrazia, con interventi sanzionatori per quelle meno virtuose. Una buona forma di federalismo, che sappia coniugare le autonomie locali e la coesione nazionale (la Svizzera è un esempio che funziona), risolverebbe tanti problemi, in particolare la contrapposizione spesso strumentale tra Nord e Sud.

La seconda tendenza è quella, a mio parere un po’ semplicistica, di sperare nella buona sorte che in qualche modo ha sempre aiutato l’Italia a venir fuori dai guai. Del resto, si fa osservare, non è vero che tutto va male, anche se questo benedetto PIL (prodotto interno lordo) apparentemente cresce poco (ma cresce il sommerso). Certo il sommerso indebolisce lo Stato perché lo priva di risorse, ma è pur sempre una ricchezza che resta nel Paese. E poi non va dimenticato che gli italiani sono un popolo di proprietari di case per l’85% (un lusso che nemmeno gli svizzeri si possono concedere) e di risparmiatori (con un capitale pro capite – incredibile ma vero! - superiore persino a quello dei tedeschi).

La terza tendenza, utopistica perché fondata su un accentuato pessimismo e una prospettiva illusoria, non ripone più alcuna fiducia nella classe dirigente (non solo politica) italiana, decisamente da decapitare, ma spera in una sorta di nuovo Risorgimento o di rigenerazione morale. In questo periodo di celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia è risuonata più volte la musa ispiratrice di Mazzini, apostolo e profeta del Risorgimento italiano. Ma dove sono i profeti e gli apostoli oggi?

Meglio stare coi piedi per terra e nell’attesa che torni un po’ di sereno, tutto sarebbe più facile se ognuno facesse la sua parte nel proprio ambito, modestamente ma seriamente, a cominciare dal Governo, dal Parlamento (maggioranza e opposizioni), dalla Magistratura, dalla Confindustria, dai sindacati, dai giornalisti e da ciascun italiano. E’ chiedere troppo?

Giovanni Longu
Berna 5.10.2011

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