1 dicembre 2010

La politica italiana, un rebus... senza capo né coda?

In settembre, il capo del governo nonché capo della coalizione di maggioranza, Silvio Berlusconi, ebbe a dire che «l’immagine che dà di sé la politica è davvero un disastro». Aveva ragione, che se sarebbe difficile non considerarlo coimputato. Sta di fatto che da allora la situazione non fa che peggiorare. L’uscita dei dissidenti finiani dal Popolo della Libertà (Pdl) e dal governo ha innescato di fatto una crisi politica, delle cui conseguenze probabilmente solo Gianfranco Fini e i suoi seguaci sembrano non rendersi conto. Per l’opinione pubblica resta un rebus, che ancora non sa decifrare.
Forte della fiducia ottenuta a settembre, il governo sperava che la maggioranza si ricompattasse per realizzare almeno cinque riforme ritenute fondamentali per il Paese. Anche Emma Marcegaglia, leader della Confindustria incalzava la maggioranza e il governo ad agire: «deve finire il teatrino della politica ... Le imprese e i cittadini stanno esaurendo la loro pazienza… Il governo deve andare avanti, deve governare, deve fare quello che è stato chiamato a fare con il voto degli italiani».
A richiedere le riforme e la governabilità era stata la maggioranza del popolo italiano alle ultime elezioni politiche e oggi lo esige la difficile situazione internazionale. Incredibilmente, le opposizioni ora rinforzate dalla nuova compagine politica di Futuro e Libertà (Fl) dei finiani sembrano infischiarsene sia delle scelte chiarissime degli elettori che della crisi internazionale. In caso di elezioni anticipate ne porteranno inevitabilmente tutte le conseguenze.

Il vero disastro italiano
E’ difficile interpretare il senso della crisi, ma non c’è dubbio che una delle cause risiede nella voglia di protagonismo dei principali leader politici attuali. Sono convinto che se per ipotesi si riuscisse ad azzerare in un istante i vertici politici di tutti i partiti, il sistema politico italiano funzionerebbe molto meglio. Non ci sarebbero le contese tra Fini e Berlusconi, non ci sarebbero le competizioni a chi contesta più fragorosamente tra Bersani e Di Pietro, non ci sarebbero nemmeno gli individualismi esasperati di Casini, Rutelli, Veltroni, D’Alema e altri. Non ci sarebbe soprattutto i veleni e il fango che gli uni gettano addosso agli altri, ormai senza alcuna vergogna nemmeno di fronte agli ignari spettatori del popolo italiano, che meriterebbero ben altri esempi.
Se il crollo della Casa dei Gladiatori di Pompei è una metafora, non lo è tanto del governo Berlusconi (come alcuni mistificatori hanno tentato di far credere) quanto piuttosto dell’Italia. Basti pensare ai recenti disastri idrogeologici, alla fragilità dell’economia evidenziata dalla crisi finanziaria internazionale e dagli scarsi investimenti esteri, allo squilibrio tra nord e sud (e la spazzatura di Napoli ne è un clamoroso esempio), all’arretratezza dell’apparato burocratico, all’incapacità manifesta della classe politica di rispondere ai bisogni del Paese.
Aggiungo, da osservatore delle cose italiane dall’estero, che purtroppo l’idea dell’Italia che si sta diffondendo nell’opinione pubblica internazionale (o anche solo svizzera) è piuttosto negativa. A dar man forte agli scettici e agli interessati a relegare il nostro Paese in fondo alla scala intervengono anche tutti gli esponenti dell’opposizione eletti all’estero che non esitano a ripetere in tutte le salse che l’Italia è in agonia a causa di un governo incapace di governare, che elimina i consolati, che taglia i fondi alla cultura, ecc.

Un’opposizione senza proposte
Mi piacerebbe, quando al mattino faccio una sorta di rassegna stampa, leggere dell’Italia solo notizie positive e incoraggianti, insomma una sorta di miracolo, ma purtroppo non è così. Pur essendo convinto che l’Italia sia molto più virtuosa di come la si dipinge e che gli italiani stiano mediamente meglio di come certi pessimisti incalliti vorrebbero far credere, non c’è dubbio che il Bel Paese è afflitto da molti mali.
Proprio per questo bisognerebbe attendersi dall’intera classe politica italiana maggiore responsabilità. Se i politici italiani non sono né sprovveduti né irresponsabili dovrebbero saper leggere i segnali che provengono da gran parte dei Paesi europei, ma anche dagli Stati Uniti d’America e dalla Cina. Tutti stanno cercando di tamponare la crisi, di mantenere in ordine i conti pubblici, di ridurre la spesa pubblica e di imporre ai loro cittadini gravami che in altre condizioni nessun Paese si sognerebbe di adottare. Solo in Italia si grida allo scandalo perché il governo sta cercando di recuperare risorse nell’unica maniera che è oggi possibile, ossia eliminando gli sprechi e razionalizzando la spesa pubblica.
Non so se il governo italiano sia il più adeguato per salvare l’Italia dai rischi corsi dalla Grecia, dall’Irlanda, dal Portogallo, dalla Spagna, per citare solo alcuni casi, ma credo che sia l’unico che in questo momento l’Italia si può permettere. Rispetto ad altri Paesi europei l’Italia ha saputo affrontare bene la crisi internazionale. Certamente questo non basta per mettere al sicuro il Paese e soprattutto per fargli prendere decisamente la via dello sviluppo; occorre a mio parere non solo che il governo osi di più, ma che l’intera classe politica faccia di più. Tanto per cominciare sarebbe da incoscienti scatenare in questo momento una crisi politica dagli esiti alquanto incerti, ma con la certezza che nel frattempo i mali dell’Italia si aggraverebbero, rendendo le soluzioni molto più difficili.
Ciò che maggiormente m’impressione soprattutto nelle opposizioni è la mancanza di proposte politiche realizzabili. Sanno solo ripetere come un ritornello, ormai imparato anche dai finiani, che Berlusconi deve andare a casa e che al dopo penserà la grande coalizione (senza nemmeno azzardare i nomi dei componenti e uniti da che cosa!).

