7 luglio 2010

Intercettazioni e libertà di stampa

A sentire l’interminabile e stucchevole dibattito sulle intercettazioni sembrerebbe che senza di esse la magistratura annasperebbe nel buio più fitto e non riuscirebbe più ad acciuffare i criminali e i malavitosi. A giudicare dai telefoni sotto controllo (oltre 130.000 nel 2009!) e dal numero delle intercettazioni che coinvolgerebbero centinaia di migliaia o addirittura milioni di persone, sembrerebbe inoltre che i presunti criminali pericolosi debbano essere dell’ordine di almeno centinaia di migliaia. Sembra inverosimile, eppure secondo i magistrati o almeno alcuni magistrati è così: senza le intercettazioni a tutto campo non sarebbe più possibile scovare e acciuffare i criminali. Addirittura, è stato detto, il disegno di legge sulle intercettazioni sarebbe anticostituzionale e «criminogeno», contribuirebbe cioè a far aumentare ulteriormente la criminalità organizzata.

Una legge «criminogena»?
Un discorso, però, che per il comune cittadino non quadra. Se le intercettazioni di presunti delinquenti pericolosi sono così numerose, come mai, dopo anni e anni di sofisticate indagini non si è ancora riusciti a debellare la mafia, la ‘ndrangheta e in genere la criminalità organizzata? E ancora, se davvero le intercettazioni sono indispensabili, come sostengono i magistrati che protestano contro il Governo che vuole ridimensionarne il numero apparentemente esagerato e i relativi costi dell’ordine di centinaia di milioni di euro, quante persone dovrebbero riguardare (milioni?) e per quanti anni per poter acciuffare e affidare i criminali pericolosi alle patrie galere? Ma davvero la tanto esaltata intelligence italiana, con un minor numero di intercettazioni ben mirate, sarebbe messa in ginocchio? Oppure è vero che molte intercettazioni sono inutili e costituiscono uno dei tanti sprechi che caratterizzano l’amministrazione pubblica? Oppure la magistratura è un potere che, pur essendo chiamato a far rispettare le regole della convivenza civile, non vuole regole, nemmeno se approvate dal Parlamento sovrano?
Ancora: se le statistiche sulla criminalità collocano l’Italia nella media dei grandi Paesi del mondo, come giustificare all’opinione pubblica che per numero di intercettazioni per abitanti il nostro Paese è il più spiato del mondo? Stando al tedesco Max Planck Institut, l’Italia sarebbe il paese «più intercettato del mondo», con 76 intercettazioni ogni 100.000 abitanti. Seguirebbero i Paesi bassi con 62, la Svezia con 33 e la Germania con 23,5, mentre il Regno Unito starebbe attorno alle sei. Ovviamente non vengono presi in considerazione Stati di tipo autoritario come la Corea del nord, l’Iran o Cuba. Non credo che, andando avanti come finora l’Italia possa menar vanto di questo primato!

Privacy contro libertà di stampa?
Il disegno di legge sulle intercettazioni, finalizzato soprattutto a ridurre gli sprechi, in un momento in cui tutti gli Stati europei sono chiamati a mettere i propri conti in regola, mira anche a salvaguardare la vita privata dei cittadini. A prima vista non dovrebbe esserci in Italia chi non possa condividere questo obiettivo. La vita privata dei cittadini appartiene per definizione al privato e va quindi salvaguardata. E invece sono molti coloro che ritengono questo obiettivo esagerato e addirittura lesivo della libertà di stampa e d’informazione.
Apro una parentesi. In Svizzera negli anni Novanta del secolo scorso ci fu un grande scandalo quando si seppe che centinaia di migliaia di cittadini e di stranieri (generalmente di sinistra) erano schedati. La commissione parlamentare che se ne occupò decise la distruzione di tutte quelle schede perché illegali e inutili. I contenuti di tante registrazioni non avevano alcuna rilevanza ai fini della salvaguardia della sicurezza dello Stato. Molti erano segreti di Pulcinella. Eppure nessuna di quelle schede venne mai pubblicata!
Quello scandalo ha avuto un’appendice qualche giorno fa perché si è venuto a sapere che non tutte quelle schede vennero effettivamente distrutte. Perché? Ma anche in questa occasione non è stata pubblicata alcuna scheda.
Solo in un caso, che nulla ha a che fare con le schedature di presunti estremisti, l’opinione pubblica si è resa veramente conto della gravità della pubblicazione di qualcosa che non ha rilevanza penale, ma attiene alla sfera privata. E’ noto che a Ginevra è stato arrestato due anni fa un figlio del leader libico Gheddafi; è invece forse meno noto che la foto segnaletica dello stesso fu pubblicata illegalmente da un quotidiano locale, creando un vero e proprio affare di Stato, non ancora risolto. Richiamando la complessa vicenda, un lettore di un quotidiano ticinese, pochi giorni fa, scriveva testualmente: «la reale gravità di quanto contestato al figlio [di Gheddafi] è tutta da appurare e la pubblicazione della foto segnaletica dello stesso equipara questo Paese [la Svizzera] all’ignobile prassi italiana; evidentemente certi magistrati svizzeri si identificano in certi (europei) Di Pietro e Garzon; la smania di protagonismo di certuni ha causato una incredibile crisi svizzero-libica durata per ben due anni e a farne le spese sono stati due poveracci…».
In Italia non si è ancora giunti a casi del genere, ma altri tipi di pubblicazioni hanno segnato per sempre la vita di molte persone. Si direbbe che certi magistrati confondano la verità e la giustizia con l’umiliazione del presunto colpevole, ignorando vergognosamente che potrebbe essere ritenuto persino innocente e che comunque anche il condannato conserva intatti i diritti al rispetto della sua dignità personale.

