9 febbraio 2011

Politica italiana in affanno tra moralismo e immoralità

I messaggi che giungono da Roma sono allarmanti. La maggioranza è in affanno perché ha contro non solo l’opposizione parlamentare, ma anche gran parte dei media e una parte considerevole della magistratura. Di suo aggiunge anche una grande incertezza e una certa imperizia nell’affrontare le questioni, com’è avvenuto recentemente approvando il decreto sul federalismo fiscale senza informarne preventivamente le Camere. Berlusconi e la sua maggioranza sembrano non credere nemmeno più alla realizzabilità delle promesse fatte agli elettori e per questo indugiano nell’azione, prestando il fianco a molte critiche giustificate sulla debolezza del governo. E poco convincente appare addossarne le responsabilità alla crisi internazionale e agli ostacoli posti continuamente dalle opposizioni.
Non va certamente meglio a queste ultime, affannate nella ricerca dell’occasione per «mandare a casa Berlusconi» con qualsiasi mezzo, magari uno snervante processo mediatico di delegittimazione o, meglio ancora, una spallata di qualche Procura antiberlusconiana. Qualsiasi mezzo extraparlamentare, visto che in parlamento, anche coalizzando le forze più eterogenee, non riescono a sfiduciare il governo. Nemmeno coinvolgendo, a mio parere scandalosamente, quella parte della maggioranza voluta dagli elettori, che staccatasi successivamente per ripicca contro il suo legittimo leader è andata a dar man forte alle opposizioni. Per questo, oltre che sperare nell’attivismo delle procure, le opposizioni cercano di mobilitare la piazza contro il cattivo governo, contro lo sfruttamento delle donne, contro la cattiva politica, contro Berlusconi.

Magistratura politicizzata
Se la maggioranza svolge male il suo compito, l’opposizione fa certamente peggio. Invece di contribuire responsabilmente alla elaborazione di leggi opportune e stimolare il governo a trovare soluzioni ai problemi del Paese ha preferito irresponsabilmente dedicarsi giorno e notte, dentro e fuori del parlamento, a mandare a casa il governo Berlusconi. L’amore per gli italiani che dovrebbe guidare l’azione della maggioranza e dell’opposizione si è trasformato in quest’ultima in odio verso l’avversario, da abbattere con qualsiasi mezzo, sobillando l’opinione pubblica (anche tra gli italiani all’estero) e avvalendosi di qualche pezzo di magistratura politicizzata.
Già, la magistratura. Nei trattati di diritto costituzionale essa è definita uno dei tre poteri fondamentali dello Stato e chiunque dovrebbe pensare che non interferisca con gli altri. Ma è proprio così? Sembrerebbe di no, almeno a giudicare dall’accanimento con cui soprattutto la Procura della Repubblica di Milano cerca da diversi anni di stritolare Silvio Berlusconi con la sua macchina infernale. Sembrerebbe di no anche per i mezzi abnormi usati per poterlo incastrare nella sua vita privata (certamente non edificante, per ammissione dello stesso interessato) e soprattutto per aver consentito, cioè voluto, che i media avversi a lui potessero denigrarlo impunemente, in patria e all’estero, additandolo al pubblico ludibrio. E’ stata infatti la Magistratura che ha voluto dare in pasto all’opinione pubblica ogni sorta di intercettazione (racconti veritieri o inventati poco importa!) con l’evidente scopo di screditare un personaggio che nessuna procura è stata ancora in grado di inchiodare ai suoi presunti e mai accertati misfatti. E anche stavolta, poco importa se ci sarà un processo e che esito avrà, meglio favorire subito il linciaggio mediatico tramite una parte della stampa e della televisione che campa sul pettegolezzo, sugli scandali e sulle storie di sesso, vere o presunte non ha alcuna importanza, purché riguardino personaggi importanti politicamente avversari.
Non si può negare che le accuse nei confronti di Berlusconi siano gravi, ma sono solo accuse, non prove certe. Utilizzare le «accuse» divulgate arbitrariamente dalla Procura di Milano, senza necessità, non ha alcun fine di giustizia né rientra affatto nel «diritto di cronaca» invocato unilateralmente da Santoro e tanti altri come e peggio di lui. Questa operazione della Magistratura, ha scritto Piero Sansonetti (abile giornalista della sinistra riformista, uno che di Berlusconi condivide probabilmente solo la passione per il Milan), «punta all’annientamento di una persona attraverso il metodo e non attraverso la sostanza di un’inchiesta che è strettamente politica e ha pochissimo di giudiziario. Nessuno infatti crede che verranno accertati reati clamorosi e, per come è stata impostata, sarà molto difficile ottenere delle condanne».

