5 maggio 2010

4. Il Convegno di Lucerna per dar voce all’immigrazione italiana in Svizzera


Quarant’anni fa, 1970: anno cerniera per l’immigrazione italiana in Svizzera*

L’incombere della votazione sull’iniziativa popolare promossa dalla destra xenofoba guidata da James Schwarzenbach, prevista per il 7 giugno 1970, fece accelerare i tempi della ricerca di un’unità possibile tra le centinaia di associazioni italiane in Svizzera.

L’iniziativa Schwarzenbach prevedeva una limitazione della popolazione straniera al 10% di quella residente totale. Soprattutto gli italiani si rendevano conto che, se l’iniziativa fosse stata approvata dal popolo svizzero, molti di essi avrebbero dovuto lasciare definitivamente la Svizzera. Oltre alla paura di una tale evenienza, era diffusa la sensazione che gli svizzeri o comunque molti di essi considerassero gli stranieri unicamente come forza lavoro da sfruttare finché ce ne fosse stato bisogno. Il disagio soprattutto tra gli italiani, che costituivano la componente maggioritaria e trainante degli stranieri, era palpabile. Pochissimi, invece, avvertivano i segnali che annunciavano una svolta radicale nella politica migratoria svizzera, orientata alla stabilizzazione e integrazione degli stranieri, e nuove prospettive specialmente per la collettività italiana in Svizzera.
In questa difficile situazione, alcune associazioni italiane bene organizzate ritenevano che fosse fondamentale far sentire in forma unitaria la voce degli immigrati italiani su tutti i principali problemi che la riguardavano. Questa voce doveva esprimersi sia verso le autorità italiane e sia verso le autorità svizzere. Per questo occorreva anzitutto che la miriade di gruppi e associazioni (si parlava allora di oltre mille associazioni) si desse un coordinamento nazionale e possibilmente un organismo centrale rappresentativo e autorevole.
A sensibilizzare la collettività italiana immigrata pensarono soprattutto la Federazione delle Colonie Libere Italiane (FCLI) promuovendo incontri, dibattiti, convegni, prese di posizione. Alla FCLI si affiancarono ben presto le Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (ACLI) e i Patronati. Insieme, agli inizi del 1970, proposero la convocazione di un Convegno unitario dell’Emigrazione italiana in Svizzera per mettere a punto strategia d’intervento e dar vita a un autorevole organismo centrale di riferimento in cui l’associazionismo potesse riconoscersi.
Risultati e limiti del Convegno di Lucerna
Il «Primo convegno nazionale delle associazioni degli emigrati italiani in Svizzera» si tenne a Lucerna il 25 e 26 aprile 1970. Vi parteciparono oltre 400 delegati in rappresentanza delle principali associazioni di immigrati in Svizzera, che salutarono il Convegno come un evento decisivo per l’immigrazione italiana in Svizzera.
Purtroppo disertarono il Convegno o non vennero invitate alcune rappresentanze dell’associazionismo moderato non appartenente all’area politica delle Colonie libere italiane, introducendo così in questo grande sforzo aggregativo un elemento di debolezza, che influirà sui risultati dell’incontro di Lucerna. Queste assenze e la netta prevalenza dell’area di sinistra tra le rappresentanze presenti (comprese le numerose delegazioni venute dall’Italia) contribuirono anche ad alimentare nelle autorità sia svizzere che italiane e nelle centrali sindacali svizzere un certo distacco e qualche timore sull’impostazione del Convegno.
Nell’intenzione degli organizzatori, l’incontro non doveva essere una specie di «muro del pianto» degli emigrati, come accadeva solitamente in incontri minori del genere, ma un punto di partenza «per superare la condizione di vittime ed essere protagonisti del nostro destino». Di fatto, anche in questo incontro prevalsero soprattutto le denunce: contro la concezione che vedeva «l’emigrante come merce» e la massa dei lavoratori «come strumento di manovra, volano regolatore delle congiunture, gente priva di ogni diritto civile perché così era più facile cacciarla via o farla arrivare secondo gli interessi dell’economia», «contro l’integrazione selettiva ed autoritaria che mira a spaccare i lavoratori stranieri fra primi della classe, a discrezione svizzera, e paria» ecc.
Le proposte restarono a livello di auspici piuttosto vaghi come le rivendicazioni dei «diritti civili di tutti i lavoratori stranieri», di «una politica della piena occupazione in patria», dell’«unità di tutte le forze rappresentative dell’emigrazione», di una maggiore collaborazione tra «emigrazione e sindacati», ecc.
Al di là degli evidenti limiti, il Convegno di Lucerna ha avuto un grande merito. Esso ha permesso per la prima volta nella storia dell’immigrazione italiana in Svizzera di discutere praticamente tutti i principali problemi degli emigrati italiani in Svizzera alla luce sia della realtà italiana sia della realtà svizzera. Nessun aspetto fu trascurato: il ruolo delle associazioni e dei sindacati, le relazioni tra emigrati e svizzeri, i problemi legati all’emarginazione, all’informazione, alla scuola, alla formazione professionale, all’integrazione, al diritto di voto nei comuni svizzeri, e naturalmente il problema di una rappresentanza unitaria dell’emigrazione italiana in Svizzera.