Legge bavaglio per la stampa?
Il disegno di legge sulle intercettazioni non riguarda solo i magistrati, ma anche la stampa che spesso fa un uso indiscriminato delle intercettazioni. Visti gli abusi, non negati nemmeno dai più fanatici difensori della libertà assoluta di pubblicare qualsiasi cosa, il Governo e il Parlamento intendono ora porre dei limiti. Sarebbe, anzi è, normale in qualsiasi società civile, eppure la stampa italiana insorge come se si trattasse di una ingerenza liberticida da parte di un potere tirannico, come se in Italia Governo e Parlamento non fossero di emanazione democratica e popolare.
Credo che la libertà di stampa vada difesa a spada tratta, ma in uno Stato di diritto tutte le libertà possono anzi hanno dei limiti naturali invalicabili. Uno di questi limiti è che non si possano pubblicare indiscriminatamente informazioni anche vere che ledono la dignità della persona umana, tanto più se per legge sono coperte dal segreto professionale o processuale.
Perché dunque scandalizzarsi? Lo scandalo non sta nei limiti che si vorrebbe far osservare anche alla stampa, ma negli abusi continui di questa libertà. Non so quanti hanno letto qualcuna delle innumerevoli intercettazioni su intere pagine di giornali, ma dubito che, se l’hanno fatto, non abbiano provato un grande senso di disgusto. Spesso, infatti, si tratta di contenuti a sfondo sessuale o con riferimenti a vere o presunte prestazioni sessuali, coinvolgendo persone totalmente estranee alle indagini.

Giornalisti e pennivendoli
Riportando frasi o spezzoni di frasi talvolta fuori da ogni contesto oggettivo, è facile che il filo conduttore sia lasciato all’interpretazione del lettore, e quindi a ogni possibile illazione, supposizione, deduzione completamente estranee a ogni logica processuale e dibattimentale. In effetti, per molti giornalisti che meglio sarebbe chiamare pennivendoli, non è la verità o la notizia oggettiva che conta ma gettare fango addosso a determinate persone possibilmente di alto rango politico, ancora meglio se a capo del Governo. E’ questa la libertà di stampa che si vorrebbe a tutti i costi difendere?
Molti dei giornalisti che si appellano a questo tipo di libertà di stampa, in realtà la strapazzano, riducendola a ben poca cosa. Nel pubblicare cose dette da altri e non ancora verificate dai tribunali non vedo né la forza investigativa del buon giornalista né la perspicacia dell’analisi né l’originalità della «notizia». Vedo solo il degrado della notizia ridotta a pettegolezzo e gossip, la ricostruzione dei fatti a interpretazioni senza fondamento, a cattiveria gratuita. Altro che privacy!
Ben venga dunque una limitazione di questa depravata libertà d’infangare. Bugiardi quei giornalisti che si appellano al diritto-dovere dei cittadini ad essere informati, come se il popolo italiano fosse una massa di guardoni, di abbrutiti, di vendicatori neri. Perché al lettore non vengono offerte nella stessa misura notizie positive riguardanti tutti coloro che dalla giustizia vengono quotidianamente assolti? Perché per molti giornalisti fa fede la parola del poliziotto, dell’investigatore, del pubblico ministero e non quella del difensore? Non sarebbe meglio aspettare le vere sentenze?

Dov’è l’interesse pubblico?
Quanti giornalisti, prima di riportare un’intercettazione non si chiedono semplicemente: dov’è l’interesse pubblico in quel che si sta per scrivere? Qual è, ad esempio, l’interesse pubblico delle inchieste tipo quella «su Berlusconi e su come lui usa il sesso a fini politici» addirittura filmata? Cos’hanno di interesse pubblico le registrazioni assolutamente illegali della escort D’Addario? Cos’hanno di interesse pubblico le prodezze o le disfatte sessuali di Tizio o di Caio?
E’ difficile accettare l’idea che gli italiani siano un popolo di guardoni, di qualunquisti che riducono l’informazione al gossip, o peggio, siano così assetati di vendetta da godere se l’avversario politico è infangato e distrutto mediaticamente. E’ questa la «verità» che vorrebbero conoscere gli italiani?
E’ difficile accettare l’idea che in Italia ci sia più libertà di stampa quando si può calunniare, infangare, persino suscitare odio e non quando la stampa sente la responsabilità di contribuire a risolvere i problemi reali del Paese, a instaurare un clima di tolleranza e di collaborazione, a suscitare fiducia negli organi dello Stato democraticamente costituiti. Non sarebbe anche un ottimo contributo del giornalismo italiano, se riuscisse a dare dell’Italia nel mondo un’immagine più positiva, valorizzandone i punti forte, i numerosi talenti, le tante eccellenze, le innumerevoli capacità imprenditoriali, ecc.? Ben venga, dunque, una buona legge sulle intercettazioni e sul loro uso!
Giovanni Longu
Berna, 7 luglio 2010