Se questo è morale!
Ipocritamente si vorrebbe passare l’azione contro Berlusconi come un’opera sacrosanta di moralizzazione della politica, appellandosi all’art. 54 della Costituzione che esige da parte di chi esercita funzioni pubbliche comportamenti improntati alla disciplina e all’onore, confondendo la morale col moralismo e riducendo la morale alla sola sfera sessuale.
Premesso che della moralità del signor Berlusconi ne risponderà la sua coscienza e starà al suo giudice naturale provare la fondatezza e la gravità delle accuse che gli sono mosse, i vari censori della politica e dei media dovrebbero chiedersi quanta moralità «pubblica» (perché di questo si tratta) ci sia in tutto quello che sta succedendo con il «caso Ruby». Se è eticamente corretto il comportamento della Magistratura nei confronti del Presidente del Consiglio, definito dallo stesso Sansonetti un «atto eversivo» perché «qui la giustizia ordinaria non c’entra». Se è morale tentare di negare al popolo italiano una legge migliorativa del sistema universitario, pur sapendo che il sistema attuale in alcuni suoi rami secchi spreca fondi pubblici senza produrre benefici se non per una ristretta clientela. Se è morale tentare di negare al sistema Italia un «federalismo fiscale comunale» solo per far dispetto (!) a Berlusconi, tanto è vero che Bersani e compagni sarebbero disposti ad accettarlo se il capo della Lega Bossi decidesse di tradire l’alleato Berlusconi, naturalmente senza passare per le elezioni. Se è morale odiare l’avversario politico che non si riesce a battere politicamente. Se è morale essere eletti e investiti di un mandato con una maggioranza e passare all’opposizione, senza chiedersi nemmeno se gli elettori sono d’accordo. Se è morale chiedere al Presidente del Consiglio e al suo governo di «fare un passo indietro» (eufemismo per non dire «tradire gli elettori») pur avendo in Parlamento la maggioranza e pur essendo stati dagli elettori in tutte le recenti elezioni confortati con la vittoria elettorale. In nome di quale principio costituzionale o legale dovrebbero dimettersi?
Credo che bastino questi accenni per affermare che se si invoca la morale pubblica bisognerebbe invocarla e seguirla a 360 gradi. Questo invece non avviene ed è la disgrazia dell’Italia costretta a subire ancora una classe politica per la quale il bene dei cittadini è solo un alibi a una lotta di potere senza scrupoli. Per troppi politici la morale è divenuta la classica foglia di fico per nascondere le proprie vergogne. Che tristezza!

Condizioni per una ripresa sostenibile
Ma l’Italia, per fortuna non è equivalente alla classe politica che la rappresenta. E l’Italia può farcela, ma a certe condizioni di cui purtroppo si parla poco e che invece il governo sta tentando, forse con insufficiente convincimento, di realizzare.
Una di queste è l’intraprendenza dell’economia. L’economia deve attingere forza e fiducia in sé stessa, investendo nella ricerca e nelle nuove tecnologie, aprendosi ai nuovi mercati, coalizzandosi tra imprese omogenee. Il governo può solo aiutare la ripresa con strumenti fiscali e incentivi, non può sostituirsi agli imprenditori. In questo campo ha dato un forte segnale positivo anche con l’approvazione delle legge sulla riforma universitaria, certamente non perfetta ma indispensabile. Chi ancora tenta cocciutamente di contestarla, soprattutto da sinistra, non ne ha capito la portata o non conosce le dinamiche dello sviluppo in un mondo globalizzato.
Un’altra condizione è sicuramente la diminuzione del costo della politica e questo può avvenire solo riducendo gli sprechi (con più coraggio di quanto l’attuale maggioranza ha finora dimostrato), ma soprattutto aumentando l’efficienza (che il governo sta tentando egregiamente di fare introducendo tecnologia e meritocrazia).
In questa prospettiva s’inserisce anche il cosiddetto «federalismo fiscale», voluto fortissimamente non solo dalla Lega Nord, ma, nella sostanza, dagli italiani in generale. Esso mira essenzialmente a responsabilizzare tutti, cittadini e strutture dello Stato, a partire dai Comuni in vista di una ottimale gestione delle finanze. E’ fondamentale per l’Italia che venga introdotta al più presto, anche se imperfetta. E poco importa che il termine «federalismo» non sia appropriato (l’ho già scritto più volte anch’io) e che bisognerebbe parlare piuttosto di «autonomia finanziaria». Che l’annotazione terminologica venga dal Presidente della Corte costituzionale De Siervo non mi sorprende. Mi meraviglia invece che per l’insigne personalità «dire federalismo municipale è una bestemmia», perché sembra dimostrare di non accorgersi che i contenuti valgono più delle parole e che ormai, da nord a sud e da destra a sinistra, l’Italia è divenuta un popolo di bestemmiatori, in questo ambito.
Infine, e non dovrebbe nuocere nella serie interminabile delle analisi critiche e persino catastrofiche, un pizzico di ottimismo, che dovrebbe aiutare a superare anche le peggiori crisi.

Giovanni Longu
Berna 9.2.2011

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