Il CNI principale risultato del Convegno di Lucerna
Il risultato più importante del Convegno di Lucerna fu indubbiamente l’elezione del Comitato Nazionale d’Intesa (CNI), che per oltre un decennio sarà l’interlocutore più importante delle autorità italiane in Svizzera. Ad esso veniva affidato il compito non facile di rappresentare «unitariamente» le anime di oltre 400 associazioni di base «per affrontare e risolvere concretamente i problemi dell’emigrazione».
Merito del Convegno di Lucerna fu anche la diffusione dello spirito d’intesa e la costituzione, sulla scia del CNI, di numerosi comitati d’intesa a livello cantonale, regionale e cittadino, che hanno contribuito a superare la frammentazione dell’associazionismo tradizionale settoriale. Molti di questi comitati d’intesa sopravvivono ancora e rappresentano uno dei pochi «luoghi» rimasti per l’incontro e lo scambio di idee della collettività italiana organizzata di una città o di una regione alla ricerca di un’«intesa» che resta comunque sempre difficile da trovare.
Il maggior limite del Convegno
Il maggior limite del Convegno è stato quello di non aver capito che in quegli anni la politica migratoria italiana e la politica immigratoria svizzera stavano cambiando radicalmente. Storicamente, il 1970 ha rappresentato per l’immigrazione italiana un anno cerniera, il primo anno in cui il tasso migratorio ha cominciato a diventare negativo, ossia il flusso dei rientri dalla Svizzera ha cominciato a superare quello dell’immigrazione dall’Italia. Ciononostante, la collettività italiana diveniva sempre più stabile e la permanenza in Svizzera sempre più lunga, non da ultimo a causa delle seconde generazioni che aumentavano di anno in anno. Anche la politica migratoria federale incentrata sulla rotazione della manodopera straniera stava mutando e prima o poi avrebbe affrontato decisamente i problemi della stabilizzazione e dell’integrazione degli stranieri.
Poche persone e poche associazioni italiane avevano intuito già nella seconda metà degli anni 1960 (ad esempio il centro italo-svizzero di formazione professionale CISAP) che alcuni problemi strategici come la formazione professionale dei giovani andavano impostati e risolti in collaborazione con le istituzioni svizzere. Occorreva guardare al futuro, soprattutto all’avvenire delle seconde generazioni e dunque alla loro integrazione piuttosto che continuare a recriminare sulla lunga tradizione di subalternità e umiliazioni subite. L’obiettivo principale non doveva più essere il ritorno ma l’integrazione, per divenire parte integrante del tessuto sociologico, culturale ed economico svizzero. Il Convegno di Lucerna, a mio parere, non ha saputo interpretare i vari segnali del cambiamento.
Timori da parte sindacale e delle autorità
Se ne è avuta qualche conferma già durante gli interventi degli ospiti del Convegno. L’osservatore del sindacato FOMO (oggi confluito nell’UNIA), ad esempio, tenne a sottolineare che era venuto «per osservare i lavori delle associazioni e non per partecipare» e che «i problemi sindacali vanno impostati e trattati dai nostri iscritti, nei nostri organi sindacali competenti».
Nonostante i saluti beneauguranti di molte autorità italiane e svizzere, dai loro messaggi traspariva anche un certo timore, legato sia all’orientamento generale del Convegno e sia alla tensione che si percepiva nel Paese a causa dell’iniziativa Schwarzenbach. Si aveva paura che eventuali prese di posizione troppo rigide e impegnative potessero rappresentare non solo un ostacolo alle trattative che stavano per essere avviate tra l’Italia e la Svizzera a livello di Commissione mista per l’emigrazione, ma potessero anche «dare esca ai promotori dell’iniziativa Schwarzenbach» (Ambasciatore Martino).
Ancor più esplicitamente, il presidente della Federazione svizzera dei lavoratori edili e del legno (FLEL) Ezio Canonica aveva declinato l’invito a partecipare al Convegno perché «consideriamo la tenuta del Convegno prima della votazione del 7 giugno prossimo sulla seconda iniziativa contro l’inforestierimento estremamente inopportuna e nociva ai fini della campagna che stiamo conducendo contro l’iniziativa stessa. La nostra partecipazione è suscettibile di aumentare ulteriormente il disagio e le difficoltà che la sgraziata iniziativa ci procura».
Successivamente, le parti più scettiche hanno avuto modo di ricredersi sui rischi del Convegno di Lucerna e soprattutto le autorità italiane hanno finito per apprezzare gli sforzi di aggregazione e collaborazione della collettività italiana. E’ difficile, tuttavia, anche a distanza di quarant’anni, tirare un bilancio conclusivo. Da una parte, infatti, è indubbio che sia il Convegno che il CNI quale suo principale derivato hanno rappresentato momenti fondamentali di maturazione e di consapevolizzazione della collettività italiana immigrata in Svizzera; dall’altra è pur vero che le prese di posizione e gli appelli del Convegno e del CNI non furono quasi mai tenuti in grande considerazione dalle istituzioni e pertanto hanno ben poco influito sull’evoluzione dell’immigrazione in Svizzera.

Giovanni Longu
Berna, 5.5.2010

* Gli altri articoli di questa serie sono apparsi il 10.3.2010, il 7.4.2010 e il 28.4.2010