Il bene comune e la democrazia
Sarebbe facile per le opposizioni dimostrare il senso dello Stato e del bene comune a cui tutti i leader della politica dicono di ispirarsi, se invece di praticare l’ostruzionismo e seminare discordie, incalzassero il governo a fare le riforme che ha promesso in campagna elettorale e nella sostanza condivise anche da loro stesse. E invece no, preferiscono mettergli continuamente i bastoni tra le ruote, organizzando trabocchetti di ogni sorta anche di pessimo gusto, invocando ora l’intervento della magistratura ora del Capo dello Stato per farlo desistere, lodando defezioni avvenute e incoraggiando defezioni minacciate dalla maggioranza, soffiando sul fuoco del gossip a buon mercato e difendendo l’indifendibile di certa stampa e televisione spazzatura.
Ho una grande stima della politica, quando è genuina e vissuta in uno spirito di servizio per il bene comune, ma non di una politica che sistematicamente antepone gli interessi di parte a quelli generali. Nessuna ragione, almeno apparente, giustificava la rottura del Pdl. Nessuna considerazione in ordine al bene comune giustifica l’opposizione dell’UDC di Casini a non sostenere il governo in carica con l’appoggio esterno. Continui pure a sperare in un terzo polo che diventi non si sa quando il primo e continui ad aspettare la discesa in campo del patron della Ferrari Montezemolo, con la sua rivoluzionaria ricetta: «serve una ricostruzione corale del Paese». La verità è che sta venendo meno, in Italia, il senso della democrazia e persino il buon senso.
Per rendere l’idea mi riferisco come altre volte nei mesi scorsi alla riforma universitaria proposta dalla ministra Gelmini. Ebbene, le opposizioni stanno dimostrando in maniera lampante che la riforma universitaria è l’ultima cosa a cui pensano. Ciò che vogliono è solo la caduta, possibilmente fragorosa, del governo a guida Berlusconi per farne un altro di unità nazionale, assolutamente irrealistico, senza programma e senza l’avallo del popolo sovrano.

Il banco di prova della riforma universitaria
Ho visto Bersani (PD), principale leader dell’opposizione a rischio di essere oscurato da oppositori interni ed esterni, salire sui tetti per farsi notare e ho sentito la sua superficiale difesa degli studenti e dei professori e la sua bocciatura senza prove del disegno di legge Gelmini, definita «un disastro». E ciò che è grave, lo dice, come se parlasse in nome dell’intero mondo universitario, anzi dell’intero popolo italiano, senza avere il coraggio civile di parlare al massimo in nome di quella minoranza che lo ha eletto ed ha eletto il suo partito.
L’arroganza di voler parlare a nome degli italiani Bersani la condivide con molti altri leader dell’opposizione, ma soprattutto con un tale Di Pietro, che parla come un oracolo, una sorta di extraterrestre che tenta di indovinare, senza rendersi conto che non ne ha mai azzeccata una e ha solo contribuito a spargere veleni, maldicenze, provocazioni.
I suoi giudizi, in sintonia con tutta la storia del personaggio, sono solitamente senza appello e anche la riforma Gelmini dell’università è «una legge schifosa, che distruggerà ancora di più il futuro dei giovani e dei precari, della scuola e dell’università». E’ mai possibile che un leader politico si esprima in questi termini? Ne conosce il significato? E soprattutto, si rende conto dello stato pietoso dell’università italiana? Legge qualche volta le classifiche universitarie internazionali? Si è mai chiesto qual è l’ambiente universitario ideale per fare ricerca seria?

Non è solo un problema di risorse
Molte delle accuse al governo concernono la distribuzione delle risorse. Ciò di cui le opposizioni e anche una parte della maggioranza sembrano non rendersi conto è che la torta da dividere è piccola. Tutti vorremmo che il territorio non franasse, che i fiumi non uscissero mai dagli argini, che ci fosse denaro per tutti, disoccupati, precari, famiglie, polizia, magistrati, ricerca, sviluppo del Mezzogiorno, il ponte sullo Stretto di Messina, il reddito dei pastori sardi assicurato, che non ci fossero più emigrati, ecc. Ma le risorse disponibili sono limitate, anzi non bastano e il governo ha il dovere di salvaguardare l’Italia dai rischi corsi da altri Paesi anche vicini. Mantenere i conti pubblici a posto è una sorta d’imperativo categorico perché diversamente sarebbe da incoscienti essere marginalizzati in Europa e nel mondo.
Non fa piacere a nessuno dover rinunciare a qualcosa, fare qualche sacrificio necessario, operare tagli anche dolorosi, spendere di meno, ma forse è l’unica possibilità che resta ancora all’Italia per salvarsi dal caos e dal disastro. E’ un momento molto delicato per i politici e per tutti i cittadini, in cui bisognerebbe essere più attenti e prudenti, ma anche più giusti con lo Stato nel pagare le imposte, più responsabili nel chiedergli di meno e dargli di più, più disponibili a far fronte alle difficoltà e ai problemi con un maggiore senso di responsabilità e di autocontrollo. Anche con meno risorse è possibile risolvere molti problemi.

Giovanni Longu
Berna, 1.12.2010

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